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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 1 settimana 1 ora fa
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I numeri sono positivi. In Italia nel primo semestre del 2018 ben 23 startup sono diventate scaleup. Ovvero hanno superato la soglia del milione di euro di capitali raccolti. E l’ecosistema italiano ha attirato investimenti per 335 milioni di dollari, cifra che grosso modo corrisponde a quella raccolta nell’intero 2017. Eppure il messaggio associato a questi numeri, contenuti nel Tech Scaleup Italy 2018 report realizzato da Mind the Bridge e dall’agenzia stampa Agi, che sarà presentato questo pomeriggio all’Ey Capri Digital Summit (convegno annuale organizzato dalla società di revisione contabile) è tutt’altro che positivo.

Sì, perché il divario con il resto d’Europa resta ampio. E, salvo decise inversioni di rotta, impossibile da colmare. Per questo Alberto Onetti, presidente di Mind the Bridge, ribadisce la proposta fatta prima delle elezioni del 4 marzo. Quella cioè di “lanciare una sorta di piano Marshall per l’innovazione in Italia, con l’iniezione di 2 miliardi di euro volti a spingere e a catalizzare maggiori investimenti privati”. Una raccomandazione “ancora valida. Stare fermi non è un’opzione”.

Ad oggi l’ecosistema scaleup italiano conta 201 aziende, capaci di raccogliere 1,3 miliardi di euro. Numeri che ci pongono all’undicesimo posto in Europa. E distanti anni luce dalla Gran Bretagna. Dove le scaleup sono 1.668 e la raccolta ha superato i 27 miliardi di dollari. I risultati visti nel primo semestre 2018 non sono sufficienti a colmare il gap.

Le dimensioni delle colonne indicano il capitale raccolto. Il colore fa invece riferimento al numero di aziende diventate scaleup. Sul fronte meramente finanziario, l’Italia è al sesto posto, appaiata a Olanda e Irlanda. Stessa posizione, ma questa volta in solitaria, e si guarda al numero di aziende che hanno superato il milione di raccolta.

Un ritardo, spiega il rapporto, legato certamente al fatto che l’ecosistema italiano è ancora giovane. E alle lunghe tempistiche di accesso ai capitali da parte delle startup. Per quanto, anche sotto questo profilo, qualcosa stia iniziando a muoversi. Lo si può vedere guardando all’anno di ultimo finanziamento delle 178 scaleup italiane.

Quasi il 50% ha ricevuto l’ultima iniezione di capitali nel corso degli ultimi due anni. Solo l’1% è rimasta alla somma raccolta nel 2010. Il problema, però, è che la maggior parte di queste aziende si è fermata presto nella sua scalata. L’86%, infatti, ha raccolto somme inferiori ai 10 milioni di dollari. Solo l’1% ha superato la soglia dei 100 milioni. Accaparrandosi, peraltro, più di un quinto delle intere somme investite nelle scaleup italiane.

Le dimensioni dei rettangoli della treemap indicano la percentuale di aziende che appartengono alla relativa classe di raccolta. Il colore indica invece la percentuale di capitali raccolti sul totale.

Guardando alla provenienza dei capitali, due euro su cinque hanno origine domestica. Da sottolineare il fatto che, Regno Unito a parte, sono pochi gli investitori europei che guardano al nostro Paese.

Il 43% dei capitali raccolti è arrivato infatti da investitori italiani, il 20% dagli Stati Uniti, l’11% dal Regno Unito. Solo il 2%, invece, da altri Paesi Ue. Bene, ma quali sono i settori che stanno trainando l’ecosistema italiano? Sostanzialmente due: il fashion tech e l’ecommerce.

Le dimensioni delle colonne indicano il numero di scaleup, il colore la quantità di capitale raccolto. Con 27 aziende che hanno raccolto più di 1 milione di euro, l’ecommerce è il settore con il maggior numero di scaleup. Un dato che appare quasi paradossale in un Paese in cui si parla di chiusure domenicali dei centri commerciali e delle piattaforme per gli acquisti on line.

