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mymarketing.net - 1 giorno 21 ore fa
influencer

Investimenti in prevalenza dai 10 ai 50 mila euro, assenza condivisa di figure specificatamente dedicate all’influencer marketing, alta percezione dell’importanza della formazione professionalizzante, proiezione positiva sul prossimo anno.

Sono queste le macro evidenze che emergono dall’Influencer Marketing Report edizione 2018, prima indagine del neonato Osservatorio sull’Influencer Marketing attivato da IED Milano con AKQA, agenzia specializzata nell’innovazione digitale del gruppo WPP, e FLU, agenzia specializzata nella creazione, produzione e distribuzione di contenuti con influencer.

I dati sono frutto di una survey condotta tra luglio e settembre scorsi su professionisti dei comparti marketing e prodotto, digital PR e social media, e sul top management di aziende di vario settore attive in maggioranza a livello nazionale, con una predominanza di PMI (45% degli intervistati) e multinazionali (39%) e una certa presenza anche di consulenti (8%) e start-up (7%).

  1. Il 64% ha fatto ricorso a operazioni di influencer marketing
  2. Proiezioni sui prossimi anni
  3. Il valore della formazione
  4. Soddisfatti o no?
  5. Proiezioni per il futuro per chi non utilizza l’Influencer Marketing

Il 64% ha fatto ricorso a operazioni di influencer marketing

Dall’indagine emerge che ben il 64% degli intervistati ha fatto ricorso nell’ultimo anno ad operazioni di influencer marketing, per il 62% in modo continuativo e attivando quindi le quattro leve essenziali di questo tipo di attività – scouting, strategia, ideazione creativa, reportistica e analisi – per il restante 38% in modo discontinuo e occasionale.

Nello specifico, le realtà che maggiormente hanno strutturato attività continuative sono le start-up (il 70% ha risposto in maniera affermativa); ad aver fatto ricorso invece ad attività one shot sono invece per lo più le PMI (45%). Le multinazionali, infine, mostrano di aver investito di più nel trend in termini quantitativi.

“Analizziamo fenomeni spesso passeggeri nel marketing e, accanto a questi, nuove discipline: è fondamentale per noi monitorare costantemente il mercato ed i trend al fine di avere sempre una visione molto contemporanea e, a volte, essere precursori in ambito formativo. Da qui la genesi del primo osservatorio di influencer marketing in Italia”, commenta Elena Sacco, Direttore della Scuola di Comunicazione IED Milano. “Questa ricerca ci conferma che l’influencer marketing – sulla scia di un andamento globale e fortemente radicato negli Usa – è un settore che va verso la maturazione e in cui s’investe molto e in modo continuativo nelle grandi aziende e nelle start-up ma in cui è necessaria formazione per ottenere i principali obiettivi di ROI.”

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Proiezioni sui prossimi anni

Parlando appunto degli investimenti, dai dati emerge che il 21% di chi ha attivato operazioni di Influencer Marketing ha speso più di 50 mila euro nell’ultimo anno mentre solo il 5% ha speso 0 euro, ossia ha condotto operazioni di questo tipo senza investire risorse economiche. Il 36% ha investito da 1.000 a 10mila euro, il 39% da 10 a 50 mila. Ad aver allocato budget più consistenti sono come è prevedibile le multinazionali (30%), mentre ad essersi “arrangiate” a costo zero sono per lo più start-up (10%), che risultano essere però anche le più rappresentative (60%) nella fascia di spesa da 1.000 a 10 mila euro.

Positiva la proiezione sugli anni successivi, che testimonia un buon ROI sulle operazioni: il 65% di chi ha già investito in Influencer Marketing lo scorso anno dichiara di aver aumentato il budget per il 2018 e il 79% di questi prevede un incremento ulteriore per il 2019.


Il valore della formazione

Dai dati della survey emergono anche importanti evidenze sul ruolo delle agenzie in questo tipo di operazioni. Il 60% degli intervistati che hanno fatto ricorso all’Influencer Marketing si è rivolto per l’ideazione e la conduzione dei progetti ad agenzie specializzate, in particolare agenzie di Influencer Marketing puro (36%) e agenzie social (29%), mentre un restante 14% si è rivolto direttamente a network di influencer.

