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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 3 giorni 21 ore fa
scopex(foto: David Spinks/Flickr)

A volte persino le teorie del complotto possono avere un fondo di verità. Terrapiattisti e antivaccinisti per ora dovranno attendere. Ma qualcuno dal prossimo anno potrebbe trovarsi a cantare vittoria: teorici del controllo del clima, e perché no, persino gli appassionati di scie chimiche. Negli Stati Uniti infatti sta per partire un progetto che punta a combattere gli effetti del riscaldamento globale agendo artificialmente sul clima terrestre. E non contenti, i ricercatori puntano a farlo disperdendo nell’atmosfera un aerosol di piccole particelle chimiche. Troppo bello per essere vero? In effetti sì: inutile sottolinearlo, non si tratta di un complotto dell’Haarp, né di un tentativo di dominare il pianeta agendo sul clima o sul meteo. Anche così, comunque, esistono perplessità legittime nella comunità scientifica, più che mai attuali visto che si tratterà di una delle primissime volte in cui i test non si faranno su modelli atmosferici e supercomputer, ma verranno invece effettuati nel mondo reale. Il progetto si chiama ScoPEx, o Stratospheric Controlled Perturbation Experiment, e come racconta un recente articolo di Nature è portato avanti da un team di ricercatori di Harvard. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Perché?
Di controllo artificiale del clima si parla da decenni. Ma è solo negli ultimi anni che la comunità scientifica ha iniziato a prendere seriamente in considerazione questa possibilità. Perché? È presto detto: il clima della Terra sta già cambiando a causa dei gas serra che immettiamo nell’atmosfera, e ormai anche le contromisure stabilite dal sempre più traballante accordo di Parigi potrebbero rivelarsi insufficienti per limitare i danni. Molti esperti ritengono quindi che, accanto alla riduzione delle emissioni e alla riconversione a fonti energetiche rinnovabili e pulite, sarà probabilmente necessario intervenire direttamente per cercare di sistemare almeno in parte i danni fatti. Come? Gli approcci possibili sono molti, e si raccolgono solitamente sotto il termine cappello di ingegneria climatica, o anche geo-ingegneria.

Le strategie
In termini generali, l’ingegneria climatica raccoglie tutte le tecnologie studiate per contrastare i cambiamenti climatici. Interventi pensati non per sostituire gli sforzi per diffondere l’adozione di forme di energia meno inquinanti. Ma piuttosto per affiancarli, nella disperata corsa contro il tempo che stiamo affrontando per mantenere l’aumento delle temperature nel prossimo secolo al di sotto dei due gradi centigradi. Le strategie principali, comunque, sono di due tipi: quelle indirizzate a rimuovere al Co2 dall’atmosfera, ed eliminare così il carburante di cui si alimenta il riscaldamento globale, e quelli che puntano invece a raffreddare l’atmosfera, rispedendo al mittente parte del calore proveniente dal Sole. È a questa seconda strategia, definita riduzione della radiazione solare incidente, che appartiene la tecnologia che potrebbe essere sperimentata il prossimo anno. E in termini molto generali, non si tratta di una tecnica difficile da capire: immettendo particelle microscopiche nell’atmosfera è possibile riflettere parte della luce solare che irraggia il nostro pianeta (e del calore che porta con sé), e raffreddare così la superficie.

Un esperimento naturale
In effetti, si tratterebbe semplicemente di replicare quanto avviene in natura durante le grandi eruzioni vulcaniche. Ad ispirare le ricerche nel campo è stato proprio uno di questi eventi: la grande eruzione del Monte Pitunabo, avvenuta nel territorio delle Filippine nel 1991, e considerata per potenza la seconda più grande di tutto il ventesimo secolo. Nell’occasione l’esplosione del vulcano immise nell’atmosfera circa 20 milioni di tonnellate di anidride solforosa, che si diffuse attorno al pianeta e provocò una diminuzione della temperatura terrestre di 0,5 gradi, durata per ben 18 mesi. Più o meno quello che gli scienziati sperano di replicare per tenere sotto controllo il riscaldamento globale. Il problema però è che fino ad oggi quasi tutte le informazioni disponibili sul tema arrivano unicamente da due fonti: simulazioni di laboratorio, più o meno complesse, e le eruzioni come quella del Monte Pitunabo. Troppo poco per pensare di mettere realmente in campo queste strategie. La situazione però sembra destinata a cambiare molto presto.

