In caricamento...

News

“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
Non solo news dal mondo Vittoria ma storie di branding, marketing e comunicazione online e offline.

wired.it - 2 giorni 8 ore fa

Anche una scarpa apparentemente di cuoio può essere assolutamente vegana e sostenibile. Prodotta dunque senza alcuna pelle animale, e utilizzando solo prodotti naturali o di recupero. A dimostrarcelo arriva la sneaker Nat-2 x Zvunder, progettata in Germania e realizzata in Italia: una scarpa informale dal design più che rispettabile, che vede tra i suoi principali materiali uno speciale cuoio ricavato dai funghi.

Il materiale in questione, come ricorda Designboom, è stato messo a punto dalla designer Nina Fabert di Zvunder e perfezionato dal team tecnico di Nat-2. L’elemento base è il fomes fomentarius, il fungo dell’esca, una specie non commestibile dal colore bruno rossastro che cresce sulle latifoglie. Il fungo viene coltivato, spelato e lavorato a mano, per ottenere una superficie simile alla pelle, con diverse possibili sfumature cromatiche da sfruttare per l’estetica della scarpa.

Il tutto è abbinato con spugna di eco-cotone, un panno in microfibra ottenuto da bottiglie di plastica riciclate, una suola interna fatta di sughero e una suola esterna di gomma naturale. Insomma, una vera e propria scarpa green, organica, vegana, gluten-free, chemical-free, antisettica e antibatterica. Il prezzo con cui debutterà sul mercato non è ancora stato rivelato.

The post Le scarpe vegane in pelle, realizzate con i funghi appeared first on Wired.

wired.it - 2 giorni 8 ore fa
 Chris McGrath/Getty Images)(Foto: Chris McGrath/Getty Images)

Il sottosegretario alla Difesa per la ricerca e l’ingegneria Mike Griffin ha annunciato i piani militari americani per creare un ufficio dedito alla ricerca sull’Intelligenza artificiale. Griffin ha assunto la carica lo scorso 19 febbraio e, in precedenza, è stato amministratore della Nasa (dal 2005 al 2009). La formazione e le attitudini del neo-eletto sottosegretario non sono passate inosservate agli occhi dei media americani, Forbes lo ha definito “il funzionario pubblico intellettualmente più dotato dell’intera amministrazione Trump”.

Nel frattempo la Casa Bianca appare lontana dalle logiche dell’Intelligenza aritificiale, tant’è che non è ancora stato nominato un solo consulente scientifico. Un gap che non appare giustificabile, soprattutto alla luce dei piani svelati da Griffin, i quali prevedono l’accostamento dell’Ai a ogni livello strategico-militare. Secondo la Federal News Radio, le autorità militari americane sono allarmate dai recenti progressi compiuti nel campo e temono che forze estere possano sfruttarli a proprio vantaggio.

Un sentimento condiviso anche dalla Camera che ha messo a disposizione della ricerca un budget milionario, commissionando anche una ricerca da presentare al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per il momento non ancora sensibile all’argomento.

La ricerca sull’Ai in ambito militare fa storcere più di un naso eccellente. A fine luglio del 2015, decine di ricercatori e imprenditori hanno sottoscritto una lettera chiedendo ai governi di bandire gli armamenti autonomi. Una missiva firmata, tra gli altri, da Elon Musk, Noam Chomsky, Steve Wozniak e Stephen Hawking e che non sembra avere raggiunto lo scopo prefissato.

The post Il Pentagono si muove nel campo dell’Intelligenza artificiale appeared first on Wired.

wired.it - 2 giorni 9 ore fa

appfb2

Effetto Cambridge Analytica: pervenuto. Mentre Mark Zuckerberg veniva interrogato dal Congresso degli Stati Uniti – in quello che è sembrato un processo sommario, specie al Senato –  a Menlo Park si adoperavano per snellire le procedure con le quali cancellare i dati delle app che gli utenti avevano autorizzato su Facebook.

Procedure che, come avevamo spiegato qui, assomigliavano a un infinito gioco dell’oca. Nei giorni scorsi, alcuni utenti hanno visto comparire un avviso: “Stiamo semplificando il modo in cui puoi decidere con quali app condividere le tue informazioni. Puoi accedere alla sezione app e siti web in qualsiasi momento, per vedere a quali app e siti web hai effettuato l’accesso tramite Facebook. Puoi anche rimuovere quelli che non vuoi più che siano connessi a Facebook”.