I dettagli mostrano come il valore percepito nell’affidarsi a professionisti esterni sia molto alto per quanto riguarda la fase di scouting degli influencer più idonei per una campagna, attività al primo posto per preferenza tra i servizi richiesti alle realtà specializzate (38% dei rispondenti). Seguono, nell’ordine, la reportistica e analisi (26%), la strategia 20%, l’ideazione creative (16%).

“L’indagine ha evidenziato quanto i brand che si interfacciano con l’influencer marketing ritengano lo scouting e l’analisi i servizi di maggior valore, dando meno rilievo alle idee creative e alla strategia. È però interessante notare come le criticità maggiormente riscontrate emergano dalla carenza di questi due servizi. Se le attività non sono strategiche e fortemente distintive non si può ottenere una campagna rivelante”, commenta Marcello Signore, Influencer Marketing Lead & Content Strategist di AKQA in Italia. Come formatore in questo ambito e dall’esperienza all’interno della nostra agenzia, sia in Italia che nel resto del mondo, sono sempre più convinto che le aziende abbiano bisogno di talenti in grado di comprendere questo ‘media umano’, persone in grado di relazionarsi con gli influencer, interpretare il loro linguaggio, per sfruttare al meglio le potenzialità del mezzo.”

Il ricorrere ad agenzie esterne sembra avere una chiara motivazione pratica e strategica: in azienda ben il 52% degli intervistati afferma di non avere una risorsa specializzata che si occupa dei progetti di influencer marketing. E addirittura l’88% ritiene opportuno formarsi o accrescere le proprie competenze nell’ambito, con percorsi particolarmente focalizzati proprio sulla strategia.
Scendendo più in dettaglio, solo il 6% non dispone di una figura dedicata e neppure ritiene opportuno formarsi, mentre una pari percentuale dispone di una simile figura e non ritiene utile la formazione. Ben il 41%, invece, pur avendo una figura dedicata all’Influencer Marketing riconosce il bisogno di formazione, quota che sale al 47% di chi non ne dispone.


Soddisfatti o no?

Il 24% degli intervistati non si ritiene soddisfatto del lavoro svolto con gli influencer. Le prevalenti motivazioni dichiarate sono i problemi di misurazione de risultati/KPI (per il 28%), la mancanza di pianificazione/strategia sul lungo periodo (26%), la mancanza di fiducia nell’influencer marketing (21%), la scarsa professionalità/disponibilità dell’influencer (11%), la scelta errata dell’influecer problemi (9%).

“Affidarsi a realtà specializzate è fondamentale per cambiare questi dati in positivo. Selezionare influencer in linea con i valori del brand, attraverso uno scouting mirato, e individuare dei KPI realistici sono il primo passo per riuscire ad analizzare con precisione l’impatto dell’iniziativa. Nata da un team con expertise verticali nell’ambito, la nostra giovane realtà è sempre di più in grado di rispondere a queste esigenze, e di occuparsi di tutte le fasi del progetto”, commenta Giancarlo Sampietro, Founder & CEO, FLU. “L’approccio data-driven ed il controllo completo su tutta la filiera ci vede impegnati dallo scouting degli influencer, grazie ad una piattaforma tecnologica che suggerisce quelli più in linea con il target del brand, alla definizione della content-strategy e il coordinamento della produzione, fino al monitoring dei risultati con report quali-quantitativi in grado di rappresentare il reale valore della campagna.”

Rispetto ai criteri di valutazione dell’adeguatezza dell’influencer spiccano, invece, l’affinità con il brand (35%) e l’allineamento all’audience target (19%), a cui seguono l’analisi quali/quantitativa dei contenuti (13%) e l’influencer score (7%).


