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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 5 giorni 11 ore fa

amazon

Nel grande mondo delle piattaforme streaming le dinamiche nella produzione delle varie serie tv seguono spesso percorsi imperscrutabili. Non essendo noti indici di ascolto o altri dati oggettivi, le motivazioni con cui i titoli vengono cancellati non è mai del tutto comprensibile. In particolare, negli ultimi tempi è Amazon Prime Video a stupire con le sue decisioni: in un periodo di grande ripensamento, la piattaforma del colosso web sta calando l’accetta su molte delle sue produzioni.

Dopo aver rinunciato nei mesi scorsi a proseguire con tutti i tre pilot comici proposti in autunno, Amazon ha cancellato in queste ore anche alcune delle sue serie più chiacchierate dalla critica. A fare le spese delle ultime decisioni è innanzitutto Jean-Claude Van Johnson, la serie parodica con Jean-Claude Van Damme che aveva debuttato solo lo scorso dicembre. Interrotta dopo una sola stagione anche I Love Dick, la serie di Jill Soloway (già autrice di Transparent) con Kevin Bacon che parlava in modo disinibito del mondo dell’arte e delle relazioni. Infine anche One Mississippi, la serie semiautobiografica di Tig Notaro non proseguirà dopo le due stagioni prodotte: il suo destino era stato complicato anche dalla connessione con lo scandalo riguardante il comico, e suo produttore esecutivo, Louis CK.

Amazon continua dunque il suo percorso nel ripensare completamente la sua strategia seriale. Dopo l’acquisizione dei diritti per la serie su Il Signore degli Anelli, si concentrerà in particolare su pochi progetti molto redditizi, come Mozart in the Jungle e la più recente The Marvelous Mrs Maisel. Tuttavia in queste ore è arrivata anche la notizia che The Tick, altra serie che ha debuttato alla fine del 2017, avrà una seconda stagione nel 2019.

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wired.it - 5 giorni 11 ore fa
 ZTE)(Foto: ZTE)

Quando i cinesi di Zte hanno annunciato il loro smartphone con doppio display Axon M, il dispositivo è stato accolto con curiosità e un pizzico di scetticismo: non è certo destinato a un pubblico vasto e già altri dispositivi simili proposti da altre aziende negli anni scorsi non sono riusciti a ottenere il successo sperato. Per Axon M però le cose potrebbero andare diversamente: Zte ha infatti dichiarato che il telefono, la cui disponibilità inizialmente era limitata solo a Stati Uniti e Cina, arriverà anche in Europa, Italia inclusa.

 ZTE)(Foto: ZTE)

Axon M è basato su un non troppo recente ma ugualmente potente processore Snapdragon 821 coadiuvato da 4 gb di ram e da 64 gb (espandibili tramite schede microsd) dedicati all’archiviazione, vanta una fotocamera posteriore da 20 Mpixel ed è alimentato da una batteria da 3120 mAh. L’anima della festa però è il doppio schermo: una coppia di pannelli lcd full hd da 5,2 pollici uniti da una giunzione che fa in modo di poterli ripiegare uno sull’altro. A configurazione chiusa ha le dimensioni di un comune smartphone, anche se sconta uno spessore di circa 12 millimetri; da aperto, lo schermo raggiunge la diagonale di 6,8 pollici e si può usare sia come un unico display, sia per navigare tra le app del sistema operativo Android tramite due finestre separate.

 ZTE)(Foto: ZTE)

Non si tratta esattamente di un dispositivo per tutti, ma a differenza di quanto avvenuto per altri tentativi (uno su tutti il non proprio recentissimo Sony Tablet P) Axon M arriva in un momento in cui la tecnologia e il software Android sembrano maturi per un prodotto del genere. Sapremo a breve come reagirà il pubblico: dovrebbe arrivare da noi entro marzo, distribuito in partnership con gli operatori Tim, Vodafone e tramite altri nomi di primo piano che però non sono sono stati fatti. Il prezzo è un’altra incognita che verrà svelata probabilmente nelle prossime settimane, ma dal momento che negli Stati Uniti costa 725 dollari, da noi possiamo aspettarci di trovarlo in commercio a prezzi da fascia alta.

