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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

Anche l’Europa deve fronteggiare le sue avversità naturali e il Regno Unito e l’Irlanda hanno subito, a partire dalla giornata di lunedì 16 ottobre, tutte le conseguenze della tempesta Ophelia, che si è abbattuta nei diversi paesi dell’area. Vento e umidità spinti da Ophelia hanno anche contribuito a rafforzare i terribili incendi che hanno interessato il Portogallo e la Galizia spagnola i focolai, devastando intere aree e provocando un pesante bilancio anche di vittime.

Non sono mancati danni, interruzioni delle utenze energetiche e un bilancio di tre morti nemmeno in Irlanda. Diversi i rimandi e analogie con la Great Storm del 1987, di cui ricorre il trentennale proprio questo mese e che seminò il panico nel sud dell’Inghilterra.

Nella gallery le immagini, tra cui quelle spettacolari della capitale inglese, ricoperta da un cielo rossastro, per le polveri trascinate dai venti di Ophelia, e vagamente apocalittico.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

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David Fincher, dagli anni Novanta a oggi, ha passato la maggior parte della sua carriera cinematografica nella mente del cattivo. Talvolta ha fatto del villain il protagonista dei suoi film o dei suoi show – basti pensare al Frank Underwood di House of Cards, a Mark Zuckerberg in The Social Network o Amy Elliott Dunne in Gone Girl – quasi volesse indagarne i ragionamenti con la sua telecamera chirurgica; più spesso ha delegato l’esplorazione della mostruosità ai buoni, per così dire, mostrando come il male si insinui nelle pieghe del bene (Fight Club è un esempio molto curioso, in questo senso). Il lavoro del regista è costellato di successi: pochi i colpi bassi, pochi gli errori. Molte le volte in cui ha dato forma a vicende profonde ed enigmatiche grazie a un uso peculiare, forse unico, dell’empatia.

Mindhunter è prima di tutto uno show sull’empatia. L’originale Netflix la cui prima stagione è stata resa disponibile il 13 ottobre racconta dell’importanza progressivamente rivestita dalle scienze comportamentali nelle procedure di cattura dei supercriminali a opera dell’Fbi, dunque del ruolo essenziale rivestito dalla psicologia nell’indagine poliziesca. Dovendo pensare alla serie in termini genere diremmo che è un poliziesco basato più o meno interamente sulla vecchia dinamica del poliziotto buono/poliziotto cattivo. La verità, però, è che semplificheremmo.

In parte thriller e in parte procedurale, Mindhunter ricostruisce la dinamica di omicidi efferati e apparentemente inspiegabili di donne grazie all’acume di Holden Ford, qui interpretato dal bravissimo Jonathan Groff di Looking. Eroe fragile, che conosciamo inizialmente come essere umano a disagio con la sua stessa ignoranza e impotenza per assistere a una graduale trasformazione, a lui si affiancano altri personaggi tra cui il partner rozzo Bill Tench (Holt McCallany) e due donne: una è la misteriosa fidanzata, Debbie (Hannah Gross) e l’altra è la psicologa omosessuale Wendy Carr (Anna Torv). La serie di Fincher, soprattutto nelle dinamiche femminili, corteggia infatti anche il genere noir.

Non è difficile tracciare la linea tra Mindhunter e show affini: i primi nomi (ma non i soli) a venire in mente sono Fringe, il cui meccanismo di costruzione di team sono praticamente citate in modo esplicito grazie alla presenza di Anna Torv, e Hannibal. Con la serie di Bryan Fuller i punti in comune sono molti, ma il più grande torna a essere l’empatia di Will Graham/Hugh Dancy cui Ford/Groff assomiglia pur essendone la copia meno esasperata. Nel mondo dei videogiochi, inoltre, grossi riferimenti per l’originale Netflix potrebbero essere La Noire o Heavy Rain, affini non soltanto nelle atmosfere ma nella ricerca di comprensione tramite interrogatorio di quel che avviene nella testa del villain.