Proiezioni per il futuro per chi non utilizza l’Influencer Marketing

Se il 36% degli intervistati dichiara di non aver mai attivato iniziative di influencer marketing, l’indagine analizza anche i motivi di questa scelta. Dalle risposte del campione emerge che le ragioni prevalenti sono, nell’ordine, la diffidenza in questo tipo di attività, la mancanza di necessità, la mancanza di strategia, i limiti di budget, il core business BtoB (con un target difficilmente raggiungibile attraverso influencer che parlano al grande pubblico), la difficoltà nell’individuare un partner giusto.

Se la percentuale di chi non si è rivolto all’influecer marketing non è indifferente, le proiezioni per il futuro sono però incoraggianti. Il 29% dei non utilizzatori tra gli intervistati dichiara infatti di voler iniziare a utilizzarlo prossimamente.

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wired.it - 1 giorno 22 ore fa
 Hmd Global)(Foto: Hmd Global)

Giusto in tempo per la fine dell’anno la società finlanedese Hmd ha annunciato l’arrivo in Italia di un trio di smartphone Nokia dual sim per tutte le tasche: Nokia 3.1 Plus, Nokia 5.1 Plus e il promettente Nokia 8.1. Purtroppo i telefoni arriveranno sugli scaffali a partire dall’anno prossimo e non potranno dunque farsi protagonisti della stagione di shopping pre natalizio, ma hanno comunque tutti qualcosa da dire al proprio pubblico di riferimento.

Il più modesto dei tre — venduto al prezzo di 209 euro — è chiaramente Nokia 3.1 Plus. Basato su un display da 6 pollici hd e dotato di un processore MediaTek Helio P22 coadiuvato da 3 gb di ram e da 32 gb di memoria interna espandibile, il dispositivo si rivolge a chi utilizza le funzioni smart del telefono occasionalmente e desidera semplicemente un telefono affidabile in grado di scattare buone fotografie. A questi ultimi due aspetti dovrebbero pensare la batteria da 3500 mAh e la doppia fotocamera posteriore da 13 + 5 Mpixel con sensore frontale da 8.

 Hmd Global)(Foto: Hmd Global)

Leggermente più evolute sono le specifiche di Nokia 5.1 Plus, che arriva in una scocca più compatta ed elegante rispetto a quella del modello più modesto, e provvisto di un display hd con notch da 5,86 pollici. Il processore è una unità MediaTek Helio P60 con supporto per le operazioni di machine learning, mentre la memoria ad accompagnarlo è di 3 o 4 gb. Per lo stoccaggio di dati e applicazioni sono disponibili 32 o 64 gb espandibili, mentre ad occuparsi delle foto ci sono una doppia fotocamera posteriore da 13 + 5 Mpixel e una unità anteriore grandangolare da 8. L’arrivo è previsto per gennaio, al prezzo di 259 euro.

Il più interessante è però Nokia 8.1, che a 549 euro sfoggia diverse caratteristiche di primo piano. Su queste si staglia sicuramente la doppia fotocamera posteriore con sensore primario Sony IMX363 da 12 Mpixel, obbiettivo Zeiss e stabilizzazione ottica alla quale si affiancano un sensore secondario da 13 Mpixel e una fotocamera anteriore da 20. Anche il resto però non scherza: il processore è uno Snapdragon 710 coadiuvato da 4 gb di memoria ram e da 64 gb espandibili dedicati ai dati, mentre il display è un pannello da 6,18 pollici full hd con notch e supporto allo standard video hdr 10. Non mancano una batteria da 3500 mAh con ricarica rapida e il sistema operativo Android già aggiornato all’ultima versione disponibile. Purtroppo quest’ultimo sarà anche l’ultimo ad arrivare: per averlo occorrerà aspettare febbraio, quando molti dei suoi potenziali concorrenti si saranno abbassati di prezzo.

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wired.it - 1 giorno 22 ore fa
 Google blog)(Gif: Google blog)

Amore e capoeira è il video musicale più popolare in Italia su YouTube nel 2018. Il video del tormentone estivo, cantato da Giusy Ferreri, si piazza al primo posto della classifica annuale con 124.123.974 visualizzazioni (nel momento in cui scriviamo questo articolo).

