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wired.it - 4 giorni 11 ore fa

Era la fine del 2003 quando, per la prima volta nella storia, una sonda dell’Agenzia spaziale europea entrava nell’orbita del Pianeta rosso. Il suo nome era Mars Express e il suo “occhio” una stereocamera a massima risoluzione che, appena due settimane dopo il primo sorvolo, iniziò a inviarci immagini della superficie di Marte, tra montagne, depressioni e crateri.

Sono trascorsi 15 anni e di scatti, oggi, ne abbiamo a migliaia. In questo video ecco le più belle e le più importanti dal punto di vista scientifico: quelle che ci hanno permesso di ricostruire la storia evolutiva del pianeta e che hanno indirizzato le missioni dei rover e gli altri progetti, come Curiosity e Insight.

(Credit video: Esa)

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wired.it - 4 giorni 11 ore fa

attends "Che Tempo Che Fa" tv show at Rai Milan Studios on October 7, 2018 in Milan, Italy.

Da un paio di anni in Italia si fa un gran parlare del “corretto stile comunicativo per divulgare la scienza”. La questione, sollevata da gruppi di comunicatori e divulgatori scientifici, è interessante e vitale perché in gioco vi sono i rapporti tra scienza, società e politica, un contesto di cui mi occupo da alcuni anni come storico della medicina (il bersaglio polemico di queste righe era già presente in un contributo del 2015, e nelle conclusioni di un libro pubblicato del 2016). Ma la domanda che questi gruppi sollevano sul corretto stile comunicativo è, a mio avviso, semplicemente sbagliata, per due motivi che possono, sebbene raramente lo siano, essere disgiunti: perché ignorano le complessità cognitive che governano le nostre decisioni oppure, ed è persino più grave, perché usano la domanda sullo stile in modo strumentale per attaccare l’autore del messaggio, confondendo cioè il messaggio con il messaggero.

Come esempio pratico della (errata) discussione circa il corretto stile comunicativo per divulgare la scienza teniamo come punto fisso proprio l’approccio comunicativo sui vaccini del virologo dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, il Roberto Burioni, il cui metodo è preso di mira e definito sbagliato (termine sul quale torneremo) da alcuni comunicatori e divulgatori scientifici (in questa querelle non entrano, per diverso atteggiamento e ambito disciplinare, i giornalisti scientifici).

Di seguito analizzerò i motivi della mancata comprensione teorica del problema da parte dei comunicatori, successivamente discuterò tre efficaci modelli comunicativi – uno specifico sullo stile aggressivo sui vaccini – sinora ignorati, analizzerò poi le più frequenti fallacie dei critici del metodo Burioni, per infine concludere, con un invito alle nuove leve, su quali dovrebbero essere gli obiettivi di una matura comunicazione scientifica.

1. Lo stile divulgativo si adatta al contesto comunicativo e al target
L’interessante questione scientifica sullo stile comunicativo corretto può essere certamente posta, ma solo se si contestualizza, in modo quasi formale, la domanda, precisando quali sono il messaggio, l’autore, il ricevente, il contenuto da veicolare, il mezzo di comunicazione, nonché il contesto storico e culturale nel quale avviene la comunicazione.

In altri termini, un conto è se vogliamo divulgare alcuni temi non divisivi come, poniamo, l’importanza delle ricerche astronomiche e, per esempio, abbiamo come strumento una trasmissione tv di prima serata diretta a un pubblico generalista. Un conto è se invece vogliamo divulgare un tema tipicamente divisivo o polarizzante come gli ogm, la sperimentazione animale o le vaccinazioni.

Inoltre, occorre analizzare se la divulgazione avviene in un confronto diretto tra pubblico e scienziati, per esempio durante un festival – tipicamente caro ai comunicatori scientifici – oppure sui social network. Sono due contesti comunicativi totalmente diversi e richiedono strategie altrettanto diverse, come recentemente sottolineato da un interessante articolo su Pnas del 2018. Una questione ancora più importante è capire a chi è diretto il messaggio (target) e soprattutto qual è il suo fine, che non può essere, chiariamolo subito, il condividere lo stile di chi comunica ma essere efficace nel conseguire un cambiamento di orientamento nel lettore (un truismo, che dovrebbe essere l’abc per chi si occupa di comunicazione).

Le vaccinazioni sono un tema particolarmente polarizzante ed esiste una ormai solida e articolata letteratura scientifica che si occupa della cosiddetta esitanza vaccinale (vaccine hesitancy), che per alcuni è un caso particolare del più generale problema della aderenza terapeutica (compliance). Per esempio, vi è un intero ambito di studi che tenta di spiegare perché alcuni utenti non aderiscono alle prescrizioni terapeutiche – nelle malattie croniche come il diabete l’aderenza al trattamento con l’insulina oscilla tra il 35 e l’80% –, anche quando essi non nutrono dubbi sull’efficacia e sicurezza della terapia.

Le teorie della esitanza vaccinale e della compliance spiegano bene che la comunicazione è centrale per convincere gli indecisi e funziona, anche in questo caso, secondo un approccio personalizzato, noto come Tailoring Immunization Programmes (Tip), ovvero secondo i Programmi di immunizzazione personalizzati, promossi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che suddivide accuratamente le diverse strategie comunicative a seconda dei diversi gruppi di esitanti. È quindi importante tenere sempre ben presente, anche quando si parla di stile divulgativo, il contesto comunicativo e la personalizzazione del messaggio.

