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wired.it - 1 settimana 11 min fa
 flickr.com)(Foto: flickr.com)

Nel mondo ci sono 155 milioni di bambini che soffrono la malnutrizione e ogni anno 6 milioni di questi muoiono prima di compiere 5 anni per cause curabili. La metà, quindi 3 milioni, per fame.

Sono i dati che Save the Children ha diffuso in concomitanza con il lancio della campagna Fino all’ultimo bambino, una raccolta di fondi organizzata in collaborazione con il Comune di Milano e con Microsoft, che ha creato nella Microsoft House un percorso tematico (dal 12 al 17 ottobre) affinché i visitatori possano sperimentare le sensazioni provate da chi è malnutrito.

Oltre la metà dei bambini che soffrono la fame vive in Asia (61 milioni) mentre il 30% di questi in Africa, con concentrazioni più alte in Eritrea dove un bambino su due soffre di malnutrizione cronica e, a seguire, in India dove la percentuale è poco inferiore, al 48%.

Una cattiva alimentazione espone i bambini ad altre malattie, per lo più facilmente curabili e prevenibili alle nostre latitudini e, nonostante i progressi fatti dal 1990 in poi (quando la malnutrizione interessava 254 milioni di bambini) l’obiettivo di ridurre al minimo i problemi di ipoalimentazione entro il 2030 resta utopico.

Ancora oggi al mondo sono 815 milioni le persone denutrite, più della metà (489 milioni) vivono in zone in cui si consumano conflitti. A pesare sul bilancio anche i cambiamenti climatici e la povertà.

Qualunque ne sia la causa, secondo il presidente di Save the Children Claudio Tesauro la fame “è un killer silenzioso, ma prevenibile, che trae ancora più forza proprio attraverso il circolo della povertà, dei conflitti e dei cambiamenti climatici e che indebolisce il sistema immunitario dei bambini, lasciandoli vulnerabili alle infezioni e alle malattie”.

La campagna inizia oggi 12 ottobre e terminerà il prossimo 5 novembre, periodo durante il quale sarà possibile donare 2 o 5 euro tramite il numero solidale 4554.

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wired.it - 1 settimana 23 min fa

pornhub premium

C’è il portale a luci rosse Pornhub al centro dell’ultimo attacco di massa alla sicurezza informatica: l’allarme lo ha lanciato la società di ricerca Proofpoint, la quale ha riscontrato sul sito per adulti la presenza di Kovter, un malware nascosto tra migliaia di pubblicità ammiccanti proposte su ogni pagina, e che potrebbe essere stato installato a propria insaputa da milioni di utenti.

Al momento della scoperta infatti il gruppo si è reso conto che il codice malevolo si annidava da più di un anno su diversi siti collegati a Pornhub da false inserzioni; considerando che secondo Alexa il portale riceve 26 miliardi di visite ogni anno, il numero di potenziali infezioni è elevato.

 Proofpoint)(Foto: Proofpoint)

Il metodo di aggancio scelto dai creatori di Kovter è una pubblicità fasulla che funziona da trappola, e che una volta cliccata porta a una pagina creata ad hoc dagli attaccanti. Anche la seconda fase necessaria all’attivazione del virus è di social engineering: la pagina visitata offre un aggiornamento “critico” a Flash Player o al browser che si sta utilizzando, un pacchetto da installare che è il vero contenitore per il malware.

Nella terza fase finalmente Kovter è libero di agire; con il computer sotto il proprio controllo potrebbe prenderne in ostaggio i file come qualunque ransomware eppure, secondo Proofpoint, si limita a una truffa pubblicitaria: trasforma cioè il computer in una clic farm, aprendo pagine internet zeppe di pubblicità fasulle sulle quali il computer clicca autonomamente.

Pornhub dovrebbe aver debellato la minaccia, che peraltro era rivolta principalmente agli utenti anglofoni, ma come sempre il consiglio contro questo genere di attacchi è sempre lo stesso: fare attenzione a dove si clicca e dotarsi di un buon antivirus da tenere sempre attivo.

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wired.it - 1 settimana 29 min fa

Può sembrare paradossale, ma nel 2017 il solo parlare di parità di diritti tra uomini e donne può sollevare un vespaio. È successo di nuovo, per l’ennesima volta, quando la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi ha twittato tra la soddisfazione e gli auspici una notizia arrivata dalla Norvegia.

