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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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mymarketing.net - 6 giorni 14 ore fa

Tra gli chef che spopolano ormai anche sui media italiani a contendersi lo scettro sono Carlo Cracco e Massimo Bottura con più di 2000 citazioni a testa e il primo che, dall’inizio di marzo al 27 settembre scorso, ha raccolto 80 citazioni in più. A mettere in evidenza questi dati è il monitoraggio svolto su oltre 1.500 fonti d’informazione fra carta stampata (quotidiani nazionali, locali e periodici), siti di quotidiani, principali radio, tv e blog da Mediamonitor.it, che utilizza tecnologia e soluzioni sviluppate da Cedat 85.

  1. Cracco e Bottura condividono il podio al 1° e 2° posto
  2. Cannavacciuolo e Borghese al 3° e 4° posto
  3. Seguono Rubio, Klugmann, Barbieri, Beck, Romito, Oldani

Cracco e Bottura condividono il podio al 1° e 2° posto

Cracco dopo l’apertura del nuovo ristorante milanese e l’annuncio dell’esordio su Netflix a The Final Table, ha catalizzato l’attenzione dei media raggiungendo le 2194 citazioni. A poca distanza, il due volte primo classificato nella lista dei The World’s 50 Best Restaurants, Massimo Bottura, chef del ristorante tre stelle Michelin Osteria Francescana, a Modena, che in sei mesi ha raggiunto le 2114 citazioni. Lo chef emiliano sarà celebrato prossimamente nella sua città natale in occasione della prima edizione di Sciocola’, festival del cioccolato artigianale (a Modena dal 1 al 4 novembre): per l’occasione sarà realizzato un monumento in cioccolato da 800 chili dell’iconico Monte Rushmore dove, al posto dei volti dei presidenti americani, ci saranno proprio quello di Bottura, insieme ad altri tre modenesi illustri: Enzo Ferrari, Luciano Pavarotti e Vasco Rossi.


Cannavacciuolo e Borghese al 3° e 4° posto

Al terzo e quarto posto della classifica stilata da Mediamonitor.it ci sono due volti ben noti del panorama culinario televisivo: Antonino Cannavacciuolo e Alessandro Borghese. Per lo chef campano emigrato sul Lago d’Orta le citazioni sono state 1397 mentre per il conduttore e giudice di “4Ristoranti” 1038.


Seguono Rubio, Klugmann, Barbieri, Beck, Romito, Oldani

A poca distanza gli uni dagli altri si inseriscono tre protagonisti del piccolo schermo: Chef Rubio, fenomeno televisivo consacrato al successo dal format ‘Unti e Bisunti‘ (861) e i giudici di Masterchef Antonia Klugmann (841) e Bruno Barbieri (835). Seguono poi lo chef tedesco Heinz Beck (785), l’abruzzese Niko Romito (609), entrambi tristellati ed entrambi freschi dell’apertura di nuovi locali a Milano, e Davide Oldani (759) patron del ristorante D’O di Milano. Tra gli chef stranieri menzionati dai media italiani troviamo l’argentino Mauro Colagreco, giudici del programma televisivo “Top chef Italia”.

Non sempre, fanno sapere da Mediamonitor.it, il successo mediatico è sostenuto dalla qualità certificata dalle stelle Michelin. Tra i pluristellati che preferiscono le luci della cucina a quelle dei riflettori, ci sono infatti Enrico Crippa, chef del tristellato Piazza Duomo ad Alba, con 633 citazioni e Antonio Guida (182), patron del Seta, ristorante due stelle Michelin all’interno del Mandarin Oriental di Milano.

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brand-news.it - 6 giorni 15 ore fa

Caffeina annuncia di essere stata scelta dalla branch italiana di Aon, società leader globale nella consulenza e gestione dei rischi, nell’intermediazione assicurativa e riassicurativa, come partner per la digital innovation e il service design nei diversi settori rivoluzionati dalla digital transformation. Con l’obiettivo di migliorare la relazione con i propri clienti e garantire loro servizi...