Schermata 2018-04-16 alle 10.20.42

Schermata 2018-04-16 alle 10.20.42

E il viaggio, in effetti, si è fatto decisamente più chiaro. Chi non avesse ricevuto gli avvisi, trova la nuova versione in “Impostazioni>Impostazioni dell’account>app>Accesso effettuato con Facebook”.

La nuova disposizione mostra, innanzitutto, tre diverse sezioni: “Attivi/e”, “Scaduti”, “Rimossi/e”. Sotto la colonna di riferimento, si trovano le apposite liste, in modo da tenere d’occhio quali siano le applicazioni e siti che sono ancora autorizzati a prendere informazioni degli utenti, quelli a cui l’accesso non sia stato rinnovato (con tanto di data di scadenza) e quelle eventualmente rimosse.

Ogni app/sito ha la sua scheda, consultabile, che conferma lo status attuale (cioè se può o non può chiedere informazioni) e un pannello di controllo dai dati ai quali ha accesso, in modo che l’iscritto possa cambiarle in maniera agile.appsiti2

Un altro passaggio che Facebook ha snellito è la ricerca delle condizioni generali dell’applicazioni e della normativa sulla privacy. Ora i link sono inseriti direttamente nella scheda dell’applicazione e mostrati come un contenuto interno, che non costringe l’utente alla ricerca di pagine esterne spesso poco chiare.

privacypolicy

 

The post Com’è cambiato il modo di cancellare i dati delle app su Facebook appeared first on Wired.

wired.it - 2 giorni 10 ore fa
Foto Gaia Berruto/WiredFoto Gaia Berruto/Wired

Sarà la seconda metà del 2019 la finestra di lancio del primo smartphone 5G  Huawei. La casa cinese lo ha affermato in queste ore nel corso del suo meeting annuale riservato agli incontri con i partner commerciali. Qui il gruppo è sceso leggermente più nel dettaglio rispetto alle dichiarazioni rilasciate in precedenza, che già vedevano il lancio del sui primo telefono 5G fissato al 2019: il fantomatico gadget, del quale non si conoscono ancora il nome né le specifiche, vedrà la luce nel terzo trimestre dell’anno prossimo, ovvero tra luglio e settembre.

Huawei ha già svelato un modem adatto alle connessioni cellulari 5G: si tratta del modello Balong 5G01, che la casa realizza nei propri stabilimenti e che ha già svelato nel corso del Mobile World Congress di quest’anno. La componente in questione è troppo ingombrante per essere inserita a bordo degli smartphone e sarà dunque impiegata all’interno di hotspot e in ambito automotive, ma è da qui che il gruppo partirà per sviluppare un’alternativa adatta ai telefoni.

Su quale sia il modello esatto di smartphone col quale Huawei ha intenzione di innescare la sua rivoluzione 5G non c’è alcuna certezza, ma la finestra di lancio annunciata lascia aperte diverse ipotesi. Il periodo luglio-settembre in effetti è molto posteriore a quello riservato ai gadget della serie P e al contempo precede di almeno un mese la consueta data di lancio dei phablet della serie Mate. Huawei potrebbe ritardare o anticipare la presentazione di uno dei due prodotti di punta previsti per il 2019 oppure riservare il debutto di una componente così delicata su un dispositivo dedicato.

The post Huawei, il primo smartphone 5G arriverà nel 2019 appeared first on Wired.

wired.it - 2 giorni 10 ore fa

 Pixabay)(Foto: Pixabay)

Uno spray nasale a base di esketamina, una sostanza parte della ketamina, potrebbe aiutare rapidamente i pazienti con depressione maggiore e a rischio immediato di suicidio. A mostrarlo, uno studio clinico condotto dalla Janssen del New Jersey e San Diego e dalla Yale School of Medicine. La ricerca rivela che la combinazione di questo spray con l’antidepressivo potrebbe portare benefici maggiori, a distanza di 4 e 24 ore, rispetto al solo antidepressivo – anche perché quest’ultimo generalmente inizia a fare effetto dopo 4 o 6 settimane: i ricercatori, infatti, hanno mostrano che dopo circa 4 settimane i benefici dell’aggiunta della ketamina si perdono e il vantaggio torna ad essere comparabile con quello del solo antidepressivo. I risultati dello studio sono stati pubblicati su The American Journal of Psychiatry, la rivista dell’American Psychiatric Association.