Norvegia: sancita parità salariale tra calciatori e calciatrici. Domani con @LottiLuca daremo vita a tavolo di lavoro su questi temi.#avanti

— maria elena boschi (@meb) 9 ottobre 2017

Sì, le calciatrici della nazionale norvegese prenderanno gli stessi compensi dei colleghi maschi. Non solo è possibile, ma è pure vero. Come? Semplice: i maschi hanno accettato di “tagliarsi lo stipendio” devolvendo alla causa un contributo di 550 mila corone (circa 60 mila euro). Così il piatto totale per le calciatrici passerà da 3,1 milioni di corone (circa 331.700 euro) a 6 milioni di corone (poco più di 640 mila euro), mentre quello dei maschi scendera da 6,55 milioni a 6 milioni di corone.

“In Norvegia la parità di genere è molto importante – ha affermato il capo del sindacato dei calciatori Joachim Walltin, convinto che l’accordo siglato nel suo Paese sia il primo del suo genere – penso che si tratti di un bene per il Paese e per lo sport”. Ed è vero che a un traguardo simile non si era mai arrivati. Negli Stati Uniti, per esempio, la situazione delle calciatrici della nazionale è da poco migliorata grazie a un nuovo accordo che prevede compensi più equi e contributi di maternità, ma le paghe dei maschi sono rimaste un’utopia. E la Danimarca ha recentemente annullato un’amichevole contro l’Olanda a causa di una protesta sindacale riguardante i salari.

La Boschi promette una svolta anche in Italia: “Domani col ministro Luca Lotti daremo vita a un tavolo di lavoro su questi temi”, ha annunciato la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio. Ma è possibile? La situazione del nostro calcio femminile non è certo delle migliori. Le calciatrici sono dilettanti, non vengono pagate, mentre i maschi, per giocare in Nazionale, ricevono un compenso che oscilla tra i 7 e i 10 mila euro a convocazione, frutto di un accordo risalente agli Anni 80 tra Associazione italiana calciatori e Federcalcio. La stessa Figc investe ogni anno 3,5 milioni di euro nel settore femminile, gestito dalla Lega Nazionale Dilettanti, meno della metà dei 7,2 milioni messi sul piatto dalla Norvegia secondo l’ultimo rapporto redatto dall’Uefa. Si potrebbe pensare che questa differenza di attenzione tra i due Stati si basi sui risultati, ma agli ultimi Europei le norvegesi si sono fermate al primo turno, esattamente come le Azzurre, che a differenza delle loro colleghe scandinave sono però riuscite a vincere almeno una partita. Nessuna giustificazione può essere trovata nemmeno nei dati sui bacini d’utenza, con un’affluenza media negli stadi italiani di 1.000 spettatori a partita contro i 250 della Norvegia.

È pensabile che i calciatori italiani si quotino come i norvegesi per raggiungere la parità di genere? “Ci stiamo provando – ha affermato il presidente dell’Aic Damiano Tommasi a La Politica nel Pallone su Gr Parlamento, è un tema, i Paesi del Nord sono più avanti, si parla anche di professionismo e in Associazione sul calcio femminile stiamo lavorando molto, anche grazie a Sara Gama, che è all’interno del Consiglio federale e si sta facendo sentire. Sicuramente il futuro sarà migliore del presente”. Parole , il commento invece del presidente dell’Assocalciatori, Damiano Tommasi. Solo parole? Non è detto. I calciatori italiani hanno già dimostrato di essere ben disposti a iniziative del genere quando, nel 2016, hanno aderito alla proposta dell’Aic di devolvere il 10% dei compensi per le gare disputate in Nazionale a un fondo per i colleghi disoccupati o senza stipendio. D’altra parte, per chi guadagna cifre da Serie A, si tratta di un piccolo sforzo. E allora perché non farne un altro anche per le calciatrici?

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wired.it - 1 settimana 34 min fa

harvey-weinstein

Il 5 ottobre scorso il New York Times ha pubblicato uno sconvolgente reportage che conteneva decenni di accuse di molestie sessuali rivolte al potentissimo produttore e distributore Harvey Weinstein, noto per la sua influenza ma anche per la sua irruenza grazie alle sue aziende, prima la Miramax e poi The Weinstein Company (i suoi film hanno ottenuto oltre trecento nomination agli Oscar). Cinque giorni dopo, il New Yorker ha pubblicato un lunghissimo exposé a firma di Ronan Farrow in cui le accuse venivano ulteriormente circostanziante e si aggiungeva quella di stupro.