Al secondo posto troviamo Baby K con la sua Da zero a cento, altro tormentone estivo con 112.094.348 visualizzazioni. Si piazza a un’incollatura dai vincitori: Takagi, Ketra e Giusy Ferreri. Terzo posto per Ghali.

Ecco la top 10 dei video musicali più popolari su YouTube Italia nel 2018:

1 – Takagi & Ketra – Amore e Capoeira, ft. Giusy Ferreri, Sean Kingston;
2 – Baby K – Da zero a cento;
3 – Ghali – Cara Italia (Prod. Charlie Charles);
4 – Nera – Irama – Official video;
5 – Alvaro Soler – La cintura;
6 – J-ax & Fedez – Italiana;
7- Fred De Palma – D’estate non vale (feat. Ana Mena) (Official Video);
8 – Lo Stato Sociale – Una vita in vacanza (Sanremo 2018);
9 – Carl Brave – Fotografia ft. Francesca Michielin, Fabri Fibra;
10 – Thegiornalisti – Questa nostra stupida canzone d’amore.

La musica è protagonista anche della classifica dei video non musicali di YouTube. A differenza della classifica precedente, questi video non sono legati a canzoni contenute in album o passate in radio. Ma hanno come ingrediente principale le sette note. Al primo posto c’è il video dell’audizione a X Factor di Martina Attili che, a soli 16 anni, incanta il pubblico ed i giudici con la sua Cherofobia totalizzando 17.965.748 visualizzazioni (nel momento in cui è in scrittura questo pezzo).

Segue il video del gruppo comico iPantellas Tisana, che facendo una versione parodizzata del trapper medio italiano hanno raggiunto quota 7.522.632 views. Al terzo posto la canzone scritta da un gruppo di comici sardi per raccogliere fondi da destinare alla ricerca sulla Sla. Per chi non lo Sla si piazza sul gradino più basso del podio con 4.203.700 visualizzazioni.

Il primo video senza musica della categoria è alla quarta posizione: Cartoni Morti ci regala un Alessandro Borghese giudica la gente con 4.328.751 visualizzazioni.

Ecco la top 10 dei video non musicali più popolari su YouTube Italia:

1 – Martina Attili e la sua “Cherofobia” | Audizioni 1;
2 – iPantellas – Tisana (Official Video);
3 – Per chi non lo SLA – Comici Sardi Uniti – official video;
4 – Alessandro Borghese giudica le persone;
5 – Gli Autogol – Inno dei non mondiali – Formentera 2018 (feat. Dj Matrix);
6 – Young Cagnolino – Bau arf arf arf;
7 – Sanremo 2018 – Pierfrancesco Favino emoziona con il monologo “La notte…”;
8 – Cristiano Ronaldo reagisce al video dove lo trovo su FIFA + Crossbar challenge;
9 – Arriva alla cassa ma non ha soldi per pane e latte, le reazioni della gente [Esperimento sociale];
10 – Mates – Intervista a cinque!.

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brand-news.it - 1 giorno 22 ore fa

Kantar ha anticipato le 12 tendenze che guideranno il panorama media il prossimo anno Kantar anticipa quelli che saranno le tendenze che daranno forma al panorama media nel 2019, per brand, agenzie e piattaforme media. Il report ha individuato 12 trend principali, dai progressi dall’augmented reality, alle rappresentazioni di genere, fino ai video vertical. •...

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wired.it - 1 giorno 22 ore fa
Idris Elba
Un poliziotto atipico
La scrittura
Le figure femminili
L'atmosfera

Ormai è ufficiale: la quinta stagione della serie crime britannica Luther tornerà il 1° gennaio 2019 sulla Bbc. La serie che ha confermato la statura da star di Idris Elba (chiacchierato, ipotetico prossimo James Bond) ha debuttato nel 2011 con sei episodi, per poi avere negli anni successivi altre due stagioni da quattro e una quarta, andata in onda ormai nel 2015, di soli due. Ma ora i fan potranno godersi quattro nuove avventure del poliziotto che è riuscito a fondere gli elementi classici del crime con una psicologia complessa, con interpretazioni sempre al massimo della forma. Ecco i motivi per recuperare le stagioni precedenti (da noi diffuse su Fox Crime e Netflix) prima delle storie inedite.

