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wired.it - 5 giorni 2 ore fa
La lettera di minacce recapitata a Enrico MentanaLa lettera di minacce recapitata a Enrico Mentana

La solidarietà sembra arrivata da tutti. A partire dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Le intimidazioni rivolte al direttore Mentana sono un atto vile e inqualificabile” – ha detto il premier in una nota – “le minacce a chi esercita la professione di giornalista sono inaccettabili in sé ma anche perché costituiscono un grave attentato alla libertà di stampa”. L’avvocato ha aggiunto di essere “molto preoccupato perché questo episodio segue di pochi giorni un altro fatto gravissimo, un’aggressione fisica di cui sono stati vittime il giornalista Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti dell’Espresso”.

Si sono poi aggiunti Luigi Di Maio (“Un gesto vile che va stigmatizzato nella maniera più assoluta”), Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna di Forza Italia (“Le minacce non piegheranno la libera stampa”), e molti esponenti del Pd.È intollerabile che continui a crescere questo clima di odio verso professionisti liberi e indipendenti. Non facciamo finta di niente per favore. C’è un aumento grave di odio e minacce”, ha detto il deputato dem Emanuele Fiano.

Tutti, tranne quelle del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Non se ne trova traccia, almeno per il momento, fra i suoi tweet delle ultime ore, persi fra i bagni di folla a Oristano, gli sguardi ammiccanti di vicinanza ai sindaci che lottano contro la mafia o il giubilo per la legittima difesa passata in commissione alla Camera.

Il direttore del Tg La7 e fondatore di Open ha pubblicato il foglio di minacce, scritto a mano in stampatello, sul suo profilo Instagram. Ci si leggono cose oscene come “la tua enfasi che ti fa venire la bava alla bocca contro chi è stato eletto dal popolo è vomitevole” o “la crema di leccaculo” riferendosi anche ad altri colleghi (citati, con insulti assortiti, Lilli Gruber, Francesca Fanuele, Massimo Giannini, Corrado Formigli, Marco Damilano, Giovanni Floris). Con la conclusione: “Presto vi puniremo, sappiamo tutto di voi, punirvi è un dovere”.

Nonostante le preoccupazioni del premier Conte, l’impressione è che il clima sia fortemente sottovalutato. Anche per le modalità in cui viene discusso: tutto scorre troppo rapidamente, viene banalizzato dai social (speriamo che Mentana abbia anche denunciato alle forze dell’ordine), una lettera di minacce fasciste firmata con la svastica (al contrario) scorre nei feed degli utenti fra l’ultima foto dell’influencer che sfoggia le sue sponsorizzatissime scarpe, un tramonto mal riuscito e un toast all’avocado.
Viene perfino da chiedersi se sia giusto rispondere a bulli, (pseudo)fascisti e criminali con tanta visibilità. Troppa, forse. In fondo proprio ciò che, in questo caso, concedendo a chi ha scritto quel testo proprio quel che desiderava: finire in mostra su un account seguito da quasi 300mila persone.

La sensazione è dunque che non si riesca più a muovere davvero le coscienze di lettori, spettatori, cittadini. Solo un’impressione, ovviamente, perché le reazioni ci sono. Ma non si vedono, non fanno notizia, non fanno opinione. Non come sarebbe accaduto tempo fa. Perfino quando Roberto Spada ha spaccato il naso al giornalista di Rai2 Daniele Piervincenzi, a ritrovarsi a Ostia fu un manipolo di giornalisti. Poco di più.
Il copione prevede le dichiarazioni dei politici – neanche tutte, come abbiamo visto – si copre la questione con qualche tweet e il clima continua velocemente a marcire. Nell’impunità di chi ha rialzato la testa e vede nella stampa (di più: nel diritto di critica e cronaca) un bersaglio facile, un’intimidazione a buon mercato. Anche quando colpisce il giornalista forse più popolare d’Italia.

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wired.it - 5 giorni 3 ore fa

Fortnite paracaduteI ricercatori di Check Point Research hanno individuato molteplici vulnerabilità nella sicurezza del videogioco online Fortnite. Una di queste ha consentito agli aggressori di mettere le mani sui token di login di migliaia di giocatori e di accedere anche alle loro carte di credito.

Creato dalla Epic Games, Fortnite è il videogioco più giocato del momento ed è il responsabile di più della metà del valore stimato della società produttrice. Ogni giorno sulla piattaforma migliaia di giocatori compiono transazioni per l’acquisto di oggetti di gioco. Questo voluminoso traffico di utenti e transazioni ha messo sotto la lente dei malintenzionati il videogame.