Più di tutto, però, Mindhunter somiglia al cinema dello stesso David Fincher – che ne dirige direttamente quattro episodi in totale – al punto da poter passare per una sorta di prequel di parte della sua opera. Negli anni Settanta in cui la parola serial killer ancora non esiste (ci si riferisce agli assassini come killer sequenziali) Ford è soprattutto il precursore del Detective David Mills di Seven, dei Robert Graysmith e David Toschi di Zodiac e persino di Michael Blomkvist in Uomini che odiano le donne. Certo, il cinema legato agli uccisori psicopatici non è appannaggio del solo regista di Panic Room e infatti sempre il protagonista dello show non può che far tornare alla mente la Clarice Starling di Jodie Foster ne Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme.

Il cuore pulsante di Mindhunter sono, infatti, i lunghi colloqui di Holden Ford con i vari mostri che, in qualche scomoda maniera, finiscono per diventare mentori. È qui che la serie brilla davvero, brilla più intensamente. La sensazione è che si potrebbero passare dieci ore della propria vita soltanto seguendo il detective nei labirinti mentali di personaggi a dir poco pazzeschi come Ed Kemper (Emmy subito a Cameron Britton che gli presta corpulenza e comportamenti affettati) mentre comprendiamo che quando si tratta di esplorare la psiche perversa di un assassino ciò che conta non è la qualità, ma la sequenza delle domande. Come Graham in Hannibal, ma in maniera meno supereroica, Ford – dunque lo spettatore – comprende che le sole bussole possibili per orientarsi nei sentieri della crudeltà sono l’istinto, un’umanità profonda messa costantemente e consapevolmente a rischio, e soprattutto la già citata empatia.

Menzione d’onore va allo showrunner Joe Penhall e al resto degli sceneggiatori dei dieci episodi (di durata variabile: dai trenta ai cinquanta minuti) perché Mindhnter è sostenuto dai dialoghi mai triti, mai banali, mai scontati. Sempre eccezionali. Sono proprio i dialoghi a fare di questo prodotto atipico, coerente e disturbante ma sempre cerebrale, mai insopportabile, forse la serie tv più ricca e scintillante (finora) dell’autunno 2017. La ritroveremo – è praticamente garantito – nelle classifiche di fine anno.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa
Foto Fabio Cimaglia / LaPresseRoma 18-05-2015PoliticaPalazzo Chigi. La bandiera italiana esposta in occasione del Consiglio dei Ministri è strappataNella foto la bandiera strappataPhoto Fabio Cimaglia / LaPresseRome 18-05-2015PoliticPalazzo Chigi. The italian flag exhibited at the Council of Ministers is rippedIn the photo the ripped flagFoto Fabio Cimaglia / LaPresseRoma

Uno dei temi forti della manovra del governo è il lavoro, per il quale è stata decisa la decontribuzione del 50% per 3 anni degli oneri previdenziali che, a partire dal 2018, riguarderà i giovani fino ai 35 anni, età che con il passare degli anni andrà a ridursi. Il cuneo fiscale verrà invece ridotto del 100% al meridione. Due miliardi di euro sono invece destinati al rinnovo dei contratti dei dipendenti statali, incluse le forze dell’ordine.

Relativamente alle politiche del lavoro verranno stanziati 100 milioni di euro all’anno per la Cassa integrazione straordinaria che prevede la ricollocazione dei lavoratori.

Un altro piatto forte è il capitolo che riguarda nuove tasse e l’aumento dell’Iva, entrambi scongiurati dalla legge di Bilancio appena approvata, definita dal premier Paolo Gentiloniun provvedimento snello e utile, senza lacrime e sangue” .

Escluse dalla manovra le pensioni, come del resto anticipato dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti.