L’esperimento
Ad Harvard vogliono essere i primi a portare l’ingegneria climatica fuori da computer e laboratori. E infatti l’obbiettivo di ScoPEx è quello di effettuare il primo test di riduzione della radiazione solare incidente direttamente in atmosfera. L’idea per ora è quella di utilizzare una pallone sonda per raggiungere la stratosfera, e rilasciare quindi una piccola nube di carbonato di calcio. Il risultato dovrebbe essere un’area lunga un chilometro e larga circa 100 metri, in cui le particelle rilasciate dalla sonda creeranno un effetto simile a quello che si osserva durante le grandi eruzioni vulcaniche. A quel punto, il pallone tenterà di manovrare in modo da passare più volte all’interno della nube di carbonato di calcio, per misurare quanta parte dei raggi del sole vengono filtrati (e rispediti al mittente). Queste informazioni, insieme a molte altre misurazioni delle interazioni chimiche della sostanza con l’atmosfera, gli spostamenti della nube, e via dicendo, si rivelerebbero preziosissime per migliorare le conoscenze attuali sugli effetti, e la fattibilità, di simili interventi. Perché se da un lato potrebbero aiutare a risolvere uno dei maggiori pericoli che affronta oggi il pianeta, non non sono esenti da rischi, anche molto gravi.

 Keutsch Research Group Harvard University)(immagine: Keutsch Research Group
Harvard University)

I dubbi
La scelta del carbonato di calcio fatta ad Harvard, per esempio, non è casuale: si tratta di un composto praticamente inerte (viene usato tradizionalmente come antiacido o come colorante alimentare) e quindi i rischi di reazioni chimiche nocive una volta raggiunta la parte alta dell’atmosfera sono molto ridotti. Non assenti, comunque, ed è per questo che è importante studiarne il funzionamento con esperimenti su piccola scala. Non è chiaro inoltre se dimostrerà una capacità riflettente sufficiente per l’utilizzo che se ne vuole fare. L’anidride solforosa espulsa nell’eruzione del Monte Pitunabo, invece, ha un forte potere riflettente, ma non è esente da problemi. Uno su tutti: è estremamente dannosa per lo strato di ozono che difende il nostro pianeta. E un utilizzo massiccio rischierebbe quindi di compromettere gli sforzi fatti per contrastare il buco nell’ozono.

La scelta del materiale da utilizzare deve quindi essere estremamente oculata. Anche perché – fanno notare gli esperti – se mai faremo davvero ricorso all’ingegneria climatica non si potrà più tornare indietro. Almeno non in tempi brevi: le particelle schermanti andranno pompate nell’atmosfera periodicamente, altrimenti si rischierebbero aumenti repentini della temperatura che avrebbero effetti devastanti sul pianeta. Farlo non sarebbe un problema, dal punto di vista operativo, perché secondo i calcoli dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) basterebbe una cifra compresa tra uno e 10 miliardi di euro all’anno per mettere in piedi, e operare, una flotta di arei in grado di schermare l’intero pianeta. Ed è proprio perché si tratterebbe di un intervento tutto sommato facile, e relativamente economico, da realizzare, che in molti invitano alla cautela.

Pericoli e opportunità
I rischi più concreti derivanti da simili interventi sono quelli di interazioni chimiche indesiderate con gli altri elementi presenti nella stratosfera (come nel caso già citato dell’ozono). Ma non si possono sottovalutare anche i potenziali effetti nocivi a lungo termine, difficili da calcolare al momento, di una riduzione costante dell’irraggiamento solare della superficie. Con meno sole, ad esempio, i raccolti sarebbero sufficienti per sfamare la popolazione (sempre crescente) del nostro pianeta? Una simile ingegneria climatica influenzerebbe la produzione di energia da fonti pulite come il fotovoltaico? Venti e piogge verrebbero alterati in qualche modo? E con quali effetti sulla nostra vita?