È successo che tramite una classica truffa con una email di phishing a migliaia di utenti è stato recapitato un messaggio che prometteva la generazione della moneta del gioco V-Buck. La moneta del gioco può essere acquistata solamente nello store ufficiale presente all’interno di Fortnite o guadagnata durante le sessioni di gioco.

Dopo aver ricevuto l’email dannosa i giocatori, cliccando sul link contenuto nel messaggio, accedevano con le loro credenziali di Fortnite, consegnando inconsapevolmente agli aggressori tutti i dati personali, tra i quali nome, indirizzo e dettagli della carta di credito.

Ma i ricercatori di Check Point hanno scoperto che nella maggior parte dei casi, cliccando sul link il giocatore non doveva nemmeno inserire i propri dati. L’aggressore in automatico otteneva i token di accesso, grazie a una vulnerabilità trovata in alcuni sottodomini di Epic Games. In questi sottodomini i token di autenticazione venivano reindirizzati dall’hacker in modo da assumerne il controllo. Tramite un video esplicativo, Check Point ha illustrato lo svolgimento dell’attacco.

Gli utenti che avevano abilitato l’autenticazione a due fattori sono stati gli unici che si sono salvati dall’aggressione, poiché l’accesso su un dispositivo diverso da quello predefinito richiede un secondo codice d’autenticazione che arriva direttamente all’utente.

Sia Check Point sia Epic Games hanno consigliato a tutti gli utenti di Fortnite di rimanere vigili durante lo scambio di informazioni digitali e di mettere in dubbio la legittimità dei collegamenti alle informazioni disponibili sul forum degli utenti e su altri siti web di Fortnite. Inoltre raccomandano l’autenticazione a due fattori. Epic Games non ha ancora rivelato a quanto ammontano i danni riportati da questo attacco.

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wired.it - 5 giorni 3 ore fa
luna(Foto: Chongqing University)

La piantina di cotone non ce l’ha fatta. Sono passati solamente due giorni, infatti, da quando una singola fogliolina verde era spuntata a bordo della sonda cinese Chang’e-4, atterrata per la prima volta nella storia dell’esplorazione spaziale sul lato nascosto della Luna. E che ci aveva fatto sentire a un passo dalla futura colonizzazione del nostro satellite, dove in un futuro non molto lontano gli astronauti avrebbero potuto finalmente coltivare il proprio cibo nello Spazio, senza perciò dover più dipendere dai continui rifornimenti provenienti dalla Terra.

Per vivere la piantina di cotone ha fatto affidamento sulla luce del Sole, ma quando è arrivata la notte sulla superficie lunare le temperature si sono abbassate (possono raggiungere anche i -170 ° C), diventando quindi troppo ostili per permettere la sopravvivenza della pianta. Ricordiamo che la notte sulla luna dura circa due settimane e che, a differenza della Terra, non ha un’atmosfera che possa mitigare le variazioni così estreme di temperatura. “La vita non può resistere alla notte lunare”, ha siegato Xie Gengxin dell’Università di Chongqing, che ha guidato la progettazione dell’esperimento, sottolineando che la breve durata della vita della pianta era stata prevista.

Sebbene gli astronauti abbiano già coltivato alcuni vegetali sulla Stazione Spaziale Internazionale, questa è stata la prima volta che qualcuno è riuscito a farlo sulla superficie della Luna. “Non avevamo mai avuto un’esperienza simile prima. E non potremmo simulare l’ambiente lunare, come la microgravità e le radiazioni cosmiche, sulla Terra”, ha detto Xie.

L’esperimento cinese comprendeva all’interno di un piccolo vaso sigillato anche semi di patate, lievito e del genere Arabidopsis, una piccola pianta a fiore della famiglia della senape, ma nessuno di questi mostra per ora segni di vita. Tra questi ci sono anche uova del moscerino della frutta: la speranza dell’esperimento era quella che si riuscisse a formare un micro-ecosistema, in cui le piante fornissero ossigeno al moscerini, che si sarebbero poi nutriti del lievito e avrebbero poi prodotto l’anidride carbonica necessaria per la fotosintesi.

Per ora, tuttavia, l’agenzia spaziale cinese non ha confermato se le uova dei moscerini della frutta si siano schiuse. “Le mosche della frutta sono animali relativamente pigri. Potrebbero non venire fuori”, ha spiegato ai media cinesi Xie. “Se non sono riusciti a schiudersi fino ad ora, probabilmente hanno perso la loro opportunità”.