2. Sono i modelli neuro-cognitivi a sovraintendere i meccanismi di un’efficace divulgazione
Un più importante motivo che rende inappropriata la domanda di certi comunicatori sullo stile corretto della divulgazione è la questione, da costoro totalmente ignorata, dei diversi modelli socio-cognitivi per predire, spiegare e influenzare i comportamenti di promozione della salute, tra cui ricordiamo, per esempio, la teoria della motivazione a proteggersi (health belief model), la teoria dell’autoefficacia (self-efficacy theory), la teoria dell’azione ragionata (theory of reasoned action), la teoria del comportamento pianificato (theory of planned behavior), e il modello transteorico (transtheoretical model). Negli ultimi due decenni, le neuroscienze, la psicologia cognitiva, la teoria delle decisioni (del prospetto) e l’economia comportamentale hanno offerto nuovi strumenti molto potenti e predittivi per spiegare i meccanismi mentali che impediscono di fare scelte razionali, non solo in economia ma anche verso la propria e l’altrui salute. Guardando ai comportamenti umani, possiamo cioè prevedere alcune reazioni mentali e comportamentali in funzione del tipo e della modalità della comunicazione somministrata.

Questi strumenti, assieme ai nuovi media, come per esempio i social network, stanno rinnovando gli ambiti disciplinari che si occupano del ruolo della comunicazione tra scienza e società, come per esempio il Public Understanding of Science (Pus) e il Public Engagement with Science (Pes) – sui quali torneremo in conclusione – e il loro rapporto con due importanti teorie criticate da alcuni comunicatori/divulgatori come la teoria del deficit model, che ritiene che una buona divulgazione medico-scientifica consista nel riempire il gap informativo tra esperti e cittadini, e la teoria del fear appeal, che ritiene efficaci i messaggi che mirano ad aumentare la percezione del rischio sanitario in caso di comportamenti ritenuti da correggere perché non salutari. La vulgata di alcuni comunicatori è che queste due ultime teorie, da loro avversate, identificandole (erroneamente) con un approccio autoritario degli scienziati, di cui Burioni è l’eponimo, siano da scartare perché superate. Ma forse è vero l’esatto contrario.

La letteratura scientifica degli ultimi anni, infatti, grazie a estese meta-analisi, ha parzialmente rivalutato questi approcci scoprendo che quando deficit e fear non hanno funzionato è stato perché essi erano utilizzati in contesti sperimentali sbagliati (le immagini ansiogene dissuasive sulle sigarette viste tutti i giorni non funzionano, ma in molti altri contesti funzionano benissimo, come vedremo) e con campioni di utenti troppo generici (sui vaccini, un conto è comunicare con genitori esitanti, hesitants, un conto è con i contrari radicali, refusals). Inoltre, in Nord Europa e Usa sono stati svolti diversi esperimenti molto efficaci di deliberazione e coinvolgimento della cittadinanza su delicati temi di ambito biomedico, proprio tramite il riempimento del gap informativo da parte di scienziati ed esperti, in linea con il deficit model. Come diremo meglio oltre, ciò che alcuni gruppi di comunicatori non hanno capito del deficit e del fear model è duplice: da un lato tali modelli sono ancora validi in determinati contesti, dall’altro, tali contesti sono spiegati non da approcci sociologici alla scienza ma da modelli neurocognitivi.

Le neuroscienze cognitive stanno infatti offrendo molti dati interessanti per capire che il problema non sono le teorie o gli stili comunicativi giusti o sbagliati, ma i bias cognitivi cablati nel nostro cervello. Un’immagine ansiogena di un bambino in condizioni critiche a causa del morbillo funziona o meno a seconda se il genitore sia esitante o radicale e se prima dell’immagine gli sia stato attivato il bias del ritorno di fiamma con informazioni correttive e sfidanti le sue credenze di base. L’uso di storie personali di amici e conoscenti (le cosiddette person-centred narrative) funziona non solo per veicolare paure novax (per esempio “il figlio della amica di una mia amica dopo il vaccino è diventato autistico”), come sinora pensato, ma anche per convincere su temi provax (il modello degli Immunization Champions come Burioni o la campionessa Bebe Vio), dato che oltre a essere efficace comunicativamente, stimola la base tribale che governa le nostre credenze e i nostri valori morali. Anche l’obbligo o la raccomandazione vaccinale funzionano a seconda di diversi fattori socio-culturali della cittadinanza a cui si applicano (non ultimo il rapporto che essa ha con leggi e prescrizioni), nonché della storia vaccinale del Paese (tradizione basata sull’obbligo vs raccomandazione), dell’età degli utenti (genitori giovani vs. tardivi) e della specifica percezione del rischio sociale e geografico (un fenomeno temporale assimilato all’isteresi, noto per l’Hpv in Danimarca e Giappone e per l’Mpr in Uk) per determinate malattie infettive (sono state qui riprese alcune considerazioni pubblicate su Wired nel 2017).

