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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 5 giorni 19 ore fa

Giugno, mese del Pride, anche per i fumetti. Dopo anni di battaglie e sforzi educativi, molta strada è stata compiuta per favorire l’inclusione non solo nelle storie disegnate, dai matrimoni gay tra supereroi alle graphic novel che esplorano la sessualità più fluida, ma anche nell’industria dei fumetti.

Il Pride 2019 è stato accompagnato da una serie di iniziative, dichiarazioni e buone notizie da parte di alcuni grandi nomi del settore. ComiXology, la divisione di Amazon dedicata alla distribuzione di comics in formato digitale, vende più di 70 albi con tematiche Lgtbq+ a prezzo scontato. Chris Evans, il Capitan America del grande schermo, ha criticato senza mezzi termini la Straight Pride Parade tenutasi a Boston a inizio giugno; e nella serie animata per bambini (e non solo) My Little Pony ha fatto il suo debutto la prima coppia lesbica di Ponyland.

In Italia, la casa editrice Saldapress ha pubblicato una edizione variant dell’ultimo numero di The Walking Dead, disegnata da Sina Grace –autore gay della nuova serie dedicata ad Iceman, personaggio degli X-Men che a sua volta ha recentemente fatto coming out  e colorata dall’artista trans Tamra Bonvillain. Il ricavato della vendita delle 2.000 copie numerate variant (dal prezzo di copertina di 5 euro l’una) va a sostegno del progetto Schoolmates di Arcigay, volto a contrastare il bullismo e favorire la conoscenza e la comprensione dell’identità sessuale nelle scuole e negli enti locali italiani.

Per ricordare i passi avanti compiuti negli ultimi anni, ecco 5 voci autorevoli Lgbt+ del mondo dei comics.

5. Tamra Bonvillain

È probabile che abbiate letto un fumetto cui ha contribuito Tamra Bonvillain senza realizzarlo. Dura è la vita dei coloristi, il cui nome non finisce quasi mai sotto i riflettori, ma il cui contributo può davvero definire un fumetto (o rovinarlo). Tamra è un’artista tedesca, classe 1982, che ha lavorato su diverse testate Usa tra cui Doom Patrol (Dc Comics) e Moon Girl and Devil Dinosaur (Marvel Comics). Più di recente ha collaborato con lo sceneggiatore superstar Paul Jenkins ad Alters di Aftershock Comics (edita in Italia da Saldapress in volumi, 124 pp, 14,90 euro cad.), la prima serie mainstream ad avere come protagonista una supereroina trans. Qui il contributo di Tamra è andato oltre il coloring: la sua esperienza di transizione è stata fondamentale per conferire maggiore profondità alla storia del personaggio principale, Chalice, seppur nell’ambito di un fumetto inclusivo che vuole restare leggero e d’azione.

4. James Tynion IV

James Tynion IV è un autore con pochi confini. Ha scritto generi molto diversi tra loro, dai fumetti indie a metà tra il comico e lo slice of life, come il suo The Backstagers (ambientato nel club di drammaturgia teatrale di un liceo per soli ragazzi), al fantascientifico The Woods (che racconta la storia di un gruppo di ragazzi teletrasportati nei boschi di un pianeta alieno) alla gloria delle serie mainstream come Batman. A fine 2014, con un post molto intimo e sentito su Tumblr, Tynion ha messo a nudo il proprio vero sé con il pubblico di lettori, raccontando del suo difficile coming out al liceo, della sua adolescenza fluida e della sua militanza attiva nei gruppi Lgtbq+ e di supporto degli studenti gay.

3. Julie Maroh

“Piccoletti, grassocci, di colore, androgini, trans, scarificati, malati, handicappati, vecchi, pelosi, fuori-criterio-estetico… gay, lesbiche, travestiti, freak, incostanti, amanti seriali, poliamorosi, e avventurieri, scriviamo i nostri poemi d’amore personali, emozioniamoci per le nostre storie”. Così scrive Julie Maroh, fumettista francese che non si identifica nel genere binario, nella prefazione al suo Corpi sonori (Panini Comics – 9L, 300 pp, 24 euro), un’antologia che, appropriatamente, racconta storie di generi fluidi e diversi ambientate a Montreal, accomunate dall’amore più che dal modo specifico in cui si esprime. Maroh (tra l’altro ospite del Wired Next Fest 2019) è una voce fondamentale nel mondo dei fumetti lgbt+: ha firmato, tra le altre opere, la celebre graphic novel Il blu è un colore caldo (Panini Comics – 9L, 176 pp, 25 euro), struggente storia d’amore premiata al Festival di Angoulême  nel 2011 e portata sul grande schermo nel 2013 con La vita di Adelefilm di Abdellatif Kechiche vincitore del festival di Cannes 2013.

2. Giopota

Casertano, 1988, viaggiatore, del segno dei Pesci, gay, bevitore di cappuccini, osservatore di mari e cieli. Così si presenta Giopota, giovane e apprezzato fumettista italiano che si sta facendo valere anche oltreoceano grazie alla recente collaborazione con il celebre blog a fumetti (attenzione! Link assolutamente nsfw e per 18+ anniOh Joy Sex Toy di Erika Moen e Mathew Nolan. Dopo aver studiato Fumetto e Illustrazione all’Accademia di Belle arti di Bologna, si è unito alla carica di artisti dell’editore Lgbt+ Renbooks, creando l’antologia di racconti fantastici I fuochi della sera e illustrando il fantasy I guardiani della luce, scritto da Nino Giordano. Per Bao Publishing ha pubblicato il toccante Un anno senza te (224 pp, 20 euro), sceneggiato da Luca Vanzella, storia dell’elaborazione di un lutto per la fine di un amore, nell’arco di 12 mesi. Presto uscirà, sempre per Bao, la sua nuova opera: un fantasy che per atmosfere pare a metà strada tra Steven Universe e Hayao Miyazaki.