#ICYMI Take a look at the first ever cotton sprout on the moon by the #ChangE4 lunar mission https://t.co/BDaKc15AtI pic.twitter.com/ldMtWqB6IF

— CGTN (@CGTNOfficial) January 15, 2019

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wired.it - 5 giorni 3 ore fa
r kelly(foto: Getty Images)

Sono ormai diversi decenni che R Kelly, il rapper famoso per hit come I Believe I Can Fly, è oggetto di diverse controversie e accuse di abusi e sfruttamento sessuale, che ora sono tornate alla ribalta per una nuova docuserie appena andata in onda negli Stati Uniti, Surviving R Kelly. I primi problemi per il cantante erano sorti attorno ai primi anni Duemila: alcuni giornali riportarono il fatto che nel 1994 il musicista avesse sposato illegalmente la cantante Aaliyah (morta nel 2001 in un incidente aereo) quando lei aveva solo 15 anni, e poi emersero anche accuse di atti sessuali su ragazze minorenni e altre, in seguito cadute per complicazioni legali, su possesso di materiale pedopornografico (l’uomo fu anche arrestato brevemente nel gennaio 2003).

Nel luglio 2017, un lungo reportage scritto per BuzzFeed News da Jim DeRogatis riprendeva diverse accuse da parte di tre diverse famiglie che denunciavano R Kelly per aver obbligato le loro figlie (giovani, ma comunque maggiorenni all’epoca dei fatti) a unirsi a una specie di culto sessuale, in cui le vittime venivano soggiogate, limitate nella loro libertà individuale, obbligate a pratiche degradanti e allontanate dai loro cari (si ipotizza persino la trasmissione volontaria di malattie sessualmente trasmissibili). Proprio da quell’articolo giornalistico è nata poi Surving R Kelly, una docuserie in sei episodi trasmessa in queste settimane dal canale americano Lifetime e che arriverà in Italia a marzo su Crime+Investigation.

Tramite le testimonianze di diverse donne che si dichiarano vittime dei soprusi di R Kelly e l’intervento anche di personalità del mondo discografico come Chance The Rapper e John Legend, emerge un quadro raccapricciante di anni e anni di comportamenti abusivi reiterati (si riporta in un’occasione anche che il rapper avrebbe fatto delle avance a una ragazza appena fuori dal tribunale in cui era sotto processo), ma anche di una certa connivenza del mondo discografico nei confronti dell’uomo. Nel frattempo si dice che l’etichetta discografica Rca e la sua casa madre Sony abbiano inserito l’artista nella loro blacklist, rifiutandosi di pubblicare ogni altra musica da parte sua o di sostenere sue esibizioni o iniziative.

Dopo la trasmissione del documentario non si sono fatte attendere altre reazioni: il tribunale dell’Illinois ha dichiarato di aver ricevuto diverse chiamate che denunciavano ulteriori abusi da parte di R Kelly e di star investigando su quanto emerso; nel frattempo numerosi cantanti come Lady Gaga, Céline Dion, Chance The Rapper, Ciara e Pussycat Dolls hanno annunciato di voler rimuovere i propri duetti col cantante dalle piattaforme di streaming. In particolare Lady Gaga ha diffuso un messaggio in cui, da vittima lei stessa di violenza sessuale, si dice dalla parte delle donne che hanno sporto denuncia e pentita di aver collaborato con R Kelly.

Il loro brano, Do What U Want (il cui testo recita “non puoi avere il mio cuore e non userai la mia mente / ma fai quel che vuoi col mio corpo“) era già stato oggetto di critiche al momento dell’uscita, nel 2013, anche perché il video relativo alla canzone era stato bloccato in quanto diretto da Terry Richardson, il famoso fotografo anch’egli però accusato di comportamenti inappropriati nei confronti di alcune modelle.

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wired.it - 5 giorni 3 ore fa

A Roma è in atto una strage silenziosa. Dall’inizio del 2019 sono deceduti in strada cinque senza dimora. L’ultimo è stato trovato nelle scorse ore al parco della Resistenza, riverso a terra nei pressi del suo giaciglio di fortuna, una scena che si era già vista nei pressi del Tevere, poi in Piazza Irnerio, poi a Testaccio e infine in Corso d’Italia – in quest’ultimo caso la morte era stata causata da un’auto pirata. Se si allarga lo specchio temporale, il bollettino è ancora più tragico: sono dieci le persone che vivono in strada decedute dall’inizio dell’inverno in città.

