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wired.it - 3 giorni 19 ore fa
Boom, nuova generazione di aerei supersonici (Boom)Boom, nuova generazione di aerei supersonici (Boom)

Nel settore dell’ingegneria aeronautica le idee potenzialmente rivoluzionarie non sono mai abbastanza. La Iata, l’associazione internazionale per il trasporto aereo,  prevede che entro il 2036 viaggeranno in aereo 7,8 miliardi di passeggeri. Quasi il doppio rispetto ai 4 miliardi che hanno volato nel 2017. La crescente domanda di connessione globale rappresenta una sfida decisiva per le maggiori compagnie che costruiscono aerei, che ogni anno investono miliardi di dollari per sviluppare modelli di viaggio innovativi.

Guerra fra titani
Per questo oggi la battaglia tra Airbus e Boeing è più feroce che mai. Le due aziende leader costruttrici di aeromobili hanno rafforzato il loro duopolio lo scorso anno registrando incassi stellari. Il gruppo aerospaziale europeo ha annunciato a gennaio di essersi assicurato 1.109 ordini di aeromobili nel 2017, quasi 200 in più rispetto a Boeing. I guadagni operativi di Airbus sono stati di 4,25 miliardi di euro rispetto ai 3,96 dell’anno precedente. Con l’utile netto balzato a 2,87 miliardi. Mentre Airbus ha attirato più ordini nel 2017, Boeing ha guidato il numero di aeroplani consegnati con un totale record di 763 consegne. La compagnia americana ha registrato un utile operativo netto di 9 miliardi di dollari, una cifra ben al di sopra delle stime iniziali in crescita sull’anno precedente.

Aereo in decollo (Pixabay)Aereo in decollo (Pixabay)

Volo supersonico
Le stime al rialzo della domanda di trasporto aereo porteranno a una significativa sfida infrastrutturale, ma è sul fronte delle tecnologie aeronautiche che si gioca la partita sul futuro. Gli americani di Boeing scommettono sul lungo periodo. Lo scorso giugno, alla conferenza dell’American institute of aeronautics and astronautics di Atlanta, la società ha presentato il suo piano per un jet ipersonico destinato ai viaggi passeggeri commerciali.

Non si tratta di una nuova tecnologia: il programma Concorde, sviluppato negli anni ’60 congiuntamente da ingegneri britannici e francesi, ha fatto storia. Il progetto è costato al governo francese 1,3 miliardi di euro dell’epoca, ma l’aumento vertiginoso del prezzo di acquisto, gli altissimi costi di manutenzione, le vendite di biglietti in calo e, non da ultimo, il tragico incidente del volo 4590 Air France, hanno segnato la fine del progetto.

Un volo transatlantico del prodigioso velivolo ingoiava carburante al ritmo di una tonnellata per posto, un biglietto medio di andata e ritorno costava negli anni Ottanta circa 12.000 dollari. Ma secondo i piani Boeing i viaggi passeggeri supersonici, estinti nel 2003, torneranno fra 20/30 anni. Gli aerei ipersonici del futuro voleranno quasi tre volte più velocemente del leggendario Concorde, cinque volte oltre la velocità del suono a circa 3.800 miglia orarie, permettendo ai passeggeri di raggiungere Tokyo da Los Angeles in sole tre ore.

Boom, nuova generazione di aerei supersonici (Boom)Boom, nuova generazione di aerei supersonici (Boom)

I concorrenti in volo
Boeing non sarebbe l’unica azienda a cercare di rianimare il volo supersonico. La Boom Technology di Denver, finanziata da Japan Airlines e Virgin Group sta progettando un velivolo da cinquantacinque posti solo in prima classe. Entro la fine di quest’anno Boom prevede di iniziare i test per i suoi aerei da 2.300 chilometri orari, soprannominati Baby Boom. Il fondatore della società, Blake Scholl, parlando al Dubai Airshow, lo scorso novembre ha dichiarato che volare oltre la velocità del suono sui suoi jet costerà come un biglietto in business class su un aereo tradizionale. La compagnia prevede che il velivolo sarà operativo per i voli commerciali entro il 2025. I prezzi partiranno da 2.500 dollari per tratta. Lo scorso dicembre, secondo i dati del sito Crunchbase, la compagnia aveva raccolto 47,3 milioni di dollari in finanziamenti privati.

Anche Lockheed Martin, principalmente impegnata nella fabbricazione di aerei e armi per l’esercito americano, è entrata in partnership con Aerion per sviluppare piccoli business jet supersonici. Il jet As2 porterà dodici passeggeri e sarà in grado di viaggiare da New York a Londra in 4,5 ore.

Nella corsa alla messa a punto dei piccoli business jet supersonici la Spike Aerospace di Seattle sembra aver vinto una tappa decisiva. Lo scorso ottobre il prototipo S-512 ha completato il suo primo volo di prova senza equipaggio e la versione commerciale potrebbe raggiungere i cieli già nel 2023. I facoltosi clienti che viaggeranno a velocità supersonica risparmieranno sulle ore di volo ma non sui costi, per un jet di Spike si dovranno sborsare oltre 100 milioni di dollari.

 Airbus)Test del taxi volante Vahana di Airbus (foto: Airbus)

La sfida dell’elettrico
Il colosso aerospaziale europeo Airbus dal canto suo sembra impegnato su un altro fronte, quello degli aerei elettrici senza pilota. Una scommessa in parte già vinta il 31 gennaio scorso, con il successo del primo test per un prototipo di taxi elettrico a guida autonoma, Vahana. Entro cinque anni i taxi volanti senza pilota potrebbero trasportare i pendolari nelle maggiori megalopoli congestionate del mondo. Se tutto andasse secondo i piani, una versione certificata Federal aviation administration del prototipo Vahana potrebbe essere pronta per i passeggeri entro il 2022. Vahana sarebbe capace di decolli e atterraggi verticali, avrebbe una batteria con autonomia massima di cento chilometri e costerebbe ai consumatori tra 1,50 e 2,50 dollari per miglio – approssimativamente in linea con il costo di un taxi.

Il progetto è stato sviluppato in soli due anni da un team di progettisti francesi e ingegneri Nasa nel laboratorio aerospaziale A3 della Silicon Valley finanziato da Airbus Ventures. Dal 2016 l’azienda francese ha stanziato oltre 150 milioni di dollari per l’avvio di startup focalizzate su tecnologie aerospaziali, analisi dei dati, droni, sicurezza e satelliti. Aree da cui la casa madre trarrebbe diretto beneficio. Gli aerei senza pilota sono in parte già realtà, ma per il trasporto commerciale aereo tradizionale potrebbero valere oro. Una ricerca condotta dalla banca d’investimenti Ubs, riportata dalla Cnbc, ha rilevato che i velivoli commerciali no-pilot potrebbero valere 35 miliardi di dollari in risparmi per le compagnie aeree e le tariffe per i passeggeri potrebbero vedere un calo dei prezzi di oltre il 10 per cento.

