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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 6 giorni 6 ore fa

La storia di Mario+Rabbids: Kingdom Battle l’abbiamo già raccontata: è un racconto di passione, duro lavoro ed emozioni che ha come sfondo gli studi Ubisoft di Milano. A renderla ancora più speciale c’è il fatto che parliamo di un videogioco pensato e sviluppato in Italia da un team italiano che ha convinto Nintendo a far realizzare qualcosa fuori dalle proprie mura che avesse come protagonista la sua icona più famosa. Per metterla in termini più comprensibili, immaginate che un giapponese ami così tanto la Ferrari da convincerla a fargli sviluppare un’automobile che porti il suo marchio, ma progettata e assemblata interamente lontano da Maranello.

Ricapitolando, abbiamo un prodotto frutto di più di tre anni di impegno durissimo che fa parte di una categoria, i videogiochi, che in Italia sono ancora più rari dell’impegno. È bene ribadirlo, perché queste premesse rendono Mario+Rabbids: Kingdom Battle un titolo più grande della somma dei propri addendi.

Di solito, quando un italiano parla di un videogioco italiano ha sempre un certo occhio di riguardo, perché sono merce rara in un settore che sta iniziando ora a decollare, ma in questo caso non c’è neppure l’imbarazzo di dover cercare lati positivi e di questo ringrazio Davide Soliani e tutto il team, perché Mario+Rabbids: Kingdom Battle è semplicemente un gioco estremamente ben fatto e divertente, indipendentemente dalle sue origini. D’altronde parliamo di un titolo che ha tutta la genialità e il design di un gioco Nintendo, ma che incredibilmente non è venuto in mente a Miyamoto e soci.

La sua storia è assurda, come è giusto che sia un racconto che coinvolge (ex) idraulici italiani e conigli francesi: una ragazza crea un visore in grado di combinare tra di sé gli oggetti su cui si poggia lo sguardo, purtroppo il dispositivo finisce nelle incapaci mani dei Rabbids che iniziano a usarlo a caso e finiscono nel mondo di Mario, modificandone drasticamente la morfologia. Il nostro scopo sarà guidare Mario, i suoi storici compagni di viaggio e alcuni Rabbids che ne fanno la parodia attraverso quattro mondi pieni di trappole e segreti da scoprire, per cercare di mettere a posto le cose.

Mario+Rabbids: Kingdom Battle è fondamentalmente un gioco diviso a metà: da una parte c’è l’esplorazione in tempo reale dei vari mondi di gioco, in cui potremo trovare armi aggiuntive, oggetti da collezionare e monete, che sono fondamentali per acquistare equipaggiamenti sempre più potenti, dall’altra ci sono gli scontri a turni.

Ogni livello è infatti spezzettato in una serie di arene piene di nemici sempre più ostici e dotati di abilità speciali che metteranno in crisi il nostro team, il quale dovrà soddisfare determinate caratteristiche per proseguire. A volte dovremo eliminare tutti nemici, o magari un determinato numero di nemici, in altri casi invece dovremo arrivare sani e salvi dall’altra parte del livello o scortare un personaggio che non può difendersi.

In ogni turno potremo compiere tre diverse azioni: muoverci, sparare e utilizzare un’abilità speciale. Il movimento è senza dubbio la fase più importante, perché dovremo sempre cercare di trovare un riparo per evitare di venire crivellati in campo aperto; inoltre potremo scivolare contro i nemici per causare loro danno aggiuntivo. Come se non bastasse, le mappe sono disseminate di tubi che ci permetteranno di spostarci velocemente e prendere alle spalle gli avversari, il problema è che potranno farlo anche loro.

Ogni arma, soprattutto quelle più avanzate, è dotata di una funzionalità speciale che gli consente di causare danno aggiuntivo, bloccare il nemico sul posto, accecarlo o rubargli dei punti vita. Inoltre ci saranno armi con danno ad area, con maggiore o minore portate, esplosive, corpo a corpo e così via. Ovviamente lo stesso vale anche per i nostri avversari.

Le abilità speciali variano invece in base al personaggio. Mario può aumentare il danno dei compagni vicini o appostarsi per sparare nel turno degli avversari appena si muovono, Rabbid Peach (il personaggio più divertente) può curare, Rabbid Yoshi può urlare e allontanare i nemici e così via. Ogni abilità, una volta usata, richiederà un determinato numero di turni per essere di nuovo disponibile.

Oltre a tutto ciò potremo spendere dei punti abilità per potenziare il nostro gruppo, aumentandone la salute o il danno, dotandolo di armi secondarie e abilità che ne aumentano la sopravvivenza sul campo di battaglia.

Insomma, siamo di fronte al classico paradigma dei giochi Nintendo: una veste grafica colorata e cartoonesca che racchiude meccaniche di gioco raffinate e in grado di punire chi si avvicina con troppa leggerezza. Il fatto è che adesso al timone c’è un team non di Nintendo, ma di Ubisoft, è questo è assurdo e bellissimo. Se vogliamo trovargli un difetto, alla lunga forse certe meccaniche potrebbe risultare ripetitive, anche se mai noiose, perché la varietà degli approcci rende ogni scontro molto interessante.