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wired.it - 6 giorni 16 ore fa

 Photography by Jerey Villasis. Philippines/Getty Images. Il Giardino dei Fuggitivi a Pompei)(foto: Photography by Jerey Villasis. Philippines/Getty Images. Il Giardino dei Fuggitivi a Pompei)

Torniamo a quasi due millenni fa, al 79 d.C.: una data storica, purtroppo tragica, che ha visto il Vesuvio protagonista con un’eruzione dalla portata catastrofica, durata due giorni. Si tratta del più forte evento eruttivo mai registrato nella zona, che ha distrutto Ercolano, Pompei, Stabia e Oplontis. In due giorni, le vittime sono state numerose (più di 300 quelle rintracciate solo ad Ercolano), bruciate all’istante – molte sono ancora visibili attraverso i caratteristici calchi in gesso, una testimonianza del drammatico evento. Oggi un gruppo di ricerca tutto italiano, guidato dall’Università degli studi di Napoli Federico II, ha approfondito cosa è successo a livello fisiologico nei corpi delle vittime, al momento della morte, trovando nuovi elementi che si manifestano in caso di un evento estremo come quello di un’eruzione vulcanica. I risultati sono pubblicati su Plos One.

Gli autori, guidati da Pier Paolo Petrone e da Claudio Buccelli della Federico II, hanno analizzato resti ossei di 103 scheletri e depositi vulcanici provenienti da 12 camere – che sarebbero diventate vere e proprie tombe – sul lungomare di Ercolano, una delle città più vicine e colpite dal Vesuvio.

 Petrone et al. PLOS One)(foto: Petrone et al. PLOS One)

Dalle analisi, i ricercatori hanno scoperto un insolito residuo minerale, rosso e nero, anche all’interno dei teschi, presente negli strati di cenere intorno e dentro gli scheletri. Attraverso analisi biofisiche che consentono di ottenere elementi della composizione chimica di un campione (come in questo caso la spettrometria di massa a plasma e la spettroscopia Raman), gli autori hanno studiato questi residui e si sono accorti che c’era del ferro e ossido di ferro, prodotti della degradazione dell’emoglobina umana, quali ferro e ossido di ferro. Inoltre, dall’ispezione degli scheletri umani sono state evidenziate incrinature, fratture ed esplosioni della calotta cranica, con l’annerimento di alcune parti del cranio e delle ossa fratturate. Le ossa erano fratturate e carbonizzate ai margini delle fratture, nonché affilate come quelli delle ossa cremate, una prova dell’esposizione ad un calore estremo, dai 200 ai 500 °C.

Mettendo insieme i risultati, gli autori sono riusciti a capire cosa è successo subito dopo la morte: si è verificata una rapida vaporizzazione dei tessuti e dei fluidi corporei, che ha causato un aumento della pressione intracranica, a sua volta responsabile dell’esplosione del cranio – mentre il decesso, di per sé, è dovuto all’impatto con l’estremo calore, con le nubi di cenere e gas a temperature fino a 500° C. “Abbiamo mostrato per la prima volta un’evidenza sperimentale convincente che suggerisce la rapida vaporizzazione dei tessuti morbidi e dei fluidi corporei al momento della morte causata dall’esposizione ad un calore estremo”, si legge nelle conclusioni dello studio.

Così, combinando indagini bioantropologiche e archeologiche, gli autori sono riusciti a fornire informazioni importanti anche per ricostruire aspetti storici e biologici delle popolazioni vesuviane in età romana e dell’evento catastrofico che ha caratterizzato i loro ultimi momenti di vita, concludono gli autori in una nota sulla pagina della Federico II.

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wired.it - 6 giorni 17 ore fa

Google Plus

Google ha ufficialmente chiuso Google Plus. L’annunciata chiusura è motivata principalmente da una falla nella sicurezza che, per oltre tre anni, avrebbe esposto migliaia di utenti a potenziali attacchi e furti di dati.
La sensazione generale è però che qualcosa sia andato storto da tempo con Google Plus. Ma che cosa?

