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wired.it - 17 ore 6 min fa
uber

Buone notizie per quasi un milione di lavoratori assunti con contratti a ore dalle numerose aziende della gig economy in California. Nella serata di martedì 10 settembre i senatori dello Stato hanno approvato una proposta di legge che impone alle aziende come Uber, Lyft, DoorDash o a società di food delivery, per esempio, di estendere anche ai lavoratori a contratto le tutele e lo status di impiegati e dipendenti a tutti gli effetti.

La proposta, la Assembly Bill 5 avanzata dalla deputata democratica Lorena Gonzalez, è stata approvata del Senato della California con 29 voti favorevoli e 11 contrari, e adesso dovrà essere discussa e approvata anche dall’Assemblea di Stato per una sua completa formalizzazione. La norma, che dovrebbe entrare in vigore dal primo gennaio 2020, rappresenta una tappa importante nell’estensione dei diritti del lavoro anche per tutti gli autisti, i driver, i fattorini e tutti gli altri lavoratori che da qualche anno a questa parte richiedono maggiori tutele.

Soltanto il maggio scorso, ad esempio, le proteste degli autisti di Uber avevano accompagnato la quotazione a Wall Street della società, forse in parte contribuendo a far rivedere la valutazione della compagnia stessa. In quel caso, così come in altre proteste anche in altri Paesi, inclusa l’Italia, i lavoratori della gig economy chiedevano e chiedono soprattutto di accedere all’assistenza sanitaria e a un salario minimo garantito.

E non è un caso che il primo Stato americano ad esprimersi sulla questione sia proprio la California, dove ha sede la grande maggioranza delle aziende che operano nell’ambito della gig economy e che hanno costruito la loro crescita su salari bassi e massimi profitti, come si legge nelle dichiarazioni della senatrice democratica Maria Elena Durazo riportate dal New York Times.

Inutile dire che le compagnie non staranno a guardare. Le società direttamente coinvolte stimano, infatti, che la nuova norma possa far lievitare i costi operativi di circa il 20-30%, oltre a ridurre la flessibilità nei servizi offerti. Per questo, come riporta Bloomberg, Uber, Lyft e DoorDash hanno messo sul piatto 90 milioni di dollari per promuovere una votazione che permetta loro di essere esenti dalla nuova legge.

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wired.it - 17 ore 13 min fa

Arriva in Italia un romanzo che negli Stati Uniti è stato applaudito e continua a essere applaudito come un capolavoro del genere thriller. Don Winslow ne ha parlato in termini elogiativi (“Brillante. Scritto benissimo. Un capolavoro di tensione“) così come Stephen King (“Una storia che non riuscirete a togliervi dalla testa per moltissimo tempo“) e Ian Ranking (“Se fossi bloccato su un’isola deserta mi assicurerei di avere con me un libro di McKinty“). Si intitola The Chain ed è edito da Longanesi. L’autore, Adrian McKinty, all’estero già vincitore di numerosi premi, era sconosciuto ai lettori italiani. Fino ad oggi.

Su The Chain va detta una cosa: si basa su un’idea forte, anzi, fortissima che ne segna la fortuna già in partenza. Davvero ci sarebbe voluto un pessimo scrittore per rovinare un’idea simile, svilupparla male e confezionare un brutto romanzo. E McKinty non è un pessimo scrittore, tutt’altro. Ha una prosa al servizio della trama: rapida, concisa che si adegua a una vicenda il cui ritmo non può che essere serrato.

Dato che questa idea portentosa è esposta nelle prime pagine e sintetizzata già in quarta di copertina, non faccio nessuno spoiler ad anticiparvela: a una madre di nome Rachel viene rapita la figlia, per liberarla dovrà pagare un riscatto e organizzare un rapimento uguale a quello subito; chi ha rapito sua figlia difatti, è un’altra madre a cui a sua volta è stata rapita la bambina e anche lei per riaverla dovrà pagare un riscatto e far sì che il rapimento che ha organizzato ai danni di Rachel vada a buon fine secondo i termini sopra esposti.