Un’altra pecca è che troppo presto ci si accorge che sta arrivando la fine e ne vorresti di più

Per fortuna ci vorrà molto tempo prima di aver scoperto ogni zona segreta e aver completato ogni battaglia con la miglior votazione possibile.

Parliamo invece dell’aspetto visivo: non c’è un dettaglio in Mario+Rabbids: Kingdom Battle che non sia curato in maniera certosina: giochi di parole, citazioni pop che spaziano da Sailor Moon a King Kong, un level design spettacolare che non cessa mai di stupire, mappe sviluppate per garantire sfida senza essere troppo frustranti.

Ma anche la colonna sonora non è da meno, d’altronde è stata affidata a Grant Kirkhope, storico compositore videoludico che in questo caso ha potuto sfruttare un’intera orchestra sinfonica e un cantante lirico. Tutti i videogiochi sono fatti col cuore, ma questo è uno dei quei rari casi in cui quel cuore non viene mostrato solo in un video promozionale, ma lo si può percepire in ogni momento di gioco.

Mario+Rabbids: Kingdom Battle è uno di quei giochi per cui vale la pena comprare Nintendo Swich, ma state attenti, perché ruberà il vostro tempo libero. Tutti quei minuti che normalmente dedicavate alla lettura in bagno, sul divano, in viaggio, saranno suoi e non potrete farci niente. Se spremete questo gioco esce fuori solo divertimento allo stato puro.

Adesso la speranza che non rimanga un caso isolato, che questo vanto italiano non resti un caso isolato, ma sia la base su cui costruire un futuro in cui non il fatto che un bel gioco di successo sia stato prodotto e sviluppato in Italia non sia più qualcosa di bello e particolare, ma la normalità.

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wired.it - 6 giorni 6 ore fa
 NICHOLAS KAMM/AFP/Getty Images)(Foto: NICHOLAS KAMM/AFP/Getty Images)

Si è aperta ufficialmente il 19 settembre a Manhattan la 72esima Assemblea generale dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu), la prima per il segretario generale António Guterres e per il presidente americano Donald Trump.

Ed è proprio tra i due che, seppure indirettamente, avviene il primo scambio di opinioni divergenti. Guterres ha esordito parlando della necessità di pace, necessità che Trump ha a sua volta ribadito, sostenendo però che, se attaccati, gli Stati Uniti sono pronti a distruggere la Corea del Nord.

.@POTUS #UNGA: No one showed greater contempt than #NorthKorea; an outrage that some support country imperiling world w/ nuclear conflict

— Department of State (@StateDept) 19 settembre 2017

Il presidente Trump ha parlato per 40 minuti davanti alla platea di ministri, premier, sovrani e presidente di 193 diversi Stati, un discorso iniziato con la promozione di se stesso: “da quando sono stato eletto gli Stati Uniti hanno fatto molto bene. La Borsa è a livelli record e l’occupazione in aumento” . Questo ultimo punto è un cavallo di battaglia di Trump e, esattamente un mese fa, il Washington Post lo ha smentito dati alla mano.

Trump ha messo al centro dell’attenzione gli Stati Uniti che “vogliono essere un esempio per tutti e – ha continuato – difenderò sempre gli interessi americani” , prima di virare sugli stati canaglia, quelli che, come la Corea del Nord, minacciano la pace nel mondo. “Un piccolo gruppo di regimi che non rispettano né i cittadini né i diritti sovrani” , un chiaro riferimento a Pyongyang ribadito pochi attimi dopo, individuando nella denuclearizzazione l’unico futuro plausibile.

Da qui il monito a Kim Jog-un, ribattezzato “il rocket-man in missione suicida” , a cui Trump ha ricordato di essere pronto ad usare misure drastiche se la Corea del Nord decidesse di attaccare gli Usa o uno qualsiasi dei suoi alleati.

Il presidente americano si è concentrato sull’accordo con l’Iran, giudicandolo imbarazzante. Già lo scorso aprile aveva chiesto una revisione dell’accordo sul nucleare con Teheran, siglato da Obama per dare una sferzata ai rapporti tra i due paesi nel 2015, quando si è impegnato a lavorare per la revoca delle sanzioni inflitte all’Iran in cambio della sua totale rinuncia a produrre armamenti atomici per almeno 10 anni. Un accordo che Trump non riesce a digerire al punto da chiamare a raccolta il paesi occidentali affinché mettano fine al regime iraniano.

Un impegno globale e concertato che Trump ha esteso anche verso Cuba, ribadendo che non gli Usa non toglierà nessuna sanzione fino a quando l’Avana non proporrà riforme valide per il popolo e che poi ha esteso anche al Venezuela messo in crisi dal regime di Maduro.