Queste storie sono una piccola tessera di un puzzle più ampio, che non riguarda solo Roma ma tutta l’Italia. Sono circa 50mila i senza dimora nel Paese, mentre arrivano a cinque milioni le persone che vivono in povertà assoluta. Mentre volontari e associazioni si spendono quotidianamente per portare aiuto a queste persone, la politica dei sindaci sceriffi e delle ordinanze securitarie le rende ancora più invisibili di quanto già non siano. Tra misure che vietano il bivacco nei centri storici e vicesindaci che si travestono da giustizieri e fanno pulizia dei pochi averi di queste persone, negli ultimi mesi la politica – quella che dovrebbe gestire l’emergenza – si è in effetti trasformata in una fabbrica di ulteriore marginalità.

Sgombero degli ospiti dai presidi informali, allontanamento dei migranti titolari di protezione internazionale dai centri di accoglienza, il decreto sicurezza del Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha mandato in strada migliaia di persone, creando nuova marginalità lì dove essa già esisteva. Sempre più persone vanno a popolare le banchine delle stazioni o i tunnel cittadini, mentre a livello politico ci si prepara per strumentalizzare queste nuove presenze in strada, in chiave elettorale.

Questa mattina la polizia è arrivata in piazzale Spadolini, dove un gruppo di senza dimora italiani e stranieri vive accampato e dove i volontari di Baobab Experience e di altre associazioni vanno quotidianamente a fornire un sostegno materiale e psicologico. Una decina di ragazzi sono stati prelevati e portati all’ufficio immigrazione di via Patini, mentre sullo sfondo l’AMA, la società cittadina che opera nel settore dei servizi ambientali, sgomberava la zona e gettava nei cassonetti le coperte e gli averi dei senza dimora.

+++10RAGAZZI PORTATI IN VIA PATINI.L’AMA HA SOLO BUTTATO LE COPERTE DI CHI DORMIVA LÌ,NESSUN ALTRO TIPO DI INTERVENTO È STATO FATTO SU PZZ.SPADOLINI.
A ROMA SI MUORE DI FREDDO, MA LE MUNICIPALIZZATE SI IMPEGNANO PER GETTARE VIA LE COPERTE DI CHI È COSTRETTO A VIVERE IN STRADA.+++

— Baobab Experience (@BaobabExp) 17 gennaio 2019

A Roma si muore di freddo, ma le municipalizzate si impegnano per gettare via le coperte di chi è costretto a vivere in strada”, ha denunciato Baobab. In una città da sempre al centro dei riflettori per la sporcizia e la spazzatura in strada e dove tutto è fermo, fa riflettere che per l’ennesima volta gli unici interventi che si fanno siano quelli che vanno a colpire gli ultimi. Se nel caso di Trieste, il gesto era stato opera di un singolo – un politico sì, ma in quel momento nelle vesti di cittadino – nel caso romano di questa mattina la dinamica è ancora più grave in quanto legittimata dal municipio.

Gettare le coperte dovrebbe essere l’ultimo atto, il punto finale di un piano capace di dare un tetto a chi è costretto a stare in strada. Fornita l’accoglienza alle persone, si può liberare il bivacco in cui esse si trovavano. Invece, lo sgombero diventa la prima misura, a cui non ne seguono altre. Vi buttiamo i pochi mezzi che avete per ripararvi, ma non vi offriamo nulla in cambio: è questo il ritornello istituzionale a cui assistiamo sempre più di frequente.

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wired.it - 5 giorni 3 ore fa

Il personaggio televisivo del momento è sicuramente Marie Kondo. Dopo essere diventata un fenomeno editoriale vendutissimo in tutto il mondo, la scrittrice giapponese è infatti sbarcata anche su Netflix con una serie factual in otto episodi intitolata Facciamo ordine con Marie Kondo. Come dice il titolo di questa produzione, ma anche quello del suo più famoso bestseller, Il magico potere del riordino, Kondo promette di rivoluzionare la nostra vita domestica (e non solo) con un preciso metodo che mette ordine nel caos degli oggetti che ci circondano quotidianamente.

Secondo l’esperta il segreto di uno stile di vita positivo è quello di separarci dalla nostra dipendenza dagli oggetti, facendo ordine fra le cose che possediamo e riducendo al minimo ciò che teniamo in casa (è la cosiddetta tendenza del decluttering). Per fare ciò bisogna esaminare individualmente ogni oggetto posseduto, valutare se quello stesso oggetto ci fa ancora del bene ed eventualmente eliminarlo, ma solo dopo averlo ringraziato dovutamente per il contributo che ci ha dato. Alcuni risvolti di questa furia eliminatoria, però, non hanno mancato di scatenare alcune polemiche, soprattutto per quanto riguarda il possesso di libri.