La teoria della razionalità limitata del premio Nobel Daniel Kahneman (ispirata ai lavori del Nobel Herbert Simon) spiega per che Homo sapiens tende ad accettare il rischio non in un contesto (frame) di guadagno ma solo davanti a possibili perdite. Ai genitori esitanti è quindi non tanto opportuno comunicare l’efficacia e sicurezza dei vaccini – se non c’è percezione del rischio infettivo, i guadagni in termini di salute vengono ignorati –, quanto insistere sui reali rischi della perdita di salute quando si è privati dello scudo vaccinale. È quello che suggerisce un’importante ricerca su Pnas del 2015 nella quale si misurava il tipo e l’efficacia dei messaggi per ridurre le percezioni errate sui vaccini, e incrementarne la diffusione.

A un gruppo è stato chiesto di leggere le informazioni sui rischi di morbillo, parotite e rosolia, comunicate in tre modi differenti: il racconto di una madre sull’esperienza di avere il proprio bambino di dieci mesi affetto da una forma di morbillo quasi letale; tre fotografie di tre bambini affetti da forme gravi di morbillo, parotite e rosolia; tre semplici avvertimenti su quanto sia importante vaccinare i propri bambini. Un altro gruppo è stato invece sottoposto alla lettura di una serie di informazioni mirate a correggere l’idea che il vaccino provochi l’autismo, mostrando anche alcuni estratti, comprensibili e convincenti, di tre differenti studi scientifici che provavano l’assenza di ogni relazione. Il dato interessante è che i partecipanti – compresi gli antivaccinisti radicali –, quando venivano informati dei rischi per loro e i propri figli, miglioravano le proprie attitudini di partenza verso le vaccinazioni.

Gli autori hanno cioè focalizzato la propria attenzione sugli effetti dei bias di conferma e del ritorno di fiamma, e hanno dimostrato che se si è in grado di evitarli (evitando cioè informazioni correttive in un setting vaccinale, che non va confuso con il setting dei social network) si evita di indurre una chiusura cognitiva e di rinforzare le idee di partenza dei partecipanti antivaccinisti —gli autori, va precisato, si opponevano a un altro studio in cui erano state usate solo informazioni correttive e sfidanti senza considerare i bias, e l’effetto era stato opposto, cioè quello di rinforzare le posizioni novax. Gli autori, in sostanza, hanno dimostrato che gestendo correttamente alcuni bias si è in grado di sostituire, o meglio reindirizzare, la (falsa) percezione del rischio verso i vaccini con la (vera) percezione dei rischi verso le malattie infettive. Il flusso comunicativo (che va a colmare il gap informativo) funziona, ma solo a certe condizioni che riguardano il rischio percepito dall’informazione fornita: dipende, quindi, se abbiamo a che fare con genitori poco esitanti, molto esitanti o addirittura con i talebani novax.

Il modello comunicativo Pes e le critiche ai modelli deficit e fear appaiono oggi teorie (e quindi domande) piuttosto datate di fronte agli strumenti offerti dalle neuroscienze cognitive. Quello che emerge di straordinario dai più recenti studi, e che cambia radicalmente il paradigma comunicativo a cui alcuni comunicatori/divulgatori ancora si rifanno, è che a governare il modo in cui processiamo le informazioni non è tanto il flusso informativo in sé, ma la razionalità limitata e l’architettura delle scelte che, a seconda dei casi (bias e gruppi sociali), può funzionare o meno.

3. Tre modelli esplicativi del rifiuto vaccinale
Più che Pes, gap e fear model, esistono strumenti recenti che ci paiono ben più predittivi per capire il rifiuto vaccinale. Un primo modello è quello della cognizione culturale che spiega come i cittadini accettino o meno le questioni scientifiche (riscaldamento globale, nanotecnologie) e biomediche (vaccini, Ogm) a seconda delle proprie credenze e percezioni del rischio, derivanti dall’appartenenza tribale cui aderiscono, ovvero dalla condivisione di gruppi di valori culturali simili (individualisti, altruisti, gerarchici, egalitari).

Questo fenomeno spiega per esempio perché in Usa i Democratici siano più favorevoli al vaccino Hpv rispetto ai Repubblicani, dato che a fare la differenza è il differente valore culturale assegnato alla sessualità (l’Hpv si fa in esordio sessuale) e non l’antivaccinismo (più o meno uguale nei due gruppi, sebbene sia variato nell’ultimo decennio). In altre parole, i Repubblicani non sono novax, sono solo moralmente più conservatori e questo, indirettamente, li porta a diffidare di uno strumento di prevenzione sanitaria correlato alla sessualità: una differenza essenziale di cui dovrà tener conto ogni eventuale campagna informativa.

Un altro modello sono le tre categorie dei determinanti dell’esitanza vaccinale studiate dal Sage Group (Strategic Advisory Group of Experts) dall’Oms. Le influenze contestuali (derivanti da fattori storici, socio-culturali, ambientali, sanitari/istituzionali, economici o politici), quelle individuali e di gruppo (derivanti dalla percezione personale del vaccino o dalle influenze dell’ambiente sociale o degli esperti) e quelle vaccino specifiche (direttamente correlate al vaccino o alla vaccinazione) sono in grado di spiegare dati e comportamenti sinora perlopiù sfuggiti alle teorie dei comunicatori.

