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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
Non solo news dal mondo Vittoria ma storie di branding, marketing e comunicazione online e offline.

wired.it - 1 settimana 9 ore fa

Un tapis roulant per rimettere in forma il gatto. L’idea è di The Little Cat, che ha presentato la sua novità al Ces di Las Vegas, spinta dall’impossibilità di uscire e correre all’esterno dei gatti che, al contrario dei cani, sono costretti a vivere in casa e assaggiare il mondo esterno molto raramente.

Il prodotto vuole essere una soluzione per far perdere qualche chilogrammo al felino e somiglia una grande ruota per criceto che punta sulla presenza di luci Led per attirare l’attenzione del gatto, che è il punto cruciale per il suo funzionamento: vincere la pigrizia dei gatti.

Dotato di diverse velocità da impostare in base alla voglia di “correre” dell’animale, il tapis roulant si collega con lo smartphone del proprietario via Bluetooth per consentire la gestione via app, utile per scegliere la velocità, spostare la luce Led, guardare il gatto in tempo reale tramite una telecamera e, quando si è lontani da casa, registrare brevi frasi da riprodurre per scuotere il felino. Sempre sull’app, poi, si possono rintracciare tutti i dati di ogni singolo esercizio e impostare un programma personalizzato con allenamenti distribuiti su più giorni.

In attesa di conoscere prezzo e disponibilità, chi cerca maggiori informazioni le trova qui.

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wired.it - 1 settimana 9 ore fa

Io credo che un nuovo boom economico possa nascere, come negli anni ’50 abbiamo costruito le autostrade, oggi creiamo le autostrade digitali“.
Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio parla. Quello dell’Economia Giovanni Tria fa un balzo dalla sedia: “Aspettiamo i dati sull’ultimo trimestre 2018. Non vedo una recessione, vedo una situazione di stagnazione“. Insomma l’ottimismo del grillino viene presto smorzato. Ma da cosa era derivato? L’emblema della crescita economica degli anni ’60, l’Autostrada del Sole, viene paragonato alle nuove autostrade digitali. E non riuscendo a immaginare operai con il berretto virtuale che a colpi di mouse e tastiere imbastiscono un cantiere su cui passeranno tir, macchine e treni in formato di codici che ricordano Matrix, occorre fidarsi dell’Ocsr.

 Fabio Cimaglia / LaPresse)(foto: Fabio Cimaglia / LaPresse)

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico spiega che per ogni euro investito nelle reti digitali ad alta capacità vengono generati quattro euro di Pil. Il ragionamento punta sullo scambio di merci e servizi dell’undicesimo secolo, velocizzando dunque i flussi finanziari e i comandi a distanza, ottimizzando ordini, avvicinando imprese e persone, quindi la banda super mega larga, le applicazioni interattive e via dicendo. Nulla viene detto a proposito dei pedaggi del virtuale: dei posti di lavoro a rischio, dei diritti di quegli operai che lavorano per i colossi capaci di viaggiare sulle autostrade digitali (uno a caso: Amazon), delle arretrate politiche fiscali e della difficile metamorfosi che dovrà affrontare il mondo del lavoro. Una cosa è certa: questa è una strada da percorrere. Se corrisponda o meno al boom economico anni ’50 e ’60 è arduo affermarlo, soprattutto guardandosi intorno.

L’esplosione economica in Italia era basata su grandi investimenti come il Piano Marshall, su un’evasione fiscale dilagante, un bassissimo costo del lavoro, meno diritti sociali, posti di lavoro elargiti come forma di assistenzialismo e le grandi prospettive, la fiducia nel futuro nutrita da chi usciva dalla guerra. Anche nell’anno del Signore 2018 crescono le forme di assistenzialismo, ma c’è una tassazione da record, il costo del lavoro fa impazzire le imprese e il peso sindacale degli anni ’50-’60 alla fine è sbocciato riuscendo a far ottenere diversi diritti ai lavoratori. Su prospettive e fiducia si vacilla un po’. Forse il Belpaese è uscito dal momento più nero della crisi, ma vive una precarietà lavorativa, economica ed esistenziale molto importante. Il futuro non sembra così roseo. Almeno guardandosi intorno.