Tutte domande a cui bisognerà rispondere con esperimenti come ScoPEx, prima di pensare di mettere in campo realmente una simile strategia. Anche tra gli esperti, c’è chi invita a concentrarsi su altre strategie, anche per evitare che qualche stato si trovi tentato, prima o poi, a decidere per tutti (visti i costi, esistono diverse grandi nazioni che potrebbero facilmente mettere in piedi il tutto anche da sole). La risposta dei ricercatori di Harvard però sembra più convincente: la verità è che potremmo trovarci presto a non avere alternative. Se la temperatura continuerà a salire, e gli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra si rivelassero tardivi, o insufficienti, avremo solamente due opzioni: adattarci a un mondo dal clima impazzito, o prendere in mano la situazione, e tentare di risolverla con le cattive. E a quel punto, avere a disposizione una tecnologia affidabile e di provata efficacia per ingegnerizzare il clima terrestre si rivelerebbe sicuramente molto utile.

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wired.it - 3 giorni 21 ore fa
elio(Foto: Nasa)

Sebbene l’elio sia un elemento estremamente raro sulla Terra, è invece molto diffuso nell’Universo. È, infatti, secondo solo all’idrogeno, il componente principale delle stelle e dei pianeti giganti gassosi. Ma nonostante la sua abbondanza, l’elio finora era riuscito molto difficile da individuare tramite la maggior parte degli strumenti disponibili. A riuscirci, ora, è stato un team di ricercatori internazionale, guidato dagli astronomi dell’università di Ginevra, in Svizzera, che ha appena scoperto un esopianeta, chiamato Hat-P-11b e situato a 124 anni luce dalla Terra, nella costellazione del Cigno. Come raccontano i ricercatori su Science, questo gigante, delle dimensioni di Nettuno, avrebbe un’atmosfera talmente ricca di elio che si sarebbe letteralmente gonfiato come un palloncino.

elio(immagine: Denis Bajram)

Per riuscire a rilevare l’elio, il team di ricercatori ha avuto un’idea: puntare il telescopio dell’osservatorio di Calar Alto in Andalusia, in Spagna, equipaggiato però con un altro strumento nuovo di zecca, ovvero uno spettrografo chiamato Carmenes. Uno spettrografo, precisiamo, è uno strumento che decompone la luce di una stella nei suoi colori componenti, come in un arcobaleno (spettro), la cui risoluzione indica il numero di colori che può essere rivelata.

Con Carmenes, i ricercatori sono riusciti a identificare più di 100mila colori nell’infrarosso, compresa la firma colorata dell’elio. I dati delle osservazioni, infatti, hanno permesso di rivelare per la prima volta la posizione e la velocità degli atomi di elio nell’atmosfera superiore dell’esopianeta, dimostrando come questo elemento si trovi in una nube estesa che sta fuggendo dal pianeta, proprio come un pallone di elio che ci scappa dalle mani. Come raccontano i ricercatori, Hat-P-11b è un Nettuno molto caldo, le cui temperature arrivano a circa 550° C, ed è 20 volte più vicino alla sua stella rispetto alla distanza Terra-Sole. “Abbiamo ipotizzato che questa vicinanza potesse influire sull’atmosfera di questo esopianeta”, ha spiegato Romain Allart, autore dello studio. “Le nuove osservazioni sono così precise che ci permettono di affermare che l’atmosfera dell’esopianeta viene gonfiata dalla radiazione stellare e sta fuggendo nello Spazio”.

Queste osservazioni sono successivamente state dimostrate da una simulazione al computer, coordinata da Vincent Bourrier, coautore dello studio, grazie alla quale è stato possibile tracciare la traiettoria degli atomi del gas. “L’elio viene spazzato via dal lato del pianeta in cui è giorno a quello oscurato a una velocità di oltre 10 mila km/h”, spiega Bourrier. “Poiché è un gas molto leggero, sfugge facilmente all’attrazione del pianeta e forma una nube estesa intorno”. Ed è proprio per questo che Hat-P-11b prende la forma di un palloncino gonfiato di elio.

Le osservazioni fatte grazie a Carmenes, sottolineano i ricercatori, dimostrano che questi studi possono essere svolti con maggior precisione da telescopi terrestri dotati del giusto tipo di strumenti. “Questo risultato aumenterà l’interesse della comunità scientifica per questi strumenti: il loro numero e la loro distribuzione geografica ci consentiranno di coprire l’intera volta celeste, alla ricerca dell’evaporazione degli esopianeti, conclude il co-autore dello studio Christophe Lovis.

