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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 10 ore 46 min fa

Dalla Star Wars Celebration arrivano le prime immagini di The Mandalorian e l’unica cosa che posso dire è “finalmente!”, perché il potenziale ancora inespresso da questi colleghi di Boba Fett era veramente tanto. Ma di cosa stiamo parlando? Un fan di quelli duri e puri, gente che respira al ritmo di Darth Vader, potrebbe tranquillamente dirvi che la parola “mandaloriano” fa capolino per la prima volta dentro The Empire Strikes Back Sketchbook un libro ricco di riferimenti iconografici, bozzetti e schizzi preparatori per il secondo film della saga, accanto a una prima versione di Boba Fett.

Boba Fett è uno dei grandi paradossi di Star Wars: pochissimo tempo sullo schermo, grandissimo impatto sul pubblico, uno schema diventato poi una sorta di easter egg della saga, in cui si annunciano temibili e misteriosi personaggi, tipo Phasma, per poi farli finire male.

Il debutto ufficiale di Fett è nel discutibile (per non dire peggio) speciale natalizio di Star Wars del 1978, da cui è tratto anche il fucile che potete vedere in The Mandalorian, ma quello ufficioso fu una parata della fiera della Contea di Sant’Anselmo, paesino americano che all’epoca era la sede della Lucasfilm.
Fino a quel momento il personaggio aveva attraversato numerosi cambiamenti, originariamente il costume era bianco, avrebbe dovuto essere una donna e madre di Luke e Leila o Darth Vader, finché Lucas non si innamorò dell’idea di un jedi caduto.
All’epoca George Lucas pensò che sarebbe stata una grande idea prestare qualche costume alla manifestazione locale, tanto per capire tastare un po’ il polso al pubblico. Nessuno nel pubblico sapeva chi fosse questo personaggio, ma tutti volevano un autografo o farsi una foto con lui.

C’è qualcosa di inspiegabilmente carismatico e affascinante nelle armature mandaloriane: ricordano un elmo da cavaliere, donano al personaggio un certo mistero, sono piene di gadget e da molti anni sappiamo che sono utilizzate dai commando più tosti della galassia. Sono come le cappe per i jedi, identificano personaggi con cui non vuoi avere problemi.
I mandaloriani sono stati per anni ai margini del grande racconto di Star Wars e hanno vissuto soprattutto nel mondo dell’universo espanso, ovvero quella mole di racconti, fumetti e fanfiction che una volta ampliavano la narrazione della saga in maniera disorganica. Storie in cui Boba Fett è riuscito a salvarsi dal Sarlacc, ha tre o quattro differenti origini e ha anche addestrato la figlia di Han e Leila, Jaina Solo, contro suo fratello, divenuto Sith col nome di Darth Caedus.

Tutto questo è stato spazzato via prima dalla seconda trilogia, in cui scopriamo che Fett è il figlio/clone di Django, e da Clone Wars, in cui Django viene descritto come un semplice cacciatore di taglie che indossa un’armatura mandaloriana, senza far parte della cultura, così come suo figlio.

Ma insomma, chi sono questi Mandaloriani? Tecnicamente i primi a usare questo nome sono i Taung, una razza umanoide composta da esseri alti due metri e profondamente influenzati da una cultura militaresca vagamente spartana, basata sull’onore, la forza fisica e il valore in battaglia. Originari di Coruscant, i Taung furono cacciati moltissimi anni prima di Boba Fett dal pianeta e finirono sull’Orlo Esterno, in un pianeta abitato da enormi draghi chiamato Mythosauri. Un clan di Taung particolarmente bellicosi li sterminò tutti e ne uso il teschio come emblema, quel clan era guidato da Mandalore il primo e non è ben chiaro se lui si sia battezzato come il pianeta o viceversa.

Espandendosi sempre di più nella galassia di Mandaloriani finirono per contaminare molte razze con la propria cultura, fino a scontrarsi contro la Repubblica Galattica. Inizialmente le loro capacità belliche e tecniche gli permisero di prevalere, fino all’intervento del cavaliere jedi Revan (chi ha giocato a Knights of the Old Republic sa di chi stiamo parlando) che mutò il corso del conflitto e spinse i Taung alla quasi totale estinzione. Ciò che rimase dell’antico popolo mandaloriano furono i costumi, i simboli, le armature e il piglio militaresco che erano ormai radicati nei popoli che avevano conquistato.