Blue OriginBlue Origin

La corsa allo spazio
Ai viaggiatori del futuro la terra potrebbe non bastare, e per un gruppo di imprenditori visionari lo spazio cosmico rappresenta la prossima frontiera del trasporto commerciale. Da circa una decina d’anni l’ambiente spaziale non è più sola riserva delle agenzie governative. Le società private sono entrate nel campo e stanno spingendo con più vigore e rapidità di quanto previsto. A fine aprile Dennis Muilenburg, amministratore delegato di Boeing, si è detto certo che la compagnia da lui guidata sarà la prima ad andare su Marte dichiarando che i voli di prova inizieranno già nel 2019.

Richard Branson con la sua Virgin Galactic ha annunciato lo scorso aprile il primo test commerciale sub-orbitale vicino alla luna. La Virgin Galactic SpaceShipTwo trasporterà sei passeggeri al costo di 250mila dollari a biglietto. Mentre SpaceX di Elon Musk lancerà una missione test su Marte nel 2020. All’appello non manca neppure Jeff Bezos di Amazon che con la sua Blue Origin‘s Space Tourism Capsule promette brevi viaggi nello spazio ad aspiranti turisti stellari già in lista di attesa.

Una ragazza in attesa del volo (Pixabay)Una ragazza in attesa del volo (Pixabay)

Nella corsa allo spazio il gigante aerospaziale Boeing, al momento, sembra avere la meglio. Ha accumulato oltre 8,5 miliardi di dollari in free cash su base trimestrale lo scorso anno. Ciò significa che l’azienda può permettersi più facilmente di spendere per la ricerca e lo sviluppo di quanto può fare, per esempio, Musk, il cui piano Tesla sembra non andare come previsto. Secondo un rapporto della società di investimenti Space Angels, nel 2017 gli investitori privati hanno finanziato società spaziali commerciali per oltre 3,9 miliardi di dollari. L’era dello spazio cosmico quale settore imprenditoriale è dunque ben avviata. La Bank of America Merrill Lynch ha previsto in ottobre che l’industria spaziale raggiungerà i 2,7 trilioni dollari in giro d’affari nei prossimi tre decenni, rispetto ai circa 350 miliardi di oggi. Non solo dai viaggi spaziali, ma anche dal lancio di satelliti.

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wired.it - 3 giorni 19 ore fa
Succhi di frutta(Foto: Unsplash)

Succhi di frutta sì, succhi di frutta no. A differenza di bevande gassate e zuccherate, nei confronti delle quali comunità scientifica e mezzi di informazione si sono schierati in modo netto e perentorio, raccomandando di limitarne (se non evitare del tutto) il consumo, la posizione nei confronti dei succhi di frutta è molto più sfumata. Nell’immaginario collettivo, anzi, i succhi di frutta sono spesso associati all’idea di salute e benessere, e molti genitori li propinano ai propri figli, come ricorda il New York Times in uno speciale appena pubblicato, senza tener conto della loro correlazione con disturbi come l’aumento di peso e l’obesità. Correlazione particolarmente importante nel caso dei succhi di frutta zuccherati. Ecco allora tutto quello che c’è da sapere sul tema.

I dati
Iniziano con qualche numero. In America, dove nasce l’allarme rilanciato dal New York Times, un adulto consuma in media oltre 24 litri di succhi di frutta ogni anno. E un bambino su due li consuma quotidianamente. Per l’Italia è più complicato trovare dati così precisi sui consumi, ma qualche indicazione ce la può fornire una ricerca realizzata da Iri sul mercato dei succhi di frutta.

Nel 2017 il comparto (considerando tutti i tipi di succhi) ha sviluppato un fatturato pari a 627 milioni di euro, in lieve aumento rispetto all’anno precedente. In totale sono stati venduti 435 milioni di litri di succhi di frutta, a cui i succhi 100% frutta partecipano con 56 milioni di litri e nettari e simili con 134 milioni di litri. Se non altro, il mercato sembra indirizzato verso i prodotti salutari: le vendite di succhi 100% frutta sono infatti aumentate del 7%, e quelle di prodotti biologici del 6,4%, raggiungendo un fatturato di 37 milioni di euro.

Troppi zuccheri
“La cosa da tenere ben presente”, ci spiega Elena Dogliotti, biologa nutrizionista e supervisore scientifico per la Fondazione Umberto Veronesi, “è che non c’è alcuna distinzione tra i succhi di frutta zuccherati e tutte le altre bevande zuccherate. La comunità scientifica raccomanda che bisognerebbe limitare – o addirittura evitare del tutto, se possibile – l’assunzione di zuccheri semplici. In particolare, gli zuccheri semplici non dovrebbero eccedere il 15% dell’apporto nutrizionale totale giornaliero per i bambini e il 10% per gli adulti”.

Rispetto a una dieta da 2000 calorie al giorno, il 15% corrisponde a circa 75 grammi di zuccheri semplici totali. Stando a uno studio condotto da un team di ricercatori della University of Liverpool e pubblicato sulla rivista Bmj Open, circa la metà delle confezioni di succhi di frutta in commercio contiene una quantità di zuccheri pari a quella massima giornaliera consigliata per i bambini. Complessivamente, il contenuto di zuccheri aggiunti può arrivare fino a 16 grammi per 100 ml di bevanda, con un valore medio di 7 grammi.

Tra l’altro, gli zuccheri contenuti nei succhi di frutta vengono assorbiti più velocemente di quelli assunti da alimenti solidi. “I succhi di frutta”, continua Dogliotti, “contengono fruttosio (lo zucchero contenuto nella frutta) e glucosio o saccarosio: in soluzione acquosa, lo zucchero viene assorbito più rapidamente dall’organismo e quindi può generare un picco glicemico e, di conseguenza, un aumento repentino nella produzione di insulina”.

100% frutta?
Discorso diverso, invece, vale per i succhi 100% frutta, ovvero quelli che, come suggerisce il nome, non contengono zuccheri aggiunti. “In questo caso”, spiega ancora Dogliotti, “le bevande contengono solo il fruttosio presente nella frutta da cui derivano, e quindi rappresentano certamente una scelta più salutare”.