We call for the full restoration of democracy and political freedoms in Venezuela, and we want it to happen very, very soon! pic.twitter.com/bMJDOtAesl

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 19 settembre 2017

Poche le parole spese sulla Siria e sulla questione immigrazione, espresse per lo più con dei ringraziamenti rivolti alla Turchia e alla Giordania, in prima linea nell’assistenza ai rifugiati. “Siamo compassionevoli – ha detto Trump – ma un’immigrazione senza regole non è più sostenibile” .

L’argomento terrorismo è stato utilizzato da Trump per giustificare il rinnovo dell’intervento militare in Afghanistan, Iraq e Siria: “servono piani precisi contro il terrorismo e contro i paesi che supportano al-Qaeda, lo Stato islamico e gli hezbollah. Il regime di al-Assad ha usato armi chimiche contro i civili” .

.@POTUS to #UNGA on #Terrorism: All responsible nations must work together to confront terrorists. pic.twitter.com/VaBU3nMqaU

— Department of State (@StateDept) 19 settembre 2017

Nessuna parola sul clima, nonostante l’ipotesi di rivedere la propria posizione riguardo all’accordo di Parigi, discorso che Trump ha affrontato direttamente con il presidente Emmanuel Macron e non riproposto durante il suo discorso all’Onu.

It was a great honor to be with President @EmmanuelMacron of France this afternoon with his delegation. Great bilateral meeting! #UNGA pic.twitter.com/HnxDDU5d5F

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 19 settembre 2017

Anche la questione birmana e il processo di pace medio orientale non sono rientrati nei pensieri di Trump, al contrario dell’Onu e della burocrazia che grava sulle spalle di tutti gli Stati membri. “L’Onu deve avere un programma di riforme e non essere in balìa della burocrazia” . Il presidente degli Stati Uniti, pure non lesinando critiche, ha comunque cambiato approccio nei confronti dell’Organizzazione delle nazioni unite, che aveva giudicato “un club in cui la gente si incontra e discute” .

 

 


 

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wired.it - 6 giorni 6 ore fa

Face ID

Tra le caratteristiche che contraddistinguono il nuovo iPhone X c’è una tecnologia chiamata Face ID. Al grido di “Il riconoscimento ha cambiato volto”, Apple vorrebbe cambiare il sistema di accesso al telefono, che con Face ID si basa sulla semplice ripresa del volto. Nel momento in cui guardi il display dello smartphone, questo si sblocca e puoi iniziare a usarlo. Sulla carta, si tratta davvero di un’ottima idea, ma come sempre c’è da valutare non solo l’intenzione ma anche l’applicazione. Perché il problema è che — nonostante una affidabilità dichiarata di 1 errore su 1 milione contro 1 su 50mila — Face ID non può, tecnologicamente, battere un sistema come un Touch ID. Che, a sua volta, viene spesso e volentieri snobbato in favore del classico passcode digitato alla vecchia maniera. Cerchiamo di capire il perché.

Apple presenta Face ID

Come funziona
Face ID si basa su TrueDepth, la fotocamera di nuova generazione di Apple. In realtà c’è poco di nuovo: a un sensore da 7 megapixel, quello della camera interna, associa un emettitore di raggi infrarossi da 30mila punti. Funziona come un proiettore: ti spara in faccia una griglia di trentamila puntini, in modo da poter avere dei riferimenti spaziali precisi.

Come funziona Face ID

In più, altri due sensori, uno di prossimità e uno di luce, garantiscono una lettura efficace del volto, anche in scarse condizioni di luminosità. Qui entra in gioco anche una luce di riempimento, tanto cara agli appassionati di fotografia, il Flood Illuminator. Comunque, mettiamo che la lettura del volto avvenga senza problemi, cosa che non stento a credere visto il bendidio tecnologico messo a punto da Apple. Del resto, Apple non è che abbia inventato nulla, poiché questa tecnologia, anche se in forma più embrionale, l’abbiamo già vista e… giocata. È, infatti, quella che ha fatto il successo di Kinect, il sensore di movimento di Xbox. Niente di strano, visto che Apple ha acquisito proprio PrimeSense, che Kinect l’aveva progettato.

TrueDepth è, ovviamente, più complesso: ci sono più sensori e di miglior fattura, senza contare che, dato che Face ID permette di pagare con Apple Pay con uno sguardo, il riconoscimento è molto più preciso. Quella griglia da migliaia di punti, infatti, contribuisce a mappare la fisionomia del viso nelle tre dimensioni. E, dunque, a distinguere un volto in foto da un volto reale.

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Sulla base di questa complessa mappa tridimensionale del volto, quindi, iPhone X riconosce se chi lo sta guardando è l’effettivo possessore del dispositivo. E in caso affermativo procede allo sblocco o, addirittura, al pagamento tramite Apple Pay.