1. Idris Elba

Una delle ragioni principali per guardare questa serie è sicuramente il protagonista. Prima di essere lanciato nell’olimpo di Hollywood in film com Pacific Rim, la saga di Avengers, The Jungle Book e The Dark Tower, Idris Elba infatti si è calato perfettamente nei panni dell’ispettore capo John Luther, un investigatore tanto devoto al suo lavoro tanto propenso a sovvertirlo per appagare il suo senso di giustizia. Elba riesce perfettamente a veicolare questo carattere forte, umorale e altalenante, non risparmiandosi sui chiaroscuri.

Prima di Luther, l’attore aveva già avuto una notevole esperienza nelle serie crime: nelle prime tre stagioni di The Wire, infatti, aveva interpretato il signore della droga Stringer Bell, sempre impegnato a ripulire il proprio status criminale tramite riciclaggio e ambigui investimenti. Qui però la sua versatilità attoriale funziona ancora meglio dovendo mostrare la faccia oscura di chi invece è considerato tipicamente come l’integerrimo rappresentante della legge.

2. Un poliziotto atipico

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Il fascino di John Luther sta proprio nella sua irresistibile ambiguità: nella primissima scena dell’episodio pilota lo vediamo inseguire senza tregua un pedofilo e procedere poi a una personale forma di giustizia. Si capisce subito dunque che non siamo di fronte a un poliziotto classico, ma ben presto lo spettatore è altrettanto avvinto da una atipica forma di morale che lo caratterizza: anche se non si capisce mai dove si ponga il limite fra buoni e cattivi, Luther appare subito come una persona autodistruttiva ma dalle capacità geniali di investigazione e dall’innato senso di giustizia.

Allo stesso tempo, il personaggio è bloccato in un mondo apatico e sterile, guidato da nulla se non dalla devianza, in cui perfino il più affidabile dei colleghi della polizia può rivelarsi uno spietato serial killer. Proprio il conflitto fra bene e male viene incessantemente problematizzato: e anche se Luther è ben disposto a violare protocolli e leggi per raggiungere i suoi obiettivi, capiamo che la vera corruzione sta altrove e lui si abbassa a quel livello solo per arginarla.

3. La scrittura

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Creata e scritta da Neil Cross, sceneggiatore britannico che aveva lavorato anche a Doctor Who e alla serie spionistica Spooks (e più di recente anche all’apocalittica Hard Sun), questa serie piega fino ai limite del possibile le sue capacità di narrazione. Anche se è chiaramente una serie crime, dove in ogni episodio o coppia di episodi si cerca di risolvere il cosiddetto “caso del giorno“, a questo vengono aggiunti vari elementi di complessità, con archi narrativi che procedono per intere stagioni e oltre e soprattutto demoni che non smettono di ossessionare i protagonisti.

Il fatto poi che le stagioni siano composte da pochi episodi ciascuna rende tutto molto più concitato e pregno. Fra l’altro un altro elemento peculiare è che l’interesse qui non è concentrato principalmente su chi ha commesso i crimini al centro degli episodi: quello lo si comprende quasi sempre nelle prime scene. Più interessante è immergersi nella mente criminale per comprenderne le motivazioni e soprattutto le modalità. In questo senso John Luther sembra quasi più vittima del fascino del crimine che non dell’empatia nei confronti delle vittime.