Il ministro dell’Economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha invece enfatizzato l’assunzione di 1.500 ricercatori per le università, “il segno che il Paese deve investire sul capitale umano” , glissando invece sulla questione superticket da 10 euro che, se del caso, verrà ritoccato nei prossimi mesi, contrariamente a quanto previsto.

I fondi
Circa 10 miliardi di euro saranno resi disponibili dalla flessibilità sul deficit concessa da Bruxelles, altri 5 miliardi grazie alle maggiori entrate fiscali previste e altri 3,5 miliardi dai tagli alla spesa. “Risorse che possono sembrare limitate ma sono bene indirizzate e la loro efficacia è maggiore” , ha sottolineato il ministro Padoan. Niente nuove tasse ma, in sostanza, una migliore gestione del denaro.

Per incamerare quattrini si fa affidamento anche sulla messa all’asta delle frequenze 5G, il cui valore di partenza è stato fissato a 2,5 miliardi di euro. Il sottosegretario alle Comunicazione Antonello Giacomelli ha ricordato però che la frequenza a 700 MHz sarà disponibile solo dal 2022 e ha ipotizzato un pagamento rateale anticipato, in attesa che il ministero dell’Economia e delle Finanze si pronunci in merito.

 

 

 

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wired.it - 2 giorni 2 ore fa

IoT

Las Vegas — L’Internet of Things fa parte del nostro quotidiano. I dispositivi connessi entrano nelle nostre automobili, nelle nostre case, negli alberghi, negli uffici. Persino negli aeroporti e negli ospedali. Immaginare uno scenario in cui dei malintenzionati possono tenere in scacco strutture sensibili non rientra nella fantascienza. Tuttavia occorre diffondere prima di ogni altra cosa la cultura necessaria a raffinare i palati di costruttori, architetti hardware e software, venditori e utenti finali.

Accorgimenti, norme, regole, ma anche definizioni. Ribattezzare su vasta scala l’Internet of Things (IoT) in Internet of Everything (IoE) può essere utile. Diffondere in termini reali il fatto che, in definitiva, quando usiamo dispositivi interconnessi in realtà gli “oggetti connessi” siamo noi stessi, può corrispondere con una maggiore sensibilità ai temi della sicurezza e della privacy, del resto i dati raccolti tramite i nostri dispositivi e in seguito elaborati e conservati su server remoti, riguardano la nostra sfera privata.

L’assenza di regole è un tema che da anni viene discusso a ogni latitudine. Per citare alcuni esempi lo ha rilanciato in Italia il Garante per la privacy a fine aprile del 2015 e, a settembre dello stesso anno, l’Fbi ha cominciato a diramare bollettini di sensibilizzazione. A dare ulteriore spessore al problema è intervenuta anche l’azienda di analisi e consulenza Gartner, sempre nel 2015, con una frase che fa riflettere: “l’IoT ridisegna il concetto di sicurezza ampliandone i campi di applicazione e aggiungendo responsabilità che derivano dalle nuove piattaforme, dai nuovi servizi e dalle strategie future. Le imprese devono rimodellare i propri reparti IT e la sicurezza informatica” .

Il dibattito viene soprattutto affrontato tra privati, uno degli estensori più attivi è Bruce Schneier, esperto di crittografia, dal 2006 al servizio dell’operatore telefonico britannico BT Group. Lo scorso 23 maggio, durante l’IoT World Forum a Londra, ha detto poche cose ma incisive: “L’industria è piena di fallimenti di mercato che per ora sono stati ignorati. Siccome computer e dispositivi connessi continuano a permeare le nostre case, automobili e imprese, questi fallimenti non possono più essere tollerabili. La regolamentazione deve essere fatta prima che i governi la impongano” .

I “fallimenti di mercato” a cui fa riferimento sono, non soltanto ma soprattutto, le debolezze dei dispositivi IoT i quali, per lungo tempo, hanno sacrificato la sicurezza e la privacy in onore del design e del prezzo. Prevedere dei sistemi di protezione rischia infatti di togliere fascino alle forme dei dispositivi e al loro prezzo, che salirebbe anche dotandoli di strumenti software per la difesa dalle intrusioni.