Tra il 1959 e il 1962 il reddito saliva fino al 6,8% annuo. Un ricordo lontano. Il settore tessile faceva registrare un più 66,8% nella produzione. Adesso sta risalendo, ma negli ultimi 10 anni 4mila imprese hanno chiuso i battenti. Oltre 40mila addetti hanno perso il posto di lavoro. Anche il settore delle automobili, che negli ultimi sei mesi ha vissuto in uno stato di grazia che non si vedeva da 25 anni (+44,2% della produzione di autoveicoli), non è paragonabile alla leggendaria crescita di cui hanno goduto le generazioni precedenti: + 89% di produzione. Insomma le parole del Ministro a 5 stelle fanno riflettere e discutere. Vengono in mente le teorie sociologiche sul gioco d’azzardo: i più poveri giocano maggiormente e credono che prima o poi vinceranno. Le persone più colte investono il loro denaro in formazione e operazioni capaci di garantire un futuro più sicuro.

L’Italia investe o scommette e spera?

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wired.it - 1 settimana 9 ore fa

Una serie antologica come True Detective ha avuto un percorso piuttosto peculiare: il suo lancio nel 2014, con una prima stagione che ruotava attorno ai personaggi pensosi e travagliati interpretati da Matthew McConaughey e Woody Harrelson, aveva conquistato tutti; in maniera altrettanto formidabile aveva toppato con la seconda, nonostante un cast altrettanto di livello (Vince Vaughn, Rachel McAdams, Colin Farrell) ma a causa di esacerbati stereotipi noir. Assistere ora alla terza stagione, che ha fatto il suo debutto nella notte del 13 gennaio in contemporanea su Hbo e Sky Atlantic (e che il canale italiano ripropone il 14 gennaio in versione sottotitolata e la settimana dopo doppiata), è un’esperienza di visione che non può che essere influenzata da questa vicenda.

La prima impressione, infatti, è un sospiro di sollievo, perché sostanzialmente lo sceneggiatore Nic Pizzolatto torna alle caratteristiche originali che avevano fatto grande il suo primo ciclo di episodi: si torna in un’America rurale, sempre sull’orlo del disagio; il crimine torna a parlare di un’umanità innocente e torbida al contempo, annidata in rispettabilità e ordinarietà apparenti; la costruzione narrativa si piega nuovamente a un gioco di rimandi temporali. Protagonista è Wayne Hays, interpretato dal premio Oscar Mahershala Ali, un detective dell’Arkansas che il 7 novembre 1980 (“il giorno in cui morì Steve McQueen“), intraprende le indagini su due fratelli misteriosamente scomparsi. Il caso viene risolto con fatica ma solo in apparenza, perché dovrà essere riaperto nel 1990 e poi nuovi risvolti emergono nel 2015, quando il poliziotto è ormai settantenne.

Ali, con un’interpretazione multiforme ma sempre ricca di pathos, porta sulle spalle questo intreccio di dimensioni temporali che sono intelligibili allo spettatore soprattutto per l’invecchiamento fisico dell’attore. In più, questa oscillazione attraverso tre epoche introduce due temi fondamentali nello sviluppo di questa stagione: il tempo e la memoria. Nei casi di scomparsa lottare contro il tempo che passa è fondamentale, eppure Hays non riesce a chiudere il caso in modo tempestivo né soddisfacente; quando verrà riaperto un decennio dopo, la sua vita sarà segnata da questa e altre sconfitte e ancora più tardi, ormai anziano, dovrà fare i conti anche con una demenza incipiente che lo porterà a dubitare dei suoi ricordi ma anche dei suoi affetti più cari.

True Detective - Terza stagione

A invecchiare accanto a lui ci sono anche il suo partner Roland West (Stephen Dorff), che ricopre il ruolo ora scanzonato ora violento, sicuramente profondamente bianco, che era stato di Harrelson: la dinamica fra i due, che oscilla fra un’edificante complicità a un quasi incomprensibile allontanamento, è minata dalla scrittura del personaggio di West che è in definitiva piuttosto piatta. Quasi lo stesso si può dire per Amelia Reardon, insegnante di uno dei due bambini e poi moglie di Hays: nonostante l’attrice Carmen Ejogo ci regali una parte sensuale e determinata, la sua funzione (di donna quasi accessoria che invece si ritaglia il suo ruolo diventando scrittrice e rivendicando un suo ruolo centrale) è nella maggior parte degli episodi un’occasione mancata.