Sicuri che sia sicuro?
Il riconoscimento del volto è uno dei parametri biometrici meno sperimentati e collaudati al mondo. Perfino il riconoscimento dell’iride, utilizzato ancora molto poco (il Lumia 950 di Microsoft, per dire, lo usa, ma è così lento che alla fine gli si preferisce il PIN), è stato più collaudato. Per questo, e per l’utilizzo addirittura in un sistema di pagamento, sarebbe stato preferibile aspettare una sperimentazione su larga scala. Vi sono, infatti, problemi intrinsechi in questa tecnologia. Per esempio riconoscere due gemelli identici. Oppure riconoscere gli afro-americani: uno studio del 2012 del’FBI dimostra che con questa etnia vi è un’accuratezza nel riconoscimento facciale del 5-10% più bassa. Le implicazioni sono relative alla sicurezza, ma tutto sommato anche sociali. John Wagner, Deputy Executive Assistant Commissioner del U.S. Custom and Border Protection (CBC), vale a dire il dipartimento incaricato ai controlli di frontiera negli aeroporti americani, sostiene che il solo fatto di sorridere, di fronte ai sistemi di riconoscimento facciale, porta a un’accuratezza del 4% inferiore. Certo, Apple potrebbe aver sviluppato una tecnologia di riconoscimento migliore, e solo il tempo potrà dirci se è così, ma mi chiedo se un argomento così importante come la sicurezza di un pagamento, per dirne una, non meritasse qualche certezza in più che un atto di fiducia in bianco nei confronti del colosso americano.

Del resto, come accadeva durante le vecchie presentazioni di Microsoft, condite da epiche debacle, Craig Federighi non si è visto riconoscere il volto da Face ID proprio nel corso della sua presentazione mondiale.

A rischio hacking
Senza contare che le prime avvisaglie sul versante della scarsa affidabilità del riconoscimento facciale, anche se 3D, ci sono e sono preoccupanti. Ok, Face ID sa distinguere un volto da una foto, e mettiamo che il filtraggio funzioni bene. Ma di fronte a un modello 3D di un volto, come si comporterebbe? Non pensate a uno di quei brutti modellini grigi prodotti da una stampante 3D domestica. Pensate a stampanti 3D degne di questo nome. Pensate, soprattutto, che al Usenix Security Symposium 2016 dell’Università del North Carolina, un gruppo di ricercatori riuscì a creare modelli 3D animati, basandosi solo su foto raccolte dai social network. E sì, riuscirono a fregare un sistema di riconoscimento facciale. Unite un modello a una stampante 3D di buon livello e capirete che per Face ID non sarà vita facile.

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Il problema della privacy
Anche sorvolando sulle perplessità in fatto di sicurezza, c’è poi il discorso, forse ancora più delicato, della privacy. Apple si è affrettata a dire che le caratteristiche dei volti sono memorizzate nel dispositivo e non in un server centrale. Come accadeva anche con il TouchID. Le policy in fatto di privacy, tuttavia, sono destinate a cambiare in fretta, e “offrire” l’accesso a un dato così sensibile come il volto di un individuo, probabilmente il più sensibile in assoluto, apre a scenari inquietanti. Non mi metterò a elencare quanti servizi, anche celebri, hanno cambiato le proprie politiche in materia di privacy nel corso degli anni, trasformandoci in bersagli perfetti e ben profilati per le pubblicità (Google, Facebook, mi sentite?). Peccato che qui non si stia parlando di banali indirizzi email, ma di volti. Peccato che agenzie come l’NSA americana abbiano ampiamente dimostrato di essere in grado di scavalcare le protezioni di tutti i dispositivi sfruttando delle vulnerabilità zero-day quindi non note. Il che si traduce, nel caso di Face ID, in una videocamera perennemente puntata sul nostro viso. Non solo: tecnologie di intrusione di questo tipo potrebbero cadere pure nelle mani sbagliate.

Non sono un maniaco della privacy e non vi suggerirò di esaurirvi i nervi usando sistemi operativi iper-protetti come Tail, ma ammetto che l’eventualità che il mio volto vada a finire in qualche archivio non mi fa impazzire. Phil Schiller si è affrettato a dire che Face ID memorizza le informazioni del volto tramite Secure Enclave, una tecnologia di protezione di Apple, ma glissa sul fatto che, proprio questo Agosto, un ricercatore ha pubblicato la chiave di decrittazione. Mettendo a rischio l’integrità del sistema e di tutte le app e tecnologie afferenti. Face ID incluso.

La sensazione è che Apple, nel tentativo di rincorrere Samsung e proporre un display “totale” che copra tutta la superficie del dispositivo (ma Samsung ha intelligentemente posto il sensore touch sul retro…), ha dovuto eliminare il tasto Home e inventarsi una tecnologia pronta a rimpiazzare Touch ID. Forse, non ha potuto posizionarlo sul retro perché avrebbe violato qualche brevetto del concorrente.

Del resto, si vocifera che il Touch ID basato su display, e non so un apposito pulsante fisico, si sia dimostrato poco efficiente. E così non è rimasto che puntare sul riconoscimento facciale, adottando, probabilmente, una tecnologia ancora troppo acerba. Da un certo punto di vista, perdonate il cinismo, sarà affascinante vederne le implicazioni.