Per esempio, il combinato disposto di queste categorie spiega perché, mentre sulle questioni sanitarie generali il livello economico e di istruzione dei cittadini è generalmente collegato a una buona capacità di processare le informazioni sanitarie che li spinge a curarsi meglio, mantenendo uno stato di salute migliore e una maggiore longevità, nel caso dei vaccini questa relazione si inverta, descrivendo come maggiormente esitanti i genitori più istruiti e abbienti (occorre però non confondere le diverse categorie di esitanti: refusals, un-vaccined e under-vaccined children). Oppure spiega perché alcuni paesi in cui la vaccinazione è obbligatoria (ad esempio, alcuni paesi baltici) non sempre raggiungono una copertura migliore o simile a quella di nazioni dove non v’è l’obbligo (per esempio, quelli scandinavi), mentre allo stesso tempo alcuni paesi privi d’obbligo, come l’Inghilterra, hanno avuto cali di copertura tali da indurre alcune epidemie di pertosse e morbillo che altri paesi dotati di obbligo (come la Francia o alcuni Paesi dell’Est Europa) non hanno avuto grazie a tassi di vaccinazione attorno al 95% – occorre infatti ricordare che dei 27 stati membri dell’Ue, più Islanda e Norvegia, 15 non hanno vaccinazioni obbligatorie, mentre 14 ne prevedono almeno una.

Le tre categorie Sage, ancora, spiegano anche perché l’adesione alla vaccinazione si distribuisca differentemente tra i gruppi sociali a seconda del livello di fiducia verso le istituzioni scientifiche e politiche (rispetto delle regole, senso civico) e, talvolta, persino dell’adesione alla religione, e come questa fiducia/sfiducia renda i cittadini impermeabili alle teorie Pes sul modo di comunicare.

Vediamo infine un terzo modello, centrato sullo stile della comunicazione, per poi analizzare le ragioni interne che hanno spinto una parte della comunità dei comunicatori a non saper interpretare il modello Burioni. Una recente ricerca empirica ha analizzato seriamente l’efficacia persuasiva dello stile comunicativo nel comunicare le vaccinazioni, suddividendo lo stile in tre categorie, aggressivo, neutrale ed educato, e distinguendo nettamente gli effetti diretti e indiretti del messaggio, come pure l’efficacia persuasiva del messaggio dalla piacevolezza o meno di chi lo veicola.

Dalla ricerca emerge che i messaggi aggressivi possono aumentare la qualità dei messaggi percepiti, dato che gli effetti diretti sulla qualità dei messaggi e sulla piacevolezza degli autori di uno stile di comunicazione aggressivo “risultano tendenzialmente entrambi positivi”. Viceversa, poiché “i messaggi educati sono spesso percepiti come più vaghi e indiretti, il pubblico potrebbe trovarli più ambigui, il che potrebbe contraddire lo scopo della comunicazione”. Gli autori della ricerca insistono sul fatto che talvolta forme educate di comunicazione possono mettere a repentaglio il potere del discorso, influenzando direttamente l’effetto di persuasione.

Inoltre, sottolineano che “un messaggio educato non ha un effetto positivo sulla qualità del messaggio: sebbene l’effetto diretto di uno stile di comunicazione educato sulla qualità dei messaggi sia simile all’effetto di uno stile di comunicazione aggressivo, l’effetto totale del messaggio educato è insignificante perché l’effetto diretto della comunicazione educata è relativamente grande e l’effetto indiretto viene completamente cancellato”.

Gli autori infine concludono segnalando che ciò che “altri ricercatori precedenti hanno suggerito sugli effetti positivi dello stile di comunicazione aggressivo, come per esempio l’aumento dell’intensità dell’argomento, è stato osservato anche nello studio attuale“, e che quindi “i nostri risultati hanno indicato che quando si comunicano informazioni sulla salute, un comunicatore deve capire il pubblico e pensare in modo strategico allo stile del messaggio. Potrebbe darsi che un comunicatore, grazie al suo essere aggressivo, possa fornire un messaggio potente“.

4. Le tre fallacie contro il metodo Burioni
Torniamo, ora, alla questione di partenza. Chi scrive ritiene che le teorie utilizzate per criticare l’approccio di Roberto Burioni siano molto discutibili, per i motivi teorici appena discussi. Inoltre, ritiene che tali critiche, al di là della mancanza o debolezza di un quadro teorico di sostegno, siano comunque refutabili per tre ordini di motivi pratici: perché focalizzate sulla non terzietà nella disamina della questione e perché ignorano due elementi fondamentali del suo (e di ogni) messaggio divulgativo, ovvero il target e il mezzo comunicativo.

Come primo punto, occorre riflettere sul fatto che chiedere a un comunicatore o divulgatore scientifico se è d’accordo con l’approccio Public Engagement of Science e in disaccordo con il deficit model è come chiedere all’oste se il vino è buono. Il ruolo di questo ambito professionale verrebbe infatti fortemente limitato se riprendesse piede l’approccio alternativo Public Understanding of Science, che vede in prima linea gli scienziati, ovvero chi produce scienza, nel decidere cosa e come comunicare con il pubblico (Burioni come metafora), operando un bilanciamento del deficit o gap scientifico-informativo con i cittadini, tramite divulgazione e familiarizzazione di contenuti scientifici e rimozione delle credenze irrazionali. L’approccio Pes è invece basato sostanzialmente sulle teorie dei comunicatori e sul loro ruolo come unici mediatori di contenuti scientifici tra i cittadini e la comunità scientifica, ritenuta capace di fare scienza ma incapace di comunicarla. È forse necessario che le future analisi e metanalisi sull’efficacia del Pes model vengano fatte da ricercatori non direttamente coinvolti, così, forse, riusciremo anche a capire le rispettive responsabilità della recente disaffezione dei cittadini verso la scienza —una disaffezione, si noti, che correla temporalmente con la diffusione del suddetto modello comunicativo.