4. Le figure femminili

giphy

Se il centro nevralgico della serie è sicuramente John Luther, altrettanto importanti sono le figure femminili che gli ruotano attorno. Perché tutte loro danno l’idea ancora una volta di come travagliata e irrequieta sia la personalità del detective, ma la maggior parte di loro sono anche personaggi scritti alla perfezione. Il dramma originario riguarda l’ex moglie di Luther, Zoe, che viene uccisa dal suo migliore amico, crimine per cui lo stesso detective verrà per breve tempo incastrato. Ciò apre una ferita inimmaginabile che lo porterà all’attrazione verso uno dei personaggi più forti della serie Alice Morgan (una straordinaria Ruth Wilson).

Alice appare nel primo episodio, come principale accusata dell’omicidio efferato dei propri genitori: non avendo prove a sufficienza Luther è costretto a lasciarla andare ma, convinto della sua colpevolezza e al contempo affascinato dalla sua mente perversa, costruirà con lei un rapporto di tensione sessuale e dipendenza psicologica, in cui rovesciando i ruoli sarà proprio il poliziotto a chiedere consigli alla criminale psicotica sui propri casi. Nella terza stagione notevole è anche il personaggio della giovanissima Jenny, sfuggita da un giro di prostituzione e che diventa il motore di diverse vicende.

5. L’atmosfera

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Non c’è verso che questa serie, a parte qualche momento di perverso umorismo nero, appaia in qualche modo come conciliante. La sua forza però è proprio anche quella di immergere lo spettatore in una dimensione oscura e per questo catartica. Complice è sicuramente l’ambientazione a Londra, rappresentata mai così grigia, fredda, desolante. In questo scenario la regia esaspera le sue scelte fondendo in modo forsennato larghe vedute urbane e asfissianti primi piani dei personaggi. Non parliamo poi dei dialoghi secchi, serrati e di un accento cockney da cui trasuda tutta la Londra underground.

Tutta questa atmosfera è un oggetto di particolare coerenza che rende ancora più raffinato un prodotto come Luther. A compimento di tutto ciò una colonna sonora di grande effetto: a parte archi e pianoforti usati con un‘espressività esasperata, anche la scelta delle canzoni popolari è un contrappunto sempre puntuale. A parte Paradise Circus dei Massive Attack usata magnificamente nella sigla, probabilmente non dimenticherete facilmente la scena sul cui sottofondo suona Breathe Me di Sia, per non parlare di altri brani di artisti come Nina Simone, Radiohead, Marylin Manson e Van Morrison.

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brand-news.it - 1 giorno 22 ore fa

Dstp, società specializzata in programmatic advertising in ambito mail, sms e native newsletter, rafforza il team con gli ingressi di Michele Fei e Lorenzo Brambilla. Fei, che assume il ruolo di direttore commerciale Italia, proviene da Antevenio dove è stato direttore commerciale per più di un anno e vanta importanti esperienze commerciali in RCS Media...

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wired.it - 1 giorno 22 ore fa

Un nuovo emendamento alla legge di bilancio, presentato dalla Lega e approvato ieri, esclude gli extracomunitari regolarmente residenti in Italia dalle agevolazioni per le famiglie numerose. La carta famiglia era entrata in vigore nel 2017 e garantiva alle fasce più deboli della popolazione uno sconto fino al 20% su medicine, mezzi di trasporto, alimenti, bollette, eventi culturali e materiale scolastico. Come si leggeva in Gazzetta ufficiale, “Hanno diritto alla carta famiglia tutti i nuclei familiari – italiani e stranieri, regolarmente residenti in Italia – con almeno tre componenti minori di età e con un indice Isee in corso di validità che non superi i 30mila euro“.

Da ora, però, le cose cambiano. Come spiega l’emendamento approvato dalla commissione bilancio della Camera, i nuovi beneficiari della carta famiglia saranno esclusivamente le “famiglie costituite da cittadini italiani ovvero appartenenti a Paesi membri dell’Unione europea regolarmente residenti nel territorio italiano, con almeno tre figli a carico”. Via i cittadini extracomunitari residenti in Italia, in quella che da carta famiglia si trasforma in carta italiani. In compenso, viene eliminato il paletto della minore età dei figli, alzata fino ai 26 anni. Inoltre, scompare ogni riferimento all’Isee. Si tolgono gli stranieri quindi, ma si amplia la platea di potenziali beneficiari italiani, qualunque sia il loro reddito: basta avere tre figli. Secondo i dati dell’Istat, sono 4 milioni gli extracomunitari regolarmente residenti in Italia e che verranno tagliati fuori dal nuovo emendamento alla legge di bilancio. Persone che spesso faticano ad arrivare a fine mese e che più di tutti avrebbero bisogno di un sostegno da quello Stato a cui offrono la loro manodopera e a cui pagano le tasse.