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wired.it - 6 giorni 6 ore fa
 Rafael S. Fabres/Getty Images)Città del Messico (Foto: Rafael S. Fabres/Getty Images)

Non c’è pace per il Messico, colpito da un terremoto di magnitudo 7,1 solo 12 giorni dopo quello di 8,2 che è costato la vita a 98 persone. Il numero delle vittime è ancora impreciso, secondo i media locali sarebbero più di 200, a cui si devono aggiungere decine di edifici crollati, tra cui una scuola.

L’epicentro del sisma è stato registrato alle 13.30 (le 20.30 in Italia) nei pressi di Axochiapan, a 150 chilometri da Città del Messico, dove si sono registrati danni anche ingenti, che si sono estesi fino a Puebla, centro a 140 chilometri a est della Capitale.

URGENTE | VIDEO – Momentos en que cae un edifico en la Ciudad de México, tras el fuerte sismo de 7.1 escala de Richter #19Sep pic.twitter.com/V58ItnX8by

— Alberto Rodríguez (@AlbertoRT51) 19 settembre 2017

Sono ore convulse e il responsabile della Protezione civile Fausto Lugo ha dato ordine ai suoi uomini di cercare tra le macerie di edifici crollati, segnalando anche la presenza di focolai di incendi dovuti alle predite di gas.

#SEDENAmx ha desplegado a más de 3,400 soldados en aplicación de #PlanDNIIIE para apoyar en zonas afectadas por el #Sismo de la #CDMX pic.twitter.com/MEm0VMInmV

— SEDENA México (@SEDENAmx) 19 settembre 2017

Il sindaco della capitale Miguel Ángel Mancera ha confermato che le persone rimaste senza elettricità sono circa 4 milioni e che l’aeroporto, distante decine di chilometri dall’epicentro, è stato chiuso.

Me reuní con el Presidente @EPN para evaluar acciones y actuar de manera conjunta en las tareas de rescate en zonas afectadas de #CDMX #mm pic.twitter.com/e6ZkxRTPEW

— Miguel Ángel Mancera (@ManceraMiguelMX) 20 settembre 2017

Tra Città del Messico e Acapulco ci sono anche problemi di viabilità in seguito al crollo di un tratto autostradale e, sempre nella capitale, sono migliaia le persone che si sono riversate nelle strade, fatalmente proprio nel giorno delle commemorazioni del terremoto del 19 settembre 1985, un disastro naturale che ha mietuto oltre 10mila vittime e che rappresenta ancora una ferita nella memoria collettiva dei messicani.

Un momento particolare per il Messico che, oltre ai sismi che si sono succeduti nell’arco di 12 giorni, piange almeno due vittime causate dal passaggio della tempesta tropicale Katia l’11 settembre appena trascorso.

Il presidente Enrique Peña Nieto è rientrato dalla visita istituzionale nello Stato di Oaxaca dove stava visitando le zone interessate dal sisma precedente e ha convocato il comitato nazionale di emergenza.

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wired.it - 6 giorni 7 ore fa

luce polarizzata

Una delle stelle più luminose del nostro cielo sta per autodistruggersi. Infatti, la sua rotazione è così veloce che la sua forma originaria è talmente distorta che potrebbe da un momento all’altro frantumarsi. A riferirlo sulle pagine di Nature Astronomy è stato un team di ricercatori internazionale, che per capirlo ha osservato l’emissione di luce polarizzata (un tipo di luce che si propaga oscillando in un’unica direzione) provenire esattamente da Regulus, una delle stelle più luminose che possiamo vedere dal nostro pianeta.

Ma facciamo un passo indietro per capire cosa sia la luce polarizzata. Normalmente, la luce viaggia in qualunque direzione, colpendo e rimbalzando sugli oggetti intorno a noi. Ma può anche essere polarizzata, il che significa che tutte le onde luminose si propagano in una direzione ben precisa. Nel 1968 due astronomi, J. Patrick Harrington e George W. Collins II, avevano ipotizzato che una stella che ruota molto rapidamente può emettere luce polarizzata, in quanto si muove così velocemente che la sua forma si distorce in una forma schiacciata ai poli. E sebbene quest’ipotesi di 50 anni fa abbia richiesto lo sviluppo di strumenti sempre più specializzati per riuscire a individuarla da qualche parte là fuori nello spazio, fino a oggi nessun astronomo era riuscito effettivamente a osservarla.

Ora, finalmente, un team di ricercatori dell’Australia, Stati Uniti e Regno Unito è riuscito a fare proprio questo: grazie all’High Precision Polarimetric Instrument (Hippi), ovvero il polarimetro (un apparecchio per misurare il grado di polarizzazione della luce polarizzata) più sensibile al mondo, sviluppato dalla University of New South Wales (Unsw). Il team ha così puntato il polarimetro verso Regulus, che si trova estattamente nella costellazione del Leone ed è classificata come la ventunesima stella più luminosa del nostro cielo notturno. E il risultato è impressionante: ora, infatti, sappiamo che Regulus ruota effettivamente a 320 km al secondo. Così veloce che la stella è fondamentalmente in procinto di distruggersi. “Abbiamo scoperto che Regulus sta ruotando così velocemente che è vicino alla sua frantumazione, con una velocità di rotazione del 96,5% della velocità necessaria per la rottura”, spiega Daniel Cotton della Unsw.