1. Alison Bechdel

Sono pochi gli autori la cui storia personale e famigliare è così indissolubilmente intrecciata alle opere a fumetti. Alison Bechdel, americana, classe 1960, ha esordito come cartoonist con la striscia Dykes to watch out for, che narrava in formato quotidiano le vicende, le opinioni politiche e gli intrecci amorosi di un gruppo di personaggi gay (principalmente donne lesbiche).

a striscia ha avuto un buon successo, anche per via della sottorappresentazione delle tematiche lesbiche nel mondo dei fumetti, ma il riconoscimento della critica e del pubblico internazionale è giunto soprattutto grazie alla graphic novel Fun Home, pubblicata nel 2006 (edita in Italia da Rizzoli, 236 pp, 18 euro). Qui l’autrice descrive la propria infanzia in una vecchia ma maestosa villa in campagna; il libro è dominato dalla figura del padre di Alison, Bruce, uomo al tempo stesso forte e fragile, che nasconde la propria omosessualità e va incontro a una tragica morte prematura (forse per incidente, forse per suicidio). A Fun Home segue Sei tu mia madre?, tassello speculare nell’autobiografia di Bechdel, dedicato al difficile e contraddittorio rapporto con sua madre (Rizzoli Lizard, 304 pp, 19 euro). Alison Bechdel è senza dubbio una delle voci più mature e profonde nel mondo dei comics L.

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa
I resti di un cane trovato dentro un ospedale di Pripyat mesi dopo il disastro (foto: Igor Kostin/Sygma via Getty Images)

La guerra fredda dovrebbe essere finita, ma a giudicare dalle reazioni alla serie Chernobyl di Hbo le braci sono ancora vive sotto la cenere. Se in occidente lo show è talmente seguito e commentato che il disastro del 1986 è tornato d’attualità, in Russia è motivo di indignazione, al punto che il Paese pensa di produrre una contro-serie con la sua versione dei fatti.

Oggi come allora, il disastro di Chernobyl si sviluppa in più dimensioni. Quella scientifica, che tratta di questioni come il design del reattore e le conseguenze del disastro, non può mai essere separata da quella politica e mediatica. La serie parla al presente mostrando il rapporto tra potere e (dis)informazione del pubblico, e anche se qualcuno vorrà vederci una conferma retroattiva alla narrazione di comodo sui troll russi™, basterebbe ripassare quello che è successo a Fukushima, in un paese libero e in tempo di pace. Ma c’è anche un’altra dimensione da esplorare in merito a questo disastro: quella del folclore. L’incidente continua a vivere anche nelle leggende metropolitane, nelle teorie del complotto, nella spiritualità e persino nell’umorismo che si è sviluppato dal 1986 a oggi.

I mostri

Da qualche anno si parla molto del ritorno degli animali a Chernobyl. La zona di esclusione, che si estende per 30 chilometri intorno ai resti della centrale, sarebbe diventata un paradiso naturale, nonostante le radiazioni. Per i radioecologi è una visione un po’ semplicistica, nel senso gli animali sono tornati perché manca l’essere umano, ma questo non significa che la radioattività non abbia effetti sull’ecosistema.

Ma se l’immagine del paradiso naturale fa scalpore forse è anche perché dopo il disastro sono nate leggende su nuove specie mostruose, figlie delle mutazioni causate dalle radiazioni. In un capitolo di Exploring the Cultural History of Continental European Freak Shows and ‘Enfreakment’ (2013),  la ricercatrice ucraina Eugenia Kuznetsova spiega che nei cinque anni successivi al disastro le leggende sui mostri nati nelle inaccessibili zone hanno colmato il vuoto informativo imposto dai media di stato. Dopo la dissoluzione dell’Urss i mostri si sono trasferiti nei tabloid (Kuznetsova ricorda storie di creature immortali a quattro occhi accompagnati da foto sgranate). E poi i mutanti di Chernobyl sono diventati protagonisti di trasmissioni televisive sensazionalistiche, quelle sugli alieni e paranormale per intenderci. La Russia post-sovietica cadde in una deformitomania, e si organizzavano addirittura delle mostre sui mostri creati da Chernobyl, anche se in realtà le collezioni comprendevano qualunque tipo di reperto mutante fosse abbastanza freak, indipendentemente dalla sua natura.

I mostri di Chernobyl sono però una leggenda internazionale, una paura collettiva da esorcizzare che alimenta libri, film, canzoni, ma anche umorismo. Esiste un’ampia letteratura sulle barzellette di Chernobyl, e una dice qualcosa del tipo:

Nipote: “Nonno, è vero che c’è stato un incidente nucleare nel 1986?
Nonno: “Vero figliolo“, risponde accarezzandogli la testa.
Nipote: “Ed è vero che non c’è stata nessuna conseguenza?
Nonno: “Vero, figliolo“, accarezzandogli l’altra testa. Entrambi scodinzolano.

Il nostro Vernacoliere invece…

Edizione del Vernacoliere subito dopo il disastro di #Chernobyl pic.twitter.com/NWHmUvXom6

— Chardonnay Everyday ★ (@SteLannister87) June 12, 2019

Il picchio

La teoria del complotto del picchio di Chernobyl ricorda molto quella del compianto Haarp. Il picchio era il soprannome dato a un segnale radio intermittente identificato nel 1976. Proveniva da un potente radar militare, chiamato Duga, costruito in Ucraina per rilevare il lancio di missili balistici. I sovietici ovviamente non intendevano condividere questi dettagli col resto del mondo, ma divenne comunque chiaro che il picchio era opera loro e che era un sistema radar.

