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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 1 giorno 5 ore fa
batteria grafene(Foto: Samsung)

Si ritorna a parlare di batterie al grafene e ancora una volta Samsung si presenta in prima linea per quella che potrebbe diventare una vera rivoluzione in ambito tecnologico. Se ora tutte le batterie sono basate sugli ioni di litio, il passaggio al grafene potrebbe garantire vantaggi a tutto tondo con più autonomia, flessibilità e soprattutto tempi di ricarica più rapidi.

A rivelare questa possibile svolta è stato ancora una volta il leaker più celebre di Twitter, ovvero Evan Blass, che ha raccontato come Samsung sia vicina al completamento dello sviluppo della tecnologia proprietaria di batterie al grafene per lanciare uno smartphone molto prima di quanto si potesse immaginare, già verso la fine del 2021.

https://twitter.com/evleaks/status/1160983319825326080

Sarebbe davvero un gran colpo se fosse confermato visto che il colosso coreano potrebbe uscire con una soluzione potenzialmente in grado di rompere in modo deciso col passato in poco più di due anni. Toccando peraltro l’ambito più sensibile del tech come l’alimentazione dei dispositivi.

Quali sono le potenzialità delle batterie al grafene? Secondo quanto raccontato dallo stesso Evan Blass, questa tecnologia reggerebbe la ricarica completa in appena mezz’ora, garantendo una capacità in termini di mAh più ampia per una vita più lunga e addirittura costi di produzione minori.

Insomma, il delitto perfetto, visto che gli utenti hanno bisogno di dispositivi che siano sì sempre più performanti, ma anche in grado di arrivare a fine giornata e, soprattutto, di potersi ricaricare in modo rapido in caso di emergenza.

Oltre a questo progetto di Samsung, anche Panasonic ha già da tempo adocchiato questa chance, come dimostrato di recente, con lo sviluppo completo di una piccola batteria al grafene flessibile. Questo utile materiale potrebbe trovare applicazione anche in altri ambiti costruttivi dalle memorie integrate fino al display flessibile.

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wired.it - 1 giorno 5 ore fa

Charlize Theron e David Oyelowo hanno condiviso il set della pellicola Gringo (per il pubblico italiano, Truffatori in erba), diretta da Nash Edgerton, un mix di azione, dramma e commedia sull’eterno tema del crinale che separa onestà e affari sporchi.

In questo video della serie Autocomplete Interviews, il format di Wired dedicato alle stringhe di keyword più cercate sul motore di ricerca di Big G, i due attori rispondono alle curiosità del pubblico sul loro conto.

Malgrado il successo ormai ventennale dell’attrice di origine sudafricana, c’è ancora una quantità di cose che il pubblico desidera ancora sapere sul suo conto (dalle ben note origini al suo quoziente intellettivo); meno note invece le vicende private di Oyelowo, attore inglese salito definitivamente alla ribalta nel 2014 con il film Selma. Ma un dettaglio sul suo background familiare vi stupirà un bel po’.

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wired.it - 1 giorno 6 ore fa
https://www.youtube.com/watch?v=UEWnPjgW1Jc

La borghesia è un mondo isolato, è una gigantesca villa che chiude tutto il resto fuori e cerca di vivere segregata in rituali, tempi, abbigliamenti, regole e dinamiche interne. La borghesia è un nucleo rigido che non ammette scampo e vede di cattivo occhio qualsiasi contaminazione, ingerenza esterna e qualsiasi invasione di chi non appartiene a essa, a meno che non sia un servitore. La borghesia è pronta a tutto per promuovere se stessa, prolungare il proprio mondo, preservare le sue regole come se da queste dipendesse il senso stesso della vita. La borghesia infine pensa la propria come l’unica possibile maniera di vivere, l’unica degna di essere chiamata tale ed essere preservata.

Nessuno in tutto The Nest dice queste cose, né nulla nel film vi fa riferimento diretto, tuttavia è una eco che rimbalza in tutte le pareti della grande villa in cui è ambientato questo horror italiano, che poi horror non proprio è.