L’innovazione in uno dei settori di punta del made in Italy è invece quella che ha saputo raccogliere la quota maggiore di investimenti. Le 11 scaleup del fashion tech italiano hanno infatti ottenuto finanziamenti per 246 milioni di dollari.

In tutto questo, il principale hub italiano è Milano, dove hanno sede 78 scaleup. Segue, a grande distanza, Roma, dove se ne trovano 12. Mentre crescono Napoli, Firenze, Cagliari, Bologna e Torino. “L’emergere di hub secondari è un fenomeno interessante e comune a molti Paesi europei”, commenta al proposito Onetti. Occorre però che queste realtà siano sostenute. “È necessario”, aggiunge, “impostare una strategia per supportare e connettere a livello internazionale tutti questi hub”. In questo senso, le proposte di Mind the Bridge saranno contenute in un rapporto che sarà presentato il prossimo 21 novembre al Parlamento europeo.

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wired.it - 1 settimana 1 ora fa

Non è necessario pensare a Marte, alle comete, al Sole e alle galassie lontane per vedere in azione le innovazioni messe a punto dagli scienziati delle agenzie spaziali. L’influenza tecnologica della Nasa, infatti, è sotto ai nostri occhi tutti i giorni, persino nella nostra casa.

A mostrarcele da vicino, una a una, è il programma Home & City dell’Agenzia spaziale americana, un viaggio attraverso le stanze delle nostre abitazioni fino al cuore delle industrie e delle coltivazioni, passando per edifici pubblici, trasporti e smart city a caccia di tracce di tecnologie ispirate ai viaggi nel cosmo. In questa animazione, la Nasa ci presenta questo bel progetto.

(Nasa)

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wired.it - 1 settimana 1 ora fa

Pare che nella quinta stagione di Black Mirror un episodio consentirà agli spettatori di scegliere il finale della storia. Siamo ancora nel campo delle indiscrezioni e non è chiaro se potremo scegliere solo il finale o vari snodi della narrazione ma l’idea sembra assolutamente sensata per lo show di Charlie Brooker che da sempre si basa sull’analizzare l’impatto di tecnologie presenti e future sulla società ma soprattutto sul pungolare lo spettatore, facendo appello alla sua coscienza, ai suoi vizi e ai suoi segreti personali.

L’idea di giocare col pubblico dunque non solo ha perfettamente senso, perché permette un dialogo metanarrativo che in mano a Brooker può riservare sorprese interessanti, ma serve anche per esplorare i linguaggi di una serie tv che ormai è collocata in un contesto più aperto, sociale, condiviso. Inoltre, bisogna stare al passo coi tempi e se Hbo fa uscire Mosaic, serie tv di Soderbergh in cui grazie a un’app potevi vedere altri punti di vista del racconto, bisogna fare qualcosa per apparire altrettanto innovativi.

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Netflix in passato ha già sperimentato qualcosa di simile in un progetto decisamente più innocuo: un film che ha come protagonista il Gatto con gli stivali di Shrek. In quella storia il gatto si ritrova all’interno di un libro magico in cui è lo spettatore a decidere attraverso una serie di bivi quali avventure dovrà vivere: se combattere un Dio o un albero, se scontrarsi contro un avversario o provare a parlarci o così via in un dialogo continuo tra le parti che spesso rompe la quarta parete.

Le scelte non portano a finali multipli ma sono solo deviazioni che poi conducono alla medesima conclusione e che ovviamente non compromettono la visione del film. La scelta dunque è più una questione di gusto che di strategia, non c’è l’intento ludico di un librogame, o la voglia di scoprire percorsi e finali alternativi, ma d’altronde parliamo di un prodotto pensato per i più piccoli.

L’episodio Black Mirror dovrebbe invece essere il primo di una serie esperimenti sulla programmazione interattiva con attori in carne ed ossa per Netflix e il primo spettacolo interattivo progettato per gli spettatori adulti. I ben informati dichiarano che la società ha chiuso un accordo per almeno un altro progetto live-action, e sta negoziando i diritti per gli altri, due dei quali sono videogiochi.