Dal 1989 nessuno lo ha più sentito, ma oggi chi fa turismo nella zona di esclusione può fotografare la gigantesca antenna che sorge vicino a Chernobyl. E se il Duga e il disastro fossero collegati? L’inevitabile teoria del complotto afferma che il disastro nucleare fosse un modo per coprire il fallimento di Duga, che era un prototipo voluto (dice la teoria) dal ministro delle comunicazioni Vasily A. Shamshin. Avrebbe fatto in modo che accadesse per evitare un’ispezione che lo avrebbe rovinato.  Questa tesi priva di basi e logica è stata lanciata dal film Il complotto di Chernobyl (2015), ma sul Duga i complottisti hanno anche ricamato teorie sul controllo mentale e del clima.

Il ponte della morte

Quanto è storicamente accurata la serie Hbo? Se ne è già parlato molto e il consenso sembra essere che, al netto delle licenze artistiche (dopotutto, non è un documentario), Chernobyl sia stata realizzata con molta cura. Una delle eccezioni che sono state evidenziate è la trattazione del cosiddetto ponte della morteNel primo episodio si vede un gruppo di persone di Pripyat (ora città fantasma) che guarda l’incendio alla centrale da un ponte ferroviario. Prima dei titoli di coda del quinto episodio verrà mostrato il ponte e si leggerà che “è stato riportato” che nessuno degli spettatori di quel giorno è sopravvissuto.  Ora quel posto è chiamato ponte della morte.

In questo caso distinguere tra leggenda e realtà è un terreno scivoloso. Il ponte della morte è generalmente considerato una leggenda metropolitana perché, sebbene alcune persone si fossero davvero raccolte lì a guardare l’incendio, non sappiamo cosa poi sia successo loro. Ma come spiega Kim LaCapria nel suo approfondito fact-checking, è sicuramente falso che tutti siano morti, dal momento che sono sopravvissute persone anche più esposte. Allo stesso tempo si può comprendere come la coltre di segretezza possa avere favorito, ancora una volta, la nascita e la diffusione di questa voce. Chernobyl non mente quando informa i telespettatori che il drammatico epilogo del ponte “è stato riportato”, ma date le circostanze vale quanto un “si dice che”.

L’assenzio dell’Apocalisse

Non c’è anno in cui qualche predicatore non preannunci la fine dei tempi: possiamo immaginare quale sia stato l’impatto di quel disastro a guerra fredda ancora in corso. Poteva essere un caso che Chernobyl, in ucraino, significasse assenzio, nominato nell’apocalisse di San Giovanni? Si trattava ovviamente di una profezia. Il New York Times ne parlava già a luglio del 1986 citando un anonimo scrittore russo (ateo), scrivendo che in Urss erano già in tanti ad aver notato l’associazione. La voce arrivò anche in Italia, più volte ne scrisse Alberto Moravia, ma a parte la dubbia affidabilità sui segni della fine dei tempi, in questo caso è la botanica a mettersi sulla strada della fine del mondo. Chornobyl (Chernobyl in realtà è la versione russa di una parola ucraina) è il nome comune per la pianta Artemisia vulgaris, che cresce abbondante nella regione. Sebbene appartenga allo stesso genere e sia molto simile, non si tratta dell’assenzio (Artemisia absinthium) che in ucraino ha tutt’altro nome: polyn.

L’isola degli immortali

Sull’isola greca di Gavdos vive dal 1997 un gruppo di persone in gran parte arrivate dalla Russia. Tra di loro ci sarebbero dei sopravvissuti di Chernobyl, che è anche il motivo per cui è nato il gruppo. Secondo un reportage pubblicato su Worldcrunch il fondatore, volontario nei soccorsi, è uno scienziato che racconta di essere stato esposto a una dose letale di radiazioni. Un medico gli aveva dato delle pillole e un indirizzo di Mosca a cui andare a farsi visitare, ma lui sapeva che non sarebbe servito. Si stabilì invece in un villaggio russo, e lavorando e bevendo vodka sarebbe riuscito a disintossicare il suo corpo. L’uomo sarebbe stato poi raggiunto da altri scienziati, e si sarebbe formato un gruppo affiatato che cominciò a ragionare su come il potere della mente cambiava i corpi: con la filosofia giusta, pensavano, si poteva raggiungere l’immortalità. Ora sono una ventina e vivono su Gavdos, continuando a elaborare questa religione nata dal disastro.

Sull’esistenza de i russi, come sono chiamati sull’isola, non ci sono dubbi. Su di loro è uscito un documentario e sono stati scritti diversi articoli giornalistici, anche se per ora sembra che nessuno studioso si sia occupato di questa comunità. Ma la loro presenza ha già dato vita alle prima leggende.  Si dice che siano venuti su Gavdos per curarsi dalle radiazioni, o che siano spie al soldo della Cia o, specularmente, del Kgb. Secondo qualcuno starebbero addirittura costruendo un tunnel sottomarino diretto in Libia.

In un certo senso è probabile che l’immortalità se la siano già guadagnata.

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa
 ALEXIS HUGUET/AFP/Getty Images)Portatori d’acqua nel conflitto in corso nella Repubblica Democratica del Congo (foto: ALEXIS HUGUET/AFP/Getty Images)

Una delle conseguenze del riscaldamento globale è il conflitto. Non tanto tra i negazionisti e la comunità scientifica, ma tra intere fasce di popolazione. Beninteso, nella storia umana una delle cause principali delle guerre è stata la scarsità delle risorse, da sempre; a provocarla spesso è stata la situazione climatica e ambientale. La novità in tempi recenti sono però soprattutto la velocità con cui il clima sta cambiando e l’innalzamento delle temperature globali.

Un gruppo internazionale di ricercatori ha pubblicato su Nature uno studio che mira a tirare le somme del fenomeno. Il titolo è piuttosto esemplificativo: “Il clima come fattore di rischio per i conflitti armati”.