Protagonisti a parte, quello che funziona invece in questa stagione di True Detective è l’ambientazione socio-culturale: siamo sull’altopiano di Ozarks, in pieno Arkansas, e partiamo in un’epoca, i primissimi anni Ottanta, in cui essere un detective nero non era una situazione facile. Il ritorno ossessivo di una parola come nigro e l’ostilità neanche tanto celata di certi testimoni nei confronti di Hays (si veda l’innocua vecchietta che confeziona le bambole che diventano un indizio centrale), ma anche la violenta reazione della comunità afroamericana alle indagini, dà l’idea di un clima teso e prego di significati e di riverberi anche contemporanei. Una delle figure più interessanti è poi Brett Woodard (Michael Greyeyes), veterano nativo americano che è la quintessenza dell’emarginazione e della solitudine nate dal pregiudizio.

Mahershala Ali e Carmen Ejogo nella terza stagione di True Detective

Anche Hays è un veterano della guerra del Vietnam (“Sei mai stato in un posto in cui non potevi stare e da cui non potevi allo stesso tempo andartene?“) e la sua statura tragica e sconsolata è anche conseguenza di un paradosso: lì, infatti, era un tracker, fra coloro cioè incaricati di scovare e inseguire le tracce del nemico, ma oggi nel suo lavoro di detective non riesce a trovare più nessuno. Questi episodi sono anche una struggente riflessione sul senso di fallimento: i genitori dei bambini scomparsi hanno fatto fallire il loro matrimonio e il loro ruolo parentale, Hays al contempo non riesce a chiudere un capitolo così importante perché è la sua stessa mente a lasciarlo a piedi.

Al di là delle suggestioni tematiche, e appunto di un salutare ritorno agli stilemi che hanno fatto grande una serie come questa, ci ritroviamo di fronte, almeno nei primi cinque episodi, a una storia che fatica a trovare un ritmo avvincente (provate a contare i dialoghi in auto fra i due detective). Ci si aggrappa alle piccole rivelazioni graduali, forse a un eclatante colpo di scena, e per il resto ci si affida ai viaggi nel tempo e alla solidissima interpretazione di Mahershala Ali. Il fatto è anche che, dal 2014, è passato (appunto) molto tempo e gli elementi fondanti di True Detective sono stati esplorati e sfruttati da molti altri titoli. Viene in mente sicuramente la recente Sharp Objects, che anch’essa indaga la scomparsa di giovanissimi in un’America arrugginita e razzista, ma in modo più cerebrale e scattante. Rimane la grandissima soddisfazione di aver ritrovato l’anima più profonda di una serie che abbiamo tanto amato, anche se la memoria non può cancellare gli inevitabili segni del tempo.

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wired.it - 1 settimana 11 ore fa

Lo si attendeva da tempo e finalmente è arrivato l’annuncio ufficiale della data di debutto dell’ottava e ultima stagione di Game of Thrones. In occasione del lancio dei nuovi episodi di True Detective, infatti, il canale americano Hbo ha diffuso un teaser che ufficializza il debutto di quello che sarà il ciclo conclusivo delle avventure di Westeros: si tratta dunque del 14 aprile. A rivelarlo una breve clip di anticipazione intitolata La cripta di Grande inverno.

Nel video vediamo infatti quasi tutti i superstiti di casa Stark, Jon Snow, Sansa e Arya, scendere nella cripta di famiglia che abbiamo imparato a conoscere fin dalla prima stagione. I tre personaggi passano di fronte alle statue commemorative di altrettante figure chiave, come Lyanna Stark (che abbiamo scoperto proprio alla fine della settima stagione essere la vera madre di Jon), e poi la loro madre Catelyn Tully e il loro padre Ned Stark. Il cammino dei tre si conclude però di fronte alle loro stesse statue funerarie, prima di voltarsi, sfoderare le armi e attendere l’arrivo di una nube che tutto ghiaccia, chiaro riferimento alla minaccia rappresentata dagli Estranei.