Tutto questo però non è stato ancora canonizzato. Le uniche informazioni che abbiano arrivano da Clone Wars, dove i mandaloriani giocano un grosso ruolo e vengono mostrati più o meno come li conosciamo oggi: una razza umanoide di guerrieri, cacciatori di taglie e contrabbandieri che sfoggiano armature di vario colore in base al clan di appartenenza e al rango. Quasi tutti sono dotati di jetpack e altri gadget, oltre che di una spiccata abilità nel combattimento, sia corpo a corpo che con le armi bianche o da fuoco.

I Mandaloriani sono gente pronta a invocare il duello all’ultimo sangue per la minima offesa o per questioni di onore personale, scelgono i proprio governanti attraverso il combattimento. Le loro armature sono pensate per contrastare i Jedi con ogni sorta di avanzamento tecnologico o per imitarne i poteri con campi di forza, scudi, stivali magnetici e armi in Cortosis, uno dei pochi materiali in grado di deflettere una spada laser.

Tarre Vizsla

Nonostante i Jedi e i Mandaloriani se le siano sempre date, tanto da rendere la superficie di Mandalore un deserto sterile, ci fu un momento in cui un mandaloriano diventò persino un jedi, parliamo di Tarre Vizsla, che non solo sfoggiava un’armatura degna di Parsifal, ma si era pure fabbricato una spada laser nera, che lo rendeva immediatamente il personaggio più carismatico sul campo di battaglia. Così carismatico che alla sua morte i Jedi si presero la dark saber e la rinchiusero nel tempio Jedi, da cui fu trafugata nel momento in cui i Jedi e la Repubblica caddero sotto i colpi dei Mandaloriani e dei Sith.

Mille anni dopo, durante la Guerra dei Cloni e gli anni di gioventù di Obi-Wan, Mandalore è un pianeta pacifico, governato dalla duchessa Satine Kryze. Tuttavia, sono anche gli anni in cui la dark saber rispunta fuori per finire nelle mani di un discendente di Tarre, Pre Vizlsa, che ha tutta l’intenzione di eliminare Satine e instaurare un regime più tradizionale e bellicoso. Sono gli anni in cui anche Obi-Wan indosserà una loro armatura.

Questo lo porterà inizialmente ad allearsi prima con il Conte Dooku e poi con Dart Maul (chi ha visto Clone Wars sapeva già che era ancora vivo, gli altri lo hanno scoperto guardando Solo) e infine a combatterlo, avendo la peggio e finendo decapitato di fronte ai suoi uomini.
Col tempo Mandalore diventerà parte dell’Impero Galattico e continuerà a sfornare commando, cacciatori di taglie e supersoldati. A questo punto la storia si interseca con Star Wars Rebels, seconda serie animata, ambientata cinque anni prima del primo film, in cui facciamo la conoscenza di Sabine Wren, giovane mandaloriana con tanto di armatura che col tempo diventerà la sovrana di Mandalore.

Già così è facile intuire come ci sia ancora tanto da dire sui mandaloriani, un popolo fiero, diverso da Sith e Jedi, ricco di una cultura dall’aspetto vagamente medievaleggiante ma dotati anche di un fascino molto presente, fatto di gadget, coraggio e jetpack. Il loro essere spesso dipinti come cacciatori di taglie poco propensi allo scherzo li rende perfetti per uno show dai toni vagamente western, sporco e ricco d’azione che ci mostri un lato di Star Wars diverso, più umano, quello che abbiamo iniziato a scoprire con Rogue One.

E visto che le serie animate sono state per molti ragazzi il brodo di coltura della mania per Star Wars ci sta che molti ragazzi adesso potranno vedersi The Mandalorian con occhi diversi, apprezzando il lungo cammino di un popolo che ha saputo tenere i Jedi sotto scacco. Il fatto che dietro al progetto ci sia Dave Filoni, che ha curato anche le serie animate, e garanzia di un approccio filologicamente corretto e che forse intreccerà passato e presente.

Sinceramente era l’ora e non vedo l’ora di gustarmi una serie che sembra avere tutte le carte in regola per farsi amare anche dai fan più incontentabili.

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wired.it - 11 ore 18 min fa
http://www.youtube.com/watch?v=0jNvJU52LvU

A una settimana dal debutto, Fino alla fine è il titolo dell’ultimo trailer pubblicato prima di Avengers: Endgame, l’attesissima pellicola che porrà fine a una prima importante fase del Marvel Cinematic Universe. E proprio in questo video si coglie l’occasione per fare una carrellata dei 21 film che nello scorso decennio ci hanno portato fino a questo momento: era il 2008, infatti, quando tutto iniziava con il primo Iron Man, in cui Robert Downey Jr interpretava il “genio e visionario” Tony Stark.

