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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 2 giorni 22 ore fa
Stazione spaziale internazionale(foto: Nasa)

Senza tema di esagerazione, possiamo dire che è la nostra casa nello Spazio. Su cui finora hanno abitato – non contemporaneamente, s’intende – oltre duecento astronauti provenienti da diciotto paesi diversi. Ultimo inquilino, in ordine di tempo, Luca Parmitano, che ci è arrivato (per la seconda volta, e con il ruolo di comandante) il giorno in cui sulla Terra celebravamo il 50° anniversario dello sbarco sulla Luna. Parliamo, naturalmente, della Stazione spaziale internazionale, l’ultimo avamposto dell’umanità, che dal 20 novembre 1998 orbita senza sosta attorno al nostro pianeta, a circa 400 chilometri di quota. Ha percorso finora oltre otto miliardi di chilometri e vi si sono condotti centinaia di esperimenti scientifici: secondo i piani, continuerà a funzionare fino al 2024 per poi essere “smantellata, distrutta o riutilizzata parzialmente” entro il 2028. Viene naturale chiedersi, allora, cosa succederà dopo: chi raccoglierà le vestigia della Stazione? Con cosa la sostituiremo? Ecco una panoramica sui possibili scenari futuri.

https://www.youtube.com/watch?v=4993sBLAzGA Questione di soldi

Il futuro della Stazione spaziale internazionale non è legato solo a questioni scientifiche e tecnologiche. A dettare l’agenda sono e saranno, com’è facile immaginare, i denari. Lo scorso anno, la Nasa ha fatto sapere, senza troppi giri di parole, che il budget 2019 avrebbe “incluso delle proposte per terminare il finanziamento della Stazione spaziale internazionale entro il 2025”, lasciando però aperta la porta a un eventuale affitto ad agenzie private: “Siamo in una situazione in cui esistono enti in grado di garantire una gestione economica efficiente della Stazione spaziale internazionale”, aveva detto Jim Bridenstine, amministratore dell’agenzia spaziale statunitense, che gestisce l’avamposto insieme alla russa Rka, all’europea Esa, alla giapponese Jaxa e alla canadese Csa.

La dichiarazione di Bridenstine è arrivata a conferma di quanto già suggerito da Trump a inizio 2018: nel budget inviato al Congresso, il presidente chiarì che “l’intenzione è che la Nasa dia priorità a finanziamenti volti a supportare un innovativo e sostenibile programma di esplorazione spaziale con l’appoggio di partner commerciali internazionali”.

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Il messaggio, neanche troppo velato, è abbastanza chiaro: non abbiamo abbastanza fondi da destinare al mantenimento della Stazione, e siamo alla ricerca di partner disposti ad aprire il portafogli per subappaltarla. Resta da vedere, ora, chi farà la prima mossa in tal senso. Se ci sarà qualcuno che vuole farlo: come faceva notare lo scorso anno Michele Diodati, “è obiettivamente difficile che dei privati si assumano un onere così gravoso, soprattutto in considerazione del fatto che non è facilissimo immaginare in che modo la prosecuzione dell’attività scientifica sulla Stazione spaziale internazionale possa portare benefici economici a degli investitori privati. Questi potrebbero vendere servizi alla Nasa, come fa già SpaceX per esempio, ma in ogni caso dovrebbero assumersi, almeno inizialmente, un onere complessivo pari all’importo complessivo che la Nasa deciderà di non erogare più”.

I piani della Cina

Quale che sia il suo destino, è molto probabile che la Stazione spaziale internazionale abbia degli eredi. Uno dei progetti sul tavolo è la Chinese Large Modular Space Station, grande stazione modulare che rappresenta la terza e ultima fase del programma Tiangong – le prime due, Tiangong 1 e Tiangong 2, sono già terminate (con modalità diverse: schianto per la prima, rientro controllato per la seconda). La Chinese Large Modular Space Station sarà probabilmente un veicolo composto da tre moduli pressurizzati, disposti a forma di T: un elemento centrale e due moduli che fungeranno da laboratori scientifici e ospiteranno un airlock per il supporto delle attività extraveicolari e un braccio robotico. Il lancio del modulo centrale, nome in codice Tianhe-1, ovvero Armonia dei Cieli, è previsto tra il 2020 e il 2023.