I nuovi risultati saranno utili non solo per migliorare la comprensione di Regulus in sé, ma per riuscire a rivelare più dettagli di altre stelle più grandi e più calde (che sono quelle che producono gli elementi più pesanti, come il ferro e il nichel, nello spazio) e permetterci così di scoprire di più sui loro cicli di vita. “Finora, ci limitavamo all’analisi dei materiali esterni alle stelle o a studiarne i campi magnetici”, concludono i ricercatori. “Da ora, invece, saremo in grado di analizzare parametri fondamentali dell’atmosfera stellare stessa”.

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wired.it - 6 giorni 7 ore fa

Planetario-3D

La Città della scienza di Napoli è stata in buona parte distrutta nel marzo del 2013 a causa di un incendio doloso, ma in breve è tornata a essere il punto di riferimento per la cultura e la divulgazione scientifica in Campania. Anche grazie al crowdfunding la ricostruzione è quasi terminata e la Città ha ufficialmente ripreso le dopo soli 8 mesi. Il calendario di settembre è come al solito denso di iniziative dedicate alla scienza, alla tecnologia, alla salute, all’impresa. Ma tra tutte una sembra stranamente fuori posto: è la Christian Expo, prima edizione di una fiera dedicata alla fede cristiana evangelica, che si svolgerà il 22 e il 23 settembre proprio a Bagnoli.
fiera cristiana

Il programma della kermesse al momento non è molto dettagliato e riporta principalmente delle aree tematiche (riforma, famiglia, comunicazione…), ma sembra improbabile che gli interventi possano rientrare nella normale routine di un grande centro come la Città della scienza di Napoli.

Tra i relatori sono previsti almeno due vip: l’eurodeputato Magdi Cristiano Allam (area tematica: varie) e il senatore Lucio Malan (riforma). Anche considerando stato pietoso dell’alfabetizzazione (scientifica) tra i politici italiani, sembra difficile trovare due individui più lontani della cultura (scientifica).

Allam quest’estate tuonava contro l’eutanasia di Stato a proposito del caso Charlie Gard, mentre Malan si è dilettato anche anche con la climatologia (ovviamente negando il cambiamento climatico).

Rubbia Zichichi e migliaia di scienziati sanno che global warming è bufala. Ma politicanti globalisti la usano per imporre governo mondiale https://t.co/x7KwqtZKKD

— Lucio Malan (@LucioMalan) June 3, 2017

Tralasciando queste perle, Città della scienza ha un nome piuttosto inequivocabile e una fama prestigiosa. E salta all’occhio tra gli eventi una fiera religiosa. Per questo abbiamo chiesto lumi all’ufficio stampa di Città della scienza, che ci conferma che Christian Expo si terrà nelle sale del centro congressi (ognuna intitolata una scienziato), date, come spesso accade, in affitto agli organizzatori dell’evento. Città della Scienza non è quindi coinvolta nell’organizzazione o promozione dell’evento, che è stato solamente segnalato sul sito internet.

Affittare i propri ampi e funzionali spazi ai privati è un modo per fare (comprensibilimente) cassa, ma ciò che stupisce è lo strano accostamento tra la religione della Christian Expo e un’istituzione come Città della scienza. Speriamo almeno che i partecipanti più celebri siano folgorati sulla via di Bagnoli, dando almeno un po’ di credito in più agli scienziati. Del fatto che i soldi dell’affito del Centro congressi saranno usati per continuare a comunicare la scienza siamo sicuri.

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wired.it - 6 giorni 7 ore fa

ai1Che quello dell’intelligenza artificiale sia uno dei campi su cui si giocheranno le sfide del futuro, ma di quello dietro l’angolo, fra colossi hi-tech si capisce non solo dai numeri ma anche dagli ultimi movimenti di truppe. Di unità, settori e aree di ricerca dedicate ne esistono e da tempo: dalla celeberrima DeepMind di Google, acquisita da BigG nel 2014, da cui passano alcune delle scoperte e degli avanzamenti più affascinanti (basti pensare alle sconvolgenti vittorie di AlphaGo contro i campioni in carne e ossa di Go), al Fair, il Facebook Artificial Intelligence Research, la divisione di Menlo Park diretta da Yann LeCun, guru della robotica e delle neuroscienze computazionali.

L’obiettivo di questo settore di Menlo Park, come più o meno in tutte le altre società, è sviluppare sistemi neurali con un livello di intelligenza sempre più prossimo a quello umano, prendendo di petto i problemi accademici più scottanti che ruotano intorno a questi ambiti: teorie, algoritmi, applicazioni, infrastrutture software e hardware. Sono parti interessanti e stimolanti di questi gruppi perché, contrariamente ad altri settori dei colossi statunitensi – e non solo, la Cina ha buone probabilità di sorpassare gli Usa nell’intelligenza artificiale sotto diversi parametri – sono costretti a mantenere una comunicazione e una collaborazione più stringente con l’esterno (accademie, altri centri di ricerca e in genere con la comunità scientifica in senso ampio) pubblicando paper, studi, rilasciando software open source o partecipando a incontri internazionali.