Sul tema si è espressa anche la Società italiana di nutrizione umana (Sinu), che ha pubblicato un documento relativo al consumo di succhi 100% frutta nel contesto di una sana alimentazione: “Per un consumo moderato”, si legge nel testo, “le quantità di fruttosio sono lontane da quelle cui si attribuiscono effetti avversi per la salute, ma va tenuto presente che esse si aggiungono a quelle eventualmente provenienti da altre fonti. È anche vero che, in base all’evidenza disponibile, l’eccessiva assunzione di zuccheri in età evolutiva non è imputabile a un maggior consumo di succhi di frutta. I dati disponibili indicano, inoltre, che il consumo di succhi di frutta tende a diminuire passando dall’infanzia all’adolescenza all’età adulta”.

I succhi contengono anche altro: minerali, vitamine e fitocomposti salutari, tra cui in particolare potassio, acido folico, vitamina C e altre sostanze ad azione antiossidante, in quantità in alcuni casi addirittura maggiori rispetto ai frutti da cui derivano. Però, rispetto ai frutti interi, non contengono fibre: “La frutta”, continua Dogliotti, “è una buona fonte di fibra alimentare, che ha un valore protettivo verso le malattie cardiovascolari e probabilmente verso alcune forme di cancro. Oggi i nutrizionisti raccomandano di assumere circa 30 grammi di fibra al giorno, negli adulti, e 15 grammi nei bambini: per questo bisogna pensare ai succhi 100% frutta non come alimenti sostitutivi della frutta, ma piuttosto come alimenti aggiuntivi”.

Per essere più precisi: un’alimentazione equilibrata prevede 3 porzioni di frutta al giorno (una porzione pesa 150 grammi) a cui, eventualmente, si può aggiungere una porzione di succo 100% frutta da circa 200 ml.

Meglio gli estratti
Una scelta ancora migliore, spiega la nutrizionista, potrebbe essere quella di preparare degli estratti di frutta e verdura, in proporzione 3:1 circa: “In questo modo”, conclude, “si otterranno degli integratori naturali ad alto contenuto vitaminico e minerale e minore contenuto di fruttosio”. E le fibre rimaste nell’estrattore si potranno sempre recuperare per farne una sorta di “dado” di frutta. Gustoso, fresco e salutare.

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wired.it - 5 giorni 16 ore fa

In questi giorni il mondo dei fumetti sta commemorando uno dei suoi grandi. Steve Ditko, storico disegnatore dei supereroi Usa, l’uomo responsabile per il design originale di Spiderman, è morto a New York alla veneranda età di 90 anni.

In una carriera pluridecennale, Ditko ha immaginato e disegnato personaggi come il Dottor Strange e Captain Atom. Con il suo tratto inconfondibile, pulito e dinamico al tempo stesso, ha contribuito a creare il canone stilistico dell’intero genere dei superhero comics, guadagnandosi un posto nell’olimpo degli artisti dei fumetti made in Usa al fianco di leggende come Jack Kirby e John Romita.

Per ricordarlo, vi raccontiamo 5 fatti sulla sua vita che (forse) non sapevate.

5. Ditko e il feticista

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Agli inizi della propria carriera di disegnatore, Ditko si trovò a condividere uno studio a Manhattan con Eric Stanton, autore divenuto poi noto per i suoi fumetti fetish dai temi decisamente spinti. Stando ai racconti di Stanton, spesso i due si trovavano in difficoltà nel rispettare le relative scadenze, e non era raro che si dessero una mano a vicenda, colorando o inchiostrando l’uno i disegni dell’altro. Molto più tardi nella sua carriera, Ditko ha negato di aver mai collaborato con Stanton o di aver mai messo mano alle opere. Eppure il secondo afferma di avere persino contribuito con delle idee alle sceneggiature dell’Uomo Ragno.

4. Chi ha inventato l’Uomo Ragno?

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Si sa che la paternità dell’Uomo Ragno è generalmente attribuita al sorridente Stan Lee. Eppure l’idea originale di un giovane supereroe aracnide fu di Jack Kirby, che lo immaginava come un teenager dotato di anello magico e pistola spara-ragnatele. Il taglio di Kirby era troppo eroico per Lee, che decise di cambiarne le origini e rivederne il design, affidando gli studi del costume a Steve Ditko. In un’intervista degli anni ’60, quest’ultimo raccontò di avere ideato non solo il costume, ma anche dettagli come il lancia-ragnatele dell’Uomo Ragno (a proposito: Stanton reclamò la paternità dell’idea delle ragnatele sparate dai polsi). E si seppe poi che Stan Lee abbozzò solo i primi archi narrativi di Spiderman, lasciando il compito di creare le sceneggiature vere e proprie a Ditko.

3. Niente droghe, please

Doc Strange

Ditko ideò anche un altro grande eroe Marvel: il Dottor Strange. L’impronta psichedelica e le trovate immaginifiche lo rendono immediatamente riconoscibile rispetto agli altri supereroi Marvel, dai piedi ben più piantati per terra. Ma Ditko disse: “Vedendo il Dottor Strange, i lettori penseranno che alla Marvel sia pieno di drogati. Ma non ho mai fatto uso di sostanze psichedeliche, e non penso ci siano artisti che ne assumono“. Non era un arrampicarsi sugli specchi: secondo tutti i resoconti, Ditko era un lavoratore serio, composto, e ben lontano dalla filosofia dei figli dei fiori.

2. Il mistero della rottura con la Marvel

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Ditko creò l’Uomo Ragno e il Dottor Strange, ideò l’armatura rosso-oro di Iron Man e diede a Hulk il suo temperamento irascibile. Poi lasciò la Marvel Comics nel 1966, senza mai rivelarne i motivi. Si sa che i suoi rapporti con Stan Lee erano ormai compromessi, e che i due non si parlavano neanche, scambiandosi disegni e sceneggiature attraverso un agente. Pare che la lite finale fu scatenata da un disaccordo circa il colpo di scena sull’identità del supercriminale Goblin, ma Ditko smentì tale ipotesi limitandosi a dire che “Stan Lee non sapeva nulla di quel che mettevo in pagina finché non vedeva le tavole, quindi non poteva esserci alcun disaccordo“. Mentre il collega John Romita disse semplicemente che “Stan Lee e Steve Ditko erano in disaccordo su tutto: cultura, società, storia, personaggi…

1. Ditko e l’oggettivista

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La carriera di Ditko assume una luce diversa se si conosce l’influenza della filosofia oggettivista sulle sue scelte professionali. Ditko era infatti seguace di Ayn Rand, autore di Atlas shrugged, secondo cui l’uomo vive solo per sè, e non deve sottostare ad altri o costringere altri a sacrificarsi per il proprio bene. Solo il capitalismo deve guidare l’economia e la società, e lo stato deve limitarsi a fare da cane da guardia contro chi usa la violenza.