Un dettaglio è molto importante nel video, ovvero la piuma che si deposita a terra e viene anch’essa coperta di ghiaccio: è un riferimento al primissimo episodio di Game of Thrones, in cui Robert Baratheon la deposita proprio sulla tomba di Lyanna; la stessa Sansa aveva raccolto la piuma nel corso della quinta stagione interrogandosi sulle vere origini di Jon Snow. L’ottava stagione dunque partirà probabilmente affrontando questa questione: per vedere i sei episodi che la compongono, probabilmente tutti di durata molto lunga, bisognerà attendere dunque la metà di aprile.

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wired.it - 1 settimana 12 ore fa

 Sina Ettmer/EyeEm/Getty Images)(foto: Sina Ettmer/EyeEm/Getty Images)

I terrapiattisti di tutto il globo (anche italiani) si riuniranno in un lungo viaggio, una crociera, denominata Flat Earth, intorno al mondo. Organizzato dalla Flat Earth International Conference (Feic), che racchiude organizzazioni e individui convinti che la Terra sia piatta, questo viaggio è già programmato per il 2020, come riporta il Guardian. Tuttavia, se con questa traversata i terrapiattisti intendono dimostrare che la Terra è piatta avranno delle difficoltà. La navigazione, infatti, è resa possibile proprio dal fatto che la Terra è sferica. E che le navi ricevano segnali tramite il sistema Gps, senza il quale non potrebbero viaggiare in mare. Ecco il programma dei terrapiattisti e la risposta degli scienziati.

Nel complesso, c’è molta disinformazione sulla forma della Terra, stando a un sondaggio svolto dall’azienda YouGov: in base ai dati, solo due terzi dei ragazzi americani dai 18 ai 24 anni pensano che la terra sia sferica.

Secondo i terrapiattisti, in particolare, la Terra è un disco con il polo Nord al centro e l’Antartide tutto intorno alla Terra, dove i continenti sono schiacciati su questo disco, come spiega la Flat Earth Society (Fec), non collegata alla Feic. Stando a questa ipotesi, l’intenzione dei terrapiattisti sulla crociera Flat Earth potrebbe essere quella di dimostrare che la navigazione si interrompe perché la Terra è un disco e non una sfera.

La crociera è stata organizzata dalla Feic che promette che si tratterà della “più grande, audace, la migliore avventura di sempre”. Tuttavia, ancora non si sa con certezza quali siano gli obiettivi della crociera Flat Earth. Secondo quanto riportato dal Guardian, un’ipotesi è che l’equipaggio intenda provare a viaggiare supponendo che la Terra non sia sferica, dunque non utilizzando gli attuali sistemi per navigare, ma anche questo tentativo sembra improbabile agli esperti di navigazione.

“Le navi viaggiano sulla base del principio che la Terra è sferica, spiega Henk Keijer, un ex capitano di navi da crociera che ha viaggiato intorno al mondo per 23 anni. E le carte nautiche sono realizzate sulla base della sfericità della Terra. Ma c’è un altro elemento centrale: l’esistenza del Gps. La navigazione si basa su questo sistema di posizionamento, che da solo dà prova del fatto che la Terra è una sfera. Il Gps si basa su 24 satelliti che orbitano intorno al globo, tenendo conto della curvatura terrestre, e tracciano in maniera istantanea la posizione di una nave in mare.

“Se la Terra fosse stata piatta sarebbero stati sufficienti tre satelliti per fornire l’informazione sulla posizione sulla Terra di tutti”, aggiunge Keijer. “Invece non bastano, perché la Terra è sferica”. Così se con tre satelliti si riesce a determinare la posizione di un punto, un osservatore dall’altra parte del globo non è coperto.