Sul secondo punto, ovvero il target della comunicazione, va considerato che le critiche mosse da alcuni comunicatori insistono caparbiamente nel valutare gli effetti che una comunicazione vaccinale aggressiva ha sui soli refusal o sugli esitanti estremi, ovvero una percentuale della popolazione che, a seconda dei differenti parametri e categorie, va dall’1 al 5%. È come guardare al dito anziché alla Luna. Si tratta infatti di una porzione residua che non inficia l’immunità di comunità o di gregge, che diverse ricerche definiscono come (tendenzialmente) inconvincibile e che, soprattutto, non impatta sulla globale percezione sociale delle vaccinazioni da parte del restante 95% della popolazione. È su questa che occorre misurare l’effetto di tale approccio comunicativo. O meglio, visto che circa l’80-85% della popolazione raggiunge una copertura vaccinale sufficiente, occorre valutare gli effetti su quel 10-15% di esitanti. Attendiamo misurazioni empiriche in questo senso, ma i dati di cui oggi disponiamo ci dicono già che la percentuale di genitori contrari ai vaccini negli ultimi due anni si è più che dimezzata, un dato confermato indirettamente dalle coperture vaccinali che hanno iniziato ad aumentare grazie alle campagne comunicative bollate come aggressive, ben prima dell’entrata in vigore dell’obbligo — con i dati del 2018 si potrà anche calcolare la differenza (delta) tra gli effetti della legge e altri fattori; se quindi, poniamo, altri due punti percentuali verranno guadagnati, le critiche di quei comunicatori che si sono opposti alla campagna vaccinale aggressiva saranno definitivamente smentite.

Ma il dato più significativo oggi a disposizione è che mentre nell’aprile 2015, quando i cittadini italiani cercavano informazioni su internet, le prime quattro risorse di informazioni erano tutte novax, con siti quali Serravalle (la cui pagina Facebook aveva 12mila like), Autismo e Danni da Vaccino (4.800 like), Vaccini Basta (4.600 like), e Autismo e Vaccini (4.100 like) che la facevano da padrone, nel dicembre 2018 la situazione è che ai primi due posti gli italiani trovano Roberto Burioni, Medico con 429.100 like e IoVaccino con 68.000 like. Un caso scuola che dovrebbe essere studiato a fondo da tutti i comunicatori e divulgatori scientifici, e che invece viene da taluni avversato.

 Daniel Fiacchini, dirigente medico Dipartimento di prevenzione Asur Area Vasta 2, Coordinatore del Gruppo Tecnico Vaccini e Strategie di Vaccinazione delle Marche, fondatore di RIV – Rete Informazione Vaccini)(fonte: Daniel Fiacchini, dirigente medico Dipartimento di prevenzione Asur Area Vasta 2, Coordinatore del Gruppo Tecnico Vaccini e Strategie di Vaccinazione delle Marche, fondatore di RIV – Rete Informazione Vaccini)

Ci si chiede, senza retorica, se chi critica il risultato di questo dato empirico facendo invece le pulci allo stile sbagliato, abbia capito in cosa consista il proprio mestiere. Perché se occorre disquisire seriamente di analisi dello stile è forse opportuno abbandonare la comunicazione scientifica per dedicarsi alla critica letteraria (disciplina verso cui si nutre, senza l’ombra di alcuna retorica, un altissimo rispetto), dato che questa analizza —si badi, in modo serio e codificato— il ruolo dello stile espressivo (si coglie anzi qui l’occasione di consigliare due testi per capire cosa sia davvero lo stile narrativo e quale ruolo abbia nel decifrare un determinato contesto storico-politico: Erich Auerbach, Mimesis: Il realismo nella letteratura occidentale, 1956 [1946]; e Carlo Ginzburg, Occhiacci di legno. Nove riflessioni sulla distanza, 2011).

In terzo luogo, tali riflessioni sul target rimandano ad altre sullo spazio e il mezzo informativo. Chi si occupa seriamente di comunicazione o divulgazione conosce bene l’importanza di riempire lo spazio informativo: natura abhorret a vacuo, la Natura, e con essa la comunicazione, rifugge il vuoto. In altre parole, lo spazio oggi conquistato da Burioni è quello lasciato ieri libero dai comunicatori/divulgatori impegnati a trovare lo stile corretto sui vaccini. Alcune reazioni da parte degli oppositori di Burioni sul significato del suo impatto mediatico, dunque, appaiono, per usare un eufemismo, scomposte. Se da un lato li si sente motteggiare che il numero dei like e la visibilità non significano nulla e non cambiano di una virgola il comportamento degli utenti sui vaccini riguardo al virologo, dall’altro i like diventano importantissimi, febbrilmente ricercati e pubblicamente esibiti sulle proprie bacheche, quando riguardano loro stessi; allora diventano segno certo di comunicazione corretta della scienza, del raggiungimento dello stato di influencer, capace di modificare il sentiment della rete.