C’è una famiglia non grande, ma piena di ramificazioni che vive nel maniero; c’è un quasi adolescente, Samuel, che non ha l’uso delle gambe e viene educato secondo rigidi dettami, a cui viene mentito ripetutamente per impedire che ingerenze esterne lo contaminino; e poi c’è il resto del mondo, gli altri, che vivono fuori dalla villa, tra cui Denise, coetanea di Samuel che sveglia in lui qualcosa di nuovo. Lì, oltre il cancellone e il muro di cinta, non è chiaro cosa ci sia. Samuel sa solo che non ci deve andare. La sua è una vita borghese nel senso stretto del termine. 

Da subito Roberto De Feo cerca di giocare con le aspettative dello spettatore. Nella sua testa fa di tutto per suggerire i misteri di altri film, per fare in modo che chi guarda pensi in certi momenti di stare vedendo un film che si ispira a The Others, in altri uno che imita The Village e in altri ancora uno che prende di petto l’horror domestico contemporaneo della Blumhouse. In realtà il suo vero genere è ancora un altro, lo scopriremo solo nell’ultima inquadratura, e capiremo che in fondo non era davvero importante saperlo prima.

L’importante per De Feo non è nemmeno mettere davvero paura perché di scene spaventose ce ne sono un paio a dir tanto (ma quelle due funzionano bene e danno un po’ di carburante al film quando ne ha bisogno). Il suo obiettivo è semmai raccontare una situazione oppressiva e misteriosa.

Samuel, il protagonista, non ha niente di cui aver paura. Siamo noi ad averne, perché sappiamo sempre un po’ più su quello che gli viene fatto e gli viene nascosto. Samuel non sarà mai al centro di sequenze in cui è terrorizzato (e questo forse è uno dei problemi del film), siamo noi che temiamo sempre cosa potrà accadere.

L’idea c’è ma De Feo impiega davvero troppo tempo a far tutto. The Nest ci mette troppo a gettare le basi dei suoi presupposti, troppo a illustrare i personaggi e le forze in campo, troppo a innescare la trama e decisamente troppo a tendere l’intreccio. La decisione è quella di lavorare di atmosfera ma il ritmo compassato con il quale il film lentamente snocciola le sue carte gioca contro di lui, perché allora servirebbe una capacità decisamente superiore e un mistero decisamente più angosciante per tenere viva l’attenzione.

Invece in The Nest tutto è troppo affidato al buon cuore dello spettatore. Invece che prenderlo per la collottola e metterlo di fronte a una situazione obiettivamente ben congegnata, il film gliela illustra come se gli stesse vendendo una casa, con calma e gentilezza. Anche quando il colpo di scena più grande introduce un oggetto che non pensavamo appartenesse al tempo in cui si svolge il film, non sentiamo quel calcio in gola che scatena mille teorie in testa, perché è tutto molto morbido e innocuo.

Anche l’ottima ambientazione che nel finale scopriamo essere perfettamente funzionale agli intenti della storia, è ben sfruttata ma senza quella cattiveria, quella ricerca spasmodica del risultato che forse il genere del film avrebbe necessitato. Evidentemente Roberto De Feo non era in cerca di un horror puro, ma di qualcosa che avesse i toni e la sporcatura del terrore, che non ne abusasse né lo concentrasse in poche scene, ma lo spargesse lungo tutto il minutaggio del film perché lo spettatore se ne cibi un po’ alla volta. Tuttavia il risultato, sebbene ben fatto, non ha quell’angoscia in grado di sostenere lo sbocciare un di un sentimento o in grado di tenere avvinti fino alla fine.

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wired.it - 1 giorno 8 ore fa
foto: Pixabay

Smartwatch, fit tracker e simili: sembra proprio che indossare la tecnologia ci piaccia, se è vero come è vero che a livello mondiale il mercato dei wearable è passato dai circa 16 miliardi di dollari del 2016 agli oltre 26 miliardi del 2018. E, stando alle proiezioni, nel 2022 potrebbe spingersi fino a 73 miliardi di dollari. Una cifra che lascia pensare che gli “indossabili” potrebbero anche erodere un po’ di spazio agli smartphone in molte applicazioni nella vita di tutti i giorni.

Già da un po’ per esempio anche in Italia gli smartwatch si possono usare anche per pagare. E non sono gli unici. “Si parla di Apple Watch, degli smartwatch compatibili con Samsung Pay e/o Google Pay, degli smartwatch Garmin e dei fitness tracker di Fitbit”, illustra Valeria Portale, direttore dell’Osservatorio mobile payment & commerce del Politecnico di Milano.