Do NOT listen to Marie Kondo or Konmari in relation to books. Fill your apartment & world with them. I don’t give a shite if you throw out your knickers and Tupperware but the woman is very misguided about BOOKS. Every human needs a v extensive library not clean, boring shelves

— Anakana Schofield (@AnakanaSchofiel) January 3, 2019

Sempre secondo Kondo anche con il numero di volumi che si stipano sulle nostre librerie non si deve eccedere. Bisogna conservare solo i libri che hanno un significato cruciale per la nostra vita e lei stessa ne possiede solamente 30. Sul web si sono dunque scatenate le critiche e le esagerazioni da parte degli amanti della lettura, con qualcuno che accusava la donna di voler addirittura di voler bruciare i libri. Ma in un’intervista su IndieWire Marie Kondo ha chiarito sottolineando che 30 libri sono solo il suo ideale:Non è ciò che penso dei libri in generale”, ha spiegato. E ha aggiunto: “Se l’immagine di gettare i libri o di avere pochi libri vi fa arrabbiare, allora ciò vi dice quanto siete appassionati di libri, quanto sono importanti nella vostra vita”.

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wired.it - 5 giorni 3 ore fa
Un uomo raccoglie rifiuti di plastica in Cina (Getty Images)Un uomo raccoglie rifiuti di plastica in Cina (Getty Images)

Uno dei principali problemi dell’inquinamento ambientale a livello globale riguarda le grandi quantità di plastica che ogni anno vengono riversate negli oceani, mari e nei corsi d’acqua andando a impedire la vita degli ecosistemi naturali e causando enormi danni all’ambiente. Per questo è nata Alliance to End Plastic Waste (Aepw), la prima alleanza internazionale tra grandi compagnie che operano nel settore petrolchimico per porre un freno alle enormi quantità di rifiuti in plastica che finiscono negli oceani.

L’alleanza si compone di circa una trentina di multinazionali e società attive nel settore, tra cui anche l’italiana Eni, tramite Versalis, oltre ad aziende sparse in tutto il mondo, dal Nord al Sud America, Europa, Asia, Sudest asiatico, Africa e fino al Medioriente. Tra queste colossi come Basf, Dow, Exxon Mobil, Henkel, Procter & Gamble, Shell, Total e Veolia. Le compagnie hanno già stanziato circa un miliardo di dollari complessivamente, con l’obiettivo di arrivare a investire oltre 1,5 miliardi nei prossimi cinque anni.

Secondo quanto riportato in una recente ricerca del centro studi Ocean Conservancy, oltre l’80% dei rifiuti di plastica che finisce negli oceani è originata sulla terraferma, e arriva ai mari tramite i principali corsi d’acqua, di cui otto su dieci si trovano in Asia e Africa, in Paesi che hanno cominciato recentemente ad avere accesso a quel genere di beni di consumo.

Inoltre, l’Aepw, che è interamente no-profit, sta lavorando fianco a fianco con il World Business Council for Sustainable Development, al fine di stabilire alcune priorità di intervento. Come, per esempio, la stesura di accordi specifici con le amministrazioni di grandi città situate nei pressi di fiumi per la definizione di strategie comuni in materia di politiche ambientali. O il finanziamento di incubatori aziendali che sensibilizzino a modelli industriali sostenibili. O, ancora, sviluppare una piattaforma open-source per la gestione dei rifiuti, individuare competenze specifiche in progetti internazionali con organizzazioni intergovernative e sostenere il progetto Renew Oceans per sviluppare sistemi di salvaguardia e controllo dei fiumi.

I punti su cui si muove l’alleanza anti-plastica sono essenzialmente quelli delle infrastrutture, della ricerca sulle nuove tecnologie, della sensibilizzazione e la pulizia di aree ben localizzate. Il tutto per arrivare a sviluppare una sorta di economia circolare della plastica, che vada dalla produzione, allo smaltimento fino al suo riciclo per nuovi usi. Come si legge nelle parole di Antoine Frérot, vicepresidente dell’associazione, “il successo di questa iniziativa richiederà una collaborazione e uno sforzo collettivo di diversi settori – alcuni per creare dei progressi a breve termini, altri che invece richiedono maggiori investimenti sul lungo periodo”. Perché, aggiunge,“nessuno stato, compagnia o comunità locale può risolvere il problema da solo”.

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brand-news.it - 5 giorni 4 ore fa

Con lo specchio smart Verdera Voice Mirror Kohler, che permette di controllare con la voce luce e musica, si rilassa anche la regina cattiva delle favole.

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