Un rischio noto

È da parecchio tempo che questa correlazione è oggetto di studio. Come fanno notare gli autori del paper, negli ultimi dieci anni il rapporto tra variabilità del clima e conflitti armati organizzati è noto. Tuttavia si sono usati vari metodi di ricerca e diversi dataset. non c’è quindi un accordo su quanto questo rischio sia incisivo, e soprattutto prevedibile.

Diciamolo subito: nemmeno questo studio può fornire numeri certi. I fattori in gioco sono tanti, troppi. Ma analizzando anche la maggior parte della letteratura scientifica sull’argomento sono giunti ad alcune conclusioni. Che non sono per nulla rassicuranti.

Gli scenari

Partiamo dall’obiettivo principale dell’Accordo sul clima di Parigi. Facciamo finta che la temperatura media globale possa aumentare solo di 2°C rispetto ai livelli preindustriali. In questo caso si stima che la probabilità del rischio di un aumento dei conflitti nel mondo sia minore del 13%.

Se invece non troveremo soluzioni per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, si arriverà verosimilmente a un aumento di 4°C. Se le temperature globali saliranno a quel livello, si stima che i conflitti armati aumenteranno del 26%.

Ma a questo punto possiamo fare veramente qualcosa? Se si aumentano sostanzialmente gli investimenti per ridurre l’inquinamento, forse sì. Nel primo caso la probabilità di ridurre il rischio di conflitti sarebbe del 67%; nell’altro scenario questa probabilità scenderebbe al 57%.

Stime verosimili

Attenzione, però: le precedenti sono stime che si basano su modelli. Ciò significa imporre dei vincoli a una realtà imprevedibile, per poter fare i calcoli. I valori ipotetici prevedono che la società mondiale continui con gli attuali livelli di sviluppo socioeconomico, ed è questo il motivo per cui le stime variano tra i singoli esperti.

Bisogna quindi considerare quelle percentuali come una sorta di stima media. Nel caso di un aumento delle temperature di 2°C le stime variano dallo 0 al 15%; in quello invece di un aumento delle temperature globali di 4°C rispetto ai livelli preindustriali, la situazione sarebbe decisamente tragica. Secondo i più ottimisti, la probabilità di un aumento dei conflitti sarebbe del 10%; stando ai più pessimisti aumenterebbe del 50%.

La ricerca ha coinvolto gli 11 esperti tra i più citati dalla comunità scientifica di riferimento. Non solo scienze ambientali ma anche politiche, economiche e geografiche.

È chiaro infatti che l’argine o lo stimolo alla violenza è multifattoriale: guerre e violenza derivano dalle disuguaglianze sociali, dall’operato dei governi e dallo sviluppo socioeconomico, tra le altre cose. Ma il riscaldamento globale è un fattore di importanza nevralgica. Influendo sulla reperibilità delle materie prime, sulle migrazioni e sulla violenza degli eventi atmosferici, non può che creare tensioni (per usare un eufemismo).

I dati però confermano che nella storia umana i cambiamenti climatici che stiamo vivendo non hanno precedenti. Gli autori dello studio ricordano anche un altro fattore che fa aumentare i conflitti sociali: la mancanza di chiarezza e comunicazione dei rischi legati alle emissioni di gas serra. In altre parole, mettere la testa sotto la sabbia è ancora peggio.

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa

C’era una volta un bambino biondissimo, con dei grandi occhi azzurri. A guardare una foto di Kurt Cobain da piccolo sembrava di vedere uno di quei ragazzini della pubblicità della Kinder. Nessuno avrebbe immaginato che quel bambino sarebbe diventato una figura iconica, una sorta di Cristo biondo ed emaciato, una figura fondamentale nel rock degli ultimi trent’anni. Forse l’ultima, grande rockstar, suo malgrado. Bleach, il primo album dei Nirvana, usciva il 15 giugno 1989, e oggi compie 30 anni. Due anni dopo sarebbe uscito Nevermind, e sarebbe stata l’apoteosi. Ma i Nirvana nascevano con questo disco. E per raccontarveli dobbiamo partire da quel bambino biondo e vivace. Troppo vivace, per qualcuno.

La copertina di Bleach, il primo album dei Nirvana
Un alieno ad Aberdeen

L’infanzia di Kurt Cobain ad Aberdeen, stato di Washington, è tutto sommato tranquilla fino al divorzio dei genitori. Il piccolo Kurt passa le giornate imitando Superman o altri supereroi correndo tra i tronchi della segheria dove lavora il padre. Ma è qualcosa che dura poco. Le cose iniziano a precipitare dopo il divorzio. La madre è sempre ubriaca e sballata, e gli schiaffi, per il piccolo Kurt, partono a ogni piccolo gesto sbagliato. “Non ho mai avuto un padre con cui condividere qualcosa”, racconterà nei suoi diari su nastro recuperati nel film Kurt Cobain: Montage Of Heck. “Ho sempre pensato di essere un alieno” racconterà, un essere estraneo al mondo dove era capitato. Kurt inizierà un’odissea, sballottato prima tra le famiglie del padre e della madre, poi mollato a vari parenti. Quel bambino così bello e allegro nessuno lo vuole più,  diventa un pacco postale. I genitori, e i parenti di Kurt, erano quel tipo di persone che più che un bambino volevano un soprammobile: andava bene se stava fermo, non quando era vivace. E così prendono a imbottirlo di psicofarmaci.