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wired.it - 1 settimana 12 ore fa
Ghosts n' Goblins (1985)
Missile Command (1980)
Mortal Kombat (1992)
Nba Jam (1993)
Virtua Fighter (1993)
Out Run (1986)
The House of the Dead
Pac-Man (1982)
R-Type (1987)
Pong (1972)
Puzzle Bobble (1994)
X-Men (1992)
Computer Space (1971)
Pole Position (1982)
Q*Bert (1982)
Mario Bros (1983)
Final Fight (1989)
Breakout (1976)
Robotron 2084 (1982)
Pang (1989)
Qix (1981)
Smash TV (1990)
Tetris (1988)
Space Invaders (1978)
Star Wars (1983)
Street Fighter II (1991)
Tekken (1994)
Tempest (1981)
The King Of Fighters 98
The Simpsons (1991)
Time Crisis II (1997)
Teenage Mutant Ninja Turtles: Turtles in Time (1991)
After Burner (1987)
Asteroids (1979)
Bubble Bobble (1986)
Cadillacs and Dinosaurs (1993)
Centipede (1981)
Crazy Taxi (1999)
Metal Slug (1996)
Dig Dug (1982)
Donkey Kong (1981)
Double Dragon (1987)
Dragon's Lair (1983)
Frogger (1981)
Gauntlet (1985)
Golden Axe (1989)
Defender (1981)
Dance Dance Revolution (1998)
Galaxian (1979)
Joust (1982)

In un’epoca di console capaci di regalare esperienze complesse e realistiche nel salotto di casa, le sale giochi come le intendevamo una volta non esistono più da tempo — almeno non come fenomeno di massa. Eppure sono anni ormai che il pubblico dei videogiocatori ha riscoperto un certo entusiasmo per i titoli che spopolavano negli arcade ed è disposto a pagare per poter dare uno sguardo al passato e lasciarsi catturare da giochi più semplici ma non per questo meno coinvolgenti. Abbiamo raccolto 50 tra i migliori videogiochi da sala mai venuti alla luce: alcuni hanno dato vita a interi generi o li hanno trasformati sensibilmente, altri si sono rivelati successi commerciali travolgenti. Tutti andrebbero giocati almeno una volta nella vita.

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wired.it - 1 settimana 12 ore fa
An arrangement of newspapers pictured in London on June 24, 2016, as an illustration, shows the front page of the London Evening Standard newpaper reporting the resignation of British Prime Minister David Cameron following the result of the UK's vote to leave the EU in the June 23 referendum. Cameron is pictured holding hands with his wife Samantha as they come out from 10 Downing Street. - Britain voted to break away from the European Union on June 24, toppling Prime Minister David Cameron and dealing a thunderous blow to the 60-year-old bloc that sent world markets plunging. (Photo by Daniel SORABJI / AFP)        (Photo credit should read DANIEL SORABJI/AFP/Getty Images)La storica prima dell’Evening Standard dopo il risultato del referendum sulla Brexit. (foto: DANIEL SORABJI/AFP/Getty Images)

Martedì 8 gennaio il premier britannico Theresa May ha subito una pesante sconfitta – l’ennesima – ai Comuni: se questa settimana, il 15 gennaio, Westminster dovesse respingere l’accordo negoziato a novembre con l’Unione europea, il governo dovrà presentare quanto prima un “piano B” per uscire dalla crisi.

Ma il clima attorno al Parlamento inglese è più infuocato che mai. Il leader dell’opposizione, il laburista Jeremy Corbynha annunciato che chiederà elezioni anticipate in caso di bocciatura in Parlamento, e se dovesse vincerle, di presentare un deal migliore. Da Bruxelles i burocrati Ue restano impassibili, facendo capire di non essere disposti ad altri compromessi. Nel Regno Unito intanto tutti i sondaggi mostrano che, in caso di un secondo referendum sulla permanenza nell’Ue, il Remain sarebbe in vantaggio, sebbene con un margine ancora troppo ridotto per tranquillizare i proponenti di un People’s Vote.

A distanza di 30 mesi dalla consultazione che ha sconquassato il continente e dato il via a una serie di rivincite epocali da parte del nazional-populismo, quali conclusioni possono trarre dalla Brexit i suoi possibili emuli, ovvero i paesi che vorrebbero abbandonare l’Unione europea? Tra obiettivi poco chiari, una fase di studio inesistente, trattative tenute a lungo segrete e leader incompetenti, vediamo le lezioni che ci arrivano da questa avventura, maledetta fin dalla partenza.