Anche Microsoft ha ovviamente la sua divisione di ingegneri ed esperti. Proprio lo scorso anno ha allargato il suo Microsoft AI & Research Group – anzi, lo ha ricostruito da zero affidandolo alle cure di un veterano di Redmond come Harry Shum – includendo nella squadra più di 5mila ingegneri. L’obiettivo, lo abbiamo visto in particolare nell’ambito della salute, è democratizzare le soluzioni di intelligenza artificiale. Non è un caso che alla nuova divisione si siano uniti altri team come quello di Information platform, Cortana e Bing o l’Ambient Computing and Robotics guidati rispettivamente da David Ku, Derrick Connell e Vijay Mital. Eppure adesso una piccola mossa racconta qualcosa di più.

Microsoft ha infatti annunciato da pochissimo di aver messo in piedi, all’interno di questo perimetro così ampio dedicato all’AI, una specifica unità che farà un po’ da avanscoperta. Cercherà cioè di concentrarsi su alcune delle sfide più concrete. In particolare, come sfruttare le tecnologie di intelligenza artificiale per rendere i software più intelligenti. Microsoft Research AI, battezzata dal vicepresidente Harry Shum, dispiega un centinaio di ingegneri di base proprio a Redmond. I più tosti.

Msr AI, questo il nome in codice, “pescherà dai migliori talenti nella ricerca di Microsoft per sviluppare gli avanzamenti essenziali nel settore” si legge nella presentazione. L’iniziativa combina dunque le ricerche nel machine learning con le innovazioni nello sviluppo e nelle analisi del linguaggio e del dialogo uomo-macchina. Sembra quasi che la flottiglia (per gli standard di un gigante come quello guidato da Satya Nadella) sia stata incaricata, mentre il resto della divisione prosegue sulle ricerche di lungo periodo, di sfruttare le potenzialità delle macchine “in modi nuovi” per aiutare le persone a essere più efficienti, coinvolte e produttive.

Basta d’altronde analizzare le 13 squadre in cui quest’eccellenza con cui Microsoft vuole insidiare Google e gli altri per rendersi conto degli ambiti di ricerca: dal “conversational system” al “deep learning” passando per “information and data sciences”, “language and information technology”, “machine learning” e “machine teaching” fino a “perception and interaction” e al gruppo specializzato in “natural language”. Sono piccoli nuclei d’eccellenza che svilupperanno progetti come quelli di assistenza virtuale contestualizzata, intelligenza conversazionale, microproduttività e RoomAlive, uno dei più interessanti, che pare quasi lo sviluppo di ricerche passate sulla realtà aumentata, anzi immersiva, all’interno di ambienti domestici.

Dal Microsoft Bot Framework a Cortana passando per tutti gli scenari futuri, le sponde sono infinite. All’ultima conferenza Build dello scorso maggio, non a caso, Nadella ha insistito moltissimo proprio sulla necessità di rendere disponibile l’intelligenza artificiale su diversi dispositivi, piattaforme e programmi, dal motore di ricerca ai bot fino al cloud. Darle, cioè, un elemento di maggiore concretezza e operatività. Un po’ come ha fatto Google col suo nuovo Assistant, vero agente dialogante che però deve ancora arrivare in italiano. Tanto per fare un esempio e cambiando latitudini, non è un caso che Richard Yu, ceo della divisione consumer dei cinesi di Huawei, abbia annunciato che il nuovo flagship phone, il Mate 10 atteso da un paio d’anni e in arrivo entro l’anno, dovrebbe proprio disporre di soluzioni d’intelligenza artificiale superando di slancio le assistenti virtuali a cui siamo abituati ora.

Al di là delle applicazioni nei dispositivi, però, c’è da ricordare uno dei punti-chiave di Microsoft anche in termini di bilancio: i servizi infrastrutturali per il cloud. Il secondo trimestre dell’anno è stato totalmente positivo per questo ambito, facendo segnare una crescita del 47% anno su anno fino a toccare un valore complessivo di 14 miliardi di dollari. Se al vertice del mercato dei cloud service provider (+42%) c’è Amazon Web Services, che raccoglie il 30% della spesa, Microsoft ha registrato un’impennata del 97% e Google del 92%. Segue Ibm.

Ciò che conta, tuttavia, e che giustifica anche movimenti come quelli appena visti, è la disponibilità di soluzioni di intelligenza artificiale on demand nell’infrastruttura cloud. Canalys, fonte dei dati riportati, ha infatti spiegato che la crescita continuerà proprio grazie ai clienti che utilizzeranno sempre di più piattaforme per l’intelligenza artificiale. Già oggi tutti i protagonisti del settore mettono a disposizione sistemi per la comprensione del linguaggio, il riconoscimento vocale, la ricerca visuale, applicazioni text to speech e altre possibilità. SwiftKey, Genee, Maluuba: oltre alla ricerca interna anche lo shopping di startup e società specializzate compiuto da Satya Nadella negli ultimi due anni marcia proprio in questa direzione: AI first.