Nasa-bis: il Deep Space Gateway

È vero, vi abbiamo appena detto che la Nasa sta cercando acquirenti per la Stazione spaziale internazionale. Ma contemporaneamente, e per fortuna, ha già in mente un rimpiazzo. Già due anni fa, infatti, l’agenzia americana siglò un accordo preliminare con Roscosmos con l’obiettivo di unire le forze per realizzare la Deep Space Gateway, una grande stazione orbitante attorno alla Luna. Il Dsg sarà fondamentale per le prossime tappe dell’esplorazione dello Spazio: servirà infatti da avamposto orbitante per le prossime missioni umane sulla Luna e su Marte. Come la Stazione spaziale, dovrebbe essere completamente assemblato in orbita: il lancio del primo modulo, dal peso di 50 tonnellate, è programmato per il 2022; seguiranno a breve gli altri componenti principali, tra cui un braccio robotico, l’habitat per l’equipaggio e l’airlock. Se tutto dovesse andare secondo i piani, il Gateway potrebbe essere già operativo entro la metà del 2025. Appena in tempo per salutare la Stazione spaziale internazionale.

Un pallone nello Spazio

Si chiama B330, ma fortunatamente non è un bombardiere. Tutt’altro: si tratta di un habitat spaziale gonfiabile (il numero 330 si riferisce ai metri cubi di volume disponibile) al cui sviluppo stanno lavorando gli esperti di Bigelow Aerospace. O più precisamente un insieme di habitat: ciascun B330, nelle intenzioni dei progettisti, potrà operare come stazione spaziale indipendente. L’8 aprile 2016 la Nasa ne ha lanciato e collegato uno alla Iss, mettendolo alla prova per due anni. Una delle peculiarità dei B330 è il loro rivestimento esterno, dello spessore di quasi mezzo metro, che costituisce un’ottima protezione da micrometeoriti, radiazioni spaziali e immondizia orbitante.

Hotel orbitante

Non è propriamente un piano per il dopo-Iss, ma è troppo gustoso per non citarlo: l’agenzia spaziale russa ha annunciato, nel 2017, un progetto di costruzione di una suite a cinque stelle (è il caso di dirlo) da agganciare alla Stazione spaziale internazionale negli ultimi anni della sua vita. L’hotel dovrebbe essere dotato di quasi tutti i comfort: una cupola da cui ammirare la Terra, attrezzi per fare ginnastica e wi-fi. Prevista anche, come optional, la possibilità di uscire a fare una passeggiata spaziale sotto la supervisione di un membro dell’equipaggio. Il lancio è previsto per il 2021. E il costo? Non proprio economico: 60 milioni di dollari per un mese di permanenza.

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wired.it - 3 giorni 11 ore fa

Necessità, volontà e per qualcuno ossessione, la produttività è un’attitudine che ha sancito la nascita di tanti dispositivi ed accessori mirati a semplificare il lavoro in ufficio e in mobilità. Uno degli esempi in tal senso è l’iPad Pro che, come molti device Apple, ha convinto tante piccole aziende a creare oggetti ad hoc per ampliare il funzionamento e la possibilità d’uso del tablet. Uno degli ultimi arrivati è MagicDock, un supporto mobile che consente di utilizzare l’iPad Pro in molteplici posizioni, a seconda dell’occasione e delle esigenze.

Ideato da Steve Warren, ispirato al Surface Studio di Microsoft e realizzato in alluminio, sfrutta un aggancio magnetico ed è ideale per avere l’iPad alla giusta altezza durante la scrittura e con l’inclinazione migliore quando si vuole disegnare. La porta Usb-c permette poi di collegare varie periferiche al tablet (hard disk, mouse e cuffie ma anche un monitor esterno grazie all’uscita Hdmi). Disponibile per iPad Pro da 10,5, 11 e 12.9 pollici, MagicDock si può prenotare al prezzo di 99 e 109 dollari.