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wired.it - 5 giorni 11 ore fa

Alberto Angela è riuscito in questi anni in un’opera titanica. Non mi riferisco all’aver fatto il pieno di ascolti senza sfruttare fenomeni da baraccone, polemiche, volgarità e altri bassi istinti degli spettatori, ma all’aver reso assolutamente giusta e fortunata una cosa che normalmente vediamo come sbagliata e scorretta: il nepotismo.

Alberto è figlio d’arte, sulle sue spalle per anni ha gravitato la figura di un padre che ha praticamente inventato la divulgazione scientifica e il documentario in Italia, un uomo che nel suo campo è l’equivalente di una rockstar, di un fuoriclasse del pallone. Di fronte a una figura così ci sono solo due strade: fare tutt’altro ed evitare il confronto o seguirne le orme senza uscire mai dalla sua ombra.

alberto angela

Questo per tutti gli altri, ma Alberto Angela non è tutti gli altri. Passo dopo passo, trasmissione dopo trasmissione, Alberto è riuscito con naturalezza e semplicità a sostituirsi al padre, sia per questioni di età sia per mutate condizioni del pubblico. Il suo era una sorta di destino scritto nel suo personalissimo viaggio dell’eroe. Lo ha fatto aggiornando lo stile di Quark, rendendolo più fresco, più moderno, anche leggermente più piacione. La sua è una contezza fatta di parole che evocano scenari letterari e entusiasmo, una continua iperbole che affascina e seduce e che trasmette quella che è la caratteristica più importante per un divulgatore: l’entusiasmo, la passione per il proprio lavoro, il rispetto per la materia trattata.

Viviamo un’epoca che ha superato il postmoderno con l’ironia e il distacco, che ritiene l’eccessivo trasporto come qualcosa di infantile, nerdico e adatto solo ai bambini. Di tutto questo Alberto Angela se ne frega e ci racconta Pisa, Matera, Firenze, l’Egitto e la Grecia e tutto il resto col trasporto fanciullesco di chi è in un parco giochi, ma con il rigore di chi può tranquillamente farti un mazzo così a Trivial Pursuit.
E tutto questo senza che mai e poi mai nessuno osasse lanciare accuse di favoritismi, di voler sfruttare la carriera paterna, forse perché il padre godeva di così tanto credito che ogni pensiero negativo veniva spazzato via, forse perché ha saputo dimostrare fin da subito di saper reggere il fardello della sua eredità.

Alberto_Angela_1

In questo lo ha certamente aiutato il fatto di essere sia un uomo di cultura che una persona dotata di una certa avvenenza, caratteristica che lo ha col tempo fatto diventare icona, meme, figura archetipica. Scorrendo la sua biografia si può leggere anche che in alcune delle sue spedizioni di scavo è stato coinvolto in una sparatoria causata da alcune bellicose tribù etiopi. Se Elon Musk ci ricorda Tony Stark e il gatto è stato creato per darci l’ebrezza di accarezzare la tigre, Alberto Angela è la persona che più di tutte si avvicina a Indiana Jones.