Canto dallo stomaco

Saranno stati gli psicofarmaci. O forse la somatizzazione del dispiacere per il divorzio dei genitori. Ma quando Kurt ha nove anni a tutto quel peso si aggiunge un dolore fisico, quel dolore allo stomaco che lo accompagnerà per tutta la vita. “Il più delle volte canto dallo stomaco, proprio dove ha origine il dolore” dirà. Quel modo di cantare, quell’urlo disperato, quel fiato che esce come se non ci fosse un domani, nasce da questo. Accompagnato da quel lancinante dolore Cobain vive un’adolescenza problematica: al liceo, è bullizzato dai compagni, preso di mira nell’ora di ginnasitca, in costante imbarazzo con l’altro sesso. Fino all’incontro con il primo amore, Tracy, a cui è dedicata About A Girl, uno dei brani più famosi di Bleach. “Volevo stare con gli sballati, con qualche punk rocker” racconta del periodo della scuola Cobain, un alieno anche in quel mondo.

https://www.youtube.com/watch?v=AhcttcXcRYY Da Aberdeen a Olympia, a Seattle

Gli sballati e i punk rocker li troverà quando, da Aberdeen, Kurt si sposta a Olympia, sempre nello stato di Washington. “Si suonava in tanti gruppi, si facevano spettacoli sulle scale o nei vicoli, si scopava con tutti”, racconta Cobain di quel periodo. Kurt è sempre al verde, con l’eroina, in cui cerca rimedio per i continui dolori allo stomaco, che comincia ad essere una compagna di strada. Ma è Olympia, e poi a Seattle, che comincia a nascere la sua musica. I Nirvana nascono dall’incontro con Krist Novoselic, bassista, e Dale Crover, batterista, che poi sarà sostituito da Chad Channing. Dave Grohl sarebbe arrivato molto più tardi, durante il tour americano del 1990, in tempo per registrare Nevermind ed entrare nella storia. In quella città del nordovest fredda, grigia e depressa, in quello stato di Washington dove David Lynch ambientava l’inquietante Twin Peaks, comincia a nascere un nuovo suono. Un suono in fondo vecchio. Eppure completamente nuovo.

Black Sabbath + Beatles + Led Zeppelin. Ma punk rock

Nasce il grunge. Un suono grezzo, pesante, distorto. Una musica che unisce punk, metal e psichedelia. “L’hardcore era morto, andava lo speed metal, l’unica cosa era essere new wave come noi” avrebbe ricordato Kurt Cobain a proposito dei giorni di Olympia e poi di Seattle. Dalle sue parole traspare la voglia, che è poi quella di qualunque ragazzo che mette in piedi una band, di suonare come qualcosa di completamente nuovo, ma anche di legato alla storia: un suono che metta insieme i Black Sabbath più estremi ai Beatles, ai Led Zeppelin, ma facendo punk rock. Questa doveva essere secondo lui la musica dei Nirvana. O, più semplicemente, era “il rumore di tre corde e urla assordanti”. Tra le influenze dei Nirvana ci sono anche Pixies, Queen, Cheap Trick, The Melvins, The Breeders, Mudhoney, David Bowie, R.E.M., Iggy Pop, Butthole Surfers. Le canzoni, secondo Cobain, dovevano parlare del conflitto tra Bene e Male, tra uomo e donna, di gente che fa male l’una all’altra. Quelle canzoni diventeranno immortali. “Abbiamo avuto più fortuna perché scriviamo canzoni orecchiabili e la gente le ricorda” minimizzerà il leader della band.

https://www.youtube.com/watch?v=Fa30bdEXNeM 30 ore per un album

Bleach viene registrato in sole 30 ore e finisce per costare poco più di 600 dollari. Prodotto da Jack Endino, è un esempio perfetto di quello che era il suono di Seattle. Un suono ruvido, urticante, lancinante, rabbioso, sporco. È il suono di una generazione che, come Kurt, è figlia di quell’America falso perbenista degli anni Cinquanta e Sessanta, e vuole urlare tutto il disgusto che prova per essa. Bleach è il suono dei Nirvana prima che arrivi Butch Vig, e lo pulisca per creare Nevermind. Il brano più famoso è About A Girl, la traccia numero tre, che siamo abituati ad ascoltare in versione acustica, quella del celebre Mtv Unplugged in New York. È una canzone dedicata alla compagna Tracy, scritta con in mente la melodia dei Beatles e certe atmosfere dei R.E.M.  ed è un’anticipazione di quelle ballate che, negli anni successivi, sarebbero diventate l’altro lato dei Nirvana.

https://www.youtube.com/watch?v=Xm0qjrceeYE Quei ritornelli irresistibili

Bleach inizia con Blew, tipico sound Nirvana per una canzone che parla del fastidio di Cobain per la sua vita ad Aberdeen. In Floyd The Barber immagina di venire ucciso dal personaggio di una sitcom, The Andy Griffith Show, proprio il programma che Cobain stava guardando quando, qualche anno dopo, si è sparato. In School c’è un riff killer in cui sembra di riconoscere quello che, più di vent’anni dopo, avrebbe aperto Lonely Boy dei Black Keys, per un pezzo in cui Cobain paragona la scena grunge alla sua scuola di Aberdeen. Love Buzz, il primo singolo dei Nirvana, vive su un riff orientaleggiante, ed è una cover degli Shocking Blue. Paper Cuts poggia su pesanti riff metal e parla di due bambini chiusi dai genitori in soffitta, dal loro punto di vista: quei colpi di chitarra e batteria sembrano i loro pugni sulla porta per chiedere di uscire. Negative Creep pare essere un’allusione a un altro gruppo di Seattle, i Mudhoney. Scoff potrebbe essere dedicata ai genitori che non volevano si dedicasse alla musica (ma forse non è così), Swap Meet a una coppia conosciuta in un mercatino delle pulci, e, dietro al suono ruvido, ha quel piglio pop e uno di quei ritornelli irresistibili che, con Nevermind, li faranno esplodere. Mr. Moustache parla di come essere un uomo moderno. E Sifting del rifiuto di crescere.