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wired.it - 3 giorni 11 ore fa

In coppia con Saturno, è il protagonista dei cieli di questi mesi estivi, (certo, se non siamo troppo distratti dalla Luna e dalle piogge di stelle cadenti): rintracciare Giove nel blu, in queste settimane, è davvero semplicissimo, e anche molto suggestivo per chi è fornito anche di un piccolo telescopio. Ma l’occhio dell’osservatorio spaziale Hubble non si smentisce mai e ci regala proprio ora una spettacolare veduta del gigante gassoso, mettendo a fuoco in particolare la sua enorme macchia rossa, il misterioso vortice in rapidissima rotazione che ne rimescola la superficie.

Le riprese, registrate a fine giugno ma elaborate e diffuse dalla Nasa in questi giorni, sono fondamentali per gli scienziati che indagano sui cambiamenti degli strati di gas che avvolgono il pianeta ma anche, in linea più  generale, sull’evoluzione dell’atmosfera dei pianeti del sistema solare, così come sugli esopianeti.

(Credit video: NASA’s Goddard Space Flight Center/Paul Morris/Tracy Vogel Music credits: “Solaris” by Axel Tenner [GEMA], Michael Schluecker [GEMA] and Raphael Schalz [GEMA]; Killer Tracks Production Music)

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wired.it - 3 giorni 18 ore fa

Non è una notizia affermare che Alfred Hitchcock è unanimemente ritenuto uno tra i più importanti registi nella storia del cinema: il maestro del brivido, grazie a una serie di capolavori thriller che definiscono la sua cifra stilistica, ha collezionato un corpus di pellicole che i critici tendono a suddividere in due periodi principali.

Il primo, il cosiddetto periodo britannico che va dal 1925 al 1940, in cui ha ultimato ben 23 opere, e quello americano, iniziato alla fine degli anni Trenta, al quale sono riconducibili tutti i suoi più grandi successi.

La critica si è prodigata in profluvi di parole nel tentativo di analizzare le tecniche e lo stile maniacale di questo regista, il cui contributo alla storia del grande schermo è quasi impossibile da restituire in poche righe. Basti pensare all’influenza che ancora oggi, a distanza di anni dalla morte, avvenuta nel 1980, la sua visione esercita non solo sul mondo del cinema, ma anche su tutti gli altri ambiti artistici.

Il 13 agosto 2019 cadono precisamente 120 anni dalla nascita di questo genio: abbiamo deciso di celebrarlo con una gallery – la trovate qui in alto – che raccoglie alcuni dei ritratti più famosi grazie ai quali è rimasto impresso nella memoria collettiva. Nessuno può negare che fosse un tipo fotogenico!

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wired.it - 3 giorni 18 ore fa
tumblrimmagine: getty images

Tumblr è stato venduto per poco meno di 3 milioni di dollari da Verizon al proprietario della piattaforma per blog e siti WordPress, Automatic Inc. Il portale di microblog multimediali ha fatto registrare un incredibile calo dopo la fuga di utenti causata dall’abolizione dei contenuti pornografici sulla piattaforma. Verizon, proprietaria dal 2017, ha scelto di vendere il portale per una cifra nettamente più bassa rispetto agli 1,1 miliardi di dollari sborsati nel 2013 da Yahoo, che lo possedeva in precedenza, per acquistarlo. Axios riferisce che la cifra pagata dal proprietario di WordPress sarebbe “ben al di sotto dei 10 milioni di dollari”.

Tumblr è un marchio che ha permesso alle vere identità di sbocciare e diventare sede di molte comunità e fandom creativi, ha dichiarato Guru Gowrappan, amministratore delegato di Verizon Media. E ha aggiunto: “Siamo orgogliosi di ciò che il team ha realizzato e siamo felici di aver trovato il partner perfetto in Automatic, la cui esperienza e track record apriranno nuove ed eccitanti possibilità per Tumblr e i suoi utenti”.