Ecco perché la mancata comprensione del continuum dello spazio comunicativo, ovvero dei meccanismi di travaso tra i diversi mezzi di informazione, è diventata il problema chiave dei detrattori di Burioni. Essi continuano cioè a guardare il dito del web, e le sue effimere bolle informative o camere dell’eco, finendo per ignorare la luna della più ampia realtà mediatica globale, fatta di programmi tv, di tg, quotidiani, radio e persino di mode e opinioni ormai diffuse tra i cittadini, anche tra quelli che la rete non la usano o la usano poco. Spiace ricorrere a un ulteriore truismo, ma “la rete non è la realtà”. Anche senza considerare le teorie e i dati suddetti, sarebbe sufficiente staccarsi dai pc e frequentare incontri sui vaccini in tutto il Paese per capire che proprio grazie al grande flusso di informazione e al debunking istituzionale e mediatico (e quindi non solo grazie a Burioni, naturalmente) negli ultimi due anni l’atteggiamento verso i vaccini è migliorato sensibilmente, tranne, probabilmente, per i novax sulla rete, che sembrano anzi ancor più polarizzati: un case study interessantissimo, a cui sarebbe saggio che continuassero a dedicarsi, con ogni energia, quei comunicatori interessati allo stile.

5. I veri obiettivi della comunicazione scientifica (per le nuove leve)
Prima delle conclusioni, rimane da interpretare il fenomeno da un punto di vista culturale. Ripetiamolo: in Italia si assiste a una situazione paradossale in cui alcuni comunicatori e divulgatori della scienza, da due anni, dedicano il loro tempo ad attaccare lo stile di Burioni, anziché:

1) usare il proprio stile comunicativo per dimostrare come esso possa raggiungere risultati uguali o migliori;

2) usare il proprio tempo professionale, indipendentemente dallo stile comunicativo, impegnandosi attivamente per aumentare l’apprezzamento della scienza e la comprensione del metodo scientifico negli italiani che (lo indicano diversi indici sulla alfabetizzazione scientifica, tra cui l’Eurobarometro) langue agli ultimi posti nelle classifiche Eu;

3) impegnarsi anche e soprattutto a contrastare i continui attacchi alla scienza in atto nel nostro Paese. Mi permetto di ricordarlo ad alcuni divulgatori —troppo spesso silenti o anodini sui seguenti temi— ma negli ultimi cinque anni: sono state distrutte (o bruciate) coltivazioni di piante ogm; sono state impedite ricerche «in campo aperto» per varietà tipiche nostrane; la quota del Pil destinata alla ricerca è tra le più basse d’Europa; vengono distrutti gli stabulari per ricerche su terapie umane (e veterinarie); la maggior parte del milione di firme della petizione Eu Stop Vivisection erano italiane; prima dell’obbligo vaccinale l’Italia era il penultimo paese europeo per copertura nel morbillo e tutt’ora vengono prodotte (e pubblicate in prima pagina sui quotidiani) finte ricerche che descrivono i vaccini come inquinati o inefficaci; ai prodotti omeopatici viene riconosciuta la detraibilità fiscale; il Parlamento italiano stava autorizzando (per poi correggersi) tre milioni di euro per la frode Stamina; un gruppo di negazionisti dell’infezione di Xylella e del suo insetto vettore continua a ritardare il monitoraggio e la sorveglianza della diffusione del batterio responsabile della morte degli olivi in Puglia; una celebre istituzione di ricerca milanese ha recentemente ospitato un convegno su pratiche esoteriche come la biodinamica; quasi la metà delle università italiane offre master di I e II livello in omeopatia; e i cittadini “vengono indotti” a credere che i prodotti biologici sono migliori o più salubri di quelli convenzionali (la lista è stata parzialmente ripresa da un precedente articolo).

In questo contento, qual è in Italia, per una parte di comunicatori scientifici, uno dei problemi più dibattuti negli ultimi due anni? Lo stile di Burioni.

Ebbene, se appartenessi a questo gruppo sarei più cauto nello sparare sentenze sugli altri, e sarei anzi più incline a capire le ragioni di molti fallimenti nostrani —almeno di non accusare infantilmente gli altri, per esempio politici e scienziati, per i demeriti che invece riguardano principalmente il proprio campo professionale.

L’unica soluzione che si vede è quella di fare un bagno di umiltà e iniziare a fare finalmente corpo, comunicatori e scienziati, nel comune sforzo di combattere la pseudoscienza sui social network, ovvero aiutare la cittadinanza a capire l’importanza dell’innovazione e supportare la politica a fare scelte sul modello dell’evidence-based policy making. Sarebbe di certo una strategia più efficace del voler alimentare quella competizione pretestuosa che alcuni divulgatori e comunicatori tentano di ingaggiare con gli scienziati: il futuro non potrà che essere costruito sulla nuova alleanza tra Science & Humanities.