Una caratteristica peculiare della sua figura è l’understatment, un senso della misura tutto sabaudo ereditato dal padre. Non esiste fuori dai suoi documentari, non lo vedi mai fotografato fuori da un locale, non è oggetto di gossip vacanziero, non si sa praticamente niente della sua vita privata, se non che ha tre figli. Non rilascia quasi mai interviste, non interviene nel dibattito politico, non “blasta la gente sui social”. L’unica cosa che parla per lui sono le sue tramissioni e la sua bravura. Non c’è spazio nella sua icona per una sfera privata che disturberebbe una missione eroica: quella di andare in direzione ostinata e contraria rispetto alla società di oggi.

alberto angela idolo

Là dove ci sono urla e illazioni, Alberto riporta calma e serenità, alle dita puntate risponde con la mano aperta e una gestualità pacata, più la realtà sembra fatta di vile quattrino e di contenuti mordi e fuggi pensati per gente senza pazienza, più lui arriva e si mangia tutto il palinsesto parlando di cose che alcuni spettatori non sentono dalle scuole medie. In parte è merito dell’aura sacrale ereditata dal padre, in parte forse non siamo così stupidi come ci vorrebbe chi crea contenuti stupidi, ma ciò che Angela, anzi, gli Angela fanno con le loro trasmissioni è soprattutto evitare la lezioncina paternale a favore della stimolazione cerebrale.

Il loro scopo è condurci sulla strada delle domande in grado di incuriosirci, di aprirci alla riflessione appassionata, di trasformare la morbosità del gossip nella voglia di cercare i metodi di costruzione della Torre di Pisa o lo stile di vita dell’uomo di Neanderthal.

La speranza è che uno dei suoi tre figli segua le sue orme, non so se voglio vivere in un mondo che non mi viene spiegato almeno una volta a settimana da un Angela

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wired.it - 5 giorni 11 ore fa

HomePod-Shelf

Sono passati quasi 7 mesi ormai da quando Apple ha annunciato al mondo l’esistenza di HomePod, l’altoparlante smart con il quale intende portare musica di qualità e l’assistente vocale Siri nei salotti dei suoi utenti. L’occasione era l’annuale Worldwide Developers Conferece della società e il dispositivo era stato salutato da pubblico e osservatori esterni come un gadget promettente, per poi però finire rimandato a data da destinarsi a causa di mai meglio precisati rallentamenti nella produzione. Ora però Inventec, azienda taiwanese che oltre a Foxconn si occupa fisicamente di assemblare il dispositivo, sembra avere terminato il primo lotto di HomePod commissionatogli, il che vuol dire che l’aggeggio potrebbe arrivare presto sugli scaffali.

La notizia non è ufficiale, ma frutto di indiscrezioni rivelate telefonicamente al Taipei Times da una fonte interna al gruppo che ha preferito rimanere anonima. Altre fonti hanno indirettamente confermato l’informazione, rivelando che Apple avrebbe inviato una notifica di spedizione anche agli altri fornitori appartenenti alla stessa catena di approvvigionamento, e che la messa in commercio del gadget sarebbe dunque vicina.

Le ultime notizie ufficiali di HomePod risalgono a novembre, quando Apple si trovò costretta ad annunciare che il dispositivo non sarebbe arrivato sugli scaffali in tempo per le vacanze natalizie. In queste ore però ulteriori voci di corridoio hanno gettato un minimo di luce su quanto accaduto, affermando che il ritardo sarebbe stato da ricondursi a una volontà da parte di Apple di perfezionare algoritmi e hardware per offrire agli utenti la migliore esperienza possibile. Una spiegazione che non aiuta granché a capire cosa sia successo tra Cupertino e i suoi fornitori, ma che presto potrebbe non importare più a molti: secondo la gola profonda del Taipei Times il lotto appena partito dagli stabilimenti di Inventec dovrebbe contare circa un milione di unità (su previsioni di vendita di 10-12 milioni per l’intero anno); le altre seguiranno molto probabilmente a breve.

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wired.it - 5 giorni 11 ore fa

Con tutte le proteste, le critiche e i tentativi di censura, è davvero stupefacente come la serie animata I Griffin non solo sia ancora in onda ma anche abbia raggiunto il ragguardevole traguardo dei 300 episodi trasmessi finora sulla tv americana. La storia di una tipica famiglia proletaria statunitense, composta dall’imprevedibile Peter, la lunatica moglie Lois, i tre figli variamente psicopatici (Chris, Meg e Stewie) e il cane parlante e alcolizzato Brian, si è trasformata nel tempo in un ricettacolo di gag, battute e riferimenti politicamente scorretti, che non guardano in faccia a nessuno e anzi si fanno campioni di una certa cultura liberal americana.