Tumblr è stato per anni uno dei social media più utilizzati dai vari fandom e da diverse community ma con l’eliminazione dei contenuti per soli adulti, il portale ha perso sempre più utenti che sono migrati verso altri lidi ben più permissivi. Automatic si farà carico anche dei 200 dipendenti della piattaforma. L’amministratore delegato Matt Mullenweg ha confermato al Wall Street Journal il divieto tassativo di contenuti pornografici. In lizza tra i possibili acquirenti di Tumblr c’è stato anche il sito a luci rosse Pornhub.

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wired.it - 3 giorni 19 ore fa
Alcuni migranti a bordo della Ocean Viking (foto: ANNE CHAON/AFP/Getty Images)

Nel pomeriggio di lunedì 12 agosto la nave Ocean Viking di Medici senza frontiere e Sos Mediterranee ha soccorso 105 migranti che rischiavano di affondare nel Mediterraneo. A bordo dell’imbarcazione c’erano già 251 persone che la nave aveva salvato in due diverse operazioni nei giorni scorsi, ed era in attesa di sbarcare in un porto sicuro. Gli ultimi arrivati sono in prevalenza sudanesi, e tra di loro ci sono anche due bambini e altri 29 minorenni.

La Ocean Viking è equipaggiata per accogliere circa 250 persone ma, secondo le organizzazioni, può trasportarne anche di più. Al momento ce ne sono 356, escluso l’equipaggio.

Altri 151 si trovano invece sulla nave Open Arms della ong spagnola ProActiva OpenArms, che pure vaga da giorni nel Mediterraneo in attesa di ricevere un porto sicuro. La situazione a bordo è complicata: molti migranti sono frustrati e debilitati, una persona avrebbe anche un tumore al cervello e un’altra donna la polmonite. Nessun paese ha ancora dato il benestare per lo sbarco.

I salvataggi in mare

La Ocean Viking, che batte bandiera norvegese, ha salvato 85 migranti l’8 agosto, altri 80 il giorno dopo e gli ultimi 105 nel pomeriggio di lunedì 12.

In quegli stessi giorni, in mare c’era anche la Open Arms che ha tratto in salvo 283 persone in tre diverse operazioni di soccorso il 1°, il 2 e la notte tra il 9 e il 10 agosto. Solo 11 di queste sono sbarcate, da allora. Si tratta di due donne all’ottavo mese di gravidanza, della sorella di una di loro, di altre due donne che avevano urgente bisogno di cure mediche, di un 21enne affetto da tubercolosi e dei loro accompagnatori.

Nei giorni scorsi, Malta si era offerta di accogliere gli ultimi 39 migranti soccorsi dalla Open Arms, ma l’equipaggio aveva rifiutato dicendo che gli altri – quelli che non sarebbero stati fatti sbarcare – avrebbero probabilmente reagito male, dato che erano da più tempo a bordo e credevano, semmai, di avere la precedenza.

Gli appelli di Hollywood e del Parlamento europeo

Nei giorni scorsi, l’attore americano Richard Gere è salito a bordo della Open Arms per lanciare un appello all’Italia affinché si mobiliti. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini gli ha risposto ribadendo il no allo sbarco e rilanciando uno dei suoi triti mantra (“li accolga in una delle sue ville”).

Nelle ultime ore, anche gli attori spagnoli Antonio Banderas e Javier Bardem sono intervenuti sulla vicenda. “Open Arms” – ha detto Bardem in un video – “sta facendo un lavoro straordinario e necessario per la dignità umana e per salvare la vita di persone che scappano da situazioni che noi non possiamo neanche immaginare, con l’unico obiettivo di dare un futuro ai propri figli e alle proprie famiglie”.

Cosa succederà ora

I migranti non possono essere sbarcati in Italia perché il ministro dell’Interno Matteo Salvini, quello dei Trasporti Danilo Toninelli e quello della Difesa Elisabetta Trenta hanno firmato un provvedimento che impedisce alle navi l’ingresso, la sosta e il transito nelle acque italiane. Non possono nemmeno andare altrove, perché nessun paese si è offerto di accoglierli, nonostante il presidente del Parlamento europeo David Sassoli abbia invitato più volte la Commissione e le varie cancellerie a trovare una soluzione.