Un futuro che sembra lontano, anche se fa piacere vedere come nelle ultime settimane alcuni si siano convertiti, tra la via di Damasco e il governo, alle teorie dell’incentivazione sulle vaccinazioni suggerite dall’approccio neuroevolutivo e dal nudge, ma non, curiosamente, suggerite dalle teorie sociologiche del Pes. Un futuro che sembra troppo lontano, se da costoro persino l’idea stessa della demistificazione della pseudoscienza (debunking) viene vista come inutile. Non esito a ritenere questo approccio che nega l’efficacia del debunking, e quindi dell’impegno quotidiano a intervenire contro le frodi e in difesa del metodo scientifico, un puro veleno sociale, frutto del relativismo antiscientista, lesivo della democrazia, oltre che privo di un solido supporto teorico. Spero che le nuove generazioni, specie le nuove leve di comunicatori e divulgatori scientifici, si tengano ben lontane da questa dannosa poltiglia (di risentimento) sub-culturale. È a loro, e al loro futuro professionale, che indirizzo queste (troppo estese) righe, visto che per gli ormai maturi cervelli dei suddetti comunicatori, talvolta loro maestri, le possibilità di riorientarsi teoricamente —lo provano chiaramente le neuroscienze con il ragionamento motivato— sono prossime allo zero.

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mymarketing.net - 4 giorni 11 ore fa
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Per un’azienda che vuole essere all’avanguardia nella sua fascia di mercato è fondamentale riuscire a sbloccare il potenziale d’innovazione. Il cuore dell’innovazione è costituito dalle persone stesse, dai dati e anche dalla tecnologia e il modo migliore per ottenere successo è lavorare su questi elementi tutti insieme.

Il sondaggio 2018 CXO Innovation Survey, realizzato da TIBCO Software, leader globale nell’integrazione, nell’API Management e negli analytics, esamina gli ostacoli al successo, le tecnologie al supporto e l’importanza che persone, cultura e tecnologia giocano se combinate con strategie d’innovazione.

  1. La ricerca
  2. Alcuni risultati interessanti
  3. Metodologia

La ricerca

La ricerca offre un’indagine approfondita su come e perché le aziende stanno innovando, oltre a esaminare le tattiche e le tecnologie necessarie per realizzare le varie iniziative. Non manca nei risultati una valutazione sulla trasformazione digitale nell’innovazione nei vari segmenti di mercato, vista la sua sempre più crescente importanza. Per questo motivo, uno dei punti cardine emersi, è la necessità di potenziamento di persone e team innovativi in grado di supportare la cultura innovativa.

“Sbloccare il potenziale dell’innovazione è fondamentale per organizzazioni che vogliano essere sulla cresta dell’onda nei propri mercati”, ha affermato Thomas Been, Chief Marketing Officer, TIBCO. “Persone, dati e tecnologia formano il nucleo dell’innovazione, e i dirigenti di tutti i settori di mercato hanno bisogno che tutti e tre operino insieme per il successo. Questo sondaggio scava in profondità di queste relazioni e mostra come aziende mature dal punto di vista digitale possono innovare più velocemente e più di frequente. Siamo lieti di rendere disponibili insight così importanti in merito ai fattori critici per l’innovazione. Questi elementi sono quelli che qualsiasi dirigente dovrebbe prendere in considerazione quando decide le strategie per restare competitivi”.

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Alcuni risultati interessanti
  • La trasformazione digitale è un processo in continua evoluzione. Circa il 65% degli intervistati ha evidenziato di non aver ancora raggiunto il livello di “esperti” in termini di maturità sulla trasformazione digitale.
  • Gli ostacoli sulla strada del successo per i progetti basati sull’innovazione sono direttamente collegati a tecnologia, cultura e persone. Circa il 24% degli intervistati ha dichiarato che tempo, risorse e budget limitati legati alle priorità definite dalla cultura aziendale rappresentano gli ostacoli maggiori.
  • Gli intervistati adottano soluzioni cloud, BI/analytics e di integrazione come stadio iniziale della propria strategia di innovazione. AI/ML, open source, blockchain e IoT sono collegati a strategie più sofisticate. Per esempio, tra gli intervistati che considerano la propria organizzazione esperta in termini di maturità digitale, il 41% ha adottato tecnologie blockchain.

Ulteriori risultati della CXO Innovation Survey, compresi insight specifici per settori di mercato, saranno rilasciati sul sito web Apex of Innovation nel corso del 2019. Qui è possibile trovare la sintesi.


Metodologia

La 2018 TIBCO CXO Innovation Survey ha coinvolto oltre 600 intervistati in tutto il mondo, compresi CXO, VP, Senior VP, dirigenti e direttori di aree funzionali business e IT. Hanno risposto manager delle seguenti aree di mercato: commercio al dettaglio/ingrosso, industria manifatturiera, servizi finanziari, sanità, trasporti, industria aerospaziale, energia, petrolio e gas, servizi professionali, tecnologia e software e altre.

 

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wired.it - 4 giorni 12 ore fa
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti

Cinque vite comuni non basterebbero a eguagliare la straordinaria esperienza terrena di Giulio Andreotti: figura politica emblematica del Novecento italiano, ha ricoperto per sette volte l’incarico di presidente del Consiglio, otto volte il ruolo di ministro della Difesa, cinque quello di ministro degli Affarti esteri, tre volte ministro delle Partecipazioni statali, due delle Finanze e una del Tesoro. Oggi, 14 gennaio, avrebbe compiuto 100 anni.

