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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 1 giorno 3 ore fa

La Rai ha in progetto di chiudere un paio di canali per aprirne uno nuovo. Sono due canali che vanno bene, sviluppano numeri piccoli ma ragguardevoli per il loro taglio e soprattutto costano poco. La decisione è di fare spazio ad un canale dal taglio femminile, cosa che la concorrenza già fa con La5 o La7d. È insomma una decisione sensata, anche perché in questo quadro Rai4 assumerebbe un taglio maschile così che anche il servizio pubblico possa adeguarsi al mercato. Il punto è che i due canali sono Rai Movie e Rai Premium e se il secondo sembra un po’ un relitto del passato (propone repliche di programmi RAI in anni in cui l’on demand di RaiPlay dovrebbe assolve meglio a quella funzione), la cancellazione di Rai Movie non ha nessun senso industriale e fa porre diverse domande sul funzionamento della Rai.

L’idea viene dall’AD Salini ed è al momento una proposta che verrà concretizzata da un’audizione domani 16 aprile, ma non si capisce come possa conciliarsi con tutto il resto delle politiche e degli investimenti. Venti anni fa infatti la Rai apriva 01 Distribution (una società che distribuisce film in sala) e Rai Cinema (una società che collabora alla produzione di film), insieme sono diventate due forze potentissime del cinema italiano, tutti i più grandi passano di lì e anche i minuscoli ma di valore ne vengono aiutati. Rai Cinema e 01 Distribution con soldi pubblici fanno di fatto concorrenza a società private e inoltre comprano anche film dall’estero (l’ultimo film di Tarantino lo avevano loro ma anche Wolf of Wall Street), insomma lavorano come un privato e, con tutti i limiti, fanno un buon lavoro.

Come vale sempre la pena ricordare in questi casi sono soldi dei contribuenti che vengono utilizzati abbastanza a dovere (è stata Rai Cinema a dare fiducia a Lo chiamavano Jeeg Robot), soprattutto per citare l’AD di Rai Cinema Paolo Del Brocco “Noi facciamo anche library per l’azienda!”. Cioè non sono solo due società che lavorano come altre per produrre e distribuire film ma in più acquisiscono diritti televisivi, quindi i film che passano per loro diventano della Rai che così vede ampliarsi e continuamente ammodernarsi il proprio catalogo, come è giusto che sia, perché io che pago il canone non voglio vedere solo i film degli anni ‘50 ma voglio un’offerta ampia. Ma dove finiranno tutti questi film senza un canale? Che si fa acquisizione a fare?

Lo sappiamo benissimo che il cinema nelle reti più grosse non c’è più, come sappiamo anche che i canali tematici nuovi (la Rai4 al maschile e la Rai6, così si chiamerà, al femminile) un po’ ne manderanno ma è evidente che non è sufficiente, perché tutti quelli che non sono né smaccatamente al maschile né smaccatamente al femminile, cioè la maggior parte, non hanno casa. Che ordine ha una società che investe tantissimo nel cinema, che va giustamente fiera del fatto di essersi ripresa la cerimonia della consegna dei David di Donatello da Sky, se poi non ha dove mandare i molti film che acquisisce? Ad oggi le piattaforme di streaming e i canali tematici sono uno dei posti in cui più si guardano film, almeno tanto quanto in sala se non di più, e la Rai tra i suoi moltissimi canali non ne avrebbe più uno per il cinema. Continua a tenere in piedi (giustamente!) una società che distribuisce in sala ma non un canale di film, cioè il business vecchio sì e quello nuovo no.

A questo va aggiunta un’altra cosa: Rai Movie, solo per inciso, ha fatto nel 2018 circa l’1,4% di share medio (dati diffusi da Il Giornale), numeri di tutto rispetto considerando la piccolezza del canale, ha fatto un lavoro non solo di messa in onda di film e di programmi che raccontano il cinema, ma anche di ricostruzione di versioni, di filologia del cinema niente male. Diretto con passione, strutturato con cognizione di causa non è solo un canale di cinema ma uno apprezzatissimo da chiunque lavori nel cinema e conosca le difficoltà e i problemi del reperimento di certi film in certe maniere. Rai Movie, nonostante non se ne parli mai, è una piccola eccellenza su cui nessuno ha da ridire (che per un prodotto Rai è un’eccezione) su cui addirittura non si posa l’invidia di colleghi o aspiranti tali per quanto è evidentemente buono. La cosa è confermata dalle molte voci che al momento si stanno pronunciando contro la chiusura.