L’equipaggio della Open Arms ha chiesto alla Spagna di accogliere almeno i minorenni a bordo, ma per ora non ha ricevuto risposta. Gli unici che si sono fatti avanti sono la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e Eugenio Bernardini della Tavola valdese, l’organo che rappresenta le chiese metodiste e valdesi nei rapporti con lo stato.

Intanto, la procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta a carico di ignoti per favoreggiamento di immigrazione clandestina – una procedura che è la prassi in questi casi visto lo schema legislativo, e che comunque non ha mai portato a nessuna ipotesi di reato conclamata – e nei prossimi giorni ascolterà tre dei migranti che sono sbarcati dalla Open Arms.

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wired.it - 3 giorni 19 ore fa

Dopo una prima stagione ispirata alla raggelante horror story di Dan Simmons (l’autore di Figli della paura e lo sceneggiatore di Alien), The Terror torna con la seconda annata dal 12 agosto su Amazon Prime Video. Le antologie – letterarie e televisive – sono una declinazione narrativa particolarmente in auge per il genere horror, a sua volta prediletto dal canale via cavo Amc (quello di The Walking Dead).

La prima stagione, adattata dal romanzo omonimo del 2007 La scomparsa dell’Erebus – e ispirata al resoconto reale di una spedizione tra i ghiacci artici – seguiva le navi Erebus e Terror in un viaggio della metà del XIX secolo alla ricerca di un passaggio navigabile. I due equipaggi, rimasti bloccati, affrontavano oltre alle intemperie anche una creatura mostruosa e soprannaturale (il Tuunbaq) nel corso di dieci episodi diffusi nel marzo del 2018. La critica e il pubblico avevano accolto con lodi sperticate lo sceneggiato, capace di tenere col fiato sospeso e creare un’atmosfera rarefatta, soprannaturale e bellissima (The Terror stagione 1 ha tuttora dalla sua il 93% del pomodorometro di Rotten Tomatoes).

La seconda stagione parte con premesse totalmente nuove: di seguito vi presentiamo altre cose da sapere su questo altro ciclo di dieci puntate, raccolte sotto al nome di The Terror: Infamy.

1. Dai ghiacci artici al campi d’internamento

https://www.youtube.com/watch?v=OXIbjUAeTYY
Se l’annata d’esordio di The Terror era collocata negli anni tra il 1845 e il 1848 e tra Regno Unito e Artico, la prossima si svolge un secolo dopo in un campo di internamento giapponese sullo sfondo della Seconda guerra mondiale: i protagonisti, i membri di una famiglia nippoamericana di origine californiana, affrontano alcune morti misteriose provocate da una figura spettrale e letale. I temi ricorrenti e gli elementi comuni con la prima stagione sono diversi: Infamy è un altro horror a sfondo storico (sebbene senza un romanzo di riferimento a cui appoggiarsi) incentrato su una comunità costretta in un luogo ostile e perseguitata da creature soprannaturali e sanguinarie.

2. Nuovo giro di produttori

https://www.youtube.com/watch?v=pzNNa0kPaVc
Mentre la prima stagione di The Terror è stata firmata dal veterano dell’horror David Kajganich (l’autore della sceneggiatura del Suspiria di Luca Guadagnino) su ispirazione del romanzo di Simmons, la seconda annata passa di mano a Max Borenstein e ad Alexander Woo che hanno sviluppato la storia di The Terror: Infamy insieme. Borenstein è specializzato in produzioni cinematografiche d’avventura come Godzilla (2014), Kong: Skull Island (2017) e Godzilla: King of the Monsters (2019) e ha anche firmato la riduzione televisiva del fantascientifico Minority Report, mentre Woo è stato il produttore esecutivo della serie vampirica ad alto tasso di splatter ed erotismo True Blood, firmando anche il thriller politico Sleeper Cell.

3. Il doppio ruolo di George Takei

https://www.youtube.com/watch?v=B83cboydhXI
The Terror: Infamy ha per protagonista l’inossidabile George Takei, l’attore lanciato dal personaggio del tenente Sulu nella serie classica di Star Trek e diventato in età onorevole una enorme celebrità dei social network e un paladino dei diritti della comunità Lgbt. In Infamy interpreta il capitano di un peschereccio in pensione, Yamato, che finisce in uno dei campi americani per l’internamento dei civili di origine giapponese negli anni Quaranta. L’attore subì da bambino il medesimo destino e figura anche come consulente storico per la realizzazione della serie. Un altro attore dello show, Derek Mio, è il nipote di una vittima della prigionia.