Il montaggio riporta alla memoria titoli come L’incredibile Hulk (interpretato da Edward Norton e non dall’attuale Mark Ruffalo) e poi tutti gli altri della serie: ancora Iron Man 2, e poi Thor, Capitan America, il primo Avengers; di seguito si è continuato con sequel e nuove pellicole come Iron Man 3, Thor: Dark World, Capitan America: Winter Soldier, Guardiani della galassia, Avengers: Age of Ultron e Ant-Man. Più di recente abbiamo visto Capitan America: Civil War, Doctor Strange, Guardiani della galassia 2, Spider-Man: Homecoming, Thor: Ragnarok, Black Panther, Ant-Man and the Wasp e Capitan Marvel.

La clip culmina però con Avengers: Infinity War che, sebbene sia uscito prima di questi ultimi due, è il capitolo immediatamente precedente al prossimo Endgame: “Se non riusciamo a proteggere la Terra almeno vendichiamola“, si sente dire Capitan America nelle ultime scene mentre il malvagio Thanos annuncia “la sfida finale“. Avengers: Endgame uscirà nelle sale italiane il 24 aprile, anche se online è già uscito un leak di alcune scene mentre i registi, i fratelli Russo, implorano i fan di non lasciarsi andare a spoiler che potrebbero rovinare la tanto attesa esperienza per tutti.

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wired.it - 11 ore 19 min fa

Afidi: parassiti delle piante coi quali, se amate il giardinaggio, prima o poi farete i conti. Ma grazie a questo studio potreste ritrovarvi a non voler loro così male come pensavate, e tutto in qualità del loro spirito di sacrificio.

Questi minuscoli insetti, infatti, analizzati da vicino da un gruppo di ricercatori del National Institute of Advanced Science and Technology di Tsukuba e del National Institute for Basic Biology di Okazaki, in Giappone, hanno mostrato un comportamento molto interessante nei confronti della propria comunità. In particolare, quando la casa della loro colonia presenta dei danni, secernono fluidi corporei per ripararla, come fossero colla, o cemento, e a costo di lasciarci le penne.

Il fluido (in particolare quello di una specie giapponese, Nipponaphis monzeni) è stato per la prima volta analizzato chimicamente dagli scienziati e, come pubblicato su Pnas, non è altro che una sorta di sudore lattiginoso liberato dall’addome dei piccoli animali, che possono arrivare letteralmente a seccarsi pur di produrlo, o ad annegarci dentro. Ciò che conta, insomma, è riparare la falla, non importa a che prezzo.

Nel video che vi riportiamo, diffuso da Science, vediamo alcune delle inquadrature che hanno aiutato i ricercatori a ottenere queste preziose informazioni.

(Credit video: Mayako Kutsukake via Science)

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brand-news.it - 11 ore 32 min fa

InnovaPuglia S.p.A. apre una gara per affidare i servizi di comunicazione e organizzazione eventi per gli enti e alle amministrazioni pubbliche pugliesi.

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wired.it - 13 ore 27 min fa
inquinamento indoor

Quando parliamo di inquinamento, è l’aria a nascondere i pericoli maggiori per la nostra salute. Secondo gli ultimi dati dall’Oms circa una morte ogni nove, in tutto il mondo, può essere attribuita all’esposizione a particolato, ozono, biossido d’azoto, e altri principali inquinanti prodotti dall’attività umana. Lo smog che riempie le vie trafficate delle aree urbane è la spia più evidente dei rischi, ma a guardar bene, non siamo al sicuro neanche rifugiandoci tra le mura di casa. Tutt’altro: i pericoli potrebbero essere persino peggiori al coperto, dove le sostanze inquinanti provenienti dall’esterno tendono a concentrarsi, e si vanno a sommare a quelli prodotte dalle nostre attività domestiche. Come difendersi? Esistono semplici pratiche quotidiane che aiutano a rendere sensibilmente più salubre l’aria che respiriamo al chiuso. E anche apparecchi per il monitoraggio e la purificazione dell’aria, sempre più diffusi sul mercato, ma ancora non sempre affidabili. Complice un totale vuoto normativo e la scarsa percezione del problema, però, gli esperti avvertono: si fa ancora troppo poco per difendersi dai rischi dell’inquinamento che affrontiamo tra le pareti di casa.