Ma ci sono anche gli oggetti normali dotati di appositi chip Nfc per abilitare i pagamenti. “Nel nostro paese – continua Portale – non abbiamo evidenze di grandi progetti attivi, oltre al braccialetto Letspay di Unipol Banca. In ogni caso, all’interno di questa categoria possiamo trovare dispositivi che spaziano dagli anelli (come i prodotti realizzati dalle startup Tokenize e Xenxo) agli orologi (Swatch Pay), dai portachiavi fino ad arrivare nei casi più estremi agli occhiali da sole (frutto della collaborazione tra Visa e Local Supply in Australia)”.

La spinta del mercato

Anche se per ora i pagamenti via mobile in Italia procedono con cautela (15,6 milioni contro i 4 miliardi di pagamenti con carta), qualcosa lascia pensare che proprio gli indossabili potrebbero spingerci dove le carte emesse dalle banche non sono riuscite, aumentando il numero di pagamenti digitali. In fondo un orologio, un braccialetto, un anello li abbiamo sempre con noi.

Attualmente l’Italia è il quinto mercato europeo per tecnologia indossabile, ma entro il 2022 sarà il terzo”, commenta Emiliano Imbimbo, responsabile digital issuing products di Nexi, spiegando che le vendite di indossabili nel nostro Paese nel 2017 sono cresciute del 108% raggiungendo i 207 milioni di euro di valore, un trend confermato anche per il 2018.

E una ricerca Forrester conferma che la funzionalità di pagamento è tra quelle che maggiormente spingerebbero un utente ad acquistare uno smartwatch. In Italia i pagamenti digitali rappresentano il 26% dei consumi delle famiglie italiane, ma stanno crescendo a un ritmo medio dell’11% annuo, e gli indossabili potranno concorrere a un ulteriore loro aumento”, illustra ottimisticamente Imbimbo.

Nexi è una delle aziende che ha portato la tecnologia dei pagamenti tramite smartwatch in oltre 100 banche italiane. “Oggi 4,5 milioni di carte emesse da Nexi sono abilitate ai due servizi di pagamento che consentono di effettuare acquisti in negozio tramite gli smartwatch compatibili. I clienti delle banche partner di Nexi, quindi, possono effettuare acquisti in tutti i negozi dotati di un pos contactless, pari al 75% degli esercizi commerciali in Italia” chiosa Imbimbo.

Questione di sicurezza

A frenare la diffusione dei pagamenti via wearable per ora c’è forse una naturale diffidenza legata ai rischi per la sicurezza. Se già un hacker può mettere le mani sulle carte di credito, figurarsi cosa potrebbe fare con un’app per uno smartwatch. “E invece i pagamenti via wearable sono sicuri perché non conservano né trasmettono i dati delle carte virtualizzate, ma dei codici che li rimpiazzano garantendo la privacy dei dati reali”, ribatte Valeria Portale.

La tecnologia dei wearable di ultima generazione offre infatti la stessa sicurezza degli smartphone, dall’inserimento del pin all’impronta digitale. Spiega Portale: “Alcuni device richiedono l’inserimento del pin/fingerprint solo alla prima transazione di giornata, contando sui sensori del battito cardiaco per capire se il dispositivo è sempre sul polso della stessa persona; quando il dispositivo viene sfilato dal polso, la possibilità di fare ulteriori transazioni senza inserire il pin/fingerprint viene inibita”.

E anche i braccialetti dotati di chip Nfc sono sicuri. “Parlando di oggetti dotati di chip Nfc, invece, abbiamo un livello di sicurezza simile a quello delle carte fisiche: richiesta del pin al pos e possibilità di “congelare” il chip da apposite app per smartphone”, conclude l’esperta del Politecnico.

Ma un aiutino (imprevisto) al settore potrebbe darlo l’arrivo di Libra, la criptovaluta di Facebook in arrivo l’anno prossimo: essendo spendibile solo attraverso app, se si dovesse diffondere come paventano molti osservatori, data la vasta utenza del social network di Zuckerberg (e di Instagram e Whatsapp), anche i pagamenti via wearable potrebbero approfittare della tendenza. Anzi, chissà che a Menlo Park non stiano già pensando anche al wearable per la diffusione della loro stablecoin.