4. Un taglio politico

https://www.youtube.com/watch?v=wDu-pPIGTbI
The Terror: Infamy non lesina su aspetti più affini all’orrore reale che a quello fantasmagorico di spiriti vendicatori e presenze ultraterrene. Lo spettro della discriminazione razziale e delle ingiustizie perpetrate ai danni delle vittime dei campi (che ospitavano cittadini americani colpevoli solo di aver ascendenze giapponesi) è l’aspetto più orripilante di questo secondo ciclo dell’antologia. Lo ha palesato Woo che ha commentato, nel comunicato stampa dello show: “Speriamo di saper trasmettere il senso di terrore abietto che permeava quel frangente storico, in un modo che sia attuale”. Borenstein ha aggiunto: “Questa stagione di The Terror è ambientata durante uno dei periodi più bui della storia della nostra nazione. L’internamento della comunità nippoamericana è un’onta sulle nostre coscienze”.

5. The Terror e Harry Potter

https://www.youtube.com/watch?v=pjq7Gl_hhPY
La serie antologica di Amc è curiosamente popolata di interpreti figurati nel franchise cinematografico di Harry Potter o a esso legati, a partire da Jared Harris (nella prima stagione era Crozier) che è il figlio di Richard, ovvero il primo volto dell’autorevole mago Albus Silente. Anche l’inglese Ian Hart e l’irlandese Ciàran Hinds hanno figurato nei film della saga nei panni del professor Raptor e del fratello minore di Silente, Aberforth Dumbledore. Curiosamente, Hinds, Tobias Menzies e Clive Russell hanno in comune nelle rispettive filmografie partecipazioni sia a The Terror che a Game of Thrones.

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wired.it - 3 giorni 19 ore fa
incidente_nucleare(foto: Минобороны России/YouTube)

Una storia che richiama in ogni suo dettaglio uno scenario da piena Guerra fredda. E che qualcuno fin da subito ha voluto affiancare all’incidente di Chernobyl del 1986 (nonostante in questo caso tutto faccia pensare e un evento molto più ridotto in termini di radioattività), soprattutto per il modo più che discutibile in cui si sta gestendo la comunicazione istituzionale e mediatica sull’accaduto.

Pur nei contorni estremamente incerti in cui la vicenda al momento si colloca, ciò che pare ormai certo è che nel nord-ovest della Russia la settimana scorsa ci sia stato un incidente che ha coinvolto materiale radioattivo, culminato in un’esplosione che ha ucciso diverse persone. E se pure queste informazioni, che di fatto sono solo il titolo di quanto accaduto, sono state rese note a giorni di distanza e in modo tutt’altro che esplicito, è facile immaginare quanto poco ancora si sappia dei dettagli di ciò che è realmente accaduto, probabilmente anche per ragioni di intelligence e militari. Abbiamo però raccolto qui di seguito, in ordine, quello che sappiamo mettendo insieme le varie fonti disponibili.

Le tre risposte semplici: chi, dove e quando

Perlomeno su questi tre aspetti non restano più grossi dubbi. L’incidente è avvenuto giovedì 8 agosto, nella zona della città di Arkhangelsk (Arcangelo in italiano), che si trova nel nord-ovest della Russia a qualche centinaio di chilometri dalla Finlandia. In particolare, l’esplosione sarebbe avvenuta nelle acque del Mar Bianco, al largo, in corrispondenza di un piccolo villaggio di nome Nyonoksa. L’area del Mar Bianco interessata è nota anche come Baia della Dvina, un altro nome che ricorre spesso nelle notizie su quanto accaduto.

mappa_nucleare

L’incidente è certamente avvenuto nell’ambito di un test scientifico-militare, in cui era coinvolta l’agenzia atomica russa Rosatom. Nello specifico, il test è stato condotto da un istituto nazionale di ricerca in fisica applicata di nome Rfnc-Vniiefr, un lunghissimo acronimo che sta per Centro nucleare della federazione russa – istituto di ricerca scientifica in fisica sperimentale di Russia. Proprio il coinvolgimento di queste istituzioni strategiche è probabilmente il motivo della scarsità di dettagli e informazioni su quanto accaduto, con notizie arrivate con il contagocce, con colpevole ritardo e spesso in modo vago e contraddittorio.