Non c’è stata celebrità, religione, fatto di attualità o controversia che non sia stato oggetto brutale delle battute o degli sketch (molti di questi sono addirittura slegati dalla trama degli episodi in cui sono inseriti) nel corso delle sedici stagioni andate in onda. C’è anche chi ha visto ne I Griffin una capacità quasi profetica di dire le verità che altri non dicevano (come nel caso delle molestie di Kevin Spacey o la transizione di Caitlyn Jenner), ma in ogni caso l’umorismo senza freni della creazione di Seth McFarlane (che ha generato anche gli spin-off American Dad e The Cleveland Show) è stato spesso oggetto di durissime reprimende.

Essendo innumerevoli le scene che andrebbero menzionate, vediamo solo alcuni degli episodi della serie che più hanno fatto discutere.

1. Come non pagare le tasse (2004)

Originariamente prodotto per la terza stagione del 2003, in America la Fox decise di non mandarlo in onda tanto che si dovette attendere le repliche su Adult Swim per vederlo (e in Italia l’uscita in dvd). Il motivo? L’episodio, in inglese intitolato When You Wish Upon a Weinstein (nessuna relazione con Harvey), è stato fortemente accusato di antisemitismo: per pagare meno tasse Peter fa amicizia con un commercialista ebreo e poi si convince che tutta la famiglia debba convertirsi per avere più successo nella vita. In realtà l’episodio è infarcito di inesattezze e pregiudizi sulla religione ebraica.

Non fu l’unico caso, comunque: nell’episodio dell’ottava stagione Questione di fede (Family Goy) Lois scopre di essere ebrea in quanto anche sua madre lo è, quindi Peter tenta di crocefiggerla; in un flashback di un episodio ancora precedente, Piccole innocenti bugie (If I’m Dyin’ I’m Lyin’) Peter fa scoprire Anna Frank sgranocchiando rumorosamente patatine nel suo nascondiglio.

2. L’amore di papà (2005)

In questo episodio della quarta stagione ci sono molte cose controverse. Per esempio, alla luce soprattutto della recente fusione fra Disney e Fox (con I Griffin che entrano dunque ufficialmente nella famiglia di Topolino), è significativa la gita di Peter e Stewie a Disney World in Florida: non solo il piccolo di casa viene imprigionato in una specie di mini-lager, ma il ceo Disney Michael Eisner cerca anche di rubare il cuore a Peter.

Ma l’episodio è finito sotto il mirino dei critici soprattutto per le scene dedicate a Herbert, il vicino pervertito: in tutta la serie si fanno costantemente riferimenti al fatto che l’anziano sia in realtà un pedofilo e che abbia una particolare predilezione per Chris; quando il ragazzo gli rompe accidentalmente una finestra ed è costretto a ripagarla facendo lavoretti in casa dell’uomo, quest’ultimo si immagina di passare la vita e avere dei figli con lui. Il risultato è piuttosto disturbante.

3. Affettuosamente al bivio (2010)

Questo episodio dell’ottava stagione non è mai mandato in onda sulla televisione americana ma solo in dvd. Il problema è che affronta parecchi problemi etici dibattuti e con la solita sensibilità dei Griffin. Durante la puntata, infatti, Lois decide di ricorrere alla fecondazione in vitro per fare da madre surrogata a una coppia di amici che però muore in un incidente stradale, spingendola dunque a considerare di abortire. Ce n’è abbastanza per far impazzire i conservatori più spinti, tanto che Peter ovviamente si arruola nelle file degli antiabortisti e denigra la moglie per la sua scelta.