I pericoli dell’inquinamento

Tra le ore che passiamo in casa, quelle trascorse in ufficio, a scuola, in palestra o al centro commerciale, si stima che il 90% della nostra vita in città avvenga al coperto. È per questo che la qualità dell’aria indoor assume un importanza fondamentale per la nostra salute. “Gli studi disponibili dimostrano che in molte zone d’Europa l’attesa di vita è ridotta di un anno a causa dell’inquinamento atmosferico e che il 90% della popolazione che vive in aree urbane è esposta a livelli non sicuri di inquinanti”, spiega Alessandro Miani, esperto di prevenzione ambientale della Statale di Milano e presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima). “Non vedere la cappa di smog, non vuol dire essere al sicuro purtroppo: se non si prendono adeguate contromisure, l’aria negli ambienti confinati in media è perfino più inquinata: da 5 a 10 volte più di quella esterna”. Il fatto – continua Miani – è che al chiuso gli inquinanti tendono ad accumularsi, e a quelli prodotti da auto e altri fattori esterni si aggiungono anche quelli che produciamo direttamente in casa, con le pulizie, o quando cuciniamo.

Tanti nemici invisibili

Le sostanze di cui parliamo possono essere divisi in due macro gruppi. Da un lato, gli inquinanti chimico-fisici: gas di combustione (come ossidi d’azoto (Nox), biossido di zolfo (So2), monossido di carbonio), particolato atmosferico, polvere, composti organici volatili (i Cov), idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), radon, e anche fumo passivo di sigaretta. Dall’altro, invece, quelli di origine più prettamente biologica: batteri, virus, pollini, acari, residui biologici e composti allergenici di altro tipo.

Si tratta di sostanze che hanno effetti sul sistema respiratorio, provocando asma e allergie, disturbi a livello del sistema immunitario, danni per il sistema cardiovascolare e quello nervoso, oltre che su cute e mucose esposte”, sottolinea Miani. “Ancor più drammatici, forse, sono gli effetti del radon: un gas radioattivo incolore e inodore, che in alcune zone d’Italia emerge spontaneamente dal terreno e si accumula negli ambienti chiusi, legandosi alle polveri sottili che si trovano in caso, e raggiungendo così i bronchi. Qui il suo decadimento radioattivo irradia le cellule dei polmoni, provocando danni al dna che nel nostro paese sono responsabili di 3.200 decessi ogni anno per tumore al polmone, quasi il 10% del totale”.

Discorso a parte, infine, meritano gli ftalati: composti chimici utilizzati nell’industria della plastica per migliorarne flessibilità e modellabilità, che fanno parte del particolato atmosferico. Nelle case si possono trovare un po’ ovunque, e con il deterioramento degli oggetti legato al tempo e alle pulizie, si liberano nell’aria e tendono ad accumularsi al chiuso. Gli studi in questo campo sono ancora agli inizi, ma gli esperti ritengono che possano rappresentare un rischio molto serio per la salute dei più piccoli, perché si tratta di noti interferenti endocrini, sostanze in grado di alterare l’equilibrio ormonale, fondamentale per lo sviluppo fetale, per la corretta crescita dei bambini, per lo sviluppo sessuale e per le attività riproduttive.

 

inquinamento indoor Le normative

Nonostante il pericolo sia noto, sull’inquinamento dell’aria indoor in Europa al momento ogni paese fa ancora storia a sé. “Diversi Paesi europei, in questi anni, hanno infatti attivato gruppi di lavoro con lo specifico mandato di elaborare valori guida per la qualità dell’aria negli ambienti confinati”, spiega Gianluigi de Gennaro, professore di chimica dell’ambiente dell’università degli studi di Bari Aldo Moro e responsabile Sima per la qualità dell’aria indoor. “Ad esempio la Germania, la Francia, la Gran Bretagna, l’Olanda, la Finlandia”. Per paesi come Finlandia, Belgio e Francia (ma solo parzialmente in quest’ultimo caso), le conclusioni hanno acquisito valore legale, mentre per gli altri sono state utilizzate per stilare delle raccomandazioni con cui valutare la qualità dell’aria al coperto.

In Italia ad oggi non esiste attualmente una normativa di riferimento che riporti valori guida per inquinanti di interesse ed approcci da adottare ai fini della valutazione della qualità dell’aria – aggiunge De Gennaro – le uniche esposizioni indoor normate si riferiscono agli ambienti di lavoro con limiti di concentrazione molto alti associati principalmente a tossicità acuta”.