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wired.it - 3 giorni 21 ore fa
Cuccia per gatti Star Wars Morte Nera
Suck Uk Cat Playhouse Laptop
FroliCat Zip
SmartBowl di Pet Net
DJ Cat Scratching Pad
Litter-Robot III Open Air Self-Cleaning
Taco Catnip Toys
Sneaker Pet Bed
Drinkwell Platinum Fountain
Mëow & Chandon, lo champagne per gatti
Fresh Scent Pet Candle
Go Pet Club Cat Tree
Pet Qwerks IncrediBubbles
Trixie Pet
Cat Door elettronica di PetSafe

Non dire gatto se non hai nel sacco un regalo per lui!
Chi possiede un gatto, sa bene che fargli un regalo che apprezzerà è più difficile che farlo alla fidanzata (ed è detta tutta). Per aiutarvi in questa impresa, abbiamo selezionato 15 regali davvero graffianti a cui nessun micione saprà resistere.

Dalla cuccia a forma di Morte Nera di Star Wars perfetta per i nerd che possiedono un gatto (perché esistono anche nerd che non ne hanno uno?) alla lettiera futuristica (sia nel design sia nelle funzioni: si apre e chiude da sola tramite fotocellula che rileva la presenza delle zampette ed è dotata di un sistema autopulente), di regali galattici per i gatti ce ne sono a bizzeffe.
Se volete prenderli per la gola, i giochi di peluche a forma di taco saranno l’ideale per i baffi intenditori di cibo messicano portato a domicilio. A mezzanotte brindate con il vostro pelosone stappando il Mëow & Chandon, lo champagne per felini (privo di alcol e composto da ingredienti naturali assolutamente sicuri).

Sfogliate la gallery in alto per scoprire tutte e 15 le idee regalo perfette per il vostro gatto. Ne sarà così entusiasta che per un attimo, ma solo per un attimo, vi sembrerà di avere un cane!

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wired.it - 3 giorni 22 ore fa
 PixabayFoto: Pixabay

Esportazioni per 19 milioni di dollari, importazioni per 154 milioni. È tutta qui la magica atmosfera del Natale. O meglio, il mercato delle decorazioni natalizie può essere riassunto in queste due cifre. Numeri che riguardano l’Italia e fanno riferimento al 2017. Arrivano da Un Comtrade, database dedicato al commercio internazionale curato dalle Nazioni unite.

Volendolo raccontare con lo spirito del Grinch, insomma, il Natale è anche una questione economica. E l’aspetto legato ad alberi, addobbi e luminare che stanno per comparire in molte case è certamente marginale rispetto alla spesa per regali e cenoni vari. Ma è anche quello quantificabile con maggiore certezza. A meno che, certo, qualcuno non acquisti i festoni natalizi per esporli a Ferragosto.

I dati Comtrade dicono innanzitutto che lo scorso anno l’Italia ha registrato una bilancia commerciale negativa. Nel senso che le importazioni sono state di gran lunga superiori alle esportazioni. Il primo fornitore è la Cina, con oltre 124 milioni di dollari di decorazioni natalizie vendute nel nostro Paese. La situazione è questa nel complesso è questa.

Il grafico mostra molto bene il sostanziale monopolio cinese su questo mercato. Ogni cinque euro spesi in decorazioni natalizie di importazione, quattro viaggiano infatti in direzione di Pechino. L’Olanda, con oltre 10 milioni di dollari di merce venduta in Italia, si accaparra un terzo della restante fetta di mercato. Suddivisa in parti sempre più piccole fino ad arrivare ai 16 dollari di decorazioni natalizie importate dal Lussemburgo.

Come detto, l’Italia esporta anche decorazioni natalizie. Certo, in misura decisamente più piccola rispetto alle importazioni. Ma si tratta comunque di 19 milioni di dollari incassati per la vendita di addobbi made in Italy. In questo caso, il principale partner commerciale sono gli Stati Uniti, che nel 2017 hanno acquistato addobbi natalizi italiani per 3,2 milioni di dollari.

Sul podio, insieme agli Usa, Francia e Spagna, rispettivamente con 2,6 e 2 milioni di dollari di addobbi importati dall’Italia. Ultima piazza per l’Iran, che lo scorso anno ha importato decorazioni natalizie per poco più di mille dollari. Evidentemente anche nella Repubblica islamica c’è qualcuno che festeggia il Natale.