Solo la Storia stabilirà l’importanza del suo ruolo nella politica italiana. Una carriera fatta di luci, ombre e misteri mai del tutto chiariti, che ne hanno accresciuto la fama: depositario di un potere senza paragoni, è più volte incappato in guai politici e giudiziari affrontati con sarcasmo e autoironia.

Non si vuole certo qui dare un giudizio sull’uomo politico, ma celebrarne lo straordinario percorso esistenziale che lo ha portato ovunque per il mondo, a contatto con figure assai diverse tra loro, alle volte con risultati piuttosto surreali.

Potete farvene un’idea sfogliando la nostra gallery qui in alto, oppure visitando il sito a lui dedicato che raccoglie immagini d’archivio, dalle più istituzionali alle più curiose.

 

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brand-news.it - 4 giorni 12 ore fa

Eleganti quanto criptiche scritte in coreano sono comparse nottetempo in Place de la Concorde, a Parigi. Le ha messe lì Samsung

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brand-news.it - 4 giorni 14 ore fa

Dalla mole di notizie provenienti dal Consumer Electronic Show, appena terminato a Las Vegas, abbiamo estratto gli highlight per capire cosa cambia

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wired.it - 4 giorni 14 ore fa
 Amazon)(Foto: Amazon)

Lo scorso 10 gennaio un tribunale tedesco ha sentenziato che i dash button di Amazon violano le regole sulla protezione dei consumatori non fornendo sufficienti informazioni sul prodotto che, premendo il dispositivo, si acquista.

I dash button hanno le dimensioni di una chiavetta usb e, sfruttando la connessione wifi, permettono tramite un pulsante di ordinare sul portale di ecommerce uno specifico prodotto. Amazon ha pensato a questi pulsanti per rendere più rapido l’ordine degli acquisti di uso comune, che tendono a esaurirsi in casa più frequentemente.

Dash-Button

Secondo quanto riportato da Reuters, per il tribunale tedesco questi dispositivi non fornirebbero sufficienti informazioni sul prodotto acquistabile o sul prezzo. Questa carenza di informazioni per il consumatore viola le leggi tedesche che li tutelano. Di fatti in Germania le leggi affermano che gli acquirenti hanno il diritto di conoscere il prezzo che pagano nel momento dell’effettivo acquisto.

Siamo sempre aperti all’innovazione”, ha detto Wolfgang Schuldzinski, responsabile del settore dei consumatori: “Ma se l’innovazione significa che il consumatore è messo in una posizione di svantaggio e il confronto dei prezzi è reso difficile, allora la combattiamo”.

Amazon ha commentato la sentenza rispondendo a The Verge tramite un portavoce che ha dichiarato “La decisione non è solo contro l’innovazione, ma impedisce anche ai clienti di fare una scelta informata per se stessi se un servizio come dash button”.

I dash button da soli non forniscono il prezzo, che è riportato, insieme a tutti i dettagli relativi ad esso sono riportati nella app. Amazon incalza: “Siamo convinti che il pulsante dash e l’app corrispondente siano in linea con la legislazione tedesca. Pertanto, faremo appello”. Non è la prima volta che la Germania intenta una causa nei confronti del gigante dell’ecommerce. Come ricorda The Verge, le autorità dell’Antitrust tedesco stanno esaminando se Amazon abbia sfruttato la sua posizione di primato nel settore sbilanciando la concorrenza nel mercato online del paese.

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wired.it - 4 giorni 14 ore fa

black mirror

Da quando ha fatto il suo debutto su Netflix lo scorso 28 dicembre, si sta molto parlando di Black Mirror: Bandersnatch. Il film speciale della serie di Charlie Brooker e Annabel Jones, realizzato in modalità interattiva, ha infatti catturato l’attenzione degli spettatori che hanno potuto scegliere in quali direzioni far continuare la storia. Ora però emerge una notizia che potrebbe minare in qualche modo il successo dell’episodio straordinario: una casa editrice ha infatti fatto causa alla produzione per violazione di copyright.

Com’è ormai noto, la storia di Bandersnatch si sviluppa a bivi, in cui lo spettatore può scegliere quale percorso intraprendere, esattamente come in quei libri cosiddetti Choose your own adventure. La società editoriale Chooseco ha fatto causa alla piattaforma di streaming proprio per l’utilizzo di questa espressione, sostenendo di detenerne il copyright dagli anni Ottanta e di aver pubblicato da allora ben 265 milioni di volumi di questo tipo. Inoltre ci sarebbe pendente un accordo con la Fox, che ha regolarmente acquistato i diritti per sviluppare una serie interattiva. Anche Netflix, a partire dal 2016, ha tentato di ottenere una licenza di utilizzo del marchio.

Chooseco e Netflix hanno intrapreso estese trattative negli ultimi anni ma non è mai stata concessa una licenza“, si legge nella querela sporta. “Almeno in un’occasione Chooseco ha inviato una diffida chiedendo di smettere di utilizzare l’espressione Choose your own adventure”. La casa editrice ha chiesto un risarcimento danni per 25 milioni di dollari, anche se Netflix, che non ha ancora commentato la vicenda, probabilmente si appellerà all’uso leale, equo o corretto descrittivo della frase stessa.

 

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