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wired.it - 1 giorno 8 ore fa
Honor Vision(Foto: Honor)

Honor Vision è l’ultima novità presentata dal brand cinese in occasione della Huawei Developer Conference 2019 (Hdc 2019) a Dongguan. Largamente anticipata da indiscrezioni che ne hanno prima raccontato in anteprima l’estetica e poi le funzionalità e dettagli, questa televisione connessa sarà il primo esemplare di dispositivo con a bordo il sistema operativo Harmony Os presentato del colosso di Shenzhen.

Quello che si presenta a tutti gli effetti come il primo smart screen di Honor in realtà offre molto di più e sfida uno dei giganti del mercato locale come Xiaomi, con le sue tv a basso costo e alte performance. Seppur con un prezzo di partenza più alto  e con un’interfaccia non così differente a livello estetico e funzionale, Honor Vision mette sul piatto diverse primizie. Tanto che ha registrato già oltre un centinaio di migliaia le prenotazioni presso il popolare store Jd.com prima ancora dell’ufficializzazione.

honor vision pro tv(Foto: Honor)

Tra le funzioni ci sono la fotocamera periscopica, che ricorda quella di diversi modelli del 2019 con l’occhio che sale dal bordo superiore per immortalare la scena e riprendere l’ambiente a risoluzione full hd. Sarà attivabile solo ed esclusivamente dall’utente. Potrà inclinarsi di 10 gradi seguendo chi sta parlando, dato che può riconoscere il volto e anche il corpo.

L’hardware conta sulla presenza del chipset Honghu 818 predisposto all’intelligenza artificiale grazie alla presenza del chip neurale npu per la fotocamera. Sei le peculiarità: tecnologia memc, gdr per la super risoluzione, stima e compensazione del movimento, riduzione del rumore, contrasto dinamico, gestione colore e local dimming.

Ottima la scheda wifi di alta qualità col chipset HiSilicon Hi1103 che è il primo che regge una larghezza di banda di 160 MHz con download fino a 1,7 Gbps e appunto il sistema operativo Harmony Os.

Il pannello ha una dimensione ideale per entrare in ogni salotto con 55 pollici alla risoluzione 4k uhd con ottimo angolo di visione di 178°, una luminosità impostabile fino a 400 nits e cornici molto ridotte con un ingombro del 94% del display e uno spessore di 6,8 millimetri. All’interno ci sono sia la ram sia lo spazio di archiviazione per due versioni da 2 e 16 gb e la versione pro da 2 e 32 gb.

honor vision ui(Foto: Honor)

Non manca a bordo un assistente smart chiamato Yoyo che per ora – vista la destinazione unicamente sul mercato cinese – parlerà soltanto il mandarino. Anche l’audio è strutturato per non essere solamente entry level e sfrutta la tecnologia Histen con la riproduzione di un effetto tridimensionale con 4 altoparlanti da 10 watt. Il bluetooth 5.0 accoglie cuffie, speaker e altri accessori.

Per ora la tv debutterà soltanto in Cina e i prezzi locali di Honor Vision saranno di 3.799 renminbi (477 euro) per la versione standard e 4.799 renminbi (600 euro) per quella pro.

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wired.it - 1 giorno 8 ore fa
Stazione spaziale internazionale(foto: Nasa)

Senza tema di esagerazione, possiamo dire che è la nostra casa nello Spazio. Su cui finora hanno abitato – non contemporaneamente, s’intende – oltre duecento astronauti provenienti da diciotto paesi diversi. Ultimo inquilino, in ordine di tempo, Luca Parmitano, che ci è arrivato (per la seconda volta, e con il ruolo di comandante) il giorno in cui sulla Terra celebravamo il 50° anniversario dello sbarco sulla Luna. Parliamo, naturalmente, della Stazione spaziale internazionale, l’ultimo avamposto dell’umanità, che dal 20 novembre 1998 orbita senza sosta attorno al nostro pianeta, a circa 400 chilometri di quota. Ha percorso finora oltre otto miliardi di chilometri e vi si sono condotti centinaia di esperimenti scientifici: secondo i piani, continuerà a funzionare fino al 2024 per poi essere “smantellata, distrutta o riutilizzata parzialmente” entro il 2028. Viene naturale chiedersi, allora, cosa succederà dopo: chi raccoglierà le vestigia della Stazione? Con cosa la sostituiremo? Ecco una panoramica sui possibili scenari futuri.