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wired.it - 3 giorni 22 ore fa
Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook (Getty Images)Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook (Getty Images)

Questo può essere un bene per il mondo ma non per noi, a meno che le persone condividano in aggiunta anche su Facebook e questo contenuto incrementi il valore della nostra rete”. Firmato: Mark Zuckerberg. È questo uno degli stralci delle centinaia di email che il parlamento del Regno unito ha sequestrato alla società Six4Three, fornitore statunitense di Facebook. Sono 250 pagine (qui la versione completa) che squarciano il velo sulle strategie adoperate dal social network per gestire i dati degli utenti, rese pubbliche su Twitter dal deputato inglese Damian Collins, a capo della commissione cultura, media, sport e digitale.

We need a more public debate about the rights of social media users and the smaller businesses who are required to work with the tech giants. I hope that our committee investigation can stand up for them.https://t.co/GRtQ5oMdvn

— Damian Collins (@DamianCollins) December 5, 2018

Reciproco vantaggio
Il 19 novembre 2019 il fondatore di Facebook scrive una lunga mail ai principali manager dell’azienda prima delle festa del Ringraziamento sul modello di business dell’azienda (documento numero 48, pagina di inizio 48). “Ci sto pensando da molto tempo”, afferma. Per Zuckerberg il punto è trarre il massimo vantaggio dallo scambio reciproco dei dati tra il social network e le app usate dagli amici di un utente. È la pietra angolare della versione numero 3 della piattaforma. “In sintesi”, scrive il fondatore, “penso che dovremmo procedere con la piena reciprocità e l’accesso ad app amiche senza alcun costo”.

L’obiettivo è spingere gli utenti a condividere tutte le informazioni che circolano sulla app anche su Facebook. “Se lo facciamo bene”, prosegue Zuckerberg, “dovremmo essere in grado di sbloccare un maggior flusso di condivisioni nel mondo e su Facebook, attraverso una costellazione di app”. Un sistema che potrebbe “risolvere in parte il problema dell’audience”, convogliando sulla piattaforma di Menlo Park i contenuti generati su altre applicazioni. “La nostra più grande sfida è collegarle tutte insieme”, osserva il fondatore. Anche perché, spiega Zuckerberg ai suoi, senza reciprocità “nessuno sviluppatore ci darà la maggioranza dei suoi dati”.

E il patron di Facebook è disposto a portare avanti questa operazione a costo zero. Sarebbe meglio essere pagati, ma per combinare un accesso ai dati dietro fee e “l’ubiquità”, il “prezzo non sarebbe sufficiente per farci guadagnare soldi veri”. Quindi Zuckerberg si dice disponibile a rinunciare ai soldi pur di allargare la sua sfera di influenza a macchia d’olio. In compenso è disposto a mettere sul piatto la condivisione dei dati degli amici di un utente che usano la stessa app. Questa è un’informazione che fa gola agli sviluppatori, perché possono mettere nel mirino altri potenziali utenti, e che da sola tiene in piedi l’offerta di scambio reciproco proposta da Facebook. Specie, sottolinea Zuckerberg, “quando non offriamo i dati più di valore”.

Accordi a cascata
Tra il 2014 e il 2015 Menlo Park individua una serie di app con le quali sottoscrive accordi per spalancare i dati degli amici di un utente. Queste compagnie entrano in una white list. Dai documenti, scrive Collins, “non è chiaro come Facebook decida” quali aziende possano essere ammesse. I documenti in mano al parlamento inglese contengono una serie di conversazioni tra il social network e altri giganti della tecnologia, come la piattaforma di streaming video Netflix, il servizio di condivisione di case Airbnb, il sistema di taxi Lyft, la app di incontri Badoo.

Quest’ultima, per esempio, riceve il semaforo verde il 6 febbraio 2015 (documento numero 84, pagina 126). Scrive Konstantinos Papamiltiadis, direttore delle partnership di Facebook: “L’id della app di Badoo è finalmente nella white list”. Il manager di Menlo Park incassa pochi giorni prima l’ok dagli stakeholder interni a procedere con la nuova Api (application programming interface).

Cosa consente? Per ogni utente loggato su Facebook restituisce i dati sugli amici iscritti prima e dopo la migrazione sulla versione 2 e coloro che non hanno la app. In questo modo gli sviluppatori possono conoscere il potenziale bacino di nuovi utenti. E, di conseguenza, possono far partire su Facebook una campagna per suggerire all’account di invitare i propri contatti a scaricare l’applicazione. Quando Netflix rifinisce l’intesa con il social, mette nero su bianco di “aver ottenuto l’iscrizione nella white list per tutti gli amici, non solo quelli connessi” (documento numero 92, pagina 204).