Ne emerge una sequela di aggressioni sessuali rivolte a collaboratrici, impiegate e attrici più o meno famose (da Ashley Judd a Rose McGowan, da Mira Sorvino ai tentativi rivolti a Gwyneth Paltrow e Angelica Jolie). Il tutto aggravato dall’atteggiamento dell’uomo, che forte della sua posizione di potere anche economico avrebbe comprato il silenzio delle sue vittime con l’intimidazione (“Non lavorerai più nel cinema“) o con il denaro. Nell’articolo del New Yorker anche l’attrice e regista italiana Asia Argento ha rivelato di essere stata molestata da Weinstein, che le avrebbe forzatamente praticato sesso orale nel 1997.

Le conseguenze di queste rivelazioni non si sono fatte attendere: oltre alle attrici che hanno denunciato le violenze, e che vengono lodate dall’opinione pubblica per il loro coraggio, anche altre star di Hollywood, nomi come Meryl Streep, Glenn Close e George Clooney, hanno comunicato solidarietà alle vittime e disgusto per l’atteggiamento del produttore. Michelle e Barack Obama hanno preso le distanze da Weinstein, che nella sua carriera è stato un grande finanziatore del Partito Democratico (alcuni senatori hanno addirittura devoluto in beneficienza le sue donazioni).

Weinstein è stato in questi giorni licenziato dalla sua azienda (che conta di cambiare nome per limitare i danni), lasciato dalla moglie Georgina Chapman, accusato di essere un bugiardo cronico dallo stesso fratello e socio in affari, sospeso dall’associazione del cinema inglese Bafta e probabilmente lo sarà anche dall’Academy degli Oscar. Nel frattempo l’uomo, che aveva all’inizio diffuso una lettera di scuse in cui dava la colpa al clima storico in cui era cresciuto, si dice diretto in Europa per curarsi dalla dipendenza dal sesso.

La responsabilità dei media negli Usa
La cosa sorprendente per i non addetti ai lavori che in questi giorni stanno leggendo le storie legate a Weinstein è che il suo atteggiamento aggressivo nei confronti delle donne era noto nell’ambiente da tempo. Voci più o meno sussurrate si sono rincorse per decenni ma nessuno dei grandi media americani o internazionali aveva colto prima d’ora l’occasione di parlare dell’accaduto. Questo è dovuto in parte anche al fatto che le vittime, spesso intimidite e annichilite dal potere del loro assalitore (uno degli uomini più ricchi, influenti e convincenti dello showbiz americano), si rifiutavano di uscire allo scoperto per timore di ritorsioni.

Eppure anche i giornali americani sembrano aver una parte di responsabilità nel aver taciuto su certe vicende. La giornalista Sharon Waxman, pur lodando il lavoro del New York Times, ribadisce che prima di allora nessun media si era occupato in prima linea della questione, nemmeno il quotidiano stesso, che nel 2004 fece passare sotto silenzio una sua inchiesta sull’intreccio fra affari e sesso che Weinstein conduceva nella sede italiana della Miramax a Roma e anche su due casi in Inghilterra in cui il produttore aveva pagato il silenzio di due sue accusatrici. Quell’articolo apparve in forma tagliata e molto edulcorata sul New York Times, ma è anche vero che Waxman, che dal 2009 ha fondato e dirige il portale di news sul mondo dell’intrattenimento The Wrap, non è mai più tornata sulla vicenda.

Un certo clima di omertà è stato però denunciato anche da Ronan Farrow, l’autore dell’inchiesta sul New Yorker (e, fra le altre cose, figlio di Mia Farrow e Woody Allen). Intervistato dalla giornalista Rachel Maddow sul canale americano Nbc, a Farrow è stato chiesto perché una storia che ha richiesto mesi e mesi di lavoro non fosse uscita prima: “Lo chieda ai vertici di Nbc News“, ha risposto il giornalista alludendo al fatto che inizialmente il suo reportage era stato commissionato da loro e poi stralciato.

Eppure ora che il vaso di Pandora è stato scoperchiato negli Stati Uniti il dibattito sulle molestie sessuali è accesissimo. Non solo la copertura mediatica del caso Weinstein è estesa e nella stragrande maggioranza dei casi attenta a rispettare le donne che sono uscite allo scoperto rivangando i loro traumi. Ma si stanno anche compiendo parecchi sforzi per ampliare il discorso, portandolo su temi più generali come il ruolo dei maschi di potere nei luoghi di lavoro e la prevenzione di atteggiamenti equivoci e inappropriati. In Italia, invece, il livello della discussione sembra essere di tutt’altro tipo.