Breve storia di Google Plus
Google Plus nasce a giugno del 2011 – con il classico approccio di Google che apre solo a pochi privilegiati i suoi prodotti e concede loro degli inviti – con l’obiettivo dichiarato di creare un social network. All’epoca c’erano già stata diversi esperimenti, uno fra tutti Google Buzz, che ricordava parecchio Twitter, ma che fu poi chiuso.

Facebook e Twitter erano ormai praticamente maturi, MySpace era un quasi lontano ricordo e YouTube, su tutto ciò che riguardava i video, era padrone assoluto. In questo contesto, Google Plus era il tentativo di mettere insieme le migliori caratteristiche dei diversi social raggiungendo immediatamente un bacino di milioni di (potenziali) utenti grazie all’esposizione data da Google stesso.

Una partita apparentemente facile, che in termini di crescita degli utenti sembrava tutta in discesa, soprattutto per precise scelte di prodotto che, ad esempio, convertivano automaticamente qualunque utente di un prodotto Google, Gmail in primis, in utente Google Plus, o che vincolavano la creazione di canali YouTube alla creazione ed uso di un connesso profilo Google Plus.

Tanta automazione, poca spontaneità. Con il risultato di ritrovarsi ad avere numeri di crescita straordinari, utenti attivi alle stelle (bastava accedere ad esempio all’email per accedere automaticamente Google Plus) ma in realtà un tasso di engagement bassissimo. Giusto per capirci: parliamo di 25 milioni di nuovi utenti solo nel primo mese.

Ma un social network con scarso engagement è solo un contenitore vuoto

Arrivò dunque così il primo pivoting di prodotto: focalizzarsi sul concetto di condivisione di interessi (forti anche del fatto che le funzioni di comunicazione – assorbite da Google Hangouts – erano diventate un prodotto a sé stante, Hangouts stesso appunto).

Si decise di attivare le collections, ossia delle sorte di playlist di contenuti curati dagli utenti, e di dare maggiore forza alle Communities, cioè i gruppi. 
Il tutto offrendo un generale redesign e una migliore esperienza utente, resa tale anche dal fatto che veniva eliminata l’idea di Google Plus come social layer (secondo la stessa definizione data da Google) a cui bisogna loggarsi necessariamente.

Poi più nulla, fino all’ultimo grande cambiamento: l’annuncio di interruzione del servizio per gli utenti. Rimarranno attivi solo alcuni servizi business e i profili brand.

 Getty Images)(Foto: Getty Images)

Cosa non ha funzionato con Google Plus?
Nella nota relativa alla chiusura, Google spiega tra le altre cose che Google Plus attualmente registra tassi di uso ed engagement piuttosto bassi e che il 90% delle sessioni dei suoi utenti durano meno di 5 secondi.

Dal punto di vista delle metriche di prodotto questa è l’ammissione di un disastro. Intendiamoci, fa parte dello sviluppo prodotto di un’azienda di queste dimensioni procedere per tentativi, ed eventualmente fallimenti, ma il lungo penare di Google Plus trova in questi numeri la sintesi perfetta delle ragioni della sua morte. In cosa hanno sbagliato dunque? 
Ci sono tre aspetti rilevanti che hanno determinato questo esito:

1. Non basta mettere insieme caratteristiche vincenti per fare un prodotto vincente
Google Plus ha preso il meglio delle caratteristiche di Facebook e Twitter e le ha riunite in un solo prodotto. Dal punto di vista di un utente questo non significa necessariamente soddisfare tutte le esigenze possibili. Per almeno due ragioni: a) se scelgo social diversi è perché voglio esperienze diverse e b) troppe caratteristiche confondono, soprattutto gli utenti alle prime armi.

2. Non puoi imporre agli utenti un cambio radicale delle loro abitudini.
Il Graal dell’esperienza unica, su unica piattaforma, ha cominciato a cedere da tempo e lo sa anche Facebook. È chiaro, soprattutto dato che parliamo di aziende che basano il loro business model sulla raccolta dati e profilazione degli utenti per fini di advertising, che più tempo passiamo su una piattaforma e meglio quest’ultima impara a conoscerci, ma non è detto che un utente voglia rimanere dentro quella piattaforma per tutte le sue attività.