Poche settimane dopo è la volta di Airbnb e Lyft. Il 18 marzo Papamiltiadis scrive ad Airbnb per annunciare che dovranno “firmare un accordo che vi darà accesso a questa Api” (documento numero 91, pagina 197). Due settimane dopo il manager scrive ai piani alti dell’app di taxi che “è entrata nella white list” (documento numero 87, pagina 155). Con conseguente accesso ai dati degli amici.

Il nuovo oro
Che i dati siano la moneta che Facebook intende spendere e che quelli di maggior valore siano i dati dei potenziali utenti di una app, emerge chiaramente da una conversazione del 2013. Oggetto: una partnership con la Royal Bank of Canada (Rbc – documento numero 83, pagina 118). L’istituto di credito è a caccia di uno strumento per avvicinare nuovi clienti. E le funzioni della app di Facebook sembrano rispondere al caso, come scrive una responsabile di Facebook, Sachin Monga. “Senza l’abilità di accedere agli amici che non hanno la app, l’Api dei messaggi diventa drasticamente meno utile. E sarà anche impossibile costruire un sistema di pagamenti p2p all’interno della app di Rbc che avrebbe conseguenze sulla nostra partnership con loro”, spiega Monga ai colleghi. Ballano soldi: “Ciascuna parte ha fatto investimenti in questo progetto dall’inizio dell’anno e c’è un grosso impegno finanziario da parte loro”.

Che sia il denaro a muovere i fili è chiaro anche da un’altra mail interna a Facebook, firmata dallo stesso Papamiltiadis che ha tessuto le relazioni con altre app (documento numero 79, pagina 108). Alla collega Ime Archibong il 18 settembre 2013 intima: “Comunica subito a tutte le app che non spendono che questi permessi saranno revocati”. Mentre al resto degli sviluppatori deve arrivare il messaggio che occorre che “spendano almeno 250mila dollari in Neko (nome in codice delle pubblicità via app, secondo il Wall Street Journal, ndr) per mantenere l’accesso ai dati”. E questi parametri determineranno i futuri sì o no alla condivisione delle informazioni. Alla faccia del problema della monetizzazione.

Dopo la rivelazione di queste conversazioni, Zuckerberg ha sostenuto in un lungo post che sono estratti che travisano il senso delle conversazioni e che presto spiegherà meglio il suo punto di vista.

Tuttavia il messaggio è spesso diretto. “Mi piace la piena reciprocità ed ecco il perché”, risponde al fondatore Sheryl Sandberg, il direttore operatore, braccio destro e responsabile delle funzioni marketing, finita nel mirino perché, secondo il New York Times, avrebbe ordinato indagini sul finanziere ungherese George Soros (documento numero 48, pagina 48). Il consiglio d’amministrazione di Facebook tuttavia l’ha graziata in merito allo scandalo.

Android vs Apple
Nel 2015 uno scambio di mail tra dipendenti si focalizza su un aggiornamento della app per Android. All’interno c’è una funzione che permette di leggere le chiamate. “Consentirà di caricare continuamente la cronologia dei tuoi sms e delle chiamate su Facebook”, scrive Michael LeBeau (documento numero 172, pagina 242). Obiettivo: aumentare funzioni come quello delle persone che potresti conoscere, calcolare i coefficienti di possibile amicizia con altri utenti e alimentare i ranking. In questo modo persone all’apparenza sconosciute sono diventate all’improvviso potenziali amici. Tutto frutto di una chiamata.

LeBeau avverte: “Dal punto di vista delle relazioni pubbliche è una faccenda molto rischiosa ma sembra che il team di sviluppo intenda proseguire e farlo”. E il tutto avviene, come precisa un altro interlocutore, Yol Kwon, senza aprire un’apposita finestra di permesso da parte dell’utente.

D’altro canto Android offre a Facebook strade che Apple chiude. Su iOs, riconosce in un’altra mail Zuckerberg, “siamo più legati”. E quando altre app tentano di costruire ponti e reti per allargare la base utenti, Facebook non esita a sferrare l’attacco. Il 24 gennaio 2013 Justin Ososfsky avverte che Twitter ha appena lanciato la app Vine per video multipli da 6 secondi (documento numero 44, pagina 42). Una delle caratteristiche della piattaforma è consente di trovare amici da invitare tramite Facebook, che, però, non vuole regalare utenti alla concorrenza. “Se nessun altro solleva obiezioni, chiudiamo oggi l’accesso agli amici”, scrive Ososfsky. L’ultima parola è del capo: “Sicuro, procedi”.