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A tutto questo si dovrebbe aggiungere una serie su Minecraft, videogioco estremamente popolare tra i ragazzi per cui Netflix aveva stretto un accordo con Telltale, famosissimo sviluppatore di videogiochi narrativi a bivi (qualche anno fa con un gioco su The Walking Dead vinse ogni premio possibile) che però nelle ultime settimane ha chiuso i battenti, mantenendo giusto il personale necessario per chiudere questo e pochi altri progetti.

Torniamo però all’idea di un Black Mirror in cui a un certo punto un personaggio si gira e ti chiede “Cosa facciamo?”. Come potrebbe funzionare? Quanto è complessa come idea? Dal punto di vista produttivo lo è abbastanza, perché rispetto a una puntata tradizionale, che già richiede un certo numero di pagine di sceneggiatura, eventuali bivi e finali multipli rendono la produzione ancora più complessa e sfaccettata. Tutto dev’essere coerente e in grado di seguire gli snodi in maniera fludia, ma questo è niente se lo compariamo al problema dell’interazione col pubblico e dell’interfaccia.

Black Mirror

Nel film dedicato al Gatto con gli stivali la consueta barra di navigazione di Netflix viene sostituita da una serie di immagini con i vari bivi narrativi. È possibile scegliere lingua e sottotitoli, ma non ci si può muovere all’interno della storia con la normale barra di avanzamento. La scelta viene effettuata muovendo il mouse su una delle due immagini, oppure si può evitare di scegliere e lasciare che sia la storia a farlo. Tuttavia l’interfaccia non funziona sulle app esterne, neppure quella mobile di Netflix, annullato l’idea che sta alla base del cartone.

È probabile che Netflix adotterà qualcosa di simile, ma dovrà fare in modo che l’idea funzioni per ogni tipo di spettatore, sia quello da divano che quello mobile che quello PC. Inoltre, uno show come Black Mirror può presentare delle criticità differenti rispetto a un cartone animato, sia dal punto di vista tecnico (magari qualcuno non vuole farsi svelare la storia dalle immagini che descrivono i bivi successivi) che narrativo, visto che la scelta spezza il flusso del racconto, rischia di portare lo spettatore “fuori” dal mondo di Black Mirror e rende tutto fin troppo attivo per una piattaforma che si basa sul concetto di “mettiti sul divano e non fare altro che non si guardare episodi a nastro”.

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Siamo veramente sicuri che il pubblico apprezzerà? Forse quello di Black Mirror sì, ma sarà molto complesso uscire da quella nicchia. Fino ad ore gli esperimenti sono stati pochi e nessuno ha avuto un grandissimo successo, vedremo se Black Mirror e Netflix riusciranno a invertire questa tendenza, ricordandoci bene che buona parte del pubblico non vuole queste domande, ma solo una storia ben raccontata.

L’interazione col pubblico non è una novità per la televisione, viene ampiamente utilizzata nei reality show e nei talent, ma qui siamo di fronte a qualcosa di completamente diverso e che si lega in parte alla narrativa videoludica, ovvero tutte quelle forme di racconto che non mettono solo lo spettatore di fronte a una scelta, ma gli pongono anche una domanda: cosa faresti?

 

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wired.it - 1 settimana 2 ore fa

nobel

Ex aequo quest’anno: “per l’evoluzione diretta degli enzimi” e “per lo sviluppo del phage display di peptidi e anticorpi”. È con queste motivazioni che il Nobel per la chimica 2018 è stato assegnato a Frances H. Arnold, e parimerito a George P. Smith e Gregory P. Winter. A convincere il comitato del Nobel, in particolare, sono state le ricadute dei lavori realizzati dai tre scienziati, che hanno permesso, nelle parole del comitato, “di imbrigliare il potere dell’evoluzione”.  Lo scorso anno, ricorderete, erano stati scelti Jacques Dubochet, Joachim Frank e Richard Henderson, per le loro ricerche nel campo della microscopia crioelettronica.