Di recente la Sima ha elaborato una proposta in questo senso, che punta a individuare anche in Italia dei valori per valutare la qualità dell’aria indoor, e fissare dei limiti di esposizione cautelativi ai diversi inquinanti atmosferici. “Ci siamo basati sugli studi tossicologici riportati in letteratura e sui risultati prodotti dai gruppi di lavoro europei”, spiega Miani. “A titolo di esempio, sono stati previsti per gli inquinanti organici ad accertata cancerogenicità quali benzene, formaldeide e benzo(a)pirene valori limite pari a, rispettivamente, 5 µg/m3, 50 µg/m3 e 1 ng/m3 in linea con (ed in alcuni casi più stringenti di) quelli riportati dalle linee guida e/o normative esistenti nel panorama europeo”.

La prevenzione dell’inquinamento indoor

In attesa di norme e linee guida specifiche, gli esperti consigliano alcune semplici regole per migliorare la qualità dell’aria nelle nostre abitazioni. Il suggerimento per tutti è quello di areare gli ambienti domestici, almeno 2-3 volte al giorno per periodi di cinque minuti; utilizzare l’aspiratore a ventola e aprire le finestre quando si cucina; areare sempre quando si pulisce la casa e preferire prodotti come candeggina, ammoniaca, aceto e bicarbonato (molti prodotti commerciali contengono alte percentuali di solventi organici volatili), e infine di utilizzare aspirapolvere di buona qualità, preferibilmente ad acqua e non con sacchetto.

Particolare attenzione va prestata inoltre per i soggetti più a rischio: bambini, anziani e soggetti allettati. “Per i genitori è consigliabile prestare particolare attenzione alle camere dove trascorrono più tempo i figli: areare i locali per ottenere il completo ricambio dell’aria ogni 4 – 6 ore indipendentemente dal volume dei locali, mantenere la temperatura compresa tra i 18° e i 20° e il tasso di umidità dovrebbe aggirarsi tra il 45% e il 55%”, sottolinea Miani. “Dalle analisi climatiche eseguite nelle camere da letto dove riposano i bambini è stato notato che vi sia la tendenza ad usare l’umidificatore anche quando vi sia già un tasso di umidità sufficiente per la salute del bimbo. Si consiglia a tutte le mamme prima di accendere l’umidificatore di verificare con l’uso di un economico igrometro quale sia il tasso di umidità in casa. Anziani e allettati, essendo più fragili e spesso soggetti a malattie croniche, necessitano di altrettanta attenzione e di frequenti ricambi d’aria ed adeguata ventilazione nelle stanze in cui soggiornano più spesso e più a lungo”.

La tecnologia

Buone pratiche di prevenzione a parte, oggi la tecnologia può aiutare a garantirci un’aria di qualità all’interno delle nostre case. Anche se in Italia si tratta di un’opportunità ancora poco sfruttata. “Siamo alla preistoria del controllo della qualità dell’aria negli ambienti indoor: i device sono poco diffusi, perché non c’è una cultura diffusa del problema”, spiega De Gennaro. “In assenza di un’indicazione normativa più o meno stringente, le azioni che si stanno conducendo hanno carattere dimostrativo e sono legate alla sensibilità personale. La mancanza di norme tecniche che regolamentino le metodologie di controllo ha generato un mercato-giungla dei device che confonde e disorienta il cittadino e l’amministrazione sensibile”.

Anche se ancora poco diffusi, sul mercato esistono moltissimi dispositivi riconducibili fondamentalmente a due obbiettivi: monitoraggio e purificazione dell’aria. E in entrambi i casi, non sempre i device sono all’altezza delle promesse. Ma anche in questo caso è possibile dare un paio di consigli: per prima cosa, non fermatevi all’aspetto esteriore, perché l’importante non è il design del prodotto, ma la qualità dei sensori e delle tecnologie presenti all’interno. Nel caso dei sistemi di purificazione la Sima consiglia di scegliere prodotti che montano filtri Hepa in uscita, che garantiscono la maggiore efficacia di filtraggio dell’aria (a patto di eseguire regolarmente la sostituzione dei filtri come da indicazione del produttore). Discorso a parte, infine, per gli aspirapolvere: meglio quelli senza sacchetto e che dispongono di filtri ad acqua e di filtri Hepa in uscita, a meno che non ricorrano invece a un sistema L-Lamella che permette di evitare il filtro Hepa in uscita. “Noi consigliamo sempre l’acquisto di dispositivi che sono stati validati scientificamente da un ente pubblico italiano o Ue – conclude Miani – in questo modo si ha la certezza che quanto promesso in pubblicità o sul packaging abbia una reale corrispondenza con l’efficacia del prodotto nel monitorare e abbattere gli inquinanti causa di malattie e morti premature in ambienti indoor”.