3. Serve la capacità di attrarre clienti business
Purtroppo parliamo di un serpente che si morde la coda. Ci sono stati casi straordinari di successo nelle collaborazioni con i brand, ma per quanto il valore di Google Plus per le aziende sia anche nell’esposizione generale che possono ricavarne sul motore di ricerca di Google, la verità è che il cuore di un’esperienza social “aziendale” – cioè l’interazione utenti-brand – non può trovare spazio dove non c’è engagement da parte degli utenti.

Allora perché Google ha speso tempo su Google Plus?
Perché è Google. E questa è da sempre la loro strategIa di prodotto.
Hanno un approccio da startup con cicli di prodotto a rilasci frequenti, eventuali cambiamenti di rotta, fallimenti e riavvii del ciclo di prodotto stesso. Detto in soldoni, se è vero che chi non fa non sbaglia, Google ha fatto dello sbaglio e delle lezioni imparate la sua cifra di sviluppo prodotto. Ogni servizio dismesso è in realtà un prezioso insieme di informazioni acquisite ed imparate, utilissime a costruire i prodotti successivi.

Addio o arrivederci?
La chiusura di Google Plus segna dunque l’addio definitivo di Google ai social media? 
Non è detto. Sul piatto ci sono ancora moltissimi temi su cui Google potrebbe fare la differenza o quantomeno giocarsela: dalla realtà virtuale alle community legate ai gamer.

C’è spazio di manovra. C’è tempo per sbagliare.
E ripartire.

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wired.it - 6 giorni 17 ore fa
L'onda misteriosa (Urania, Mondadori)
Shi Kong: China Futures (Urania Mondadori)
Il problema dei tre corpi di Cixin Liu
La materia del cosmo di Cixin Liu (Mondadori)
Nebula, antologia di racconti (Future Fiction)
Sinosfera, antologia di fantascienza contemporanea cinese (Future Fiction)
Festa di primavera di Xia Jia (Future Fiction)
L'eterno addio di Chen Qiufan (Future Fiction)
Waste Tide di Chen Qiufan
Invisible Planets, antologia (Head of Zeus)

Vuoi capire la Cina contemporanea? La fantascienza potrebbe aiutarti. Questo genere, dato ingiustamente per morto da molti nostalgici (occidentali), sta vivendo un momento felice grazie a una generazione di autori cinesi originali e diversi tra loro che hanno richiamato l’attenzione dell’editoria anglosassone e, di riflesso, degli altri paesi. Di fantascienza cinese si è parlato a Stranimondi, Festival del libro fantastico, durante un panel tenuto da Francesco Verso, lui stesso autore scifi, vincitore per due volte del Premio Urania, e fondatore di Future Fiction, progetto culturale di cui parleremo a breve, e da Giulia Iannuzzi, autrice di numerosi saggi sulla fantascienza. “Quando sento qualcuno dire che la fantascienza è morta, lo invito a volgere lo sguardo a oriente” ha detto Verso per poi partire a colpi di slide con una breve storia della fantascienza cinese legata soprattutto al governo e alla censura.

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Se nei primi del Novecento, la fantascienza era uno strumento per consolidare la fiducia dei cittadini verso l’educazione sociale e infondere ottimismo, la grande svolta si è avuta con la generazione cosiddetta “Balinghou, nata dopo il 1980, quella entrata in contatto con le nuove tecnologie. Si tratta di una generazione che ha vissuto in prima persona eventi epocali per il Paese, molti avvenuti a breve distanza di tempo. Parliamo dell’entrata della Repubblica Popolare Cinese nella WTO, Organizzazione mondiale del commercio (2001), della fondazione dell’Independent Chinese PEN Center, un’organizzazione non profit per la libertà di espressione (sempre nel 2001) e dell’assegnazione del Nobel per la Pace a Liu Xiabo (2011).