Ecco l’idea portentosa. Ecco il perché del titolo: The Chain. Una catena di Sant’Antonio di rapimenti. Organizzata da chi? Perché? Rachel riavrà sua figlia? Ed è giusto che per riaverla organizzi un rapimento ai danni di una madre innocente? Tutte queste domande assaltano la mente del lettore fin dalle prime pagine.
In realtà la catena umana di rapimenti non è un’idea su cui l’autore può esercitare diritto di copyright.  Lo spunto del romanzo, come lui stesso ci informa nella postfazione, gli è venuto a Città del Messico, nel 2012, dopo essere venuto a conoscenza di un particolare tipo di rapimento locale in cui un membro della famiglia si offre come ostaggio in cambio della liberazione di qualcuno di più vulnerabile.

Parlavamo dell’idea e di come non basti perché un romanzo, una volta decollato, viaggi su velocità di crociera soddisfacenti per un lettore esigente. Se la prima parte del romanzo segue Rachel e il suo disperato tentativo di riavere la figlia, nella seconda il ritmo rallenta sensibilmente e veniamo a conoscenza del sistema dietro la catena di rapimenti, chi lo organizza e perché.

The Chain è un capolavoro come hanno sostenuto tanti illustri scrittori? Non proprio. Il suo punto di forza è anche la sua debolezza: una trama e una prosa rapida che hanno una presa efficace sul lettore. Ma, specie nella prima parte, tale rapidità va a detrimento di un’indagine psicologica e qualche descrizione in più che non avrebbero nuociuto. Si parla di armi, tecnologia e dark web con una disinvoltura più da film che da romanzo. Ma si tratta di una piccola macchia di quella che è una lettura assolutamente da affrontare se siete amanti del genere. E anche se non lo siete.

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wired.it - 17 ore 19 min fa
Il memoriale delle vittime dell’11 settembre coi nomi delle vittime scolpiti sulla pietra (foto: Spencer Platt/Getty Images)

Ci sono persone che a distanza di 18 anni dall’attacco terroristico alle Torri gemelle sono ancora in attesa di celebrare le esequie dei loro familiari. Sono i padri, le madri, i compagni, i figli e gli amici delle più di mille persone morte nell’attentato dell’11 settembre 2001 che non sono state identificate: su un totale di 2974 morti, si tratta quasi della metà.

La speranza dei cari delle vittime di cui sopra è quella di ricevere, un giorno, una chiamata da parte del laboratorio di New York che da 18 anni cerca di associare un nome a ognuna delle 22mila parti di corpi ritrovate tra le macerie del World Trade Center.

La decisione di conservare questi resti è stata presa dall’allora capo dell’ufficio forense Charles Hirsch in quei giorni del 2001 e grazie a lui, ancora oggi, ogni tanto il telefono squilla. Negli ultimi cinque anni lo ha fatto soltanto cinque volte, facendo passare così il numero delle vittime identificate da 1639 a 1644. Una di loro era Scott Michael Johnson: aveva 26 anni e lavorava come operatore finanziario all’89esimo piano della Torre Sud.

Le difficoltà del team che identifica le vittime

È impossibile quantificare il tempo necessario a identificare tutte le vittime – né, se è per questo, se sarà mai possibile portare a termine il compito. Mark Desire, il biologo che guida il team di New York che si occupa di questa attività, si dice determinato, ma non nasconde le difficoltà.

In un’intervista rilasciata l’anno scorso al South China Morning Post, il principale quotidiano di Hong Kong, ha detto che è molto difficile estrarre il Dna dalle ossa. Senza contare che gran parte dei resti è stata compromessa dal fumo, dalla muffa, dai batteri e dall’inquinamento.

Rispetto a qualche anno fa, però, la situazione è molto migliorata. Sempre nel 2018, gli esperti hanno iniziato a utilizzare una nuova tecnica che rende le ossa più fragili e facili da polverizzare. I resti vengono messi in una camera ad azoto liquido a 200 gradi sottozero e, una volta estratti, vengono studiati nel dettaglio con apparecchiature di sequenziamento genetico.