#Salvini: Immigrati regolari che pagano tasse e portano rispetto sono fratelli. Il mio problema è la CLANDESTINITÀ. #InOnda pic.twitter.com/2nxcRyAb5y

— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) 10 luglio 2017

Il paradosso è che Matteo Salvini, quando viene accusato di xenofobia, dice di avercela soltanto con gli irregolari. “Immigrati regolari che pagano tasse e portano rispetto sono fratelli. Il mio problema è la clandestinità”, twittava l’anno scorso. Togliere loro una forma di sostegno per l’accesso a beni e servizi primari è uno strano modo di mostrare questo riconoscimento fraterno. Lo stato, peraltro, non ci guadagna un euro. Nel provvedimento originario si specifica infatti che “dalla disposizione non derivano nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Questo perché gli sconti legati alla carta famiglia non sono a carico dello Stato, quanto piuttosto degli esercizi commerciali che possono scegliere in modo libero e volontario se aderire all’iniziativa, attraverso un bollino esposto in vetrina – “Amico della famiglia” in caso di sconto del 5%, “Sostenitore della famiglia” per gli sconti fino al 20.

La misura ha dunque natura esclusivamente politica, una legge razziale soft che esclude da un beneficio chi è regolarmente residente in Italia, per la sola colpa della sua etnia. In questi primi mesi di vita, peraltro, la carta ha fatto fatica a decollare: sul sito del ministero compaiono solo due convenzioni attive, tanto che il ministro della famiglia, il leghista Lorenzo Fontana, in un avviso ministeriale recente aveva incitato le aziende ad aderirvi. Piuttosto che dare nuovo slancio a uno strumento utile per la lotta alla povertà, con iniziative volte a far incontrare la domanda e l’offerta, si è però deciso di limitarne la platea sulla base di un criterio discriminatorio. Azzoppando ulteriormente il valore della carta.

Il provvedimento si inserisce in un trend ben più ampio. Nel giro di poche settimane sono stati esclusi i cittadini extracomunitari dai possibili beneficiari del reddito di cittadinanza, sono stati mandati in strada migliaia di migranti regolari trasformandoli in irregolari, sono state tassate le rimesse internazionali con cui gli stranieri inviano soldi in patria ed è stato eliminato il fondo sanitario da 30 milioni di euro per i migranti – mentre si continua a gridare ai quattro venti la bufala del “ci portano le malattie”. Questo mi fa venire in mente quel vecchio articolo della Costituzione, che sottolinea come “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di razza, di lingua, di religione”. Evidentemente, deve essere caduto in disuso.

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wired.it - 1 giorno 22 ore fa

terracavisti

Come si potrà intuire già dal titolo, l’argomento non è dei più seri. E nemmeno di quelli governati dal rigore scientifico. Sta di fatto che da qualche giorno a questa parte, dopo l’ondata di attenzione mediatica che ha investito il movimento della Terra piatta, sui social e online rimbalzano un po’ più spesso del solito le argomentazioni di un’altra delle teorie sulla forma del nostro pianeta, quella della Terra cava.

Raccontato in estrema sintesi, il terracavismo è un guazzabuglio di teorie leggermente differenti – e formulate in secoli diversi – che hanno in comune l’idea che il globo su cui viviamo presenti dei buchi all’interno. La Terra sarebbe dunque simile a una sfera, e consisterebbe di una serie di superfici concentriche separate da spazi vuoti, oppure avrebbe un’unica grande cavità vicina al centro. Queste zone interstiziali, a prescindere dalla loro forma e dimensione, avrebbero la caratteristica di essere abitate, o perlomeno potenzialmente abitabili da creature umane e non.