Così come i protagonisti idealizzati di Rand, anche Ditko ha spesso abbandonato le proprie opere (forse Spiderman, certamente The Riddler) pur di non piegarsi alle influenze di editor e colleghi. Una delle ultime creazioni di Ditko, Mr. A (dal principio di identità A=A centrale nella filosofia di Rand) è l’eroe oggettivista per definizione, pronto a usare qualsiasi mezzo nella lotta contro il crimine e identificato da carte bianche e nere, a indicare che la verità è oggettiva e non esistono sfumature di grigio.

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa


Il cinema è stato l’arte di massa del Novecento, il mezzo con il quale è stata riscritta la storia, cioè tramite il quale è stata raccontata e quindi tramandata. Insomma se qualcuno ha dovuto fare la storia come la fanno i vincitori, cioè raccontandola dal proprio punto di vista, l’ha fatto tramite il cinema, con film documentati ma soprattutto spettacolari che fissino nella memoria collettiva eventi importanti in una certa maniera.

Non fa eccezione 12 Soldiers, uscito a metà luglio, che racconta della prima spedizione in Afghanistan dell’esercito americano dopo l’11 settembre. La storia è quella dei 12 soldati poi insigniti di medaglie e onori, che per primi hanno combattuto contro i talebani, arrivando quasi a sgominarli (questo dice il film) in un ambiente che non conoscevano, su cui avevano scarse informazioni e grazie alla collaborazioni di altre fazioni locali opposte ai talebani. L’immagine dei soldati statunitensi armati ma a cavallo contro i carri armati dice tutto in questo senso.

Non sempre i film che cercando di raccontare e quindi tramandare la storia per i posteri in una certa maniera hanno successo, ma quando capita associano ad un nome o ad un evento un certo sentimento e certe caratteristiche, creano insomma dalla realtà il mito, che inevitabilmente è ciò che sopravvive.
I 10 film più importanti della storia del cinema ad averlo fatto raccontano quindi il novecento dal punto di vista di chi ha vinto.

10. The Iron Lady
Nella storia britannica poche figure sono discusse come la Thatcher. Nemico per i laburisti e mito per i conservatori, inizio della decadenza per molti ed esempio di rinascita britannica per altri. I suoi anni come primo ministro sono rimasti nella storia per un atteggiamento che molti consideravano “da donna di casa” e altri invece vedevano come lungimirante e fermo. La cosa incredibile di questo film, girato e scritto da qualcuno che si intuisce non ami la Thatcher, è il ritratto che esce di lei. Donna dalle idee forse non condivisibili ma che si è battuta in un mondo che non la voleva per essere invece quel che desiderava.

9. Frost/Nixon
Scampoli di Watergate. Il film di Ron Howard, scritto da quel diavolo della sceneggiatura che è Peter Morgan, ricostruisce la nota intervista che l’ex presidente diede al giornalista e conduttore David Frost. Quindi ad essere qui ricostruita è una trasmissione televisiva in cui c’era un processo mediatico che si sostituiva a quello reale mai subito da Nixon. Nella maniera in cui l’ex presidente (interpretato da Frank Langella) dà la sua versione dei fatti, si difende e dialoga c’è un mondo intero, pensato, scritto e diretto per dare una visione dello scandalo e di come sia potuto accadere.

8. Munich
Spielberg racconta le persone scelte per cacciare ed eliminare gli attentatori delle Olimpiadi di Monaco. Israeliani che devono venire a patti con il loro compito. Anche qui la Storia con la s maiuscola è presa di rinterzo: raccontando quel che viene dopo l’attentato si cerca di spiegare non come si sia svolto quell’evento ma cosa abbia significato. Tutto è tratto da veri resoconti, ovviamente, ma il feeling che un film riesce ad appiccicare ad una vera storia è esattamente quello che fa la differenza nell’adesione del pubblico ad una o all’altra parte.

7. The Queen
Di tutto il regno di Elisabetta II il film che ha consacrato lo sceneggiatore Peter Morgan (di nuovo!) si concentra sui giorni della morte di Lady Diana. L’obiettivo era in realtà raccontare Tony Blair, in una trilogia a lui dedicata che comprende anche The Deal e I Due Presidenti, ma alla fine ad uscirne fuori è uno dei ritratti più memorabili della regina d’Inghilterra. Pieno di rispetto, il film fa il punto sull’atteggiamento della casa reale in un momento storico determinante per il rapporto che oggi ha con i sudditi. Di fatto è l’opera che spiega al mondo come mai la monarchia si è comportata come si è comportata, cercando di fargli comprendere le sue ragioni.

6. JFK – Un caso ancora aperto
Nulla c’è di più complottista nella storia del complottismo americano dell’omicidio Kennedy. Mai ben chiarito, risolto troppo in fretta con un colpevole poi ucciso che in molti non ritengono possa davvero aver sparato al presidente, quell’intrigo ha avuto diverse versioni cinematografiche tra cui quella di Oliver Stone è la più analitica e completa. Per quanto per molti sia insoddisfacente e fallata di fatto è con questo film che la maggior parte delle persone ha imparato e conosciuto i problemi e i gangli dell’omicidio Kennedy.

5. La Battaglia di Algeri
Caso quasi unico nella storia del cinema di film che nasceva a tesi, per mostrare cosa stava accadendo ad Algeri tra indipendentisti algerini e esercito colonialista francese, il film di Gillo Pontecorvo è invece perfettamente in equilibrio tra ragioni di una e dell’altra parte, al di là delle intenzioni del suo autore. Opera impeccabile è involontariamente riuscita nell’intento di raccontare quella situazione (e più in grande qualsiasi situazione di dominazione da fine del colonialismo) con l’equilibrio che merita la vera Storia.

4. Zero Dark Thirty
Ci voleva la tenacia di Kathryn Bigelow per raccontare la tenacia della donna che più si è battuta per la cattura di Osama Bin Laden. I 10 anni tra il 2001 e il 2011 in cui una donna si è battuta senza sosta per sgominare al Qaeda decapitandola del suo leader diventano qui il resoconto di una lotta tra il futile e l’indispensabile. Tra diversi anni spiegherà benissimo cosa sia stato quel periodo per la politica e il costume americani.

3. Il caso Mattei
Fu un caso che occupò giornali e opinione pubblica per molto tempo ma che terminati quegli anni è stato per tanti versi dimenticato. Non ci fosse l’ottimo il film di Rosi con Volontè a mantenerne la memoria e a spiegarne le implicazioni, la storia di Enrico Mattei, morto in un attentato aereo quando da presidente dell’Eni stava portando l’azienda a rivaleggiare con le grandi società petrolifere, sarebbe dimenticata. Invece un caso mai pienamente risolto viene qui tramandato con la cura della ricostruzione di Rosi e l’epica coinvolgente del cinema.