BREAKING NEWS:
The Royal Swedish Academy of Sciences has decided to award the #NobelPrize in Chemistry 2018 with one half to Frances H. Arnold and the other half jointly to George P. Smith and Sir Gregory P. Winter. pic.twitter.com/lLGivVLttB

— The Nobel Prize (@NobelPrize) 3 ottobre 2018

Lo scorso anno, ricorderete, erano stati scelti Jacques Dubochet, Joachim Frank e Richard Henderson, per le loro ricerche nel campo della microscopia crioelettronica.

Ad annunciare i prescelti, come di consueto, è Göran K. Hansson, segretario permanente della Royal Swedish Academy of Sciences, durante il terzo giorno dei premi Nobel. Nei precedenti erano già stati assegnati il premio per la medicina, andato alle ricerche pionieristiche che hanno aperto le porte alle prime immunoterapie contro il cancro, e quello per la fisica, che quest’anno ha premiato le scoperte rivoluzionarie di tre esperti di fisica dei laser.

E non è ancora finita. Venerdì infatti sarà la volta del primo Nobel per la pace 2018, mentre lunedì prossimo sarà la volta di quello per l’economia.

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wired.it - 1 settimana 2 ore fa

Tutti, o quasi tutti, hanno detto la loro o fatto capire che cosa pensano della politica economica dell’Italia. E cioè, che non piace. La bozza per integrare il documento di programmazione economica e finanziaria è mal digerita dagli altri paesi europei, non è ben accolta soprattutto dai tecnici della Commissione Ue che dovrà varare il nostro bilancio ed è criticata anche da osservatori esterni.

Le reazioni a caldo, è vero, andrebbero sempre prese con le pinze. Però nascondono una certa autenticità e indizi di strategia politica: indicano cioè cosa dovrà fare l’Italia per trovare alleati e supporto al suo programma.  Per ora – e mentre scriviamo – le posizioni più dure non sono state espresse direttamente dai capi di governo dei paesi europei, bensì dai ministri, dai tecnici e dagli esponenti politici di quei paesi a Bruxelles. Dopo le fiammate tra Francia, Germania e Italia sul tema dell’immigrazione infatti, la sensazione è che la diplomazia del Vecchio Continente preferisca giocarsi la tenuta dei rapporti con Roma sul terreno neutro delle istituzioni comunitarie.  È una sottigliezza, ma importante: significa voler mantenere la questione entro confini unitari e non lasciare che attraverso esternazioni dei singoli paesi si creino coalizioni esterne pro o contro la Penisola, tattica che esaspera sempre la coesione economica e politica dell’Unione.

Valdis Dombrovskis, vicepresidente Commissione Ue. ministro dell’economia in LussemburgoValdis Dombrovskis, vicepresidente Commissione Ue. ministro dell’economia in Lussemburgo

 

Entrando nel merito delle reazioni, ecco alcuni passaggi interessanti. Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue e ministro dell’economia in Lussemburgo ha gelato Giovanni Tria spiegando che  “a prima vista il bilancio sembra non rispettare regole”.
Le regole sono appunto quelle del Patto di Stabilità che tutti i paesi membri sono tenuti ad osservare, ma è anche vero che quella presentata dal Governo italiano è una bozza della bozza al documento di programmazione economica e finanziaria: molti hanno interpretato quel “a prima vista” come un pregiudizio nei confronti del nostro governo, ma Dombrovskis ha solo riassunto il messaggio che la Commissione intende dare all’Italia e cioè, che per essere presa sul serio deve proporre politiche economiche sostenibili e quindi credibili e degne dell’analisi e del sostegno europei.

Pierre_Moscovici_en_mai_2010Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e monetari

Non a caso l’altra reazione che ha fatto scatenare i nostri canali di informazione è stata quella del commissario Pierre Moscovici: “Rilanciare quando si ha un debito molto elevato, finisce per ritorcersi contro chi lo fa – ha detto –  E, alla fine, è sempre il popolo che paga“. Tra le righe spunta quindi un consiglio tecnico (l’ennesimo, dopo i tanti inviati con le raccomandazioni all’Italia la scorsa primavera): aumentare il deficit significa mettere a rischio i nostri servizi pubblici e il sistema di welfare.