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Come hanno puntualizzato Verso e Iannuzzi, le recenti trasformazioni hanno modificato il rapporto tra censura e autori. Il governo, pur tendendo a monitorare l’establishment culturale, ha un atteggiamento più paternalistico che intrusivo e stanzia fondi per promuovere la fantascienza entro i propri confini e all’estero. “La Cina è un enorme esperimento socioeconomico sul futuro” ha detto Verso. “Investe in energie alternative e, come ha detto lo scrittore Ian Watson, ha un governo che può permettersi il lusso di pensare al futuro perché non ha una politica vincolata al breve termine come accade per le democrazie occidentali”. Tornando alla censura, se le sue maglie si stringono soprattutto attorno alle trame della letteratura mainstream che finisce col raccontare storie facilmente assimilabili al grande pubblico e ambientate in scenari agresti, la fantascienza ha più libertà d’espressione e, difatti, i suoi autori trattano temi come utopia, distopia e rapporto con la tecnologia.

In Italia, la fantascienza cinese si è fatta conoscere soprattutto con antologie come L’onda misteriosa o Shi Kong pubblicate entrambe per Urania rispettivamente nel 2006 e nel 2010. C’è poi stata la pubblicazione de il Problema dei tre corpi, forse il romanzo di fantascienza contemporanea cinese più famoso a livello internazionale. Lo ha scritto Liu Cixin, definito “la risposta cinese ad Arthur C. Clarke“, un autore con un passato di ingegnere e che pone grande attenzione alla fondatezza scientifica delle sue storie. Altro suo romanzo reperibile in Italia, sempre per Mondadori, è La materia del cosmo. Ci sono poi Wang Jinkang, autore di racconti come Adam’s Regression e A Song for Life, che si focalizzano sulla biologia; e Han Song, definito il “Kafka cinese”. Tra gli autori della generazione Balinghou va nominato sicuramente Chen Qiufan, classe 1981, ha lavorato per Baidu, il più usato motore di ricerca in Cina, e per Google; la sua è una fantascienza che tratta temi attuali come internet e il controllo dell’informazione. In inglese è reperibile il suo primo romanzo di tipo distopico, Waste Tide. Altri autori della sua stessa generazione sono Bao Shu, Hao Jingfang, Zhang Ran e Tang Fei.

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Progressivamente, la fantascienza cinese sta arrivando in Italia, grazie ai grandi editori come Mondadori, e alle associazioni culturali come quella di cui è fondatore Francesco Verso, parliamo di Future Fiction che si avvale anche di aiuti economici da parte di un’agenzia privata che promuove la fantascienza cinese in tutte le sue forme di nome Storycom (qui alcune informazioni da un articolo di Wired.com) e degli istituti Confucio di Pisa o Milano. Grazie a Future Fiction, in Italia possiamo leggere antologie come Nebula con racconti di Liu Cixin, Xia Jia, Chen Qiufan e Wu Yan che “mostrano una Cina lontana dall’Occidente per costume e sensibilità, ma simile nelle realtà economico-sociali e così tecnologicamente avanzata da restituire uno sguardo sul futuro che attende il mondo intero“, o Sinosfera con storie firmate da Wang Jinkang, Bao Shu, Han Song e altri autori.

Si tratta di una fantascienza attuale e che parla al mondo, non solo alla Cina, dato che i suoi autori hanno avuto la fortuna di nascere in un Paese che si era aperto ai grandi autori della fantascienza americana. Forse è la fantascienza di domani, di sicuro è la più interessante che ci offre il nostro presente.
Nella gallery dieci opere, sia antologie sia romanzi, per comprendere meglio la fantascienza cinese.

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wired.it - 6 giorni 17 ore fa
Scienza-2018-12Una possibilità per contrastare l’inquinamento: “risucchiare” l’anidride carbonica emessa nell’atmosfera

Il Nobel per l’economia di quest’anno, consegnato ai due studiosi americani William D. Nordhaus e a Paul M. Romer, ha un significato particolare in questo momento storico, dato l’impegno dei due docenti nel coniugare gli studi in materia economica con i dati relativi alle ricadute e agli effetti dei cambiamenti climatici.