Dal punto di vista storico, per chi volesse conoscere in dettaglio l’argomento, esiste un bell’approfondimento mitologico-letterario scritto da Umberto Eco nel 2014 e pubblicato sul sito del Cicap. In epoca recente, in particolare, il terracavismo è stato utilizzato più che altro come espediente narrativo per racconti e romanzi di fantascienza.

Che dire, invece, dal punto di vista scientifico? In passato qualche tentativo di formulazione rigorosa della teoria c’è stato, a partire dal Diciassettesimo secolo, ma oggi ovviamente non avrebbe alcun senso aprirne (o meglio, ri-aprirne) un dibattito serio. Per farla breve, sostenere che la Terra abbia uno o più buchi all’interno significa negare una serie di teorie scientifiche che vanno dalla gravità alla tettonica delle placche, passando anche per svariati elementi base di geofisica e astrofisica, incluse le informazioni che abbiamo raccolto dallo Spazio. Se la Terra fosse un guscio vuoto, ad esempio, la legge di gravitazione ci dice che vivremmo sostanzialmente in assenza di peso, e inoltre il guscio terrestre rischierebbe di collassare verso il centro o di spezzarsi.

Ammettere che il nostro Pianeta abbia più semplicemente delle piccole cavità, invece, significherebbe salvare in calcio d’angolo la gravità e la struttura del pianeta, ma rinnegare molte delle cose che sappiamo (scientificamente) a proposito di composizione interna, struttura e temperatura della Terra. Altre varianti della teoria, come l’idea di un accesso alle cavità attraverso i poli o la forma della Terra concava (che ci collocherebbe sulla parte interna del guscio sferico, anziché all’esterno), sono ancora più immediate da confutare.

terra_cava

Riportando il tema all’attualità di questo decennio, ci sono almeno un paio di spunti interessanti. Il primo, tratto comune a molte pseudoscienze, è che qualcuno ne approfitta per farne dei piccoli business. Per esempio, in vendita si trovano alcuni libri divulgativi in diverse lingue, italiano incluso, che pretendono di affrontare il tema con “significato scientifico”, pur risultando una via di mezzo tra una narrazione mitologica e un romanzo di fantascienza. Non è un caso che spesso in questi testi ci si dichiari contrari “alla scienza ufficiale”, che gli autori si definiscano “liberi ricercatori” e che dicano di aver utilizzato “una ricca documentazione storica e scientifica”.

E facilmente dal mito si sconfina nel complottismo. Se la zona cava acquisisce una precisa collocazione geografica (1250 chilometri di profondità) e una propria struttura cosmica (sarebbe “riscaldata da un piccolo Sole e strutturata in tre continenti”), curiosa è anche la scelta di come popolare quel mondo. Nei tre continenti – Eldorado, Agartha e Shamballah – non ci sarebbero solo i soliti nazisti, vichinghi, alieni, strane creature e i regni di Agartha e di Śambhala, ma anche lo scienziato italiano Ettore Majorana e l’economista Federico Caffè, su cui circolano le più varie leggende.

L’altra questione degna di nota è il raffronto tra terrapiattismo e terracavismo. Paragonabili nel numero di credenti (si può stimare dell’ordine delle migliaia in Italia), sono due movimenti tra loro incompatibili nelle teorie ma tremendamente simili nei modi. Negazione di un’infinità di conoscenze scientifiche acquisite in ambito fisico-astronomico, affidamento a presunti esperimenti privi di valore o a ciò che si intuisce essere vero, argomentazioni basate sul sospetto e sul mistero (per non dire sulla fuffa), e metodi che possono essere tutto tranne che scientifici, chiariscono che Terra piatta e cava sono due manifestazioni di una tendenza unica. Su cui forse vale la pena, nel rispetto della vera ricerca scientifica, di limitarsi a farsi due risate.

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