A quel punto il focus si è spostato sulle conseguenze che l’approvazione della nostra manovra, così com’è, avrebbe sui conti pubblici e sulla stabilità dell’Unione. E quindi sulla possibile risposta dei tecnici Ue alla manovra italiana. Ci ha pensato il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker con questa frase: “L’Italia si sta allontanando dagli obiettivi di bilancio concordati a livello europeo, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione, una crisi è abbastanza. Se l’Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell’euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi

 LaPresse)Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea (Foto: LaPresse)

Non è verosimile che lo stesso Junker ritenga paragonabile la situazione della Grecia pre-crisi a quella dell’Italia di oggi (la pensa infatti diversamente il presidente dei Socialisti e Democratici Udo Bullmann che sconfessa proprio questa interpretazione): quello che forse voleva dire è che sul piano delle conseguenze un eventuale default della Penisola sarebbe ingestibile per le istituzioni comunitarie a differenza di quanto accaduto per l’altra penisola, quella ellenica.  Letta al contrario, la frase quindi è un segnale per dire che l’Europa non ha nessun interesse a lasciare che l’Italia affondi perché, se accadesse, affonderebbe tutto il sistema. Qui potremmo argomentare all’infinito: forse abbiamo margine di manovra nelle trattative per l’ok al bilancio disegnato dall’esecutivo, ma le reazioni dei commissari sono anche il sintomo preoccupante di una debolezza istituzionale senza precedenti.  Bruxelles si è messa in scacco da sola: se boccia in toto la manovra, regala consenso ai populisti europei; se la approva, sconfessa i vincoli di bilancio e quindi le stesse regole Ue. Due strade, insomma, che porterebbero alla dissoluzione, quantomeno della moneta unica.

Se è così, la posizione del commissario austriaco e la famosa frase sul fatto che “siamo una grande famiglia e che le regole valgono per tutti, assume anche un’altra sfumatura. Ammettiamo, infatti, che l’Italia vada dritta per la sua strada: anche scassando i meccanismi del Patto di Stabilità, cioè adottando una manovra in procedura di infrazione, l’Italia finirebbe in un mare di guai perché – lo sappiamo,  è un frase che non piace – i mercati non sono l’Europa e guardano al livello di fiducia che un paese infonde nei suoi vicini e soprattutto in chi è disposto a finanziare i suoi debiti. Se rompiamo con tutti, ci garantiamo un default rapidissimo perché nessuno vorrà finanziarci, Bruxelles o non Bruxelles.

Per ottenere flessibilità, ancora una volta, ci serviranno appoggi politici proprio a livello comunitario. Ma c’è uno scoglio: quei paesi che qualche anno fa versavano nelle nostre stesse – o simili – condizioni come il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda, la stessa Grecia ormai sono fuori dalle loro crisi e in più di qualche caso stanno raggiungendo il pareggio di bilancio, come ha ricordato giustamente Luciano Capone su Il Foglio. L’Italia, insomma, è l’unica  a navigare a vista ma senza avere altri pari sulla stessa barca. Quei paesi, insomma, non hanno nessun interesse a spalleggiare una eventuale battaglia sulla flessibilità dei conti perché non è più un loro problema: anzi, hanno l’interesse contrario se rischiano, per colpa nostra, di veder andare in fumo la stabilità raggiunta in questi anni. Stabilità ottenuta non andando contro le istituzioni.

VaroufakisVaroufakis. ex Ministro delle Finanze nel primo Governo Tsipras

Ora è chiaro perché l’ex ministro delle finanze in Grecia Yanis Varoufakis, intervistato dall’AGI, ha riassunto così la nostra situazione: “Se il governo italiano volesse davvero cambiare l’Europa come dice, in modo da favorire sia l’Italia che gli altri paesi, innanzitutto non dovrebbe ripetere l’errore stupido fatto da Renzi, quando chiese che all’Italia fosse consentito di violare le regole di bilancio europee, ma senza il coraggio di convocare il Consiglio europeo per ridiscuterne i contenuti. Questo governo sta adottando la stessa strategia da bimbo viziato di Renzi: non propone regole diverse, un nuovo patto, ma chiede che l’Italia possa violare le leggi attuali”.