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wired.it - 13 ore 58 min fa

Abbiamo testato sulle strade cittadine di Francoforte Kia e-Soul elettrica, la terza generazione del fortunato B-Suv coreano che dal 2009 ha venduto in tutto il mondo quasi un milione e settecentomila unità. Il modello boxy della casa di Seul avrà d’ora e in avanti la sola motorizzazione elettrica. Due le versioni proposte: una Mid Range da 276 km (WLTP) d’autonomia retti da una batteria di 39,2 kWh e la Long Range da 452 km (WLTP) spinti da una batteria da 64 kWh, quella che abbiamo testato.

La presa Combo CCS per ricarica Fast chargeLa presa Combo CCS per ricarica Fast charge

Kia e-Soul è dotata di doppia presa: T2 a corrente alternata (AC) per una ricarica che può raggiungere al massimo i 7,2 kWh e la Combo a corrente continua (DC) da utilizzare con le colonnine fast charge fino a un massimo di 100 kWh. Con quest’ultima soluzione si può arrivare all’80% della batteria (quella da 64 kW) in circa 40 minuti di ricarica. Nelle trafficate strade tedesche non siamo riusciti a raggiungere i 167 km/h promessi dal crossover di Kia, ma ai semafori, l’accelerazione della modalità Sport è stata una piacevole sorpresa considerati i 204 CV espressi dal motore anteriore, un generatore sincrono a magneti permanenti. Interessante anche la modalità Eco+ che limita a 90 km/h la velocità e scollega la climatizzazione dell’auto. Utile nel caso in cui la batteria stia per finire e la colonnina sia ancora distante.

Ulteriore accortezza, che evidenzia la vocazione cittadina di Kia e-Soul, è rappresentata dai due paddle posizionati dietro al volante. Se nelle vetture termiche le palette erano destinate al cambio sequenziale di marcia, sul suv di Kia servono per regolare la frenata rigenerativa da lieve a intesa. Quattro livelli di intensità da gestire manualmente oppure in modalità automatica. In questa seconda situazione è il sensore posto sul frontale a determinare in base al traffico quale livello impostare. Tirando il paddle di sinistra per qualche secondo, il computer di bordo imposta il massimo della frenata rigenerativa fino a fermare l’auto. Una funzione che permette di guidare Kia e-Soul in modalità single pedal, cioè con il solo pedale dell’acceleratore. Su entrambe le versioni sono presenti i più importanti sistemi di assistenza alla guida: dallo smart cruise control con Stop&Go al mantenimento della carreggiata che però non siamo riusciti a testare.

Paddle sinistro per regolazione frenata rigenerativaPaddle sinistro per regolazione frenata rigenerativa

Gli interni trasmettono una piacevole atmosfera d’allegria. Il merito si deve ripartire tra le molte soluzioni tecnico-funzionali ed estetiche. Innanzitutto il cockpit TFT da 7 pollici e il grande touchscreen da 10.25b pollici che si può suddividere in tre blocchi per avere sott’occhio i widget che si desidera. Per esempio: mappa, musica e consumi. Ovviamente tutto il sistema d’infotainment è compatibile con Apple CarPlay e Android Auto. A questi si contrappongono gli infiniti tasti che spaziano dalla climatizzazione alla consolle di controllo per passare a quelli del volante senza dimenticare quelli delle portiere. Soluzioni estetiche di pregio sono invece il lighting system con la possibilità di selezionare otto colorazioni diverse e l’impianto audio. A sottolineare il mood musicale della Kia e-Soul i due grandi inserti cromati a trama di diamante proprio in prossimità delle casse. Dall’alto dei miei 198 cm d’altezza posso certificare che gli interni sono davvero spaziosi. A essere sacrificato è il bagagliaio di soli 315 litri che può raggiungere i 1.339 abbattendo i sedili posteriori.

Fari full LED senza soluzione di continuitàFari full LED senza soluzione di continuità

Anche a livello di estetica, la terza generazione del B-SUV di Kia si distingue nettamente dalla precedente versione elettrica Kia Soul EV da 24 kW. Sul frontale sono stati inseriti i nuovi fari full LED decisamente sottili e un grande single-frame trapezoidale a contenere le prese di ricarica e la targa. Le luci di posizione e gli indicatori, invece, sono stati integrati in un’unica cornice. Sul lato spiccano i cerchioni bicolor da 17″ a effetto diamantato e il terzo montante a forma di pinna con la grande scritta e-Soul. Sul retro, ad attirare l’attenzione è il grande gruppo delle luci senza soluzione di continuità fino a formare un grande trapezio.