Non è invece stato ancora risolto il problema-tempo: il team di scienziati non si occupa solo di identificare le vittime del 9/11, e può dedicare a questo lavoro solo parte della sua giornata.

La chiamata ai familiari

Quando gli esperti sono certi di aver identificato una vittima, avvertono i familiari. Non c’è una procedura standardizzata. Ogni familiare ha dato, al tempo, disposizioni precise ai quali gli esperti devono attenersi. Non tutti, per esempio, desiderano essere informati. Mary Fetchet, che quel giorno ha perso il figlio 24enne Brad, ha provato a spiegare il perché. “Quando ti danno la notizia, torni a quel giorno, ripensi al modo terribile in cui quella persona è morta”. Lei, alla fine, ha comunque preferito sapere: e il pensiero di poter finalmente seppellire il figlio le ha dato un po’ di conforto, dice oggi.

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wired.it - 17 ore 41 min fa

Berlino – I televisori sono sempre stati sotto i riflettori a Ifa (la fiera berlinese che oggi chiude i battenti e dà appuntamento all’anno prossimo), ma in questa edizione si sono voluti prendere la scena per rimarcare un ruolo primario nell’elettronica di consumo. Complice anche una fiera povera di grandi novità, i tv hanno facilmente sedotto il pubblico e gli addetti ai lavori giocando due carte molto efficaci: dimensioni e qualità.

Tutte le principali aziende hanno messo in evidenza soprattutto i modelli “big”, quelli con schermi enormi relegando i 65 pollici alla dimensione minima di partenza. In effetti il mercato più dinamico e in crescita del settore è da qualche anno quello dei televisori molto grandi, che crescono in proporzione di più rispetto alle vendite dei prodotti più standard. Questa impennata è legata anche all’arrivo dei pannelli 8K che sono in grado di offrire ai consumatori un’esperienza visiva adeguata su apparecchi dalle proporzioni così generose.

Basta vedere la rassegna delle novità in casa LG che non ha a caso ha messo in bella mostra il primo tv oled 8K al mondo con misure tutt’altro che trascurabili: ben 88 pollici. Il televisore della linea premium Signature 88Z9 raggiunge una risoluzione di 7680 x 4320, ovvero 33 milioni di pixel auto-illuminanti, equivalenti a 16 volte il numero di pixel di un TV Full HD e a 4 volte quelli di un TV UHD. Molto interessante è il design, non a caso premiato con il Red dot Award, che mantenendo linee pulite ed essenziali riesce a integrare un sistema di altoparlanti da 80 watt di potenza.

Nella corsa alle dimensioni estreme il primato spetta però a Sharp che ha portato in fiera il suo gigantesco lcd 8K da 120 pollici, ovvero 3,04 metri di diagonale. Nella categoria a cristalli liquidi si tratta del più grande TV al mondo. L’obiettivo dell’azienda giapponese è quello di inserire questo ed altri futuri schermi in un progetto più ampio di integrazione tecnologica con il 5G. L’azienda di Osaka punta infatti a realizzare un vero e proprio ecosistema 8K+ 5G per sfruttare al meglio questi asset con l’integrazione di servizi e applicazioni ad hoc.

L’accento sulla tecnologia ha caratterizzato anche gli annunci di Samsung che ha scelto il palcoscenico di Berlino per annunciare la disponibilità dello standard hdr 10+ sui propri schermi 8K. L’azienda coreana ha infatti reso noto che supporterà i primi contenuti hdr 10+ 8K al mondo in collaborazione con i principali servizi di streaming europei. Entro la fine dell’anno Chili, The Explorers e Megogo adotteranno infatti la specifica 8K hdr 10+, aggiungendola ai propri contenuti già esistenti in 4K hdr 10+.