Per vincere la battaglia del deficit al 2,4% serve stare nell’Unione, trovare alleati, lavorare sui contenuti e non come stanno facendo Lega e Cinquestelle insultare ogni cinque minuti tecnici ed esponenti politici a Bruxelles. Ecco perché, al netto di Giovanni Tria, da Giuseppe Conte  al ministro Paolo Savona ora è un fioccare di rassicurazioni, di no-uscita dall’euro, per riportare la discussione entro toni civili. Molti sosterranno che invece è grazie al pugno duro del nostro esecutivo se stamattina  Bruxelles ha ceduto un minimo: concederebbe il deficit al 2,4% per un anno, per poi abbassarlo al 2 in quelli successivi. Ma questo iniziale, piccolo, sconto è invece il frutto degli sforzi di chi vuole trovare un accordo e riportarci alla ragionevolezza. Al di là delle reazioni, dei titoloni e delle sparate da bulli che non servono a niente, se non a raccogliere voti.

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wired.it - 1 settimana 2 ore fa

Amazon Prime Video

Giornate intense in casa Amazon Prime Video, che al junket londinese organizzato per la stampa ha sfoderato alcuni annunci sul prossimo futuro delle produzioni europee.

Senza dubbio la più eccitante è quella che riguarda la firma di un contratto in esclusiva con Neil Gaiman. Dopo il successo di American Gods e l’attesissimo Good Omens (scritto con Terry Pratchett e pubblicato in Italia col titolo Buona Apocalisse a tutti), l’autore di culto inglese si dice “emozionato all’idea di avere una casa in Amazon, dove potrà fare televisione come nessuno l’ha mai vista prima”. Se i futuri progetti che coinvolgeranno Gaiman riguarderanno sue opere pregresse (forse il venerato Sandman?) o idee originali, non è ancora dato saperlo.

Restando nel territorio del fantasy, si aggiungerà al catalogo di Amazon Prime Video anche The Wheel of Time (La ruota del tempo). Tratta dal romanzo bestseller di Robert Jordan (90 milioni di copie in tutto il mondo), la serie verrà adattata da Rafe Judkins (Agents of Shield) e racconterà di un mondo in cui la magia esiste, ma solo le donne riescono a usarla.

Per gli amanti dell’avventura, nel 2019 arriva Eco-Challenge, il nuovo ambizioso prodotto di Mark Burnett, già creatore di Survivor. Definito “le olimpiadi degli sport estremi“, la sfida tra squadre provenienti da ogni parte del mondo sarà presentata da Bear Grylls.

Tornando ai progetti europei, almeno uno è di particolare interesse per noi italiani. Infatti Georgia Brown, direttrice delle serie originali europee per Prime Video, ha affermato di stare già lavorando con alcuni dei creatori di Gomorra – La serie. Ci aspetta un altro crime, o qualcosa di completamente nuovo?

Amazon Prime Video, insomma, punta sull’autorialità ed è decisa a imporsi sempre di piú sul mercato come la vera casa dei creativi. Le premesse perché ci riesca ci sono, ora attendiamo il risultato.

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wired.it - 1 settimana 2 ore fa
 Lapresse)Mimmo Lucano (foto: Lapresse)