https://www.youtube.com/watch?v=4993sBLAzGA Questione di soldi

Il futuro della Stazione spaziale internazionale non è legato solo a questioni scientifiche e tecnologiche. A dettare l’agenda sono e saranno, com’è facile immaginare, i denari. Lo scorso anno, la Nasa ha fatto sapere, senza troppi giri di parole, che il budget 2019 avrebbe “incluso delle proposte per terminare il finanziamento della Stazione spaziale internazionale entro il 2025”, lasciando però aperta la porta a un eventuale affitto ad agenzie private: “Siamo in una situazione in cui esistono enti in grado di garantire una gestione economica efficiente della Stazione spaziale internazionale”, aveva detto Jim Bridenstine, amministratore dell’agenzia spaziale statunitense, che gestisce l’avamposto insieme alla russa Rka, all’europea Esa, alla giapponese Jaxa e alla canadese Csa.

La dichiarazione di Bridenstine è arrivata a conferma di quanto già suggerito da Trump a inizio 2018: nel budget inviato al Congresso, il presidente chiarì che “l’intenzione è che la Nasa dia priorità a finanziamenti volti a supportare un innovativo e sostenibile programma di esplorazione spaziale con l’appoggio di partner commerciali internazionali”.

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Il messaggio, neanche troppo velato, è abbastanza chiaro: non abbiamo abbastanza fondi da destinare al mantenimento della Stazione, e siamo alla ricerca di partner disposti ad aprire il portafogli per subappaltarla. Resta da vedere, ora, chi farà la prima mossa in tal senso. Se ci sarà qualcuno che vuole farlo: come faceva notare lo scorso anno Michele Diodati, “è obiettivamente difficile che dei privati si assumano un onere così gravoso, soprattutto in considerazione del fatto che non è facilissimo immaginare in che modo la prosecuzione dell’attività scientifica sulla Stazione spaziale internazionale possa portare benefici economici a degli investitori privati. Questi potrebbero vendere servizi alla Nasa, come fa già SpaceX per esempio, ma in ogni caso dovrebbero assumersi, almeno inizialmente, un onere complessivo pari all’importo complessivo che la Nasa deciderà di non erogare più”.

I piani della Cina

Quale che sia il suo destino, è molto probabile che la Stazione spaziale internazionale abbia degli eredi. Uno dei progetti sul tavolo è la Chinese Large Modular Space Station, grande stazione modulare che rappresenta la terza e ultima fase del programma Tiangong – le prime due, Tiangong 1 e Tiangong 2, sono già terminate (con modalità diverse: schianto per la prima, rientro controllato per la seconda). La Chinese Large Modular Space Station sarà probabilmente un veicolo composto da tre moduli pressurizzati, disposti a forma di T: un elemento centrale e due moduli che fungeranno da laboratori scientifici e ospiteranno un airlock per il supporto delle attività extraveicolari e un braccio robotico. Il lancio del modulo centrale, nome in codice Tianhe-1, ovvero Armonia dei Cieli, è previsto tra il 2020 e il 2023.

Nasa-bis: il Deep Space Gateway

È vero, vi abbiamo appena detto che la Nasa sta cercando acquirenti per la Stazione spaziale internazionale. Ma contemporaneamente, e per fortuna, ha già in mente un rimpiazzo. Già due anni fa, infatti, l’agenzia americana siglò un accordo preliminare con Roscosmos con l’obiettivo di unire le forze per realizzare la Deep Space Gateway, una grande stazione orbitante attorno alla Luna. Il Dsg sarà fondamentale per le prossime tappe dell’esplorazione dello Spazio: servirà infatti da avamposto orbitante per le prossime missioni umane sulla Luna e su Marte. Come la Stazione spaziale, dovrebbe essere completamente assemblato in orbita: il lancio del primo modulo, dal peso di 50 tonnellate, è programmato per il 2022; seguiranno a breve gli altri componenti principali, tra cui un braccio robotico, l’habitat per l’equipaggio e l’airlock. Se tutto dovesse andare secondo i piani, il Gateway potrebbe essere già operativo entro la metà del 2025. Appena in tempo per salutare la Stazione spaziale internazionale.