Secondo Fanpage.it esiste l’ipotesi che un piano più grande preveda anche l’apertura di un nuovo canale dedicato sia a film che serie tv, uno che riparta da zero. È una pezza ma non cambia molto, perché se l’idea di un canale per le serie è buono e lo sarebbe per qualunque altra azienda, per la Rai c’è il problema di una library immensa che non solo è costata e continua a costare ma che è molto buona! E dividere il palinsesto con le serie di certo non ne aiuta lo sfruttamento. È chiaro che la Rai deve tenere la propria offerta in linea con il mercato e fa bene ad aprire un canale femminile assieme ad uno maschile, è la chiusura dell’unico braccio armato che ha per sfruttare una library che noi stessi paghiamo che non ha senso, è la chiusura di un canale con un’offerta unica nel bouquet del nostro canone (quella di cinema) che non ha una logica commerciale o di servizio pubblico.

Se Sky chiudesse i canali di cinema molti cancellerebbero l’abbonamento, perché quella sottrazione dal bouquet per loro rende il prezzo pagato non adeguato e noi invece dovremmo beccarci la chiusura di un canale che mette a frutto (e con successo!) tutto il lavoro (di successo!) che questa azienda da noi pagata fa altrove? Perché? La speranza è che almeno Salini, domani, abbia una buona motivazione dietro la scelta di quel canale lì. Ma proprio buona!

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wired.it - 1 giorno 3 ore fa

Lo vedi? C’è un orango che si muove tra le fronde degli alberi. Sì, sappiamo che non è per niente facile trovarlo, ma forse il particolare tipo di visione può aiutare.

Si tratta di una termocamera montata su un drone: se con una normale videocamera, insomma, si può seguire il movimento del fogliame e ricondurlo allo spostarsi di un grosso animale, con questa (proprio in funzione della temperatura corporea) si riesce a scorgere l’animale vero e proprio, seppur da una certa distanza.

È il frutto di un progetto di collaborazione tra esperti di astrofisica, ecologia e conservazione, che hanno fuso le proprie conoscenze e tecnologie per osservare e contare i (pochi, purtroppo) esemplari di grandi scimmie rimasti nella regione del Sabah, nel Borneo malese. Che c’entra l’astrofisica, chiedete? Beh, si tratta di un processo molto simile a quello impiegato per andare a caccia e identificare stelle e galassie lontane.

(Credit video: Liverpool John Moores University, Wwf)

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wired.it - 1 giorno 3 ore fa

Si chiama Anna, acronimo di Artifical Neural Network Agent, e renderà più umane le vostre sfide, meglio, i vostri avversari sulle piste di MotoGp 19, il videogame disponibile dal prossimo 6 giugno per tutte le piattaforme di gioco esclusa Nintendo Switch, dove approderà qualche settimana dopo.

Sviluppata da Milestone, lo studio cui si devono le simulazioni ufficiali del Motomondiale, in oltre due anni di collaborazione con Orobix, società bergamasca specializzata nell’ingegneria di soluzioni di intelligenza artificiale, Anna “rappresenta un cambio di paradigma rivoluzionario rispetto ai tradizionali sistemi di IA, in cui ogni azione viene impostata a priori”.

In altri termini, spiega Michele Caletti, producer di MotoGp 19, invece di comportarsi in maniera prestabilita, l’intelligenza basata su reti neurali “ha una visione del mondo circostante, un obiettivo e azioni da utilizzare per poterlo raggiungere”. Attraverso una dinamica cosiddetta di rewarding, i programmatori informano l’intelligenza artificiale in merito a quali comportamenti siano utili o dannosi per raggiungere uno scopo, quindi lasciano al software l’apprendimento del modo migliore per conseguirlo.