2. Tutti gli Uomini del Presidente
Il film di ricostruzione per antonomasia. Per mettere in scena uno dei casi più clamorosi in assoluto della storia politica statunitense, è stato scelto di lavorare sulla stampa, cioè di raccontare come è stato raccontato, cosa ci sia voluto per scoprirlo, metterlo in pagina e raccogliere tutte le informazioni con il grado di certezza indispensabile per la madre di tutte le notizie. E il film è così chiaro, epico e coinvolgente che il Watergate nella memoria collettiva, non solo americana, è quello che si vede in Tutti Gli Uomini Del Presidente.

1. Lawrence D’Arabia
Come si può mettere un uomo in un film? Come si può ridurre qualcosa di molto complesso come l’animo e la personalità umane in quella che inevitabilmente è una maschera interpretata da una attore che recita battute scritte da uno sceneggiatore? Impossibile. Qualsiasi film biografico è realtà romanzata, ma i migliori creano un allure e un’epica, una mitologia e una storia tali da non raccontare l’uomo ma le sue gesta. Lawrence D’Arabia non si cura molto del vero Lawrence, indugia sul fatto che fosse un masochista, preme sul pedale delle decisioni incredibili e dei gesti eclatanti, trascura il privato ed esalta lo storico nello splendore della pellicola a 70mm. Il film è una bomba immortale che ha dato al suo protagonista una fama che altrimenti difficilmente avrebbe avuto.

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa
Matilda De Angelis e Tommaso Paradiso in Felicità puttana, uno dei tormentoni dell'estateMatilda De Angelis e Tommaso Paradiso in Felicità puttana, uno dei tormentoni dell’estate

Dopo aver passato in rassegna gli storici tormentoni estivi degli ultimi trent’anni, è tempo di passare a quelli di quest’anno. Come in una gara ciclistica, c’è chi parte prima, va in fuga, e poi cede alla distanza, e chi sceglie di scattare all’ultimo, per poi vincere in volata.

Un tormentone estivo si confeziona con una ricetta ben precisa: un testo che parli di mare, una musica che riporti a quella latina, al reggae o al pop anni Ottanta. Un ritmo allegro. Ma spesso i tormentoni estivi avevano un retrogusto amaro dietro l’allegria di fondo. E anche quest’anno un po’ di malinconia – e molta nostalgia – c’è.

L’impressione è che, nell’epoca in cui non guardiamo più un palinsesto fisso in tv ma ci scegliamo on demand i nostri programmi preferiti, ormai anche nella musica estiva non ci sia “il” tormentone, ma un tormentone per ogni target: quello per i ventenni, quello per chi ama il rap, l’immancabile tormentone latino, e poi il tormentone italiano. Ma anche il tormentone italiano vintage. E quello rock.

 la sua Da zero a cento è uno dei tormentoni dell'estateBaby K: la sua Da zero a cento è uno dei tormentoni dell’estate

Italiana (J-AX e Fedez)

Partiamo da loro, tra i vincitori della scorsa stagione. Sono J-Ax e Fedez che, quando sentono profumo d’estate, si mettono insieme e provano a creare il tormentone perfetto. Con la complicità dello spot pubblicitario collegato, anche questo a tema estivo (si parla di gelati), possono farcela. Sono quelli che sono partiti per primi (Italiana è uscita il 4 maggio). Tra sonorità elettroniche e il solito ritornello da cantare a squarciagola, Italiana parla dei nostri mali, della nostra voglia di esterofilia e della bellezza di restare nel nostro paese. “Italiana, l’estate che cerchi non è lontana”. E gioca sul doppio senso “ti aspettiamo al mare, con l’acqua alla gola”…

Da zero a cento (Baby K)

Lei è una che tormentone estivo lo ha già centrato: parliamo dell’estate del 2015 e di Roma-Bangkok con Giusy Ferreri. Ora torna con questo Da zero a cento e, complice anche qui uno spot (di un gestore telefonico), se non in pole position, parte almeno in prima fila. La sua canzone è venata di reggae (o reaggaeton) e il ritmo in levare evoca subito l’estate. Tra i paradossi della vita moderna e dell’estate ai tempi dei social (“Io cerco il mare mentre tu cerchi il wi-fi“), Baby K dimostra di aver studiato, e cita anche un paio di tormentoni estivi doc (“Portami giù dove non si tocca, dove la vida è loca”, “Maracaibo, sei del mattino”)

Amore & Capoeira (Takagi & Ketra ft. Giusy Ferreri)

Se l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, ci torna anche il complice. Perché a confezionare il tormentone perfetto, quella Roma-Bangkok, insieme a Baby K c’era Giusy Ferreri che era stata protagonista anche nell’estate del 2008, con Non ti scordar mai di me, scritta da Tiziano Ferro. Lei ha una voce inconfondibile, calda e graffiante, ci piacerebbe sentirla cantare rock, ma per questo genere è perfetta. Confezionata con Takagi & KetraAmore & Capoeira mescola house music e pop elettronico e, se Baby K strizza l’occhio musicalmente alla Giamaica, Giusy evoca, soprattutto nel testo, il Brasile (“Amore e capoeira/cachaca e luna piena/come in una favela”).

Fotografia (Carl Brave ft. Francesca Michielin e Fabri Fibra)

Sentite qualcosa di familiare in Fotografia? Sì, il giro di basso sembra quello di Stand By Me, il classico di Ben E. King. Carl Brave, nuova leva del rap italiano, incontra un grande nome del settore, Fabri Fibra, e una delle voci femminili più interessanti degli ultimi anni, Francesca Michielin, Ne esce un brano molto particolare, dolce e un po’ sommesso, da fine serata. Se il rap di Fibra è inconfondibile, è molto interessante quello di Brave, un po’ strascicato, con la voce bassa. Il testo gioca con Baglioni (“quanto stai bene con quella maglietta Fila/ho preso un disco solo per la copertina”) e con la voglia di non uniformarsi e non seguire le mode (“la moda è bella ma ci rende tutti uguali”) e di uscire insieme dai periodi negativi (“ma tanto io e te dai negativi/ne usciamo fuori bene/come una fotografia”)

Echame la Culpa (Luis Fonsi con Demi Lovato)

Lui in questa lista ci sta di diritto perché è il campione in carica: nessuno ha dubbi sul fatto che la sua Despacito sia stata il tormentone numero uno dell’estate scorsa. Luis Fonsi ci riprova con questa Echame La Culpa. È il tormentone latino, un classico che ogni estate ci spetta. La nuova canzone è più movimentata di Despacito, e anche più sexy, perché alla ricetta Fonsi aggiunge Demi Lovato. Partita un po’ più tardi, per ora non si sente ancora tantissimo. Ce la fa o non ce la fa a ripetere Despacito? Non ce la fa, non ce la fa…