https://www.youtube.com/watch?v=nWECldIdv3o Appena prima di essere famosi

L’album avrebbe dovuto chiamarsi Too Many Humans. Il titolo diventa Bleach perché a San Francisco Cobain vede un manifesto sulla prevenzione dell’AIDS, che consiglia a chi fa uso di eroina di usare la candeggina (bleach, appunto) sugli aghi delle siringhe prima di utilizzarle. Lo slogan è: Bleach Your Works. Dopo l’uscita del disco la band vain tour negli USA dal 1 aprile del 1990. E i discount Kmart lanciano una linea di abbigliamento legata ai Nirvana e al grunge. Le camicie di flanella e i maglioncini infeltriti di Cobain diventano una moda, ma sono semplicemente il modo in cui si vestono le persone nelle fredde zone del Nord Ovest americano. L’ultima cosa che avrebbe voluto Cobain sarebbe stata quella di lanciare una moda. “Il momento più eccitante di una band è appena prima di essere famosi” avrebbe detto, tra il ‘92 e il ’93, un anno prima di morire, al giornalista Michael Azerrad, per il libro Come As You Are: The Story Of Nirvana. Bleach è questo: un’istantanea che coglie la band un attimo prima dell’esplosione.

 

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa
creme solari

Vitamina D, croce e delizia della salute. Un ormone essenziale per la ossa, per la prevenzione del cancro e del diabete, per la salute cardiovascolare. Ma anche uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni. Quanta ne serve realmente? E come assicurarsene abbastanza? Per quest’ultima domanda esistono due risposte: alimentazione ed esposizione alla luce solare, che stimola la sua produzione nella pelle. Più facile a dirsi che a farsi, però, visto che anche qui gli esperti sembrano divisi. C’è chi consiglia di approfittare dell’estate per fare il pieno, esponendosi al sole debitamente svestiti anche per 40 minuti al giorno, durante le ore più calde e senza creme solari che potrebbero diminuire la produzione di vitamina D. Per altri invece è un’autentica eresia: un simile comportamento espone infatti a un maggiore rischio di melanoma, malattia ben più pericolosa (almeno per molti di noi) della semplice carenza di vitamina D. Un bel pantano, insomma. Vediamo quindi di capirne di più.

Vitamina D

A dispetto del nome in realtà la vitamina D agisce come un ormone, e contribuisce a regolare il metabolismo del calcio e del fosforo, così come l’azione del sistema immunitario, l’infiammazione, e altri processi essenziali del nostro organismo. È per questo che negli anni la sua carenza, legata (in persone sane) ai cambiamenti di dieta e stile di vita nei paesi occidentali, è stata collegata a diverse patologie: dalle più note a danno delle ossa, come l’osteoporosi o il rachitismo, passando per problemi cardiovascolari, disfunzioni del sistema immunitario e anche l’insorgenza di tumori.

Da dove arriva?

La vitamina D è presente naturalmente in alcuni alimenti: pesci grassi come il salmone e lo sgombro, tuorlo d’uovo, funghi, olio di fegato di merluzzo (che ne è ricchissimo), e poco altro. D’inverno, alle nostre latitudini almeno, è consigliato includere questi alimenti nella propria dieta, per supplire alla mancanza della fonte principale di vitamina D naturale: il sole. La sostanza attiva viene infatti prodotta a livello del fegato e dei reni, ma il processo ha inizio nella pelle, dove sono necessari i raggi ultravioletti (in particolare gli Uvb) perché si crei la forma inattiva di questa molecola. Questa via “solare” è la principale fonte di vitamina D nell’organismo dei mammiferi, ma come è evidente non è disponibile tutto l’anno: non basta qualche centimetro di pelle esposta alla luce per garantire una scorta necessaria, e dunque d’inverno, quando il sole latita e il freddo ci obbliga a coprirci, la produzione di vitamina D è minima.

Per fortuna, in estate le cose cambiano radicalmente: la luce è abbondante, il caldo ci aiuta a scoprire preziosi centimetri di pelle, e l’organismo può fare scorta anche per le stagioni fredde. Il problema però è che il sole non ha solo effetti benefici: è ormai chiaro a tutti infatti che l’esposizione ai raggi ultravioletti aumenta il rischio di sviluppare il melanoma, il carcinoma basocellulare e il carcinoma a cellule squamose. Tumori rischiosi, per la cui prevenzione in estate è indicato evitare l’esposizione solare diretta al sole. Le creme solari in questo caso sono la soluzione, ma nasce un dubbio legittimo: se sono in grado di prevenire i danni prodotti dalle radiazioni ultraviolette, non saranno anche d’impiccio nei processi di sintesi della vitamina D?

Un’ipotesi con una storia precisa

Per una parte della comunità medica la risposta alla precedente domanda è già scritta: le creme solari impediscono realmente la corretta sintesi della vitamina D. E viste le (va detto spesso esagerate) proprietà benefiche riconosciute a questa sostanza, non c’è storia. Il rischio di tumori cutanei passa in secondo piano, e le raccomandazioni tradizionali (crema solare, evitare le ore più calde, ecc…) vanno ribaltate: d’estate è bene esporsi al sole ogni giorno per qualche decina di minuti, senza indumenti troppo coprenti o creme solari, e se possibile durante le ore centrali della giornata, quando il Sole è allo zenit e i raggi Uvb possono promuovere al meglio la produzione di vitamina D. Un bel cambiamento di prospettiva, insomma. Che ha un’origine precisa: il lavoro di Michael Holick, endocrinologo dell’università di Boston che nell’ultimo decennio ha svolto un ruolo cruciale nel promuovere l’idea che nel mondo sia in corso un’autentica pandemia di ipovitaminosi D (carenza di vitamina D).

Un buon approfondimento sul tema è quello realizzato da Beatrice Mautino, divulgatrice specializzata sulla scienza dei cosmetici, che nelle sue stories su Instagram ricostruisce con precisione la vicenda. La carriera scientifica di Holick, racconta, è di primissimo piano: scopre ancora studente la forma attiva della vitamina D, intuisce che il succo d’arancia ne facilita l’assorbimento, lavora per la Nasa per studiare il sistema scheletrico degli astronauti. Negli anni ha pubblicato centinaia di studi scientifici sulle principali riviste del mondo. Ma nonostante questo, si tratta di un personaggio controverso.