A ribadire la crescente necessità di un’economia sostenibile per il prossimo futuro è stato, quasi contemporaneamente alla proclamazione del premio, anche l’ultimo rapporto del Comitato intergovernativo delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (Ipcc) dedicato alle conseguenze del riscaldamento globale. Secondo il documento, dall’inizio dell’era industriale l’impatto antropico sul clima ha provocato un aumento della temperatura di un grado, e servono al più presto drastici cambiamenti in tutti i settori per ridurre del 45% entro il 2030 le emissioni di Co2 così da arrivare a un punto di “emissioni nette zero” entro il 2050.

In questa direzione guardano alcune delle misure proposte proprio dal premio Nobel Nordhaus, che sostenendo la cosiddetta carbon tax ha sviluppato strumenti economici volti a diminuire o rallentare l’aumento delle emissioni attraverso imposte proporzionali sulle aziende che producono gas serra e biossido di carbonio. Ciò dovrebbe spingere quindi le industrie a produrre riducendo l’uso dei combustibili fossili e usando invece fonti di energia rinnovabile.

Inoltre, fin dagli anni ’70, il lavoro di Nordhaus si è basato sullo sviluppo di modelli economici volti a includere l’elemento ambientale, nella consapevolezza che la dimensione economica e quella climatica sono strettamente collegate. Secondo le sue teorie, la crescita economica comporta necessariamente un aumento delle emissioni e un conseguente surriscaldamento del pianeta che, a sua volta, influisce sull’economia e deve essere affrontato con politiche mirate.

In particolare, però, Nordhaus “ha innescato il dialogo tra comunità scientifiche diverse e, seguendo i dettami dell’open science, ha creato un modello open source, che ogni studioso può scaricare dal suo sito internet, testare e sviluppare”, ha spiegato Valentina Bosetti, ordinario di economia dei cambiamenti climatici all’università Bocconi di Milano, in un video pubblicato dall’ateneo.

Questo approccio permette quindi di mettere in relazione diverse discipline e saperi al fine di ragionare in termini diffusi su argomenti economici. Lo stesso respiro ampio e pluridisciplinare si ritrova anche negli studi dell’altro premio Nobel per l’economia del 2018, Romer, che nei lavori pubblicati dagli anni ’80 ha saputo formalizzare il ruolo centrale dell’innovazione tecnologica nella crescita economica, incorporando nei modelli macroeconomici proposti anche il progresso tecnico. Secondo Romer, da un punto di vista economico, è proprio la fase di concepimento dell’idea a essere più impegnativa, mentre la sua applicazione non comporta grandi costi e può essere replicata e adattata in diverse situazioni.

Prima di lui – spiega Guido Tabellini, ordinario di economia politica alla Bocconi – nei modelli macroeconomici il progresso tecnologico era visto come una forza esterna, Romer ha fatto capire come incorporare nei modelli economici il progresso tecnico e l’accumulazione della conoscenza. E lo ha fatto formalizzando un’intuizione semplice: quella per cui la fase più importante e impegnativa dell’innovazione è il concepimento dell’idea, mentre la sua applicazione non è costosa. È quello che accade nello sviluppo di un sistema operativo: difficile e costoso da ideare, ma semplice ed economico da replicare su una miriade di computer”.

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wired.it - 6 giorni 17 ore fa
Voyager(immagine: Nasa/Jpl-Caltech

Verso l’infinito e oltre. Non un motto, ma un obiettivo per la missione Voyager della Nasa. E adesso la sonda Voyager 2 sembra essere in procinto di abbandonare il Sistema solare per tuffarsi nello Spazio interstellare, all’inseguimento della gemella Voyager 1, più che lontana da casa ormai dal 2012. Secondo l’ultimo report del Jet Propulsion Laboratory i sensori di Voyager 2 stanno registrando livelli di raggi cosmici provenienti dallo Spazio profondo superiori a quelli dei mesi passati. Un indizio che l’intrepida viaggiatrice stellare sarebbe in procinto di avventurarsi fuori dall’eliosfera, l’enorme bolla magnetica che origina dal Sole e ingloba i pianeti. E quando accadrà sarà il secondo oggetto costruito sulla Terra a lasciare il Sistema solare.