La cintura (Alvaro Soler)

La sfida per il tormentone latino, con Luis Fonsi, se la gioca lui, Alvaro Soler, che ha fatto già centro come El mismo sol e Sofia. Il nuovo tormentone si chiama La cintura, ma sicuramente vi saranno entrate in testa le parole “Y bajando, bajando/Olvidando, olvidando que/Estoy bailando bailando/Y así hasta el amanecer”. Nel video, Alvaro passa da una lezione di danza, a una giornata al mare, a una festa all’aperto. Con una canzone killer. E lui è così simpatico che ci fa piacere anche la musica latina. Tutto perfetto? Sì, se non fosse per quel giubbotto fiorato…

Come le onde (The Kolors feat. J-Ax)

J-Ax con The Kolors aveva già duettato in una puntata di Amici su The Time Is Running Out dei Muse. Di tutt’altro sapore è questo nuovo Come le onde, uscito il 6 luglio, e deve ancora entrarci in testa: è un brano pop condito da chitarre funky e da quel fischio che fa subito estate e spensieratezza. Il brano racconta di una storia d’amore, fatta di andate e ritorni, quando sei costretto a lasciare chi ami per costruire il tuo futuro, ma la testa e il cuore richiamano sempre al luogo di partenza.

Faccio quello che voglio (Rovazzi)

Parte per ultimo (esce il 13 luglio), arriverà per primo? La sua Andiamo a comandare è stato un tormentone a sorpresa, la sua Volare anche, un po’ meno a sorpresa. Lasciato il suo tutor Fedez, ora Rovazzi balla da solo. La sua nuova Faccio quello che voglio è molto musicale, e la partecipazione di Al Bano, Emma e Nek, mentre nel video (un corto molto cinematografico di nove minuti) appaiono anche Carlo Cracco, Eros Ramazzotti, Fabio Volo, Rita Pavone, Massimo Boldi, Roberto Pedicini e Diletta Leotta, con interessanti effetti speciali di morphing.

Felicità puttana (Thegiornalisti)

In gara anche Thegiornalisti, di diritto, perché la loro Riccione è stata almeno sul podio tra i tormentoni della scorsa estate. Felicità puttana ha gli anni Ottanta nel cuore e nell’anima: da quelle tastiere alla Pet Shop Boys, al cantato alla Luca Carboni di Mare mare, al video pieno di rimandi a quell’epoca, dai poster di Vasco Rossi (Albachiara) e Carlo Verdone (Borotalco, e il video sembra girato nella casa di Manuel Fantoni…) al pallone Tango che esce dal bagagliaio dell’auto di Tommaso Paradiso. Storia d’amore e di social, con il verso “ti mando un vocale di dieci minuti soltanto per dirti che sono felice” che è già entrato nel gergo di tutti. E poi, nel video, c’è Matilda De Angelis, la nuova star del nostro cinema.

Tutti vogliono una grande festa (Luca Carboni)

Che poi, a volte, quando ci piace tanto qualcosa ci viene voglia di andare a sentirci l’originale. Se vi piacciono Thegiornalisti e Tommaso Paradiso non potete non ascoltarvi Luca Carboni: quel cantato e certi suoni di tastiere portano proprio al suono anni Ottanta del cantautore bolognese. Che poi la sua fase Ottanta l’ha vissuta nei primi Novanta, con album come Carboni (quello di Mare mare) e Mondo. Tutti vogliono una grande festa ci riporta il Carboni più giocoso e pop, che però con quella voce è anche struggente. E infatti la sua canzone, come per i migliori tormentoni, è malinconica, e gioca con il contrasto tra rabbia e protesta e il bisogno di festa. “Tutti vogliono una grande festa/una bomba nucleare/e noi che ce ne andiamo al mare” ci riporta poi a quel tema che stava anche in Vamos A La Playa dei Righeira, il tormentone per eccellenza…

Summer (Simple Minds)

Tormentone rock: si può fare. E lo hanno realizzato dei vecchi leoni, i Simple Minds da Glasgow (ma il loro leader, Jim Kerr, vive per gran parte dell’anno in Sicilia, a Taormina). Che stanno alle nuove rock band un po’ come Carboni all’indie italiano: esplosi negli anni Ottanta, sono passati un po’ di moda. E oggi, vedendo quanti artisti si ispirino a loro, capiscono di essere diventati dei maestri. Summer è un singolo per cui molte delle band alternative di oggi, che riprendono i suoni dei Minds, venderebbero l’anima al diavolo: un giro di basso distorto, arpeggi di chitarre e la voce calda, inconfondibile, di Jim Kerr. “Arriva l’estate, arriva la pioggia” canta. E Summer suona fresca, tagliente, potente.

Non ti dico no (Boombadash Loredana Bertè)

Ma gli anni Ottanta non sono un periodo, sono uno stato dell’anima. Gli anni Ottanta non finiscono mai. E così i Boombadash per la loro Non ti dico no hanno pensato di chiamare Loredana Bertè. Loredana è quella di oggi, quella che vediamo ospite in vari programmi in tv, i capelli azzurri e quell’espressione un po’ così. Ma come apre bocca sono brividi: la voce è sempre quella che cantava E la luna bussò e Non sono una signora. “Questa sera non ti dico no, puoi portarmi anche in Messico, ma non andiamo al mare”. Nel video le immagini degli artisti si alternano a immagini di coppie gay innamorate e felici.

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa

Sai com’è fatto un nanotubo di carbonio? Conosci il significato del termine grafene? Sapresti spiegare come si studiano le nanoparticelle? Già: data la mole di ricerche e l’enorme potenziale di questo settore, abbiamo deciso di sfidarti in tema nanotech.

Si tratta di fatto di un mercato che negli ultimi dieci anni è in netta impennata e che apre a uno spetto di applicazione davvero a 360 gradi, non solo in ambito industriale ma anche nella nostra vita di tutti i giorni.

Dai dispositivi elettronici del futuro al mondo dell’healthcare, passando attraverso atomi, grandi scienziati e premi Nobel, ecco un percorso in dieci domande (e altrettante risposte) per metterti subito alla prova.

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa
rivoluzioneMaria Antonietta prima dell’esecuzione in un dipinto di William Hamilton  (Fine Art Images/Heritage Images/Getty Images)

Il 14 luglio la Francia celebra l’anniversario della Presa della Bastiglia, un punto di svolta della Rivoluzione. L’Illuminismo aveva preparato il terreno, e in quell’estate del 1789 scoppiò l’inevitabile ribellione sull’onda della Rivoluzione americana.