La ketamina è un farmaco anestetico – ma anche una droga pesante, e per questo gli autori mettono in guardia rispetto allo studio del potenziale abuso – che se assunto a dosi inferiori rispetto a quelle impiegate per l’anestesia agisce sul sistema nervoso centrale come potente psichedelico. Ma non è la prima volta che sostanze psichedeliche vengono studiate a livello terapeutico per trattare disturbi in psichiatria.

La ricerca in questione ha coinvolto 68 partecipanti con diagnosi di depressione maggiore, con pensieri suicidari e a imminente rischio di suicidio comparando in doppio-cieco gli effetti di un trattamento standard e in aggiunta lo spray nasale a base di esketamina, una parte della molecola della ketamina, oppure lo standard più il placebo. I partecipanti avrebbero ricevuto il trattamento due volte a settimana per quattro settimane, anche se la terapia antidepressiva sarebbe poi stata assunta più a lungo da tutti. I ricercatori hanno osservato gli effetti del trattamento dopo quattro ore dalla prima somministrazione, dopo 24 ore e dopo 25 giorni, quasi alla fine del periodo del trial clinico.

In base ai risultati, gli autori hanno rilevato un miglioramento significativo, rispetto ai sintomi della depressione e ai pensieri suicidari, nel gruppo che aveva assunto esketamina, ma soltanto a distanza di 4 ore o di 24 ore dall’inizio della terapia, mentre dopo 25 giorni gli effetti fra i due gruppi erano più o meno comparabili. I miglioramenti sono stati misurati attraverso i punteggi, che variavano sensibilmente, ottenuti dai pazienti nel questionario Montgomery-Åsberg Depression Rating Scale (MADRS), uno strumento utilizzato dagli psichiatri per valutare la severità dell’episodio depressivo. Dunque, nell’immediato il gruppo trattato anche con la ketamina mostrava benefici superiori. Pertanto, questo principio attivo potrebbe fornire un importante supporto, come hanno spiegato i ricercatori, per riempire il gap temporale dovuto al fatto che i più comuni farmaci antidepressivi mostrano effetti dopo 4 o 6 settimane dall’inizio del trattamento.

Si tratta ancora di uno studio di fase 2 – quando la ricerca è ancora limitata a poche decine di pazienti e deve dimostrare la sicurezza e l’attività del farmaco – ma manca ancora la fase 3, estesa a migliaia di pazienti, che serve a confermare l’efficacia – prima che il farmaco possa essere approvato dalla Fda ed entrare poi in commercio. Gli autori, inoltre, si muovono con prudenza e avvisano la comunità scientifica che è necessario svolgere altre ricerche sul rischio di abuso e sulla dipendenza da ketamina, come sottolineano anche in un editoriale sulla stessa rivista. Infatti, come è importante trovare nuovi interventi terapeutici per chi è a immediato rischio di suicidio, “anche la protezione della salute pubblica”, si legge in una nota dell’editoriale, “è parte della nostra responsabilità e, come medici, siamo responsabili della prevenzione di nuove epidemie di droga”.

The post Uno spray alla ketamina potrebbe aiutare, nell’immediato, contro depressione e rischio suicidio appeared first on Wired.

wired.it - 2 giorni 23 ore fa

born to the blade

Sette regni che abitano nel cielo hanno risolto per secoli le loro controversie affidandosi a duelli fra maghi spadaccini chiamati Warder. Ma questo equilibrio finirà ben presto, quando cioè l’impero di Mertikan tenterà di conquistare le altre nazioni, le quali però a loro volta sono messe ognuna dai propri interessi e dalle proprie lotte di potere. Se questa vi sembra la trama della nuova serie tv erede di Game of Thrones ci siete andati vicino: in realtà è una serie audio che sta spopolando negli Stati Uniti proprio fra i fan di Westeros e non solo.

Born to the Blade, questo il titolo, è una serie fantasy che è recentemente sbarcata su Serial Box, la piattaforma dedicata ai racconti seriali, siano essi in forma scritta o di podcast. A ideare la storia è Michael R Underwood, scrittore di libri fantasy dai titoli quali Geekomancy o Genrenauts, che si è subito adattato alla forma dell’audiolibro: “Le descrizioni non sono il mio forte, non mi soffermo molto. Preferisco concentrarmi su azioni e dialoghi“. L’autore si è avvalso di un team di sceneggiatori per delineare la complessità delle vicende, dai sistemi politici dei vari regni all’abbigliamento delle varie categorie coinvolte.