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wired.it - 3 giorni 22 ore fa
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein
I surreali mash-up di puzzle firmati Tim Klein

Le temperature si abbassano, la voglia di allontanarsi dalla copertina del divano incomincia a venire meno ed ecco che come per magia tornano a fare capolino sul tavolo del salotto i cari vecchi puzzle, con soggetti vari ed eventuali che spaziano solitamente tra baite di montagna, affreschi di Michelangelo e primi piani di gattini, cagnolini & co. Nessuno, però, aveva mai avuto l’ardore di Tim Klein, un originale artista nordamericano che ha pensato bene di combinare tra loro puzzle diversi, dando vita a vere e proprie opere dallo spirito surrealista.

“I vari produttori di puzzle seguono solitamente lo stesso motivo per ritagliare i vari tasselli, applicandolo ai diversi soggetti“, spiega Klein. “Questo fa sì che i pezzi siano intercambiabili tra loro. Ho quindi deciso di creare dei montaggi tra puzzle combinando tra loro i tasselli di due o più confezioni differenti, per ottenere un risultato che il produttore non avrebbe mai potuto immaginare”. Ecco così che troviamo un curioso mix tra uno stallone di razza e una locomotiva, accanto a un taxi da cui sgorga una possente cascata e a un elefante dai giganteschi occhi felini. Attualmente le opere di Tim Klein sono sold-out, ma l’artista è al lavoro per reperire ulteriori puzzle combinabili tra loro, con l’obiettivo di generare nuove creazioni. Nel frattempo è possibile ammirare le sue opere, e magari prendere ispirazione, sfogliando le immagini nella nostra gallery.

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wired.it - 4 giorni 11 ore fa

Piccoli organi umani ricostruiti in laboratorio per essere usati come cavia per lo studio delle malattie e dell’efficacia dei farmaci: li stanno realizzando i bioingegneri dell’università di San Diego, che ha sviluppato un metodo per farcela in tempi rapidi e, dal punto di vista operativo, in maniera non troppo complicata.

Il merito è del cosiddetto bioprinting, che sfrutta le cellule come materia prima ma che di fatto si serve di uno strumento molto simile a una classica stampante 3D.

In questo video, ecco da vicino come hanno generato un piccolo prototipo di intestino, vascolarizzato e funzionale. In verde le sue pareti, in rosso il vaso sanguigno che lo irrora.

(Credit video: UC San Diego Jacobs School of Engineering)

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wired.it - 4 giorni 12 ore fa

streaming

Molto presto potrebbe bastare una veloce ricerca su Google per trovare online la propria serie preferita, direttamente a disposizione sul servizio di streaming corretto. Nell’ultimo periodo sembra che la casa di Mountain View stia sperimentando una nuova funzione inserita all’interno del proprio motore di ricerca che — in associazione ai comuni risultati relativi a film e serie tv — alleghi anche la piattaforma dove è possibile trovare il contenuto per la visione. Lo ha riportato Quartz, che sembra aver avuto modo di sperimentare direttamente la funzionalità pochi giorni fa, nonostante questa non sia ancora disponibile presso il grande pubblico.

Il funzionamento è piuttosto elementare e include anche chiavi di ricerca generiche come “film natalizi”. In questo caso il motore di ricerca chiede di selezionare quali sono i provider ai quali si è iscritti, per restringere la rosa dei risultati solamente ai contenuti visibili senza dover scucire nulla per nuovi abbonamenti.

In realtà non è chiaro quando la funzionalità arriverà mai effettivamente sugli schermi di tutti gli utenti. Interpellata da Quartz, Google ha fornito la classica risposta che ogni società dà quando sta compiendo esperimenti su nuove funzionalità ma non ha ancora deciso se renderle disponibili. C’è da dire che integrare decentemente questo servizio nel proprio motore di ricerca richiede un certo lavoro: il panorama dei fornitori di contenuti in streaming varia di paese in paese, così come addirittura possono variare i cataloghi a disposizione di uno stesso fornitore nei vari territori in cui opera (il caso Netflix è solo un esempio). Se Google riuscirà a venire a capo di questa matassa, vedremo presto la nuova funzionalità arrivare sugli schermi di computer e smartphone.

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