All’inizio del training – dice Caletti – l’intelligenza non sa niente; è come un giocatore che per la prima volta si trovi sulla pista; poi, con un approccio all’apprendimento noto come reinforcement learning, giro dopo giro, con quelle che in gergo si chiamano observation, l’Ia diventa consapevole dell’ambiente circostante e di cosa stia facendo. Ha un set di ‘sensazioni’ che la rendono addirittura in grado di percepire il grip delle ruote, la qualità della trazione o se la moto stia sfuggendo di mano. In questo modo, la strategia di gioco emerge dall’interazione con l’ambiente. È un processo di allenamento che avviene per ogni pista, per ogni pilota e categoria, in qualsiasi condizione atmosferica.

Per questo abbiamo deciso di dare un nome a questo approccio: volevamo che il risultato, Anna, sancisse un momento significativo per Milestone, un cambio che accompagnerà i nostri futuri giochi migliorando nel tempo”.

È stata una sfida duplice considerando che MotoGp punta anche alla caratterizzazione dei singoli piloti, per fare in modo che le controparti digitali di Valentino Rossi o Marc Márquez riproducano in pista il carattere e la condotta di gara degli originali.

Avevamo l’obbiettivo di migliorare drasticamente una serie di cose – continua Caletti – anzitutto i tempi sul giro, una modifica richiesta dai giocatori più abili, che vogliono un’intelligenza artificiale sempre più competitiva. La seconda esigenza, condivisa da tutti i nostri utenti, era di avere un’IA più realistica, direi viva, capace di adattarsi a quelle dinamiche che fanno belle le gare, dalla partenza alle staccate. Erano due richieste problematiche per il nostro approccio tradizionale, in cui l’intelligenza faceva di tutto pur di seguire le traiettorie ideali impostate dai designer. Abbiamo deciso di cambiare e ripartire, letteralmente, da zero. I videogiochi basati su reti neurali, come alcuni rtf, a oggi sfruttano sistemi in cui un agente attivo prende una decisione ogni due o tre secondi. Anna prevede fino a 32 agenti contemporaneamente attivi, che si aggiornano più volte al secondo”.

È un bel salto in avanti, anche in grado di rivoluzionare l’approccio dei game designer. Lo conferma Luca Antiga, chief technical officer di Orobix, un’azienda che dal 2009 si occupa di sviluppare intelligenze artificiali per calarle in applicazioni reali, dall’healtcare alla manifattura fino all’astrofisica.

Nonostante lo sviluppo di intelligenze artificiali sia il nostro campo – dice – lavorare con Milestone ci ha regalato la prima esperienza con il reinforcement learning, l’apprendimento per rinforzo. All’inizio abbiamo fatto dei test sensorizzando Gravel, il videogame dedicato all’off-road e pubblicato a inizio 2018, ma all’epoca, per un training che oggi richiede non più di tre giorni, l’IA doveva lavorare due mesi. Con Anna siamo riusciti parzialmente a cambiare anche il lavoro dei game designer, che invece di impostare comportamenti sono chiamati a osservare quanto fatto dall’intelligenza artificiale, scegliendo regole e premi per vedere quali decisioni compia il sistema in maniera autonoma”.

https://www.youtube.com/watch?v=eKAfB1G9EQc&feature=youtu.be

È un processo, ed è questo un altro aspetto significativo di tutto il lavoro svolto da Milestone e Orobix, che può essere adattato in maniera proficua fuori dal contesto ludico.

L’esperienza accumulata con MotoGp 19conferma Antiga – ci sta aprendo orizzonti nuovi, per esempio nell’ottimizzazione dei processi: per pianificare l’attività di un’azienda, con tutte le fasi di lavoro che senza sovrapporsi devono incastrarsi alla perfezione, stiamo progettando strumenti basati su Anna, molto più veloci e flessibili dei motori di ricerca operativa tradizionali. Certo, gestire un’azienda non è come correre a 300 chilometri l’ora, ma le strategie di addestramento per fare bene entrambe le cose si somigliano molto”.