Sebbene il pubblico e i critici che hanno visto l’episodio non l’abbiano trovato poi così tanto offensivo, alcune scene mancano completamente di tatto: come quella in cui Peter tenta di far abortire Lois facendole guardare una maratona di Grey’s Anatomy e poi proponendole di usare l’Acme Abortion Kit (un riferimento a Willy il Coyote), un guanto da pugile attaccato a un arco.

4. Il papà di Quagmire (2010)

Quando il padre di Quagmire, Dan, torna in città per fargli visita, i suoi amici Peter e Joe comprendono chiaramente che non sia eterosessuale, anche se il figlio sembra non capirlo. E quando lo stesso Dan deciderà di diventare donna attraverso un percorso di riassegnazione sessuale sarà proprio Quagmire ad avere i problemi più grossi nell’accettare la nuova identità del genitore. Mentre l’episodio trasmette tutto sommato un’idea di apertura e accettazione per le persone transessuali, in realtà molte associazioni l’hanno criticato per la sua insensibilità.

In particolare la scena in cui il cane Brian scopre di aver fatto sesso in un hotel con Ida, una donna che altro non è che il padre di Quagmire, e quindi inizia a vomitare inquadrato per parecchi secondi. Altre scelte apparentemente comiche, come la decisione di far mangiare la donna fuori casa, non fanno altro che ribadire la crudeltà spesso riservata alla comunità trans.

5. L’amico islamico (2012)

In un tentativo di mostrare le idiosincrasie e gli isterismi delle paure americane legate al terrorismo, gli autori hanno messo a punto questo episodio in cui Peter, dopo essere stato in ospedale con un uomo mussulmano, si converte all’Islam e, non pago, diventa anche terrorista. Peccato che l’attentato in cui è coinvolto preveda di lanciare un camion pieno di dinamite sulla maratona di Boston, appena un mese prima che ci fossero dei veri attentati proprio in quella manifestazione. L’episodio fu dunque subito tolto dalle repliche.

Durante la puntata poi si ribadiscono gli stereotipi sui mussulmani e sull’11 settembre, oltre a mettere in evidenza i luoghi comuni che gli stessi americani mettono in campo quando devono giudicare le persone, come il giudizio sul colore della loro pelle.

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wired.it - 5 giorni 11 ore fa

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Le creme antirughe funzionano? Il sapone-non-sapone lava davvero? Quali sono i segreti per capelli più sani? E ancora: cos’è il numero che troviamo sui flaconi dei filtri solari? La cellulite è una malattia da curare? Possiamo distinguere quali cosmetici vengono testati sugli animali? E che cos’è la tanto acclamata acqua micellare? La risposta a queste (ma anche a molte altre) domande arriva da Beatrice Mautino, biotecnologa e divulgatrice scientifica, nel suo ultimo libro, Il trucco c’è (e si vede): un’indagine a tutto tondo nel complicato mondo dei prodotti per l’igiene e la bellezza.

A partire dall’incontro con un’etichetta tutta particolare, l’autrice ci accompagna tra le corsie del supermercato, profumerie, farmacie e laboratori di chimica e biologia per raccogliere le storie degli ingredienti, spesso curiosi, che compongono tutto ciò che affolla l’armadietto del nostro bagno. Ma anche la mensola della doccia e il nostro beauty case.

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Edito da Chiarelettere e in libreria da oggi, il libro trasmette molto bene la complessità che si cela in un semplice elenco di componenti e accetta la sfida di “prendere quel minestrone e provare a destrutturarlo”. Lo scopo, metterci davanti (attenzione) non a una guida di bellezza, tantomeno una lista delle migliori marche, bensì fornire ai consumatori strumenti pratici per guardare tra gli scaffali con un occhio più critico, al di là delle apparenze e in modo più consapevole. Al centro del discorso, le questioni legate all’efficacia, alla legislazione e alla (tanta, tantissima) pubblicità che spesso sovrasta le evidenze e i dati in questo settore.