Far approvare nuovi trattati è impossibile
L’integrazione europea si è fermata. Fino ad almeno il 2009, la cartografia politica del continente sembrava intervallata dall’assorbimento di nuovi Stati entro i confini dell’Unione, e dall’approvazione di nuovi trattati che le conferivano maggiori poteri. Questo processo si è arrestato ben prima del referendum della Brexit, ma quell’evento ha reso chiaro a molti leader europei, specialmente quelli più ottimisti circa la possibilità di continuare l’integrazione, che far ratificare nuovi documenti di integrazione politica da ciascun stato membro dell’Ue appare ora praticamente impensabile

L’Ue è ancora troppo potente
Lasciare l’Ue è, in un certo senso, come diventarne membro. Nei negoziati per l’accesso all’Unione infatti funziona così: entrambe le parti fanno finta di discutere, quando in realtà è l’Ue che stabilisce i termini di adesione: il paese candidato può decidere se accettare, oppure no.  Così, quando un paese vuole andarsene, è sempre l’Ue a decidere i termini del divorzio e del futuro accordo. A venire discussi, di fatto, sono soltanto i dettagli.  

Con il famigerato articolo 50 è Bruxelles ad avere in mano quasi tutte le carte. L’invocazione della clausola obbliga lo stato che vuole andarsene a farlo entro due anni a partire da quel momento, e nessun paese ha interesse a farlo senza un accordo. Il problema è che il Regno Unito si è presentato particolarmente fragile alle negoziazioni, perché ha invocato l’Art.50 prima di  sapere bene cosa volesse, e ci ha impiegato due anni per produrre un piano per le future relazioni. Il governo inglese si è inoltre presentato a dir poco diviso alle negoziazioni: è capitato non di rado che il premier, i ministri e i loro portavoce dicessero ognuno una cosa diversa. L’Ue, al contrario, ha fatto fronte unico, senza crepe.

La classe politica nazionale deve essere preparata
Dovrebbe far riflettere un sondaggio Ipsos Mori effettuato tra 129 parlamentari britannici qualche mese prima del referendum del 2016: la maggioranza (61%) ha affermato di non sapere quale paese fosse a capo del Consiglio d’Europa (era il Lussemburgo) che ha il potere di veto sulla legislazione dell’Unione. Tre quarti non sapevano cosa rappresentassero le dodici stelle sulla bandiera europea (gli ideali di unità, solidarietà e armonia tra i popoli d’Europa).

Dopo 40 anni di appartenenza all’Ue, quindi, la maggior parte dei deputati Tory, tra cui il primo ministro e gran parte del suo governo, hanno capito molto poco di come funzione l’Unione, né si sono mai mostrati interessati a colmare questa lacuna. Questo ha danneggiato la reputazione del paese in modo forse irreparabile, conducendo a errori clamorosi.

La Ue non vuole creare precedenti pericolosi
Il mercato comune europeo si basa sulle famose “quattro libertà” di circolazione: delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali. Le trattative per la Brexit ci hanno fatto capire che per Bruxelles queste libertà sono tuttora indivisibili. Nessun paese potrà per questo avere una relazione con l’Ue tanto stretta quanto i paesi membri. Se il Regno Unito avesse ottenuto uno speciale accordo da non-membro (ad esempio metà piede nel mercato comune e metà fuori) si sarebbe potuto creare un precedente pericoloso, e la Svizzera avrebbe potuto chiedere lo stesso.

Per questo motivo, l‘Ue ha fatto in modo di non concedere al Regno Unito una posizione privilegiata di accesso al mercato unico, al quale in teoria ha già rinunciato col voto del 2016. La filosofia degli eurocrati non è ispirata dunque soltanto dalla massimizzazione del profitto commerciale. La durezza di Bruxelles ha questo obiettivo: mostrare cosa comporta una exit, per scoraggiare tutti gli altri.