Si tranquillizzino manager e centauri digitali alle prime armi: il livello di difficoltà di MotoGp 19 può essere settato in modo che l’intelligenza artificiale agisca al 20% della sua velocità, per i giocatori meno accaniti, e fino al 120%, interazione che permette ai piloti controllati dal software di fare tempi in pista inferiori a quelli reali, una soluzione perfetta per chi oggi faccia del titolo Milestone il proprio esport preferito. Tutto senza compromettere la verosimiglianza dei comportamenti (“nessuno chiuderà mai il gas in rettilineo” sottolinea Caletti).

Sia chiaro – conclude il producer – Anna non si adatta al comportamento del giocatore: il nostro obbiettivo è fare in modo che, in pista, ci si possa confrontare davvero con i Rossi, i Márquez o gli Andrea Dovizioso. È un sistema, che via via renderemo sempre più verosimile, in cui sarà il giocatore a imparare dall’IA, non viceversa”.

Una MotoGp più umana. Anzi, più umana dell’umano.

 

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wired.it - 1 giorno 3 ore fa

Alan Ford e il Gruppo Tnt  sono stati, e sono tutt’ora, un’icona del fumetto italiano degli anni ’70. Un fumetto spionistico irriverente, ironico e a tratti dissacrante, creato da Max Bunker (al secolo Luciano Secchi) e dal mitico Magnus (Roberto Raviola, che ci ha lasciato da più di vent’anni). È proprio nell’ironia e nella velata critica sociale che i due autori riescono a trasportare nelle storie del gruppo investigativo che sta l’originalità di un prodotto che alla sua nascita sembrava destinato a non avere successo.

Nel 1969, all’esordio della testata, i risultati non furono per nulla incoraggianti, ma l’Editore Corno decise comunque di non interrompere la produzione e di dare fiducia al lavoro degli autori. Nell’anno successivo, all’uscita del numero 15, le vendite andarono già meglio e migliorarono sempre di più fino a raggiungere l’apice con il numero 26 e l’introduzione del personaggio Superciuck in una saga di tre numeri che permise un successo per gli anni a venire.

Come ogni prodotto innovativo, la creatura di Bunker & Magnus non venne recepita immediatamente. All’epoca il fumetto era molto caratterizzato dai generi fissi e non era ancora un mezzo sdoganato come può esserlo al giorno d’oggi; la commistione del genere spionistico insieme a quello comico e umoristico destabilizzò non pochi lettori. Questo Libro Sei contiene i numeri che vanno dal 31 al 36, pubblicati tra il gennaio e il giugno del 1972. Sono sei storie esemplari di come la coppia di autori aveva raggiunto una certa consapevolezza non solo narrativa, ma anche ironica. Le storie infatti arrivano subito dopo la trilogia di Superciuck e un piccolo intermezzo circense e natalizio. Sono lineari e perfette nella loro costruzione interna, divertenti e coerenti (per quanto possano essere coerenti le grottesche vicissitudini di un gruppo investigativo di stramboidi!)

Ne Il giorno della befana, il gruppo Tnt è alle prese nientemeno che con un golpe. Questo, come prevedibile, si risolverà in una bolla di sapone, ma darà modo ai nostri di risolvere, inconsapevolmente, il problema dello sceriffo di un paese vicino. In Quando il q cuore fa bi-bim ba-bam, Alan è alle prese con un ladro di diamanti, mentre Bob Rock (la caricatura stessa di Magnus) è accecato dall’amore. Lo spennagrulli e Bluefarm sono due storie piuttosto classiche, mentre lo stesso Bunker afferma nell’introduzione del volume che le ultime due storie del semestre, La dozzina del pentagramma e Il centurione, produssero un certo scalpore. In particolare, ne Il centurione una quarantenne piacente, chiamata teneramente signorina Boia, si innamora dell’audace Superciuk e decide di compiere diverse gesta contro la legge.

Per concludere, il tratto di Magnus diventò in questo periodo il suo marchio di fabbrica; quello che avrebbe reso le sue opere successive dei veri e propri capolavori della nona arte: Lo sconosciuto, I briganti e il Tex Speciale del 1989, La valle del terrore. A differenza che in alcune testate precedenti, come Satanik e Kriminal, dove la produzione quantitativa dei disegni aveva la precedenza sulla qualità, su Alan Ford il disegnatore definisce il suo stile, lo migliora e lo rende personale e inconfondibile.