Sul sito io9 è possibile ascoltare un estratto dal sesto capitolo (in inglese). Born to the Blade sta facendo molto parlare di sé e partecipa in qualche modo al momento d’oro che stanno vivendo, negli Stati Uniti in particolare ma progressivamente anche nel resto del mondo, gli audiolibri e podcast, ovvero produzioni seriali esclusivamente da ascoltare e che si affiancano al già diffuso binge watching di serie televisive.

The post Born to the Blade è il Game of Thrones delle serie audio appeared first on Wired.

wired.it - 2 giorni 23 ore fa
 Aruba)(Foto: Aruba)

Si avvicina inesorabile la data cruciale del 25 maggio, giorno in cui entrerà in vigore in tutti i paesi dell’Unione Europea il General Data Protection Regulation, o in italiano Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati. Era ora che l’Unione si dotasse di strumenti in grado di proteggere i dati personali dei propri cittadini in modo chiaro e inequivocabile: l’operazione armonizza le normative di tutti i paesi membri in tema di privacy e trattamento dei dati, alzando l’asticella per qualunque azienda voglia operare all’interno degli stati dell’Unione oppure offrire servizi ai loro cittadini; come risultato, accrescerà il livello di fiducia di questi ultimi nei confronti di tutti i soggetti, pubblici e privati, che lavorano quotidianamente con le loro informazioni sensibili.

Il problema è che, nonostante il giorno fatidico sia praticamente dietro l’angolo, non tutti sono preparati al suo arrivo. Da una parte infatti la corsa alla messa in regola è iniziata da tempo in tutti i Paesi, dell’Unione e non solo: secondo Idc quest’anno la spesa complessiva che le aziende sosterranno in Italia per aderire alle prescrizioni comunitarie supererà quota 161 milioni di euro. D’altro canto però i ritardatari non sono pochi: sempre secondo Idc sarà l’anno prossimo quello decisivo per l’adeguamento al Gdpr (con una spesa dedicata di poco meno di 186 milioni), una tesi corroborata da una ricerca del Politecnico di Milano che ha evidenziato, a febbraio, come appena un’impresa su due avesse già intrapreso un progetto strutturato di adeguamento alla nuova normativa.

Il dato del Politecnico non è sconfortante come il tragico 9% fatto registrare nell’edizione 2017 dello stesso studio, ma fa capire come in molti nel mondo delle aziende abbiano iniziato solo recentemente a muoversi o non sappiano ancora come farlo. Le motivazioni riguardano per lo più la complessità della materia, che coinvolge aspetti legali, logistici e informatici ma una soluzione, almeno dal punto di vista prettamente tecnico, può essere delegare la questione a infrastrutture esterne di tipo cloud per fare in modo che si occupino interamente della gestione dei dati affidatigli.

Un ulteriore trend, certamente innescato dal Gdpr, è quello della corsa alla messa in opera sia di soluzioni di disaster recovery in cloud o su infrastrutture fisiche, sia di backup dei dati.

A questo può venire in aiuto il Cispe (o Cloud Infrastructure Services Providers in Europe). Nata nel 2016, l’associazione riunisce oltre 20 dei maggiori provider di infrastrutture cloud in 15 paesi europei e da subito si è dotata di un Codice di condotta che anticipa ma allo stesso tempo si allinea ai requisiti delle normative del Gdpr. Tra le sue attività l’organizzazione identifica e certifica i provider aderenti che non effettuano data mining né tracciano i profili dei clienti per attività di marketing, per scopi personali o per la rivendita a terzi, e certifica i servizi cloud – tra cui anche il Private Cloud, Cloud PRO, Cloud Object Storage e Cloud Backup di Aruba – che sono conformi a tale codice, e sono contraddistinti dal marchio Cispe service-declared.

Più in generale i servizi certificati dal Cispe, essendo basati tutti su data center dislocati sul territorio europeo, sono già conformi al Regolamento europeo per la protezione dei dati che entrerà in vigore a breve, e garantiscono che le informazioni affidategli non finiranno mai stoccate fuori dai confini dell’Unione. Un esempio di questi servizi è quello offerto da Aruba, tra i soci fondatori dell’associazione, che può contare su otto infrastrutture in Europa: tre in Italia, una in Repubblica Ceca, e altre quattro presso data center partner in Regno Unito, Francia, Germania e Polonia. Delle unità tricolore, due sono situate ad Arezzo, mentre una è il più grande e recente data center campus d’Italia vicino Milano.