Gruppo ottico posteriore senza soluzione di continuitàGruppo ottico posteriore senza soluzione di continuità

Infine l’ultima novità. Nei 7 anni di garanzia (anche sulle batterie), tipici di Kia, e-Soul offre tutti i servizi di connessione UVO Connect. Grazie la scheda SIM dati (Vodafone) il conducente può visualizzare sul display centrale le informazioni sul traffico, le previsioni meteo, i punti d’interesse, le stazioni di ricarica in tempo reale. A questi servizi è abbinata l’app UVO per fornire al conducente anche su smartphone i dati diagnostici della propria auto (vedi percentuale di carica della batteria) e attivare una serie di funzioni in remoto come la climatizzazione o le indicazioni stradali. A ciascuna e-Soul si possono connettere due smartphone. La gamma Kia e-Soul partirà da un prezzo indicativo di 39.600 euro per la versione con batteria da 39.2 kW. Per la versione da 64kW bisognerà aggiungere ulteriori 4000 euro al netto dell’ecobonus. Ma i listini sono ancora provvisori. Per il 2019 saranno disponibili in Italia solo 400 esemplari.

 

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wired.it - 14 ore 19 min fa
Luigi Di Maio a una conferenza stampa sull’Ilva (foto: Stefano Montesi – Corbis/Getty Images)

Manca poco più di un mese alle prossime elezioni Europee, e i partiti di governo sono chiamati a un bilancio pubblico con gli elettori, per verificare quante delle promesse fatte in campagna elettorale si sono trasformate in azioni concrete, quante sono state scalfite dal pragmatismo, e quante sono finite direttamente nel cassetto. Vale per l’economia, la sicurezza, il lavoro, e anche per l’ambiente.

È, quest’ultima, una questione che riguarda soprattutto il Movimento 5 stelle, che dopo aver vinto le elezioni nazionali con una quota impressionante di quasi un voto su tre, ha visto negli ultimi 2 mesi il suo consenso sgretolarsi velocemente, quasi tutto a favore dell’alleato leghista.

È proprio sulla difesa dell’ambienterappresentato da una delle cinque stelle del suo simbolo – che il Movimento si gioca buona parte della faccia con gli elettori, avendo sostenuto, dalla fondazione a oggi, praticamente ogni battaglia al fianco degli ambientalisti, e caratterizzandosi in questo modo come partito di rottura radicale rispetto alle scelte della politica mainstream. Ma non tutto è andato nel verso sperato, anzi diversi dossier si sono rivelati un vero e proprio boomerang. Vediamoli.

La Tav

La linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione è una battaglia storica del Movimento, che per poco non ha rischiato di far saltare la coalizione. Salvini era a un passo dal far crollare tutto sul serio: “Io vado fino in fondo su questa storia, perché l’Italia non può restare senza alta velocità. Nessun ministro della Lega firmerà per bloccare i lavori. La Tav si faràaveva detto un mese fa, addirittura agitando l’ipotesi di un referendum consultivo (che, per i difensori della democrazia diretta, sarebbe stato fonte di imbarazzo non indifferente). E poi a febbraio, in un gesto dal forte valore simbolico, il vicepremier aveva visitato il cantiere della Tav di Chiomonte, in Val Susa.

Sulla Tav Lega e 5 stelle continuano a non trovare un accordo, e l’intesa su una linea di maggioranza che impegna il governo a “ridiscutere integralmente il progetto” è, in realtà, un modo abbastanza evidente per prendere tempo. La Lega vuole andare avanti per accontentare gli industriali e dare l’impressione di essere il partito della pragmaticità e del fare. I 5 stelle devono invece accontentare i loro gruppi sul territorio e l’immagine di partito più vicino alle tematiche verdi, e si stanno facendo scudo dietro alla controversa analisi costi-benefici voluta dal ministro dei trasporti Danilo Toninelli. L’ultima edizione ci dice che il saldo negativo dell’opera è sceso a 3,5 miliardi di euro (molti meno degli oltre 7 del documento originale, ma comunque troppi, secondo i grillini, per portare avanti i lavori). L’incertezza regna ancora sovrana, e come in altri casi si risolverà forse la decisione verrà presa dopo le Europee.

Il Tap

Andando verso il Meridione, uno dei più clamorosi voltafaccia è quello sul gasdotto dalla spiaggia di San Foca a Melendugno. I pugliesi si sentono presi in giro su più fronti: da Alessandro Di Battista, che prima di partire per il suo tour americano si era spinto a dire che con il M5s al governo il Tap sarebbe stato fermato in due settimane; ma anche dal ministro per il Sud Barbara Lezzi, salentina, che in ogni uscita pubblica pubblica ribadiva la sua contrarietà al progetto. Salvo poi spiegare in un video su Facebook, tempo dopo, che il Tap lo avrebbero dovuto fermare quelli del Pd, e che i gialloverdi avevano le mani legate dalle penali, perché non si poteva bloccare “una procedura che è stata già chiusa, avviata e svolta dal governo precedente”.