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wired.it - 1 giorno 3 ore fa
Foto: Pixabay

Ogni anno nel mondo finiscono nella spazzatura 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, pari a un terzo della produzione globale: a dirlo è la Fondazione Barilla Center for Food e Nutrition, secondo cui lo spreco alimentare in Italia è di ben 65 Kg di cibo l’anno pro capite. Un’altro report, del progetto “60” Sei Zero dell’Università di Bologna, ci dice che lo spreco di cibo in Italia vale lo 0,88% del Pil: la stima è di oltre 15 miliardi di euro (di cui 4/5 da parte dei consumatori). In realtà, in rete di report e cifre ne circolano diverse. Ma cifra più, cifra meno, il problema dello spreco di cibo è sempre lì: stigma delle nostre brutte abitudini di consumo, che finora hanno trovato poche soluzioni. Una però forse ce l’abbiamo in tasca: è il nostro smartphone. Basta infatti dotarsi della giusta app anti-spreco per fare qualcosa subito.

1. Too Good To Go. Nata in Danimarca nel 2015 da un’idea di Mette Lykke quest’app fa di “Troppo buono per essere buttato” il suo programma di azione. Come? Permettendo a bar, ristoranti, forni, pasticcerie, supermercati ed hotel di recuperare e vendere online a prezzi da last minute il cibo invenduto in “box” che possono costare tra i 2 e i 6 euro per un pasto. Per comprare i prodotti basta geolocalizzarsi, trovare un negozio aderente, ordinare la Magic Box, pagare e andarla a ritirare. In Italia, dove è appena arrivata, hanno già aderito i ristoranti biologici EXKi, i negozi Carrefour e Eataly con una sperimentazione nel punto vendita milanese. Ma la rete, partendo da Milano, si sta allargando a vista d’occhio. “Il nostro obiettivo è creare la più grande rete antispreco in Italia: ad oggi sono state oltre 11 milioni le Magic Box acquistate in Europa, il che ha permesso a livello ambientale di evitare l’emissione di più di quasi 23 milioni di tonnellate di CO2”, spiega Eugenio Sapora, Country Manager di Too Good To Go per l’Italia. Ottimismo motivato: nel resto d’Europa, TGTG ha già 9 milioni di utenti.

2. Last minute sotto casa. Anche Last Minute Sotto Casa, nata sul web come community anti-spreco si è data un’app: serve a mettere in contatto negozianti che hanno cibo in scadenza con una rete di clienti “in zona”, che si vedono recapitare sul cellulare offerte irripetibili. L’idea insomma è quella di aiutarci a evitare gli sprechi “a chilometro zero”.

3. MyFoody. Raccoglie tutte le offerte “scontate” dei supermercati Coop e U2: basta cliccare su un punto vendita per ottenere l’elenco delle svendite dell’ultim’ora, con il prezzo. Una mappa semplifica la ricerca: i segnaposto gialli indicano che ci sono offerte in corso, quelli bianchi che invece al momento non ce ne sono. Le offerte non si limitano ai prodotti prossimi alla scadenza, ma anche a quelli con difetti di confezionamento, che pure nei supermercati non mancano.

4. Bring the Food. L’app sviluppata dai ricercatori della Fondazione Bruno Kessler in collaborazione col Banco Alimentare permette di donare il cibo attraverso gli enti caritativi della nostra zona. Si rivolge soprattutto a supermarket, panifici, negozi ortofrutticoli, ecc che possono pubblicare offerte di eccedenze alimentari, rendendole visibili alle onlus nelle vicinanze. Queste, con un click, possono prenotarle, ricevendo in cambio un codice per il ritiro. L’app andrebbe un po’ sistemata, ma in compenso è possibile utilizzare il servizio anche dal sito internet.

5. Una buona occasione (UBO). Donare il cibo e acquistare quello in scadenza è cosa buona giusta. Ma dobbiamo anche imparare a non sprecarlo. Quest’app ci dà un aiutino, spiegandoci come conservare 500 alimenti, quali sono le porzioni giuste, come fare la lista della spesa e come riutilizzare gli avanzi: dallo yogurt al pesce, leggendo si scopre che con un po’ di attenzione non si butta via nulla. E i consigli hanno una fonte scientificamente autorevole: gli esperti dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria.