Un pallone nello Spazio

Si chiama B330, ma fortunatamente non è un bombardiere. Tutt’altro: si tratta di un habitat spaziale gonfiabile (il numero 330 si riferisce ai metri cubi di volume disponibile) al cui sviluppo stanno lavorando gli esperti di Bigelow Aerospace. O più precisamente un insieme di habitat: ciascun B330, nelle intenzioni dei progettisti, potrà operare come stazione spaziale indipendente. L’8 aprile 2016 la Nasa ne ha lanciato e collegato uno alla Iss, mettendolo alla prova per due anni. Una delle peculiarità dei B330 è il loro rivestimento esterno, dello spessore di quasi mezzo metro, che costituisce un’ottima protezione da micrometeoriti, radiazioni spaziali e immondizia orbitante.

Hotel orbitante

Non è propriamente un piano per il dopo-Iss, ma è troppo gustoso per non citarlo: l’agenzia spaziale russa ha annunciato, nel 2017, un progetto di costruzione di una suite a cinque stelle (è il caso di dirlo) da agganciare alla Stazione spaziale internazionale negli ultimi anni della sua vita. L’hotel dovrebbe essere dotato di quasi tutti i comfort: una cupola da cui ammirare la Terra, attrezzi per fare ginnastica e wi-fi. Prevista anche, come optional, la possibilità di uscire a fare una passeggiata spaziale sotto la supervisione di un membro dell’equipaggio. Il lancio è previsto per il 2021. E il costo? Non proprio economico: 60 milioni di dollari per un mese di permanenza.

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wired.it - 1 giorno 20 ore fa

Necessità, volontà e per qualcuno ossessione, la produttività è un’attitudine che ha sancito la nascita di tanti dispositivi ed accessori mirati a semplificare il lavoro in ufficio e in mobilità. Uno degli esempi in tal senso è l’iPad Pro che, come molti device Apple, ha convinto tante piccole aziende a creare oggetti ad hoc per ampliare il funzionamento e la possibilità d’uso del tablet. Uno degli ultimi arrivati è MagicDock, un supporto mobile che consente di utilizzare l’iPad Pro in molteplici posizioni, a seconda dell’occasione e delle esigenze.

Ideato da Steve Warren, ispirato al Surface Studio di Microsoft e realizzato in alluminio, sfrutta un aggancio magnetico ed è ideale per avere l’iPad alla giusta altezza durante la scrittura e con l’inclinazione migliore quando si vuole disegnare. La porta Usb-c permette poi di collegare varie periferiche al tablet (hard disk, mouse e cuffie ma anche un monitor esterno grazie all’uscita Hdmi). Disponibile per iPad Pro da 10,5, 11 e 12.9 pollici, MagicDock si può prenotare al prezzo di 99 e 109 dollari.

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wired.it - 1 giorno 20 ore fa

In coppia con Saturno, è il protagonista dei cieli di questi mesi estivi, (certo, se non siamo troppo distratti dalla Luna e dalle piogge di stelle cadenti): rintracciare Giove nel blu, in queste settimane, è davvero semplicissimo, e anche molto suggestivo per chi è fornito anche di un piccolo telescopio. Ma l’occhio dell’osservatorio spaziale Hubble non si smentisce mai e ci regala proprio ora una spettacolare veduta del gigante gassoso, mettendo a fuoco in particolare la sua enorme macchia rossa, il misterioso vortice in rapidissima rotazione che ne rimescola la superficie.

Le riprese, registrate a fine giugno ma elaborate e diffuse dalla Nasa in questi giorni, sono fondamentali per gli scienziati che indagano sui cambiamenti degli strati di gas che avvolgono il pianeta ma anche, in linea più  generale, sull’evoluzione dell’atmosfera dei pianeti del sistema solare, così come sugli esopianeti.

(Credit video: NASA’s Goddard Space Flight Center/Paul Morris/Tracy Vogel Music credits: “Solaris” by Axel Tenner [GEMA], Michael Schluecker [GEMA] and Raphael Schalz [GEMA]; Killer Tracks Production Music)

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