Il risultato è la relativa facilità con cui la rete viene scandagliata alla ricerca di dispositivi da utilizzare per sferrare attacchi mirati ma, ancora prima, la semplicità con cui le informazioni che produciamo e rilasciamo, possono essere intercettate e utilizzate da una varia categoria di persone e classi professionali. Non solo malintenzionati propriamente detti, ma anche marketer, aziende ed esperti di profilazione.

Per capire meglio quali impegni possono assumere i costruttori di dispositivi e gli sviluppatori di applicazioni, abbiamo chiesto il parere di Craig Adams,
vice president web experience product management, e di Jay Coley, global enterprise sercurity architects di Akamai, incontrati durante l’Akamai Edge 2017 che si è tenuto a Las Vegas. L’apporto di Coley è particolarmente interessante perché, oltre ad una carriera ventennale nella sicurezza IT, ha trascorso 11 anni nelle fila dell’esercito americano e ha un approccio globale ai temi della prevenzione e della riservatezza. “Cloud e IoT sono importanti, diventa altrettanto importante mettere in sicurezza piattaforme e dispositivi, perché le botnet non sono il solo problema che può minarne lo sviluppo e la diffusione”. Allora, sfruttando la sua esperienza, ecco 5 regole d’oro per mettere a dieta le aziende bulimiche di dati.

Minimizzare l’acquisizione di dati
Gli sviluppatori devono essere ligi nel raccogliere i dati, limitandosi a quelli strettamente necessari e con una frequenza giustificata. Prelevare dati non influenti e con eccessiva ciclicità aumenta sia il rischio di violazioni sia la possibilità dei malintenzionati di individuare informazioni sensibili. Per fare un esempio, se lo scopo di un dispositivo IoT e delle relative applicazioni è quello di consigliare una dieta, non ha senso raccogliere informazioni che nulla aggiungono alla sua efficacia.

Ridurre il periodo di conservazione dei dati
Una volta che i dati sono stati analizzati andrebbero distrutti. Archiviare le informazioni permetterebbe, in caso di violazioni, la ricostruzione di una situazione storica inutile e dannosa. Allo stesso modo le informazioni raccolte dovrebbero essere sempre crittografate, così come dovrebbero esserlo durante la fase di analisi e, successivamente, quando vengono archiviate. Ancora meglio sarebbero evitare l’archiviazione, distruggendo i dati subito dopo la loro analisi. Andrebbe evitata ogni forma di centralizzazione delle informazioni che, di fatto, avvengono su uno o più server, luoghi non fisici (o “non luoghi”) che sono comunque esposti a infiltrazioni e violazioni.

Ridurre la granularità dei dati
Dispositivi e applicazioni dovrebbero richiedere dati molto aggregati perché se troppo granulari possono potenzialmente esporre a rischio la privacy delle persone a cui i dati fanno riferimento. Una specie di “polpettone” di informazioni difficilmente decifrabili dai malintenzionati o dai curiosi di ogni sorta. Per esempio, l’assunzione di calorie di una persona può essere registrata su base mensile e non per forza di cose giornaliera. Questo vale anche per altri valori, non per forza di cose vitali e non per forza riferiti all’essere umano. La stessa cosa vale per il consumo energetico di una casa, i cui valori possono essere rappresentati per categoria (per esempio nel gruppo di consumi tra 150 e 200 kWh) e non in base al consumo specifico e dettagliato.

Informazione, audit e Open source
Gli utenti devono sapere quando i dati vengono raccolti, quando vengono analizzati e quando vengono distrutti. Il log delle attività devono essere accessibili agli utenti stessi, affinché possano verificare in prima persona se i dispositivi IoT e le applicazioni fanno davvero ciò che sostengono di fare.