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wired.it - 1 giorno 4 ore fa

Dopo un sofferto anno di silenzio, Game of Thrones è tornato con la sua ultima stagione e si è trovato davanti ad uno strano e prevedibile bivio di possibilità. Da una parte, la certezza di non fallire: il fenomeno è ormai talmente enorme e l’attesa così alta, da rendere praticamente impossibile scrivere e girare un episodio che non facesse impazzire i milioni di fan. Dall’altra parte, paradossalmente, la certezza invece di fallire: corrispondere alle aspettative a tratti addirittura irrealistiche degli stessi fan è già da tempo un cruccio della serie, che pur con tutta la buona volontà spesso fatica a raggiungere e superare le varie asticelle finora settate. Il grande merito del primo episodio della stagione 8, quindi, è innanzi tutto e soprattutto questo: mantenere la lucidità quel tanto che basta da essere solido, funzionale ed emozionante.

Avevamo lasciato il futuro di Westeros più incerto che mai, dopo aver capito che Cersei non intende davvero allearsi con Daenerys per fermare l’avanzata dei White Walkers. Oltretutto, il loro Re è adesso in possesso di uno dei draghi, il che li rende se possibile ancora più pericolosi.
Subito l’episodio parte evocando un senso di fine imminente, e lo fa giocando coi rimandi al passato; la scena iniziale con il bambino innominato che si arrampica per vedere Daenerys e Jon ricorda quella di Arya che, nella prima stagione, faceva lo stesso per veder arrivare Re Robert Baratheon a Winterfell. L’emozione è subito palpabile nel momento in cui proprio Arya vede arrivare l’esercito. In questa brevissima scena, c’è molto: il sollievo di rivedere l’amato fratello Jon, lo stupore per il Mastino, la dolcezza che affiora alla vista di Gendry. Una Arya brevemente umana come non l’abbiamo vista spesso, nelle ultime stagioni, ma anche un buon trucco per dire allo spettatore che questo è il momento, ci siamo davvero, tutti i nodi stanno finalmente venendo al pettine.

Come quella con Cersei, anche l’allenza tra Daenerys e Sansa – ora Lady di Winterfell – appare subito fragile, e di fatti i loro scambi sono percorsi da una tensione che è insieme drammatica e piacevolmente divertente, almeno per noi che le osserviamo. Sansa, tuttavia, non agisce per puro orgoglio, è cresciuta; questo è evidente nel suo dialogo con Tyrion, che l’ultima volta aveva salutato come ragazzina ancora ingenua e sperduta. “Una volta credevo che fossi l’uomo più intelligente che esistesse”.
Queste prime scene ci riportano a un Game of Thrones meno action, rispetto al finale della scorsa stagione, più tattico e politico, ma anche più umano ed emotivo. La riunione tra Jon e Arya, per esempio, è davvero toccante.

Anche a King’s Landing la nuova alleanza tra Lannister e Grejyoy non va proprio liscia. Theon la stronca salvando la sorella Yara, che torna sulle Iron Island per prepararle ad accogliere Daenerys in caso di bisogno, mentre lui compie la scelta moralmente necessaria, ma sicuramente coraggiosa, di dirigersi verso Winterfell per combattere a fianco della famiglia Stark, che in passato ha così duramente tradito. Il saluto tra i due fratelli è un altro di quei brevi e intensi momenti che ci fanno rendere conto di quanta strada abbiano fatto questi personaggi, e noi insieme a loro.

A questo proposito, attesa e necessaria era la rivelazione che Samwell fa a Jon sulle sue origini, attorno le quali la trama ha così a lungo girato. Le implicazioni di questa scoperta, e come influirà sul rapporto tra Jon e Daenerys, è il plot point più interessante dell’episodio, destinato a guidare anche i successivi.
Se parliamo di emozioni e di strada fatta, però, niente può avvicinarsi alla scena in cui proprio Daenerys e Jon volano insieme sui draghi, attesa e sognata praticamente da sempre, telefonata eppure proprio per questo così esaltante.