Gli Stati Generali di quell’anno, gli ultimi della Storia, segnarono un punto di non ritorno. Il Terzo Stato rappresentava chiunque non fosse del clero o della nobiltà (il 98% della popolazione). Vessati da una tassazione regressiva, erano i più colpiti dalla crisi economica, e molti facevano la fame. Quando gli altri Stati negarono il potere che gli spettava, la Rivoluzione si mise in moto.  La presa della fortezza parigina della Bastiglia fu una delle prime imprese che testimoniavano il successo dell’insurrezione.

Il lavoro degli storici di dare un senso a sconvolgimenti del genere non è semplice. I fatti si mischiano con le narrazioni, la realtà con la leggenda. Ma spesso sono proprio le leggende che tendiamo a ricordare di più su questo periodo, e a volte ce le hanno anche insegnate a scuola.

Pasticceria Marie Antoinette

– Maestà, il popolo chiede pane!

– Dategli delle brioche!

Quante volte abbiamo sentito ripetere uno scambio di questo genere? La sovrana che non solo ignora, ma deride la sofferenza del suo popolo è naturalmente Maria Antonietta, e magari abbiamo sentito che proprio questa battuta ha innescato la rivolta e che per questo è stata ghigliottinata. Ci sono due cose vere in questa narrazione. Maria Antonietta non si preoccupava dei poveri più del marito, ed è stata condannata a morte e ghigliottinata il 16 ottobre 1793.

Non c’è invece nessuna prova che la regina abbia mai pronunciato quelle parole, per non parlare delle presunte conseguenze. Rousseau nelle sue Confessioni, pubblicate nel 1767, le attribuisce a una non meglio precisata principessa. Ma a quell’epoca Maria Antonietta aveva 12 anni e non era ancora stato combinato il matrimonio.

In realtà simili racconti esistevano già secoli prima. I folkloristi hanno raccolto molti esempi, per esempio in un libro tedesco del ‘500 la nobildonna di turno dice che se il popolo è affamato può mangiare pane, formaggio e altre leccornie. In altre narrazioni il suggerimento è mangiare paglia o addirittura escrementi. Questo tipo di storia serviva a mostrare la crudeltà e il sadismo dei potenti, ma non corrispondeva a un fatto realmente accaduto. Una delle versioni francesi in circolazione, una volta attribuita a Maria Antonietta, è entrata nei dizionari e da allora troppo spesso è ricordata come fatto storico.

Sicuramente la sovrana non era una paladina dei poveri, ma assieme alla citazione delle brioche circolavano altre invenzioni propagandistiche su di lei. Si diceva anche che avesse un appetito sessuale insaziabile (e per questo era bersaglio dei pornografi) e che la causa dei debiti della Francia fossero le sue folli spese. Come ha spiegato la professoressa Caroline Weber, autrice di Queen of Fashion: What Marie Antoinette Wore to the Revolution, la realtà è che in quanto donna e straniera Maria Antonietta era il naturale capro espiatorio per le colpe della monarchia e della nobiltà.

Voltaire e il potere delle virgolette
Voltaire non ha visto la Rivoluzione, ma è stato uno dei padri dell’Illuminismo in cui affonda le radici. Può essere utile ribadire in questa giornata che quella citazione sulla libertà di parola che tutti conoscono e sfoggiano, da Roberto Benigni ai filosofi da social, non è sua.

“Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo” (o versioni analoghe) non si trovano in nessuno scritto di Voltaire, né esistono testimonianze che le abbia mai pronunciate. Appare per la prima volta nel 1906 nel libro di Evelyn Beatrice Hall The Friend of Voltaire (1906) una biografia aneddotica sul filosofo. Come spiega Quote Investigator, il passaggio incriminato si immagina come Voltaire reagì al rogo delle copie di De l’esprit (1758) scritto dal collega Claude-Adrien Helvétius:

What a fuss about an omelette!’ he had exclaimed when he heard of the burning. How abominably unjust to persecute a man for such an airy trifle as that!

‘I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it,’ was his attitude now.

Come spiegò in seguito, con quelle virgolette la scrittrice voleva descrivere lo stato d’animo di Voltaire, non mettergli in bocca una frase che in realtà aveva confezionato lei. Ma ormai il danno era fatto. Sarebbe piaciuta a Voltaire? Forse sì, il valore della libertà di parola è sottolineato nei suoi scritti e anche per questo l’attribuzione viene naturale. Per quanto riguarda invece l’abuso di questa citazione, calata come una briscola ogni volta che un’idea viene legittimamente contestata, si può essere più scettici.

L’invenzione della ghigliottina
Chi ha inventato la ghigliottina? Ovviamente monsieur Guillotin, direbbe monsieur Lapalisse. Ma anche questo è sbagliato. Il dottor Joseph-Ignace Guillottin in realtà era un oppositore della pena di morte. Ma visto che all’epoca la pena capitale si eseguiva in maniere raccapriccianti, durante la Rivoluzione propose l’adozione di un unico metodo e più umano: la decapitazione effettuata da una macchina. Il prototipo fu ideato da un altro medico, Antoine Louis, e realizzato da un artigiano tedesco di nome Tobias Schmidt. Nemmeno loro, però, si possono considerare gli inventori della ghigliottina, visto che strumenti simili hanno cominciato a evolvere nel medioevo.

L’idea di Guillotin fu inizialmente sbeffeggiata, ma infine accettata. Suo malgrado però il nome della macchina cambiò presto da louisette a guillotine. È anche falso che, ironia della sorte, sia perito proprio decapitato dalla creatura che porta il suo nome: quello è stato il destino di un altro Monsier Guillotin, anche lui medico, e il suo nome nei registri dei giustiziati ha creato un po’ di confusione. Ma la fama della ghigliottina, simbolo del Terrore, continuò a perseguitarlo. I suoi discendenti chiesero invano al governo di cambiare il nome della macchina, così cambiarono loro il cognome.

Usi creativi della pelle umana
Dopo la Rivoluzione la ghigliottina, si sa, fece gli straordinari. Con orrore di Guillotin, anche le decapitazioni col nuovo metodo diventarono spettacoli pubblici e i corpi decollati si accumulavano. Possibile che non si potesse mettere a frutto tale abbondanza di materia prima? Cominciarono a circolare voci di una conceria di pelle umana a Meudon. Tra i prodotti realizzati con questo singolare materiale ci sarebbero stati culottes, stivali e, soprattutto, libri. C’era qualcosa di vero in questi rumor? Fino a oggi momento non è emersa alcuna prova accettabile in questo senso, e generalmente la conceria di Meudon è considerata una delle leggende di quel periodo.