Per darvene un assaggio, ecco cinque tra le questioni affrontate. Con buona pace del trucco (che non sempre è quello nella trousse bensì quello, più difficile da scovare, del marketing).aaa1. Creme di lusso (ma anche no)
Prendete una crema idratante, mettetela in due contenitori differenti e ponetene uno su un semplice scaffale del supermercato e uno nella vetrina della vostra profumeria preferita. La prima al prezzo di cinque euro, la seconda alla modica cifra di 80. Se vi sembra strano, sappiate che può tranquillamente capitare che il prodotto di un’unica azienda (fatto cioè con gli stessi strumenti e gli stessi ingredienti) si inserisca nel mercato attraverso canali differenti. A prezzi completamente diversi, come l’esempio qui sopra.

Ma quindi, nella scelta di una crema idratante, o dei cosmetici in generale, un prezzo elevato non è sempre segno di alta qualità (e viceversa)? Esatto. Anche se il prezzo – a modo suo – conta. Acquistare un prodotto che si presenta bene, venduto in un negozio che ci piace, a un certo prezzo, contribuisce infatti a rendere più piacevole l’esperienza di indossarlo rispetto a uno da quattro soldi, un po’ come nel famoso effetto placebo che ritroviamo in medicina. Studi condotti su gruppi di donne alle prese con creme costose o economiche (ma inconsapevoli del prezzo del prodotto) hanno messo in luce come quelle convinte di spalmarsi le più costose fossero davvero più soddisfatte rispetto alle altre. Eppure, a un esame dermatologico obiettivo, il risultato era identico per tutte. Un caso emblematico per mostrare quanto, a volte, sia davvero il flacone a fare la differenza più che il contenuto.

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2. Il capello che respira
Non bisogna usare prodotti che soffocano i capelli, devono respirare. Chissà quante volte, parlando di shampoo, balsami o gel, avrete sentito dire che altrimenti le nostre chiome si sciupano, i capelli muoiono e poi cadono. E avrete acquistato prodotti naturali o privi di siliconi che promettevano di prendersene cura. Eppure chimicamente, spiega l’autrice, quello che vediamo del capello è fatto solo da “cellule morte, grassi, fibre e proteine. Vedete qualcosa di vivo qua in mezzo?”. La risposta è no, perché di fatto l’unica porzione del capello viva e vegeta è quella dentro il bulbo pilifero, al riparo nel nostro cuoio capelluto, non di certo le lunghezze. Cosa mai potrebbe respirare, in una struttura di questo tipo? Nulla, appunto.

I capelli, si spiega nel libro, anziché fatti respirare andrebbero semmai protetti: si è visto che anche solo spazzolarli senza l’aiuto del balsamo sfalda le cuticole di rivestimento e li rende molto più fragili.

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3. Parabeni sì, parabeni no
Hanno un’azione antimicrobica, che li rende degli ottimi conservanti, tanto che sia in cosmetica che in ambito alimentare li impieghiamo da decenni. Ciò nonostante i parabeni non se la passano benissimo. A partire da uno studio del 2004, che metteva quelli contenuti nel deodorante in relazione all’insorgenza di tumori al seno, queste molecole vengono infatti identificate come uno dei nemici numero uno per il consumatore. E, di conseguenza, per ogni azione di mercato che si rispetti.

Peccato che lo studio fosse in realtà molto meno attendibile del previsto, che i media avessero gonfiato irresponsabilmente la notizia, e che, pochi anni dopo, una grossa revisione delle ricerche scientifiche condotte sull’argomento confutasse (per fortuna) del tutto questo capo d’accusa. A oggi, sia la Fda (Food and Drug Administration) statunitense sia gli enti regolatori dell’Unione Europea hanno dichiarato queste sostanze sicure e ne consentono l’uso. Ma cercare (e vendere) prodotti paraben free interessa ancora a molti.