Nasce l’esigenza di creare degli organi di supervisione indipendenti i quali, con delle verifiche mirate, possano richiamare all’ordine i costruttori e gli sviluppatori laddove necessario. In questo quadro si inserisce anche la necessità di utilizzare software open source, il cui funzionamento è di norma gestito da una più o meno vasta comunità di individui, votati tra le altre cose alla continua ricerca di criticità e di soluzioni per apportare miglioramenti.

Certificazioni, standard e politiche
Gli organi di supervisione indipendenti (quindi in nessun mondo collegati a produttori e venditori di dispositivi IoT e servizi a corredo) dovrebbero certificare i prodotti hardware e software, facendo riferimento a standard già esistenti e che riducono i rischi, tra i quali il framework AllJoyn che definisce un protocollo per la comunicazione indipendente dalla tecnologia e dalla piattaforma usata. A ciò si aggiungono le normative europee e, per citare un altro standard, l’Iso 29100 che garantisce una protezione di alto livello delle informazioni personali sensibili (Personally identifiable information, Pii).

Oltre a ciò, gli utenti devono dimostrare un’elevata sensibilità quando acquistano, preferendo sborsare qualche euro in più per acquistare prodotti più conformi e predisposti alla sicurezza, avendo in ogni caso l’accortezza di non risparmiare la fantasia quando impostano le password di accesso a dispositivi, applicazioni e portali.

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wired.it - 2 giorni 2 ore fa

Come sono fatte le galassie lontane dalla Via lattea? Ce lo racconta questo video, una bellissima animazione realizzata grazie ai rilevamenti del telescopio spaziale Hubble e all’occhio di astronomi e visual artist grazie ai quali i dati hanno preso forma.

L’occhio si muove attraverso un denso gruppo di galassie lontane da sei a oltre dieci miliardi di anni luce da noi, anche se (per esigenze puramente pratiche) le distanze e le profondità sono state significativamente compresse.

Ti è piaciuto? Guarda anche il sorgere della Luna ripreso dalla Stazione spaziale internazionale.

(Nasa, Esa)

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wired.it - 2 giorni 2 ore fa

Se avete bisogno di prendere una pausa per sorridere e tornare bambini non perdetevi Eyes, l’installazione di Lucas Zanotto che ha per protagonisti gli occhi, o meglio gli sguardi buffi animati dal designer e regista italiano (residente a Helsinki) con materiale come legno, acqua, cartone colorato, palline da ping pong.

Eyes, spiega pragmaticamente Zanotto sul suo sito internet, “è una serie di installazione che avevo in mente di fare da un po’ di tempo, e che alla fine ho realizzato”. Il sound design è di David Kamp.

I lavori di Lucas Zanotto sono anche reperibili su Instagram e Twitter.

Ti è piaciuto? Guarda anche La mostra veneziana sulla computer art.

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wired.it - 2 giorni 3 ore fa

Binasco (MI) — Anche dietro la tazzina di espresso che beviamo ogni mattina al bar ci sono tecnologia, creatività e tanto cuore. È per rimarcare questo concetto che il Gruppo Cimbali, tra gli indiscussi leader mondiali nella produzione di macchine per il caffè professionali, inaugura la mostra Technology Heart Human Mind, realizzata sotto la direzione artistica di Tomaso Cariboni e di Bonsaininja Studio, con la collaborazione di Giacomo Vignoni Studio per il progetto d’allestimento.

Dal 20 ottobre fino al prossimo 30 aprile sarà possibile visitare l’esibizione presso la Sala Hangar 100 del Mumac, il Museo della Macchina per il Caffè inaugurato cinque anni fa presso il quartier generale di Cimbali, a Binasco, in provincia di Milano. A cavallo fra arte e nuove frontiere del digitale, con uno spirito che sembra richiamare alcuni dei padiglioni visti ad Expo 2015, le installazioni di Technology Heart Human Mind condurranno per mano il pubblico nel variopinto mondo del caffè.