Le storie di manufatti in pelle umana sono quasi sempre mitologiche, ma è su quel quasi che si concentra inevitabilmente la nostra curiosità. Oggi esistono gli strumenti per accertare oltre ogni ragionevole dubbio se siamo di fronte a un falso e per quanto riguarda i libri se ne sta occupando The Anthropodermic Book Project, un progetto per testare presunti libri in pelle umana di ogni epoca. Fino a questo momento conosciamo 18 libri che sono davvero rilegati in pelle umana, per la maggior parte provenienti dal diciannovesimo secolo. Ma al Musée du Carnavalet c’è un libro datato 1793 che contiene la Costituzione e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che all’interno porta una nota: reliée en peau humaine. Lo scetticismo prevale, ma il progetto sta lavorando per ottenere il permesso di testare il volume. Se il risultato dovesse essere positivo, sarebbe la prima (e unica) prova che la leggenda aveva un fondo di realtà.

I balli delle vittime
Per ogni ghigliottinato, sopravviveva almeno una parte dei parenti dei parenti e degli amici. Dopo la morte di Robespierre (anche lui ghigliottinato) e la fine del Terrore, le vittime sopravvissute cominciarono a dare grandi feste che esorcizzavano la violenza a cui erano stati sottoposti: les bals des victimes. Alle feste erano ammessi solo i parenti delle vittime, che si vestivano in modo da ricordare a cosa erano scampati, per esempio con un nastro rosso intorno al collo e, a volte, si facevano parodie delle esecuzioni. In realtà anche di questi raduni non esistono prove concrete.

Era una voce che è stata presa sul serio da alcuni storici del diciannovesimo secolo, ed è da questo periodo che vengono le dettagliate descrizioni. Non esistono invece documenti dell’epoca che facciano pensare a qualcosa di più di una leggenda. L’idea di questi balli è però molto potente, e diventarono un ingrediente della letteratura gotica. Esiste anche una classica storia di fantasmi dove una donna porta un misterioso nastro intorno al collo senza mai toglierlo, fino a che un amante curioso non decide di slacciarlo scoprendo un’orribile verità. Sul sito del Ceravolc (Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende Contemporanee) Sofia Lincos spiega come alcuni hanno tentato di trovare un fondo di verità a questa leggenda nei bals des victimes, che però sono a loro volta un’invenzione: una leggenda sull’origine della leggenda.

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wired.it - 5 giorni 19 ore fa
 La presa della Bastiglia - Jean-Pierre Houël (1789). wikipedia.org)(Foto: La presa della Bastiglia – Jean-Pierre Houël (1789) wikipedia.org)

Il 14 luglio 1789 un gruppo di francesi conquistò la Bastiglia, costruita per volere di Carlo V nel 1382 per difendere le porte orientali di Parigi. Sotto l’egida di Luigi XI la struttura era già stata usata come carcere, per poi essere trasformata completamente in una prigione di Stato durante i primi anni del secolo XVII e alloggio forzato per diversi nomi illustri, da Voltaire a Cagliostro.

Ancora oggi la presa della Bastiglia è il simbolo della rivolta popolare, così come è simbolo la Bastiglia stessa che, al momento della sommossa, contava solo 7 prigionieri (quattro falsari, due malati di mente e un nobile). La sua conquista è stata di fatto il momento a cui per convenzione viene fatta iniziare la Rivoluzione francese.

Frères courons aux armes”, ossia “fratelli andiamo in guerra”, diceva una canzone in voga in quegli anni, una chiamata a raccolta popolare che ha contribuito a risvegliare l’orgoglio dei francesi vessati.

Si festeggia dal 1880
Il sito istituzionale dell’Eliseo fornisce una lunga e dettagliata descrizione di ciò che, la data del 14 luglio, rappresenta per il popolo francese. Una data che viene riproposta e “restituita alla memoria collettiva perché sono le persone a occupare il centro dell’azione, essendo attore e oggetto, soggetto e scopo”. È la presa della Bastiglia che rappresenta sia l’evento in sé sia il mito che ha partorito.

 Fireworks illuminate the sky around the Eiffel Tower as part of the Bastille Day celebrations in Paris, France on July 14, 2017. (Photo by Mustafa Yalcin/Anadolu Agency/Getty Images)I festeggiamenti del 14 luglio a Parigi (Photo by Mustafa Yalcin/Anadolu Agency/Getty Images)

Festa nazionale densa di significanti
Il 14 luglio i francesi celebrano la festa della propria nazione, ricordando la rivoluzione che ogni anno si rinnova e contribuisce in modo perpetuo a forgiare la Francia attuale. Le truppe che attanagliavano Parigi hanno spinto il popolo a reagire e a imporsi, facendo cadere la monarchia assoluta e contribuendo alla nascita della Repubblica.

Le conseguenze dirette
Il comparto sociale e quello economico instaurati durante la monarchia sono stati smantellati, lasciando spazio alle istituzioni della Repubblica e alla Déclaration des droits de l’homme et du citoyen, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 17 articoli rimasti scolpiti nella pietra fino dal 1789, il cui incipit cita: “i rappresentanti del popolo francese, costituiti in Assemblea nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo del diritto umano sono le uniche cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi […]”.

Il retaggio monarchico
L’indifferenza del Palazzo reale ha contribuito a smuovere le pance dei parigini tant’è che all’epoca le rivolte erano azioni a cui i regnanti davano poca importanza. Quando, il 14 luglio del 1789, re Luigi XVI chiede se il trambusto in città sia frutto di un’altra rivolta, il duca François Alexandre Frédéric de La Rochefoucauld-Liancourt gli rispose con un filo di ironia: “No, Sire, questa è una rivoluzione”.

Il 9 termidoro anno II (il 27 luglio 1794) alcuni membri del Comitato per la salute pubblica, spalleggiati da altri rappresentanti di altre istituzioni, si ribellarono a Maximilien Robespierre e al suo entourage, rei di avere centralizzato troppo potere nel governo. Le ombre della monarchia erano ancora incise nella memoria collettiva per permettere che poche altre persone, seppure in un contesto repubblicano, potessero detenere gran parte del potere politico.

La restaurazione
Il Congresso di Vienna tra il 1814 e il 1815, oltre a ridisegnare i confini europei, sdoganò le idee di Napoleone avverse alla Rivoluzione francese, optando per il ripristino delle monarchie. Un parto riuscito solo a metà, giacché si optò per un modello ibrido tra quello dell’Ancien Régime e quello della Rivoluzione francese, tendente però a creare unioni salde tra il trono e la Chiesa.

Tradizione sì, ma non troppo
Il 14 luglio del 2017 la banda militare francese ha proposto un medley dei Daft Punk, rompendo così la tradizione della classica parata, davanti al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron (divertito) e il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, decisamente interdetto.

I Daft Punk, ça va sans dire, sono francesi.

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