Si tratta del Global Cloud Data Center da 200mila metri quadri inaugurato meno di un anno fa a Ponte San Pietro, nelle valli bergamasche: il data center attivato è realizzato secondo criteri di ecosostenibilità, è certificato Rating 4 (Ansi/Tia 942-A) e rappresenta un’infrastruttura in grado di ospitare qualsiasi sistema informatico, fiore all’occhiello di un poker di soluzioni in grado di tenere al sicuro operazioni e dati di qualunque genere, dimensione e complessità in conformità con le nuove norme europee.

Il vantaggio di delegare al cloud la gestione dei dati dei propri clienti è che sicurezza, ridondanza, efficienza e conformità con le normative delle relative strutture non sono più aspetti dei quali occuparsi e preoccuparsi internamente. In questo modo il General Data Protection Regulation può finalmente trasformarsi da groviglio tecnico burocratico a opportunità di cambiamento e crescita per ogni tipo di azienda, dalla startup alla grande impresa.

The post GDPR, la scadenza è dietro l’angolo. La soluzione? Delegare al cloud appeared first on Wired.

wired.it - 3 giorni 48 min fa

HyperloopTT 1Sembra qualcosa di futuristico, lontano dalla quotidianità. Invece si avvia verso la costruzione. Hyperloop Transportation Technologies ha annunciato che nel centro di ricerca e sviluppo di Tolosa, in Francia, arriverà il primo set di strutture del treno supersonico. Si tratta di una capsula a levitazione magnetica dentro una struttura a bassa pressione. È stato progettato sia per passeggeri, sia per i container merci. Ha un diametro interno di 4 metri e si prepara a rivoluzionare non poco la nostra idea di viaggiare.

La capsula passeggeri, che sta per essere ultimata a Carbures, in Spagna, sarà consegnata al dipartimento di ricerca e sviluppo di Hyperloop TT a Tolosa questa estate per l’assemblaggio e l’integrazione. Entro la fine dell’anno sarà operativo un percorso di 320 metri. Nel 2019 sarà completato un secondo sistema di un chilometro, costruito su piloni a un’altezza di 5,8 metri.

Fondata nel 2013, Hyperloop TT ha sede a Los Angeles. Può contare su un team di oltre 800 ingegneri, creativi ed esperti di tecnologia, di cui circa 30 italiani. Si avvale di 40 partner aziendali e universitari in tutto il mondo. Muove ora i suoi passi in Europa. Il gruppo ha firmato accordi negli Stati Uniti, per il collegamento ultrarapido da Clevelanda a Chicago, in Slovacchia, ad Abu Dhabi, nella Repubblica Ceca, in Francia, India, Indonesia, Brasile e Corea.

I pezzi del tunnel di Hyperloop TT (foto Hyperloop TT)I pezzi del tunnel di Hyperloop TT (foto Hyperloop TT)

Bibop Gresta, cofondatore e presidente di Hyperloop TT e uno dei fondatori di Digital Magics, spiega come il treno sia “estremamente affidabile. Abbiamo stretto accordi in nove Paesi, in cui stiamo lavorando su fattibilità e regolamenti“.

Il progetto prevede una capsula che si libra sospesa, all’interno di una struttura a bassa pressione. Può raggiungere velocità di oltre 1.200 chilometri orari e con pochissimo consumo di energia elettrica. L’intero sistema dei tubi è costruito su piloni a prova di terremoto e autosufficienti in termini energetici. Grazie ai pannelli solari e a un sistema di recupero energetico, è in grado di produrre più elettricità di quanta ne consumi.

Nel progetto ci sono anche soldi italiani. Quelli arrivati attraverso Digital Magics, incubatore di startup quotato alla Borsa di Milano. Il fondatore e ad Gabriele Ronchini spiega che “quello sviluppato e finalmente realizzato da Hyperloop TT è un sistema di trasporto rivoluzionario, in cui abbiamo creduto con Enrico Gasperini tre anni fa investendo 320.000 euro nella piattaforma di crowdsourcing Jumpstarter. È uno strumento innovativo per selezionare business idea, creando uno staff di professionisti distribuito a livello globale che realizzano il progetto ottenendo, in cambio del proprio contributo, stock-option dell’iniziativa. Una delle prime società sostenuta da Jumpstarter è proprio Hyperloop TT”.

The post Hyperloop, in Europa pronti i pezzi per il primo tunnel del supertreno appeared first on Wired.