In realtà, si è scoperto che il Movimento era presente in Parlamento quando è stato ratificato il trattato internazionale e che avendo votato contro non poteva non sapere della sua esistenza. Qualche giorno fa Lezzi è stata accolta da un gruppo di contestatori che ancora non si arrendono alla realizzazione del gasdotto. Reggevano cartelli con su scritto: “Venduta”, “Tap = corruzione = disastro ambientale annunciato” e scandivano slogan molto pesanti.

Chissà se serviranno a qualcosa le scuse di Roberto Fico: “Su Tap era tardi per intervenire“, ha ammesso, promettendo però un impegno indefesso del suo movimento per il ripensamento delle politiche industriali.

L’Ilva

Sempre Puglia, questa volta Taranto. Dove il M5s, alle elezioni politiche del 4 marzo, ha ottenuto un vero plebiscito, raccogliendo oltre il 47 per cento dei voti. I grillini avevano promesso di bloccare l’opera e chiudere uno degli impianti più malmessi e inquinanti d’Europa, ma in pochi mesi al governo hanno dato il via libera all’accordo di vendita ad Arcelor-Mittal e abbandonato gli attivisti e gli amministratori locali.

Il partito, a causa di une serie di scontri fratricidi, è praticamente scomparso dal consiglio comunale di Taranto, ed è finito ricoperto di accuse. I comitati di cittadini e i meetup dell’area ionica accusano i dirigenti nazionali di aver usato quei voti per promettere, da un lato, la chiusura progressiva delle fonti inquinanti e la riconversione del territorio. Ma poi da Roma, una volta scoperto il contratto di cessione firmato dal precedente governo a guida Pd, hanno cambiato strada.

E, per finire, il Muos

La sensazione di tradimento espressa da diverse comunità vicine ai 5 stelle riguarda anche il Muos (Mobile User Objective System), vale a dire il sistema radar americano installato in una riserva naturale di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, qualche anno fa. Costato 7 miliardi di euro, dovrebbe servire alle comunicazioni satellitari della marina militare statunitense e anche alla nostra Difesa, trasformando la Sicilia in un centro nevralgico di informazioni e comunicazioni strategiche.

Dal 2013 il Muos è al centro di una vertenza giudiziaria che aveva prima visto il Tar ordinare lo stop ai lavori, poi il Consiglio di giustizia amministrativa sbloccare il procedimento. Attivo dal 2016, era diventato fin da subito uno dei bersagli preferiti del Movimento 5 stelle locale e nazionale, secondo cui sottrarrebbe milioni di metri quadri di spazio alla riserva naturale della Sughereta e sarebbe fonte di inquinamento elettromagnetico.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità non è vero niente di tutto ciò, e anzi il Muos sarebbe invece dannoso quanto una tazzina di caffé, che pure rientra nella categoria delle sostanze “potenzialmente cancerogene”.

I pentastellati sono da sempre schierati per lo smantellamento della base e alcuni noti esponenti del M5s siciliano scrivono di continuo a Roma per avere delucidazioni, o con intenzioni bellicose. Ma dal ministero della Difesa hanno già spento qualsiasi entusiasmo“Qualsiasi altra esternazione o posizione assunta da esponenti non appartenenti all’esecutivo… è da considerarsi espressione del singolo soggetto politico… L’unica voce ufficiale sul tema è e sarà quella del governo”.

Il premier Giuseppe Conte, in una fase diplomatica così delicata, non sembra propenso a inimicarsi Trump. Luigi di Maio è consapevole della situazione imbarazzante e ha annunciato che presto “ci saranno novità”. Ma la parola definitiva l’ha detta forse il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, a gennaio, dichiarando infondata la richiesta di revoca della sentenza con cui era stata riconosciuta la legittimità dell’impianto satellitare statunitense. È stata la fine della battaglia sul fronte amministrativo: su quello politico non si sa, ma è difficile aspettarsi colpi di scena.

Il governo rischia di cadere su questi progetti? Sembra difficile, prima delle elezioni europee, che potrebbero rappresentare uno spartiacque importante per l’affermazione della Lega sul partito di Grillo in crisi profonda. Quel che è sicuro è che intorno alla Tav, all’Ilva, alla Tap o al Muos è andata in scena una doccia di realismo per il partito populista più di successo della storia occidentale recente.

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