Il signor vitamina D

È stato lui infatti, nel 2011, a smentire le indicazioni rilasciate l’anno precedente dalla National Academy of Medicine, in cui si stabiliva che la maggior parte della popolazione americana riceveva quantità sufficienti di vitamina D dalla dieta e dall’esposizione solare, e si raccomandava di sottoporre a test per verificare i livelli di questa sostanza unicamente le persone a rischio. Sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism Holick smentisce tutto: la maggior parte della popolazione americana è a rischio di una deficienza cronica di vitamina D, e dovrebbe quindi essere sottoposta al test, ed eventualmente alla supplementazione di vitamina con integratori. L’associazione degli endocrinologi americani adotta la sua posizione, e di colpo i profitti delle farmaceutiche che vendono i test, e gli integratori, schizzano alle stelle. Come è possibile una posizione così diversa tra due gruppi di specialisti? Per la National Academy of Medicine la carenza di vitamina D si attesta con livelli nel sangue inferiori ai 20 nanogrammi per millimetro (un parametro riconosciuto dalle principali società scientifiche). Per Holick, l’asticella va alzata a 30. Con un piccolo cambiamento, appena 10 nanogrammi per millimetro, buona parte della popolazione diviene di colpo sospettato speciale: pazienti da medicalizzare, e una gallina d’oro per l’industria della vitamina D.

Ma l’ossessione di Holick va ben oltre. Nei suoi lavori scientifici e nei suoi libri di divulgazione l’endocrinologo inizia a consigliare tutti i comportamenti di cui abbiamo parlato poco fa: non usare creme solari, esporsi al sole nelle ore più calde, scoprirsi per massimizzare la percentuale di cute esposta al sole. Nel libro “The Uv Advantage” il medico arriva a ipotizzare (scherzosamente) che sia stata proprio una carenza di vitamina D a causare una delle più famose estinzioni della storia: quella dei dinosauri. Per difendere le sue idee, Holick arriva a dimettersi dall’università di Boston, e inizia una florida carriera di consulente scientifico per una moltitudine di aziende farmaceutiche. Arrivando a consigliare l’utilizzo dei lettini abbronzanti, dispositivi che l’Iarc ha inserito nel Gruppo 1, quello dei cancerogeni certi.

Non è tutto: come ricostruito da un’inchiesta dello scorso anno del New Yorker, negli anni Holick ha testimoniato in oltre 300 processi per abusi su minori, attribuendo le fratture dei piccoli a una fragilità ossea, legata quasi sempre a una rarissima malattia genetica, la sindrome di Ehlers-Danlos, o più raramente a rachitismo o carenza di vitamina D. In nessuno dei casi in cui ha testimoniato – ricostruisce il New Yorker – Holick ha ritenuto che i bambini esaminati potessero essere invece vittime di violenze domestiche. In moltissimi casi, inoltre, le diagnosi del medico sono state fatte senza neanche visitare i piccoli pazienti, e vanno contro al consenso scientifico sull’argomento.

Creme solari

Il principale nemico delle creme solari, insomma, è un personaggio quanto meno controverso. Non privo di conflitti d’interesse, ed evidentemente innamorato della sua ipotesi al punto di utilizzarla come passepartout universale per spiegare i problemi delle società moderne. Cosa dicono, invece, le ricerche nel campo? Di recente ne sono state pubblicate due. La prima è una ricerca pubblicata sul British Journal of Dermatology da un team del King’s College di Londra, che ha sperimentato l’effetto delle creme solari su 20 turisti polacchi durante una settimana di vacanza a Tenerife. Il risultato? L’applicazione dei solari, anche quando fatta a regola d’arte (eventualità rara nella popolazione generale) non compromette in modo apprezzabile la produzione di vitamina D. La seconda ricerca, di poco precedente, è stata realizzata dal Qimr Berghofer Medical Research Institute, e pubblicata anch’essa sul British Journal of Dermatology. In questo caso si tratta di una review sistematica, che ha valutato i risultati di 4 studi sperimentali, 3 trial clinici e 69 studi osservazionali. Concludendo che, in un setting reale (e non quindi negli studi di laboratorio) l’utilizzo di creme solari non compromette la produzione di vitamina D. E che la paura di una carenza di questa sostanza non deve quindi modificare le indicazioni relative alla prevenzione dei tumori della pelle.

In entrambi i casi, i dati raccolti sono relativi a creme solari con fattore di protezione medio-basso, e resta quindi da vedere quali effetti può avere l’utilizzo prolungato delle creme con fattore più alto, consigliate di norma dai dermatologi almeno alle prime esposizioni dell’anno al sole estivo. L’impressione, comunque, è che gli endocrinologi stiano ridimensionando la diffusione reale della carenza di vitamina D. E che quindi, salvo persone a rischio (donne in menopausa, diabetici, soggetti osteoporotici) l’ossessione per la vitamina D e il sole è probabilmente esagerata. E che, quindi, ben vengano le creme solari. Anche in questo caso, ovviamente, senza esagerare.

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa
Casa (Getty Images)Casa (Getty Images)

Comprare e vendere casa: livello di stress non valutabile secondo attuali criteri di misurazione. Mentre alcune certezze risultano incrollabili, le regole del mercato immobiliare suonano tortuose e necessitano dell’intervento di esperti. La digitalizzazione del settore si è tradotta, nella maggior parte dei casi, nella possibilità di trovare le foto degli immobili online e poter contattare l’agenzia di riferimento.