4. “Nessun animale è stato maltrattato durante la produzione di questo rossetto
Il simbolo è un coniglietto stilizzato, il significato è (più o meno) quello del titolo, ma applicato non solo ai rossetti, bensì anche a creme, docciaschiuma, soluzioni struccanti: insomma, a tutti i prodotti cosmetici e per la nostra igiene. La presenza del “bollino” è, in poche parole, un modo chiaro e lampante che alcune aziende hanno assunto per segnalarci che i loro prodotti non sono testati sugli animali, e così anche i loro ingredienti. Peccato che, ormai dal 2013, per la legge europea l’uso degli animali per i test cosmetici sia già vietato, e che quindi ogni altra indicazione cruelty free in etichetta sia pressoché ridondante.

Fortunatamente, grazie al lavoro degli scienziati e a nuove tecnologie (così come alle informazioni raccolte nei test del passato) esistono oggi metodi alternativi che permettono di sondare la sicurezza e l’efficacia di prodotti come questi lasciando in pace topi e altri animali da laboratorio e che si servono, per esempio, di modelli artificiali di pelle umana.

5. Caccia alla cellulite
Per le donne è una croce. Per chi vende i prodotti contro, una miniera d’oro. Per alcune aziende “una malattia”. Quello della cellulite è uno degli esempi meglio riusciti del libro per mettere in luce l’enorme divario che a volte si manifesta tra il metodo scientifico e le proposte più disparate di prodotti sul mercato, articoli nelle riviste e pubblicità un po’ ovunque. Tra le pagine, oltre alla descrizione dei meccanismi fisiologici che formano gli inestetismi che la cellulite porta con sé (la famosa buccia d’arancia), compare anche il riferimento allo studio che, a seguito di un’analisi del fenomeno, per primo ha dichiarato che trattasi di (parole testuali) una “malattia inventata”: correva il 1978. Sono trascorsi 40 anni, ma ancora non tutti ci siamo messi in testa che siamo davanti a una caratteristica fisiologica e non di un male da curare e debellare dall’umanità.

E che dire di tutte le strategie per provare a sconfiggerla? Dai fanghi ai fondi di caffè, dalle creme di ultima generazione alle sedute di laserterapia e ultrasuoni, esiste qualcosa in grado di spianarla sul serio? A dire il vero, a dispetto di un’offerta spropositata di trattamenti, sembra proprio che nessuno si sia dimostrato finora definitivamente efficace. Il che significa che, nonostante in qualche caso i ricercatori abbiano riscontrato (piccoli) miglioramenti, si trattava di un effetto solo temporaneo e non risolutivo. Per i miracoli, insomma, dovremo attendere ancora un po’.

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wired.it - 5 giorni 12 ore fa

Applaudito ai film festival di Mosca, Barcellona, Ottawa, Utrecht, Kassel, Novi Sad, Rotterdam e Berkeley, Grid Correction è un cortometraggio d’arte che ha per soggetto la superficie del pianeta Terra.

Realizzato dal fotografo viennese Gerco de Ruijter, Grid Correction è un collage di fotografie aeree che si rincorrono formando un’animazione straniante nonostante il suo rigore geometrico.

Ti è piaciuto? Guarda anche La storia di un maker di tavole da surf.

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wired.it - 5 giorni 12 ore fa

Progettata e brevettata dalla compagnia britannica Ten Fold Engineering Limited, Ten Fold è una casa pieghevole e trasportabile.

Il video che pubblichiamo oggi mostra un’unità pieghevole Ten Fold di 64 metri quadri mentre viene aperta (ci vogliono dieci minuti per aprirla completamente). Sul sito dell’azienda è riportato che gli arredamenti sono già contenuti nella casa e che il modello presentato è già in commercio.

I moduli pieghevoli Ten Fold comprendono pannelli isolanti che ne permettono l’uso in condizioni climatiche estreme, tra i ghiacci o nei deserti.

Ti è piaciuto? Guarda anche La casa più costosa d’America.

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