Purtroppo, tutti questi momenti fondamentali che li vedono coinvolti continuano a mostrare la corda lasciata lì dalla stagione 7: la scarsissima chimica tra Emilia Clarke e Kith Harington. Pur con tutta la buona volontà, i due non riescono a rendere credibili fino in fondo le scene che li vorrebbero innamorati pazzi, nel modo totale e assoluto della predestinazione. Confrontata con le precedenti storie d’amore dei due personaggi (quelle con Khal Drogo e Ygritte, ovviamente), questa pare appoggiarsi esclusivamente sul fatto che la storia dovesse per forza andare a parare lì, e risulta nel complesso ancora poco intensa. Se sia un problema di scrittura o di recitazione è difficile dirlo (probabilmente, un insieme di entrambe le cose), ma speriamo che vada a risolversi, dato che stiamo evidentemente parlando di un elemento cruciale per la grande conclusione che ci attende.

Tolte le piccole sbavature, però, l’episodio è senza dubbio ottimo, ed è forse la premiere migliore dai tempi del primo. Gli sceneggiatori sanno come e quando dare al pubblico quello che vuole, pur senza accontentarlo ciecamente. Un equilibrio difficile da raggiungere, che riporta Game of Thrones al pieno del suo potenziale. Ora che abbiamo lasciato Jaime Lannister davanti a Bran Stark, il bambino che ha reso storpio per amore della gemella proprio alla fine del primo episodio della prima stagione, possiamo dire che il cerchio è davvero chiuso: l’inverno arrivato, e non dobbiamo far altro che attraversarlo fino alla fine.

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wired.it - 1 giorno 6 ore fa

Artista, ingegnere, architetto, stratega oppure, semplicemente, genio. È molto difficile trovare una definizione quando pensiamo a Leonardo da Vinci, la personalità senza dubbio più innovativa ed eclettica che l’umanità abbia mai conosciuto.

Sono trascorsi 567 anni dalla sua nascita e il 15 aprile, in occasione del suo compleanno nel corso del cosiddetto anno leonardiano (cioè a 500 anni dalla sua morte), ripercorriamo passo passo alcune delle idee più Wired di Leonardo da Vinci.

Tra mito e realtà e armati di bozzetti originali e modellini – ma senza pretesa di esaustività, naturalmente, perché sarebbe davvero una mission impossible – eccone 50, una più incredibile dell’altra.

 

 

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wired.it - 1 giorno 7 ore fa

Sarà perché alle spalle ha una storia decennale fatta di crew e di sottoculture artistiche che ne hanno dipinto il fascino, sarà perché fa tanto ribelle, fatto sta che la tavola da skate che morde l’asfalto continua a fare stragi di cuori. E la tecnologia non poteva che metterci lo zampino, ibridando gli skateboard con connettività bluetooth, collegamenti wi-fi, motori potentissimi delle versioni elettriche, alluminio anodizzato preso in prestito dall’aeronautica, stampa 3d per creare i componenti…

Prendiamo per esempio il Riptide R1 Black, l’ultimo della lunga lista di cosiddetti “surfskate”, ossia le tavole da strada dotate di truck appositi per realizzare una spinta dinamica simile a quando si cerca di prendere velocità surfando. Grazie ai suoi “Waterborne Surf Adapters”, gli adattatori che trasformano la tavola da strada in una simil tavola da surf, con Riptide R1 Black si potrà provare l’ebbrezza (e sentire la brezza) di cavalcare l’onda. Del divertimento, sicuramente.

Per chi al mare preferisce la montagna, c’è l’EV4 Mountain Board Boardzilla, lo skateboard elettrico che va come una scheggia sulle stradine sterrate in salita, bagnando il naso a qualsiasi mountain bike o moto da trial nei paraggi.

Per scoprire tutte le novità in materia, comprese quelle presentate a Las Vegas pochi mesi fa in occasione del CES 2019, sfogliate la gallery in alto: non perdete la top ten di skate più smart, innovativi e performanti, roba da far fischiare le orecchie a Tony Hawk!

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