Così attraverso la tecnica del video mapping si avrà l’occasione di assistere a curiose creazioni di latte art, mentre un pannello touch screen che raccoglie i dati provenienti dalle macchine LaCimbali di tutto il mondo permetterà di sapere quanti e quali caffè vengono serviti in ogni ora della giornata nelle più grandi metropoli internazionali. È possibile assaporare una piccola anteprima della mostra sfogliando le immagini della nostra gallery.

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wired.it - 2 giorni 3 ore fa

fecondazione assistita

BARCELLONA – Se la Catalogna diventasse davvero uno stato indipendente, che succederebbe alle migliaia di turisti riproduttivi europei che affollano le cliniche di Barcellona e delle altre città catalane? Lo abbiamo chiesto ad alcune delle più importanti cliniche preferite dalle donne straniere a Barcellona.

Questa settimana lo scontro fra il governo spagnolo e quello catalano sta raggiungendo il suo culmine. Ma qualsiasi cosa accada, certamente non si concretizzerà in un’autentica e formale indipendenza, non a breve termine almeno. Per costruire un nuovo stato ci vuole tempo e soprattutto un riconoscimento internazionale che per ora alla Catalogna nessuna nazione ha promesso. Ma nell’ipotesi che attraverso qualche tipo di meccanismo effettivamente il governo catalano raggiunga l’obiettivo di costituire una nuova entità statale autonoma, e che questo avvenga in maniera concordata con gli altri stati europei, si prospetta la possibilità che la nuova repubblica catalana potrebbe non formar parte dell’Unione europea. Almeno, in questa direzione vanno tutte le prese di posizione ufficiale da Bruxelles. Per quanto la possibilità della creazione di un nuovo stato da un territorio già membro dell’Unione non sia esplicitamente contemplata nei trattati, sembra ragionevole immaginare – e lo ammettono anche molti indipendentisti – che potrebbe passare un periodo fuori dalla Ue prima di rientrarci (obiettivo dichiarato della maggior parte degli indipendentisti).

Questo potrebbe essere un elemento di difficoltà per i viaggiatori europei: ma non è escluso che il nuovo stato, pur non formalmente nella Ue, potrebbe firmare qualche tipo di accordo per permettere la libera circolazione dei cittadini – un po’ come la Svizzera, per intenderci. D’altra parte sarebbe strano che così non fosse, dato che non appena costituito il nuovo stato, ciascuno dei suoi cittadini sarà automaticamente anche cittadino europeo perché saranno tutti cittadini spagnoli: la costituzione iberica infatti prevede che uno spagnolo o una spagnola di nascita non possa essere privato della propria nazionalità (articolo11.

Il punto chiave però resta la legislazione vigente al momento dell’indipendenza. Il motivo per cui 20mila europei, e soprattutto italiani, viaggiano verso le cliniche della fertilità iberiche è non solo che conta su laboratori e tecniche d’avanguardia, ma anche che in Spagna è possibile effettuare qualsiasi tipo di trattamento riproduttivo, senza porre nessun limite: single, coppie, sposate o no, eterosessuali o omosessuali. L’unico divieto è alla gestazione per altri, cioè a quello che viene volgarmente definito utero in affitto. Per il resto dall’eterologa (cioè l’uso di gameti esterni alla coppia), alla selezione di embrioni o dei gameti, chi desidera avere una figlia o un figlio può recarsi a Barcellona (o in Spagna) senza problema. Nella legislazione vigente non esistono neppure limiti di età, che fissano le cliniche stesse. Il problema semmai è che delle 33 cliniche della fertilità catalane, ben 27 sono private.