La rappresentazione del caso sui giornali italiani

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Del complesso caso di Harvey Weinstein in Italia, per ragioni che possono anche sembrare ovvie, è stato recepito soprattutto l’episodio di Asia Argento. Che sia coinvolto un personaggio noto nel nostro Paese avvicina ai lettori una vicenda che altrimenti potrebbe essere percepita come relegata nel lontano e dorato mondo di Hollywood.

Il problema è che il passato trasgressivo di Argento e i suoi comportamenti non convenzionali sono entrati prepotentemente nel discorso italiano sulla questione. Sul New Yorker l’attrice ha ammesso che, dopo la sconcertante violenza che ha subito all’età di 21 anni e da cui non si è ancora ripresa del tutto, la dipendenza psicologica e lavorativa a Weinstein l’ha spinta a frequentarlo anche negli anni successivi.

Il dibattito in Italia si è concentrato moralisticamente proprio su questi dettagli: perché non l’ha denunciato prima? Perché non ha detto semplicemente no? Perché ha accettato la sua vicinanza e i suoi regali dopo il fattaccio? Come se la psicologia e il recupero delle vittime di violenze sessuali forse lineare e bidimensionale come quella di qualsiasi commentatore del web.

Queste insinuazioni, che in modo smaccatamente italico non puntano il dito sul predatore ma sulla preda (in stile “certo che con quella minigonna...”), sono alimentate dalle stesse testate italiane che, con una precisa scelta di termini e di immagini come quella sopra, contribuiscono alle ricostruzioni ammiccanti e pruriginose.

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Le parole, appunto. In questi giorni si sta notando un’insistenza abbastanza marcata negli articoli dedicati a Weinstein nell’utilizzo della parola diva: “Molestie a Hollywood: le dive contro Weinstein” titola Repubblica, ripreso quasi pedissequamente anche da Rai News. Chiunque s’intenda minimamente di lessico italiano sa che la parola diva (oltre a essere utile “giornalisticamente” per la sua brevità da titolo ad effetto, ma allora anche “star“) ha connotazioni ben precise: nell’immaginario non suscita solo l’idea di un’attrice molto famosa, infatti, ma richiama anche concetti di frivolezza, capriccio e vizio.

Decisamente peggio ancora fa il Corriere della Sera che, inseguendo i click con una gallery apposita, titola: “Le immagini che imbarazzano le dive“.

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In tematiche delicate come le violenze sessuali ci sono termini che andrebbero usati con estrema cautela: colpa, vergogna, imbarazzo, pena. Cosa vorrebbe dire che le “dive” dovrebbero essere “imbarazzate” per le foto che sono state scattate in tempi non sospetti con Weinstein? Il sottinteso, forse non voluto ma comunque subconscio, è: si facevano le foto con lui, in alcune pure lo baciavano, facevano il trenino, magari se la sono andata a cercare.

E tutto ciò – un sottile, automatico e questo sì imbarazzante sminuimento della vicenda – viene da testate che su altri fronti (vedi Il Tempo delle Donne o La 27esima ora) si impegnano per l’uguaglianza della donna e per un equo trattamento di tutti gli individui. Mentre nei boxini morbosi sulla destra delle loro homepage trionfano modelle mezze nude e scandali sessuali più o meno beceri.

È ovvio che questi casi non sono facili da trattare, soprattutto in quanto hanno ribaltato mezza Hollywood, figurarsi se non prendono alla sprovvista i cronisti italiani. Eppure sono anche momenti, questi, in cui la delicatezza e il rispetto dovrebbero venire prima di ogni cosa. Scandali di una tale portata dovrebbero essere una palestra per tutti noi, per esercitare la comprensione o, ancora meglio, la sospensione del giudizio.

La priorità è quella di sviluppare una cultura in cui le donne non devono sentire nessuna colpa e nessun imbarazzo a denunciare gli abusi e in cui tutti – uomini e donne, giornalisti e commentatori del web – non esitano a schierarsi dalla loro parte contro i violentatori, senza vedere del marcio in qualsiasi denuncia. In Italia, invece, c’è ancora chi tira fuori la scena di Argento e del dobermann.

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