La tecnologia Hdr 10+ ottimizza la luminosità e massimizza il rapporto di contrasto, rendendo le aree luminose più brillanti e le aree scure più intense e profonde. La funzione è disponibile su tutti i modelli di Tv Uhd, inclusa appunto la gamma Qled TV 8K di Samsung tra cui il modello top da 85 pollici. Tra le novità merita una menzione la disponibilità del primo modello 8K con taglio da 55 pollici appena introdotto. È della partita degli 8K anche Sony che ha riproposto i modelli della serie Bravia Master ZG9 disponibili in Europa dalla scorsa primavera, compreso il gigantesco 98 pollici da 80 mila euro.

Philips ha invece puntato molto sulla qualità dell’audio estendendo la già collaudata cooperazione con l’azienda inglese Bowers & Wilkins. Partendo dal paradigma che all’elevato standard visivo offerto dalla tecnologia Oled è necessario accompagnare un’analoga esperienza sonora, il brand di Tp Vision ha mostrato due nuovi prodotti siglati Oled+934 e Oled+984.

Entrambi i modelli, sempre supportati dal processore P5 di terza generazione, montano sistemi di altoparlanti a driver multiplo e ottimizzati acusticamente che mutuano molti dei principi di progettazione e tecnologie proprietarie di tutti i prodotti audio Bowers & Wilkins. La decodifica Dolby Atmos è inclusa in entrambi i televisori, ma l’Oled+ 934 si distingue anche per la scelta estetica che prevede una sound bar sospesa qualche centimetro sotto lo schermo con un tweeter sperato posizionato al centro. Al momento è disponibile solo la versione da 65 pollici e i pannelli sono 4K.

Prova a farsi largo tra i big del settore anche TCL, il marchio cinese ha infatti mostrato a IFA ben 3 nuove serie di televisori studiate per il mercato europeo. Le serie X10 che, top di gamma, è il primo Mini Led Android TV in assoluto ed è anche uno dei televisori con Direct led più sottili al mondo. Molto interessante, soprattutto dal punto di vista del design è la serie X81, 4K Qled, a cui si affianca la serie EC78, ultra slim 4K hdr pro. Tutte le tre nuove gamme di prodotti sono caratterizzate dalla presenza di una sound bar Onkyo integrata e sistema operativo Android Tv.

L’ultima segnalazione spetta al concept tv mostrato da Panasonic, un oled trasparente che aveva già fatto capolino allo scorso Salone del mobile di Milano. Questo prototipo legato a un progetto di ricerca concettuale sviluppato con Vitra punta a capire meglio come è possibile integrare nell’arredamento il televisore anche quando è “tecnicamente” spento. In questo caso infatti il display è in grado di trasformarsi da arredo passivo a elemento dinamico, grazie anche all’elegante telaio in lego che simula una vera e propria cornice.

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wired.it - 17 ore 48 min fa

Assomiglia a un bar, ma offre un unico prodotto e non produce scarti, bensì parte da questi ultimi per offrire ai clienti una spremuta d’arancia. Feel the Peel nasce, infatti, per dimostrare i vantaggi della sostenibilità trasformando le bucce delle arance in tazze usa e getta dove viene servito il succo.

Il sistema automatizzato – ideato dallo studio Carlo Ratti e Associati, del direttore del Senseable City Lab del Mit – si presenta come uno spremiagrumi gigante, alto 3,10 metri, con una cupola in vetro nella parte superiore dove sono alloggiate 1.500 arance. Quando si attiva la macchina, le arance sono spremute per estrarre il succo mentre le bucce vengono raccolte in un contenitore, per poi essere essiccate e miscelate con l’acido poliattico per diventare bioplastica. A quel punto è sufficiente scaldare il materiale per ottenere il filamento che, grazie alla stampante 3D integrata nel marchingegno, consente di realizzare in pochi istanti le tazze.