La geopolitica conta
Per quanto concerne la difesa, la sicurezza e la politica estera, il peso del Regno Unito – con uno degli eserciti più attrezzati e meglio finanziati al mondo – non è indifferente per l’Ue, che da quanto traspare da alcuni documenti potrebbe mostrarsi piuttosto malleabile su questo aspetto. Mentre i discorsi su un esercito comune europeo sembrano più idealistici che concreti, sembra proprio che l’Ue manterrà rapporti di cooperazione molto stretti con i britannici, per non perdere un alleato geopolitico prezioso (specialmente in un clima di crescente conflittualità con la Russia).

Nessun paese è un’isola (neppure la Gran Bretagna)
Gli effetti di un’uscita dall’Unione si faranno sentire sentire non solo con Bruxelles ma con altre nazioni costitutive del Regno. Nel referendum per l’indipendenza del 2014 la Scozia ha votato per restare ancora legata a Londra, ma dopo il voto per la Brexit, dove la stragrande maggioranza degli scozzesi ha optato per il Remain, la tensione politica è tornata a salire. A metà novembre l’Ue ha concesso al Regno Unito di evitare controlli troppo serrati nel Mare d’Irlanda, ma la questione della “frontiera rigida” – che rischia di essere ripristinata tra la repubblica irlandese e l’Irlanda del Nord soprattutto in caso di Brexit non concordata – resta ancora sul piatto. Forse altri paesi non si troveranno in una situazione così complicata, ma le ripercussioni diplomatiche e geopolitiche derivanti da una rimodellazione dei confini non possono essere ignorate.

La grande lezione della Brexit è questa: ogni paese che voglia provare ad andarsene troverà il processo molto più complicato, difficile e costoso di quanto possa immaginare. È probabile anzi che gli inglesi abbiano terrorizzato chiunque volesse provare a fare a meno dell’Ue per almeno un’altra generazione (sempre che altri fattori non intervengano nella disgregazione politica del continente).

La parte peggiore, per gli inglesi, è che se la Brexit dovesse andare in porto,  a gestirla sarà la medesima – inetta – classe politica che l’ha gestita in modo così scriteriato.

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wired.it - 1 settimana 12 ore fa

WikipediaPoco meno di un milione e mezzo di voci redatte da oltre 76mila autori, che vengono lette da 240mila persone ogni ora. È con questi numeri che Wikipedia Italia si appresta a compiere 18 anni. Il 15 gennaio 2019 l’edizione italiana dell’enciclopedia più famosa di internet diventa maggiorenne. Si tratta della nona versione al mondo per numero di articoli, l’ottava per pagine viste ogni ora.

Il riquadro verde è quello che indica l’edizione in lingua italiana di Wikipedia. In entrambi i casi, il peso più significativo è rappresentato dall’edizione inglese, che ha l’ovvio vantaggio di essere lingua franca. Una curiosità: la seconda lingua più diffusa sotto il profilo degli autori è il cebuano. Parlata nelle Filippine, è stata utilizzata per scrivere qualcosa come 5,4 milioni di articoli. Quelli in italiano, per dire, sono 1 milione e 480mila.

Per ricostruire la serie storica, Wired si è affidata a Wikistats, il portale della Wikimedia Foundation (la fondazione che presiede al progetto), che pubblica tutte le statistiche relative a Wikipedia. I numeri partono dall’agosto del 2001 e arrivano fino al novembre dello scorso anno. E raccontano che la soglia dei primi mille articoli fu superata all’inizio del 2003, mentre nel luglio dell’anno successivo si arrivò a 10mila. Le 100mila voci sono arrivare nel settembre 2005, mentre il traguardo del milione è stato superato nel marzo del 2013.

Interessante vedere anche l’andamento delle voci pubblicate quotidianamente. Il record spetta al mese di settembre del 2005, quello del passaggio oltre quota 100mila. In questo periodo furono in media 1.422 le voci aggiunte ogni giorno. Tant’è che l’edizione italiana passò dalle 61mila voci di fine agosto alle 104mila di fine settembre.

Molto intensa anche l’attività del febbraio del 2007, con 858 voci aggiunte in media ogni giorno. Vette mai più raggiunte, tanto che il dato di novembre dello scorso anno parla di una media di 272 nuovi articoli inseriti quotidianamente. Tutti insieme, però, costituiscono quel patrimonio di informazioni che, nel 2017, sono state consultate 6,37 miliardi di volte.

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