L’esplosione comunque è stata rilevata anche da 4 stazioni indipendenti che si trovano in territorio norvegese, a oltre mille chilometri da Arkhangelsk. Il tutto nell’ambito delle attività della Ctbto (Comprehensive nuclear-test-ban treaty organization) che si occupa proprio di monitorare l’esecuzione di test nucleari non autorizzati.

https://twitter.com/ctbto_alerts/status/1160130156922642433 Cosa è successo? Una domanda difficile

Partendo dal bilancio in termini umani, negli ultimi giorni si sono susseguite una serie di stime sul numero di vittime. All’inizio si era parlato di 2 morti e almeno 6 feriti, poi il bilancio si è aggravato: dapprima 5 persone decedute, poi 7 persone, di cui 5 scienziati. Infine gli ultimi aggiornamenti parlano di 7 scienziati più un numero imprecisato di altri operatori rimasti uccisi, a cui si aggiungerebbero i feriti, di cui non si sa alcunché.

Non va molto meglio da punto di vista dell’entità dell’esplosione. Nella prima versione, davvero troppo vaga per significare qualcosa, le fonti ufficiali russe avevano parlato di una detonazione imprevista associata a una perdita di carburante a bordo di qualcosa di galleggiante, un’imbarcazione oppure una piattaforma. Dopo che si è manifestata l’evidenza di un picco di radiazioni nell’area circostante, però, le agenzie russe hanno precisato che il carburante non era quello dell’imbarcazione (come si sarebbe potuto dedurre dal comunicato precedente) bensì quello di un missile a carburante liquido, definito come “un sistema di propulsione che coinvolge isotopi”. Pur trattandosi di una fraseologia molto criptica, l’utilizzo di una parola dell’area semantica della fisica nucleare (isotopi) è stata interpretata come un’ammissione che l’incidente abbia riguardato il materiale coinvolto in una qualche reazione atomica.

Per il momento non sono note né la forza sprigionata dall’esplosione né le sostanze a bordo dell’imbarcazione, ma sono state fatte una serie di congetture su quale genere di test potesse essere in corso nel Mar Bianco. Un indizio considerato decisivo era la presenza, proprio nella acque della Baia della Dvina, della nave russa Serebrynka, che già in passato era stata utilizzata per trasportare il materiale necessario ad attivare un nuovo (e probabilmente non funzionante) missile russo a propulsione nucleare. A confermare i movimenti della Serebrynka sono state delle immagini satellitari.

https://twitter.com/ArmsControlWonk/status/1159617978641465344

Le due ipotesi ritenute più verosimili sono dunque che l’incidente abbia riguardato un generatore termoelettrico a radioisotopi, in pratica un sistema per produrre energia elettrica che funziona grazie al decadimento di isotopi radioattivi e che può essere istallato su satelliti o veicoli spaziali, oppure più probabilmente un prototipo di missile di nuova generazione, che si auto-alimenta in volo grazie a una reazione nucleare controllata, noto nell’ambiente militare come 9M730 Burevestnick (sul fronte Russo) oppure come Ssc-X-9 Skyfall (sul lato statunitense). In questa seconda ipotesi sarebbe esploso proprio il motore jet a propellente liquido, su cui però i dettagli sono molto carenti per via della segretezza del progetto.