Nuovi attori cercano di portare l’operazione alla fase successiva, rendendo digitale ogni fase del processo. “Per fare un paragone, in pochissimi oggi si recano in agenzia di viaggi per comprare un biglietto aereo. Questo è quello che secondo noi succederà anche nel mercato immobiliare in tutta Europa, osserva Albert Bosch, amministratore delegato e fondatore di Housefy, servizio appena approdato in Italia.

50 sfumature di casa

Il comparto conta attori che giocano la propria partita, con differenze sostanziali o di sfumatura. Homepal promette costi fissi e sfrutta, anche se non è obbligatorio, il traino social: le recensioni su Facebook da parte degli amici rendono l’annuncio più visibile. 

NoAgenzie invece esclude un attore dall’equazione, ritenendo le strutture asservite al solo interesse economico. “Perché NoAgenzie? – scrivono – Perché in un periodo di difficoltà economica come quello che viviamo attualmente l’incidenza della provvigione sul prezzo dell’operazione di vendita o locazione ne pregiudica il buon esito”.

Anche Dove.it opera in Italia e si descrive come “la più moderna e innovativa agenzia immobiliare in Italia”. L’idea, del 2018, aveva proprio le caratteristiche di cui sopra: semplificare il mondo della compravendita immobiliare.

Housefy arriva dalla Spagna, dove è nata nel 2017. Quest’anno ha chiuso un finanziamento di 6 milioni di euro per lo sviluppo dei mercati internazionali e ha scelto l’Italia come prima tappa. Si parte da Milano, ma presto coprirà anche Roma e Torino.

(Foto: PhotoMIX Ltd/Pexels)
Tecnologia e mattone

Il comparto proptech, cioè quello della tecnologia applicata al mercato immobiliare, è in crescita a livello globale. Secondo Thailand Business News conta più di seimila imprese in tutto il mondo che hanno attratto, lo scorso anno, più di 4,6 miliardi di dollari di investimenti per la loro crescita. Proprio le società spagnole, nell’ultimo decennio, sono quelle che hanno ottenuto il secondo maggior volume (12,4%) di finanziamenti dopo quello degli Stati Uniti.

Alcune aziende proptech si occupano esclusivamente di alcune aree, da gestione e riparazioni immobiliari (come Sms Assist) alla costruzione di algoritmi per l’acquisto. Senza contare le idee che includono la realtà aumentata e l’assistenza via chatbot 24 ore al giorno.

Il ruolo dei dati

Imprescindibile è l’analisi dei big data. “Ci lavoriamo da quasi due anni e mezzo, da quando abbiamo fondato Housefy a Barcellona – spiega Bosch –. Per ogni compravendita, il dato più importante è sicuramente il prezzo. Quello che facciamo è consultare i dati dei principali portali immobiliari online, valutando gli immobili in vendita e quanti contatti hanno ricevuto al giorno, poi consultiamo i dati pubblici del catasto italiano (info sul proprietario, metri quadri, numero di stanze) e confrontiamo i dati raccolti con quelli in nostro possesso relativi ad altri immobili simili”.

Un algoritmo incrocia questi dati ed elaborare una valutazione consona di uno specifico immobile, fornendo al venditore due o tre opzioni di prezzo in base al tempo entro cui si vuole effettivamente vendere l’immobile (normalmente forniscono una valutazione per assicurare la vendita in 3 mesi o 6 mesi). In gioco c’è anche l’affidabilità finanziaria del compratore, per garantire che questo sia effettivamente interessato all’acquisto. “Dopo una settimana comunichiamo al venditore qual è, secondo le nostre valutazioni, la probabilità di vendita dell’immobile, con indicazione della tempistica, dando consigli su come aumentare la probabilità di vendita, in caso sia bassa”, osserva Bosch.

Porte (Pixabay)Porte (Pixabay)
Fisico e digitale

Il quadro è complesso e non può prescindere dall’intermediazione degli esperti, che sia fisica o meno. Secondo un articolo di Cnn Business gli agenti immobiliari hanno rappresentato un unicum della rivoluzione digitale, riuscendo a mantenere la loro commissione del 6% negli Usa. Quello che è successo con le agenzie di viaggio non sarebbe stato tradotto nel real estate.

Negli Stati Uniti, secondo un sondaggio della National association of realtors (Nar, che rappresenta gli agenti), l’87% dei compratori mantiene un agente e le tariffe si sono a malapena ridotte. Secondo i dati raccolti dalla società di consulenza d’intermediazione T3 Sixty, negli Stati Uniti la commissione media è scesa dal 6,1% nel 1991 al 5,1% nel 2016, ma la maggior parte del calo è avvenuta nelle case di lusso. La Narora conta 1,36 milioni di membri, superando la precedente quota raggiunta durante il boom immobiliare.

Il confronto

“Penso che il mercato immobiliare europeo rispetto a quello statunitense sia molto diverso – risponde ancora Bosch –. Negli Stati Uniti lavorano principalmente attraverso agenti immobiliari, Housefy invece è 100% digitale, non abbiamo rappresentanti. Per fare un confronto, un commerciale che lavora per Housefy può vendere dai 200 ai 240 immobili all’anno. Siamo molto efficienti grazie alla digitalizzazione. Un agente commerciale di Compass, leader per il mercato immobiliare online negli Usa, vende dai 6 agli 8 immobili all’anno”.

E ancora, aggiunge Bosch: “Un agente di Compass produce una revenue media di 100mila euro per anno, un commerciale di Housefy arriva a 500mila euro all’anno”. Merito, dice, dell’automazione dei processi e della visita dell’immobile condotta direttamente dal proprietario di casa.

A proposito di tecnologia, nel futuro dei contratti c’è la blockchain. “Consideriamo questa possibilità – spiega Bosch -. La firma dei nostri contratti avviene online in digitale. Probabilmente ci avvicineremo alla tecnologia blockchain in un paio di anni per tutti i mercati in cui lavoreremo”.

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