Mireia Folguera dell’InstitutMarqués non ha problemi a spiegare a Wired Italia che lei non vede alcun pericolo nel caso venisse creato un nuovo stato. All’Institut Marqués, il 90% delle richieste sono straniere, una gran parte italiane. Il Marqués, come altri centri simili, sta aprendo sedi anche in altri paesi (fra cui in Italia) proprio per facilitare l’accesso alle coppie in cerca di soluzioni riproduttive senza costringerle al viaggio fino a Barcellona. “Ma naturalmente seguiamo le legislazioni dei vari paesi: in Italia non potremo permettere per esempio la fecondazione a persone single o a coppie lesbiche: in questo caso, proporremo loro un viaggio a Barcellona”, spiega Folguera.

Ma di una cosa però è sicura Folguera: “a breve termine, non ci saranno problemi, né per noi, né per altri”, dice. Stessa cosa ci dice Rita Vassena, direttrice scientifica del gruppo Eugin, che nel mondo effettua circa 21mila trattamenti all’anno (a Barcellona ha trattato 650 donne l’anno scorso su 7100 pazienti totali, e 850 nella sua clinica di Modena). “Siamo molto tranquilli. Non è successo ancora nulla, e noi continuiamo con la nostra attività regolata dalla legge spagnola”.

La ragione è presto detta: il fattore limitante è la legislazione, e almeno nella prima fase di vita della nuova repubblica continueranno vigenti le leggi spagnole che verranno automaticamente ereditate dal nuovo stato. Lo prevedeva concretamente la legge sulla “transitorietà giuridica” approvata all’inizio di settembre dal parlamento catalano. Per la verità, la legge è stata rapidamente sospesa dal Tribunale costituzionale spagnolo, ma gli indipendentisti catalani sostengono che per loro è ancora valida. Sia come sia, la norma chiarisce quale sarebbe il meccanismo transitorio ragionevole: a meno che non altrimenti specificato, le leggi in vigore sotto la Spagna, continuerebbero in vigore anche nella repubblica catalana.

Anche il gruppo Quiron, proprietario della clinica Dexeus di Barcellona (9% di pazienti straniere, il 70% delle quali inglesi) fa sapere attraverso il suo ufficio stampa che “non hanno in previsione nessun cambiamento fintanto che la legge in vigore rimanga la stessa”. Il gruppo Eugin ricorda che – come altri – ha comunque una clinica a Madrid che in ogni caso funzionerà seguendo la legge spagnola.

D’altra parte, la gestione e il finanziamento della sanità, come in Italia, anche in Spagna è regionale, cioè è competenza diretta delle comunità autonome già da oggi. Sempre immaginando che la futura repubblica catalana possa essere imminente, e che la politica del suo governo sia simile a quella del governo attuale, è difficile credere che verrebbero modificate le attuali linee guida. Anzi: fra i vanti dell’attuale ministro della Salute catalano, Toni Comín, c’è anche quello di aver preparato nel 2016 un nuovo protocollo per la riproduzione assistita nei centri pubblici che apre anche alle coppie lesbiche: in precedenza nei centri pubblici catalani era garantito questo diritto solo alle coppie eterosessuali sterili, senza figli e in cui la donna avesse meno di 40 anni e l’uomo meno di 55. Di fatto, attraverso il sistema pubblico nel 2015 vennero finanziati solo 1.291 trattamenti di inseminazione artificiale e 1.122 processi di fecondazione in vitro. Ma la lista d’attesa era di circa 22 mesi – 2.700 donne erano in questa situazione.

Nel nuovo protocollo entrano la stimolazione ovarica, l’inseminazione artificiale, l’inseminazione con seme di donante, la fecondazione in vitro (Fiv) con gameti propri, la Fiv con gameti donati e la microiniezione citoplasmatica di spermatozoi.

Attraverso il cammino della sanità pubblica in Catalogna, al momento possono accedere anche tutte le cittadine comunitarie come per qualsiasi altra prestazione pubblica: con uno stato indipendente bisognerebbe capire quale sarebbe lo status dei cittadini europei.

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