Qualche rischio radioattivo

Nonostante tutti gli esperti concordino sul fatto che l’incidente non sia nemmeno lontanamente paragonabile a quello di Chernobyl per quantità di radiazioni, il tema della contaminazione radioattiva è ancora aperto. L’informazione più preziosa è stata diramata dall’amministrazione della città di Severodvinsk, poco più a est rispetto al punto dell’esplosione, che ha riferito di un’ondata anomala di radiazioni nella giornata dell’8 agosto. Il fenomeno sarebbe durato solo mezz’ora, con un’attività pari a 0,11 microsievert all’ora (μSv/h) e un picco a 0,6. Più elevata invece la stima di Greenpeace, che ha riferito di 2 μSv/h. Pur trattandosi di valori 20 volte più alti rispetto alla norma, e dunque indicativi di un’anomalia, la breve durata del fenomeno ha comunque mantenuto i livelli giornalieri di radioattività sotto il livello di guardia.

Ci sono però due elementi che lasciano qualche perplessità in più. Il primo è che il report di Severodvinsk è stato rimosso in fretta e furia dalla rete (ma ne resta comunque uno screenshot), e l’altro è la decisione di chiudere alla balneazione la Baia della Dvina per un mese, che potrebbe essere l’indizio di una contaminazione delle acque oppure della necessità di organizzare una qualche operazione di ricerca o di recupero. Nonostante molti abitanti nella regione siano corsi a fare scorta di pastiglie di iodio, utili per contenere parzialmente gli effetti delle radiazioni sulla tiroide, al momento non ci sono però notizie confermate di un vero rischio radioattivo, né in prossimità di Arkhangelsk né tantomeno nel resto della Russia o in Europa. Nemmeno la zona intorno alla baia sarà evacuata.

Una questione militare

A rendere ancora più complessa la raccolta di informazioni attendibili, come già accennato, è il fatto che l’incidente sia avvenuto con tutta probabilità nell’ambito di un progetto militare segreto. Come raccontato dal New York Times, la tecnologia bellica del Burevestnick è di particolare interesse in questi anni, poiché un missile a propulsione nucleare (più veloce e imprevedibile negli spostamenti, e soprattutto con una gittata potenzialmente globale) manderebbe in crisi gli attuali sistemi di difesa missilistica e rappresenterebbe un’arma molto difficile da contrastare. Proprio nello sviluppo di questa tecnologia, la base militare di Arkhangelsk sarebbe uno dei centri di ricerca più importanti.

Se da un lato Putin in persona nella conferenza stampa di fine 2018 ha annunciato che erano in corso ricerche in merito da due anni, dall’altro le forze militari statunitensi hanno riferito di aver già sperimentato una simile tecnologia, ma di averla poi abbandonata a causa di una serie di rischi e di test non andati a buon fine. Secondo fonti non ufficiali, infine, la Russia starebbe tentando di far funzionare il missile Burevestnick già dal febbraio 2018, e almeno 5 test (incluso quello di giovedì scorso) si sarebbero già conclusi con un fallimento. L’unico test di successo, raccontato in un video, si sarebbe invece dimostrato una messinscena.

http://www.youtube.com/watch?v=okS76WHh6FI Altri punti in sospeso

Al netto delle questioni coperte da segreto militare, sulle quali probabilmente non avremo mai ulteriori dettagli, restano molti elementi oscuri nella ricostruzione della storia. Secondo le comunicazioni ufficiali rilasciate dalle agenzie di stampa Interfax e Tass, per esempio, il picco di radiazioni registrato resterebbe di fatto “inspiegabile”, nonostante l’ammissione della presenza di materiale radioattivo.

Delle persone morte abbiamo una lista parziale: Alexey Vyushin, Yevgeny Koratayev, Vyacheslav Lipshev, Sergey Pichugin e Vladislav Yanovsky). Sappiamo che erano scienziati ai massimi livelli e sono stati definiti “eroi nazionali”,  mentre non si sa chi siano le altre persone coinvolte né che ruolo avessero. Per ora è stato detto solo che si stava lavorando “in condizioni estreme”. Ufficialmente, le ricerche di superstiti sono ancora in corso.

Infine, dato che non è nota la composizione del combustibile nucleare coinvolto nell’esplosione, oltre a non conoscere quali isotopi radioattivi potrebbero essere presenti non sappiamo nemmeno se ci possa essere stato uno sversamento di sostanze tossiche, come avrebbe invece confermato una fonte anonima.

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