La sonda Voyager 2 è stata lanciata dalla Nasa nel 1977, poco prima della gemella Voyager 1. Obiettivo: arrivare dove nessuno strumento umano era mai arrivato prima, nello Spazio interstellare. Durante il viaggio Voyager 2 ha fatto tappa attorno a Giove e Saturno riuscendo a sorvolare anche Urano e Nettuno. Un tour straordinario che però l’ha separata dalla sorella, che nell’agosto 2012 ha varcato il confine dell’eliosfera (l’eliopausa) e oggi dovrebbe trovarsi a circa 21 miliardi di chilometri dalla Terra.

Voyager 2, invece, si aggira nello strato esterno dell’eliosfera dal 2007 e oggi è a circa 18 miliardi di chilometri da casa. Da fine agosto, poi, a quanto riferiscono gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory, i sensori della sonda hanno rilevato una quantità di raggi cosmici superiori del 5% rispetto ai valori del periodo precedente. Un segno che forse Voyager 2 si sta davvero preparando a uscire dal nostro Sistema solare oltrepassando l’eliopausa.

I raggi cosmici, infatti, sono particelle in rapidissimo movimento che originano fuori dal Sistema solare, nello Spazio interstellare, molti dei quali vengono (fortunatamente per noi) bloccati proprio dall’eliosfera. I valori registrati da Voyager 2 sono simili a quelli trasmessi da Voyager 1 tre mesi prima del suo tuffo nello Spazio interstellare.

Tuttavia, sottolineano dalla Nasa, si tratta di un indizio che suggerisce un’eventualità. Non c’è certezza. La traiettoria di Voyager 2, infatti, è diversa da quella della sorella e le tempistiche di fuoriuscita dasll’eliosfera potrebbero rivelarsi molto diverse. Anche perché esiste un’altra variabile rappresentata dal fatto che l’eliosfera non è fissa ma i suoi confini si spostano in base ai cicli di 11 anni di attività solare.

Stiamo assistendo a un cambiamento nell’ambiente attorno a Voyager 2, non c’è dubbio su questo”, ha commentato Ed Stone del California Institute of Techonology (Caltech) di Pasadena, coinvolto nel progetto Voyager. “Impareremo molto nei prossimi mesi, ma non sappiamo ancora quando arriveremo all’eliopausa. Non ci siamo ancora arrivati, è una cosa che posso dire con sicurezza”.

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wired.it - 6 giorni 17 ore fa

Durante il New York Comic-Con 2018 è stata presentata la seconda stagione di Star Trek: Discovery, la serie prequel prodotta dalla piattaforma digitale Cbs All Access. In contemporanea è stato diffuso anche il primo trailer dei nuovi episodi che raccontano i fatti avvenuti una decina d’anni prima di quelli narrati nella serie originale degli anni Sessanta. Nelle immagini ritroviamo la maggior parte dei personaggi dopo gli accadimenti della prima stagione.

L’equipaggio della Uss Discovery deve fare i conti con sette misteriosi segnali che appaiono in altrettanti punti della galassia, mentre cerca di decifrare la minaccia personificata dall’Angelo Rosso e di far fronte alla nuova alleanza Klingon. Venuta dall’Universo Specchio, Georgiou, interpretata da Michelle Yeoh, continua la sua metamorfosi mentre la protagonista Michael Burnham (Sonequa Martin-Green), cresciuta dai Vulcaniani, si ricongiunge col fratellastro Spock (Ethan Peck), di cui vediamo finalmente le prime immagini in versione giovane e barbuta. Ma dalla serie classica arrivano anche altri personaggi, come il capitano Pike, predecessore di Kirk, interpretato qui da Anson Mount, e Numero Uno/Christine Chapel a cui dà il volto Rebecca Romjin.

La seconda stagione di Star Trek: Discovery ha avuto parecchie difficoltà a livello produttivo, dopo l’allontanamento per divergenze creative degli showrunner Gretchen Berg e Aaron Harberts, sostituiti in corsa da Alex Kurtzman, che aveva originariamente creato la serie assieme a Brian Fuller. Nonostante tutto i nuovi episodi faranno il loro debutto negli Stati Uniti il 19 gennaio, mentre da noi dovrebbero arrivare nello stesso periodo su Netflix.

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