(foto: Carlo Ratti e Associati)

Presentato al 40° Meeting di Rimini, il progetto del Circular Juice Bar girerà l’Italia con le prime due tappe in programma a Milano (8-9 ottobre per il Singularity University Summit) e di nuovo Rimini (5-8 novembre per Ecomondo, appuntamento dedicato all’innovazione industriale e tecnologica dell’economia circolare).

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wired.it - 17 ore 57 min fa

Il suo nome tecnico è Abell 2744, ma per gli amici è semplicemente l’ammasso di Pandora: un vero e proprio grappolo di galassie avvolte da gas interstellare e materia oscura, uno dei più grandi che conosciamo. Oggi, grazie al lavoro congiunto degli scienziati dell’Eso e dell’Agenzia spaziale europea, ne abbiamo davanti agli occhi la ricostruzione più precisa, soprattutto grazie all’incessante lavoro dell’osservatorio spaziale Hubble.

Ma non solo. Analizzando proprio le scie di gas e la materia oscura, gli astronomi sono riusciti a innescare un viaggio indietro nel tempo e ripercorrere la sua storia per almeno 350 milioni di anni, scoprendo che dobbiamo la sua nascita a un enorme incidente cosmico: l’accavallarsi di almeno quattro cluster di galassie in una stessa regione dell’universo.

In questo video, troverete le più belle immagini e il racconto – da vicino – di quest’ultima scoperta.

(Credit: Esa/Hubble, Eso)

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wired.it - 17 ore 58 min fa
Prezzi iPhone 11

Qual è il prezzo dei nuovi iPhone 11, iPhone 11 Pro e iPhone 11 Pro Max per l’Italia? Svelati durante il keynote Apple del 10 settembre, i tre nuovi smartphone della mela morsicata si presentano in commercio anche sul nostro territorio come al solito con i costi tra i più salati al mondo, perché? E dove costano di meno?

Ecco il listino prezzi dei nuovi iPhone di fascia alta:

iPhone 11 Pro:
1189 euro per la versione da 64 GB
1359 euro per la 256 GB
1589 euro per la 512 GB

iPhone 11 Pro Max:
1289 euro per il 64 GB
1459 euro per il 256 GB
1689 euro per il 512 GB

iPhone 11 Pro e 11 Pro Max si piazzano esattamente con la stessa valutazione in partenza rispetto alla generazione del 2018, ossia rispettivamente iPhone Xs e iPhone Xs Max.

Discorso diverso per iPhone 11 che sorprendentemente è più economico di iPhone Xr. Mossa che ha senso dato che è stato proprio Xr il modello più venduto dell’anno scorso e gli utenti guardano sempre con grande interesse all’esemplare più conveniente.

Ecco invece i prezzi per i nuovi iPhone 11 più economici:
839 euro per la versione da 64 GB
889 euro per la 128 GB
1009 euro per la 256 GB

Il precedessore costava invece 889, 949 e 1059 euro rispettivamente.

Perché i nuovi iPhone costano di più in Italia iPhone 11 Pro tripla fotocamera

Tutto molto bello, rimane il fatto che siamo tra i paesi dove i nuovi iPhone costano sempre di più. Dove si spende di meno per i prodotti Apple? In casa, negli Stati Uniti d’America (al netto delle tasse locali), seguiti dalla Cina, mentre nel Vecchio Continente sono Regno Unito e Svizzera le località più abbordabili.

Negli altri paesi ballano pochi euro rispetto a noi, quindi conviene l’acquisto soltanto se si ha un viaggio già prenotato per altro. Ci sono due motivi per il costo salato sul nostro territorio. Il primo è l’Iva – che da noi è assai pesante dato che si piazza al 22% – mentre il secondo è la tassa sulle memorie digitali che penalizza i dispositivi con lo spazio di archiviazione più capace.

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brand-news.it - 17 ore 58 min fa

VW svela rebranding completo che la accompagnerà in un futuro che immagina “elettrico, totalmente connesso e con bilancio di CO2 neutro”

L'articolo Volkswagen svela il nuovo logo, ottimizzato per il digitale. Novità anche per la pubblicità proviene da Brand News.