L’arresto di Mimmo Lucano, 60enne sindaco di Riace, è forse uno dei casi che tracceranno la strada che l’Italia imboccherà nei prossimi mesi. È dunque un fatto importantissimo perché mescola due categorie assolute che non sempre si sposano senza traumi: la giustizia e la legalità. Da una parte lo Stato di diritto che, pur immerso (specie nella Locride) nelle più assurde contraddizioni, deve formalmente mandare ai domiciliari – ma era davvero essenziale, forse uno come Lucano potrebbe scappare? – un primo cittadino che secondo le accuse dei pm di Locri avrebbe rilasciato documenti senza i requisiti e combinato matrimoni di comodo fra stranieri e italiani per favorire l’acquisto (si dice acquisto ma non si paga) della cittadinanza. Oltre che assegnato fuori dalle norme gli appalti per la raccolta dei rifiuti a due cooperative locali. Senza alcun tornaconto personale né fondi da depredare. Ogni ipotesi di reato avanzata un anno e mezzo fa oltre al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (truffa aggravata, concussione e abuso d’ufficio) è infatti caduta, lasciando in piedi il capo d’imputazione legato alla legge Bossi-Fini. Senza la quale, par di capire, il primo cittadino non sarebbe mai finito chiuso in casa.

Dall’altra c’è un modello di accoglienza noto in tutto il mondo che ha resuscitato un paese morto e ha soprattutto dimostrato in che modo la solidarietà degli eredi degli immigrati di un tempo, ma anche di quelli più recenti, abbia innescato una catena di aiuto senza eguali in cui molti immigrati, figli e nipoti hanno messo a disposizione case e appartamenti in paese per ospitare i migranti. Tutto iniziò nel 1998 con un veliero partito dalla Turchia e approdato a Riace Marina carico di uomini, donne e bambini iracheni, turchi e siriani di etnia curda. Da quello sbarco l’idea, poi concretizzata con l’associazione Città Futura e con l’elezione al municipio, di risvegliare Riace Superiore, spopolata dall’emigrazione al Nord.

Anche Lucano era un emigrante, anzi un immigrato di rientro – si legge nel libro di Tiziana Barillà Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace (Fandango, 2017) – in quel paese in piena agonia, prima come semplice attivista e cittadino, poi come sindaco dal 2004, ha visto nei profughi degli alleati per riaprire degli spazi di vivibilità e di accoglienza per tutti. Il modello Riace è un modello di convivenza universale, i benefici sono per tutti, non solo per i riacesi, non solo per i migranti, ma per tutti. Riace è amministrato come un bene comune”. Dando di fatto il via, insieme a Trieste, a quel progetto Sprar di accoglienza diffusa che funziona decentemente e che il decreto sicurezza voluto dal ministro dell’Interno Salvini ridimensionerà a fondo. Ma per certi versi superandolo, e di molto, in chiave quasi utopistica: ricevendo in tutta risposta un taglio dei finanziamenti del 2017 e del 2018.

Questo il quadro di massima, senza la possibilità di essere esaustivi su una storia così singolare fatta di vent’anni di impegno. Se l’arresto di Lucano è ovviamente fuori da ogni necessità e rappresenta un eccesso di zelo tipico del clima securitario che stiamo vivendo, l’indagine nei suoi confronti era però inevitabile: se le ipotesi dei pm, pure bacchettati dal Gip di Locri, saranno confermate, ne uscirebbe un quadro amministrativo gestito in modo del tutto autonomo, quasi autarchico, in violazione di norme amministrative e penali che avrebbero fatto di Riace, nella sua eccezionalità, un “non modello”.

Per parlare di modello, infatti, occorre che una certa situazione, una certa strategia, un certo piano d’azione possa essere replicabile stanti le medesime condizioni di partenza: se quello di Lucano lo è in chiave politica e umana, come tendenza e impegno, come sogno e paradigma, non lo è – almeno in parte, per gli elementi contestati dalla procura – sotto l’aspetto amministrativo. Di legalità non si può (far) morire, certo, e constatare una situazione del genere nel regno della ‘ndrangheta fa stringere il cuore. Ma di legalità non si può neanche disporre a piacimento quando viene indagato Salvini per sequestro di persona per poi rimodularne il peso quando colpisce un progetto che si sente evidentemente più prossimo, più condivisibile, più giusto. Ma che nasce più come un’oasi nel sistema Italia – dove pure esistono altri modelli efficaci di accoglienza, per quanto non sistematici – che come un utile passepartout per cambiare le regole del gioco al massacro sulla pelle dei migranti. Quel passepartout ce l’ha in tasca il Parlamento e, come giustamente osserva Roberto Saviano oggi su Repubblica, non l’ha mai usato per cambiare “una legge iniqua come la Bossi-Fini”. Lì vive la radice di questo caso che sta massacrando le coscienze di tante persone perbene.

La giustizia, insomma, si scontra in questo periodo storico con la sete di legalità a senso unico, tutta rivolta ai migranti e a un violento tipo di smania securitaria, ma di rado orientata a se stessi, agli orrori prodotti in casa, dagli italiani, alle mafie che ci mangiano il cuore. Purtroppo la disobbedienza civile di Mimmo Lucano (“Io sono un fuorilegge” dice di se, quasi conscio della singolarità del caso calabrese) non basterà a riprodurre il modello Riace ma anzi lascerà lievitare il cattivismo legalitario che sembra essersi impossessato di gran parte degli italiani, giustificati da un governo che dietro ai “bacioni” nasconde il volto scivoloso dell’autocrazia.

Ma le regole sono regole e Lucano, sembrerebbe dalle indagini, fuori da esse, anzi oltre. Non per sé ma per gli altri. A dargli una mano, a ripartire dalla giustizia di Riace, ma soprattutto a proteggere il sogno di quel sindaco “fuorilegge”, avrebbero dovuto essere in questi anni quei partiti che, almeno a parole, si direbbero più vicini a quel genere di accoglienza. Cambiando per esempio la legge. Finché resta quella che è, finché chi aiuta i migranti – come in Ungheria – rischia grosso, Riace non potrà mai essere un modello sostenibile ma un esperimento irripetibile.

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wired.it - 1 settimana 2 ore fa

A Stoccolma siamo al terzo giorno dell’assegnazione dei premi Nobel 2018: Göran K. Hansson, segretario permanente della Royal Swedish Academy of Sciences, annuncerà il Nobel per la chimica dalle 11:45.

Il premio Nobel per la chimica 2017 era stato assegnato a Jacques DubochetJoachim Frank Richard Henderson per “aver sviluppato la microscopia crioelettronica per la determinazione in alta risoluzione della struttura delle biomolecole in soluzione”. Gli scienziati, in particolare, erano stati premiati per aver sviluppato una tecnica di imaging – la microscopia crioelettronicafredda, per l’appunto – che promette di rivoluzionare il campo della biochimica, consentendo di studiare e visualizzare le biomolecole con risoluzioni atomiche, nettamente superiori rispetto ad altre tecniche (la cristallografia a raggi X, per esempio).

Le previsioni della Clarivate Analytics vedono quotati Eric N. Jacobsen, che insegna al dipartimento di chimica e biologia chimica della Harvard University, a Cambridge, negli Stati Uniti, inserito tra i papabili per i suoi contributi allo studio delle reazioni catalitiche nell’ambito della sintesi organica. In particolare, l’epossidazione di Jacobsen è una reazione chimica che permette di preparare epossidi, ossia un particolare tipo di eteri altamente reattivi.

Un altro possibile Nobel potrebbe essere George Sheldrick, professore emerito di chimica strutturale alla Georg-August-Universität Göttingen, in Germania, per i suoi lavori nel campo della cristallografia. In particolare, Sheldrick ha sviluppato Shelx, un insieme di programmi, usati estensivamente dai chimici di tutto il mondo, per la generazione di strutture di cristalli a partire dalle informazioni ricavate dai raggi X e dalla diffrazione dei neutroni.

L’ultima papabile nel campo della chimica sarebbe JoAnne Stubbe, del dipartimento di chimica del Massachusetts Institute of Technology di Cambridge. La motivazione suona quasi come uno scioglilingua ai profani: “Riconosciamo alla professoressa Stubbe la scoperta che la reduttasi ribonucleoside-trifosato trasforma i ribonucleosidi in deossiribonucleosidi tramite un meccanismo di radicali liberi. Questi deossiribonucloesidi sono fondamentali per la sintesi e la riparazione del dna” Insomma: reazioni biochimiche complesse che hanno ripercussioni importanti nella formazione del dna.

 

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