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wired.it - 6 giorni 14 ore fa

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(foto: Brandspurng.com)

Domani inizierà Heroes meet in Maratea, l’Euro Mediterranean Coinnovation Festival giunto quest’anno alla sua seconda edizione. L’evento, che si svolgerà fino al 23 settembre al Resort Pianeta della località in provincia di Potenza, riunirà l’ecosistema internazionale delle startup e il mondo dell’imprenditoria e li vedrà confrontarsi sui temi più caldi dell’innovazione: interazione uomo – macchina, intelligenza artificiale, growth hacking, cultura ed education 4.0, fintech, agrifood e molti altri.

Anche i numeri sono quelli delle grandi occasioni: più di 100 appuntamenti previsti, 150 ospiti, tantissimi workshop, laboratori, business matching e una platea formata da piccole e medie imprese, startupper, policy makers e investitori.

Due dei momenti clou saranno la Heroes Prize Competition ovvero la sfida riservata alle migliori startup italiane ma anche la sfida tra quelle provenienti dagli undici paesi partner della manifestazione: Israele, Francia, Spagna, Svizzera, Grecia, Germania, Cipro, Malta, Marocco, Algeria e Tunisia. I paesi africani rappresentano una delle novità dell’edizione 2017 di Heroes ed è proprio sulle startup di queste ultime tre nazioni che vogliamo focalizzare l’attenzione.

Partiamo dall’Algeria e da Autopub. la startup che sfrutta tutte le potenzialità dello street marketing come già si intuisce dal nome Auto – pub, pubblicità sull’auto. In pratica Autopub dà la possibilità, a tutti coloro che possiedono un veicolo, di promuovere la propria attività piazzando un poster sul lunotto senza che questo ostruisca la vista del conducente quando guarda nello specchietto retrovisore. Gli annunci vengono aggiunti dagli inserzionisti che scelgono sia la durata della campagna che il luogo o i luoghi in cui promuoverla.

Spostandoci in Tunisia troviamo Chifco, startup nata nel 2011 che vanta già una considerevole presenza internazionale nel Regno Unito, in Sudafrica, in Francia e Stati Uniti. Chifco ha sviluppato un’infrastruttura tecnologica che abbina Internet of things e Machine to machine e permette una gestione smart degli ambienti, sia nelle strutture private che nelle aziende. Tecnologie che monitorano e riducono il consumo energetico. Tra i prodotti di spicco della startup ci sono Smart Life, il robottino OGY e la videocamera IP CAM che permettono di aumentare il livello di sicurezza della propria abitazione.

Sempre dalla Tunisia arriva anche Vitalight LAB, startup nata nel 2016 e fondata da due ingegneri appassionati di microorganismi e micro alghe. Grazie all’estrazione dei principi attivi contenuti nelle alghe (si trasformano in oli o farine che diventano, a loro volta, base per cosmetici e integratori alimentari), la startup si è lanciata nell’e-commerce con prodotti cosmetici e alimentari, con il marchio Algo Vita, già presente in alcune farmacie e centri fitness tunisini. La startup, le cui quote sono divise tra i fondatori, il fondo UGFS del Qatar e quello tunisino Innovest, ha già attirato l’attenzione dell’agenzia francese per gli investimenti internazionali Business France.

Infine le startup del paese nordafricano più a ovest, il Marocco. Ne vediamo due: Cotizi e Kilimanjaro Evironment. Cotizi, è la prima piattaforma di crowdfunding creata in Marocco ed ha una spiccata vocazione sociale. Startup dell’anno al Maroc Web Awards 2016, è dedicata a progetti ambientali ed educativi, e permettere di realizzare anche petizioni online. La piattaforma ha ospitato diverse campagne tra cui #100dhpouraider per aiutare le vittime delle inondazioni che hanno devastato le regioni meridionali del Marocco nel 2014 e un progetto che ha portato alla realizzazione di una scuola in una piccola città marocchina.

Vincitrice del Gran Premio Cleantech Marocco 2016 è, invece, Kilimanjaro Environnement. Leader nel recupero di oli alimentari usati, filtra e rivende il materiale ricavato dall’acido grasso ai produttori di biodiesel e agli impianti specializzati nella produzione di mangimi. L’azienda è già stata scelta da migliaia di professionisti del settore alberghiero e della ristorazione nonché dalle industrie agroalimentari. Kilimanjaro Environnement ha inoltre sviluppato Eko Geste Dari, un’app che consente agli utenti di contattare un agente incaricato di raccogliere il materiale riciclabile (non solo gli oli alimentari ma anche carta, cartone, plastica, vetro e alluminio) e portarlo nel centro di smistamento e recupero. L’app consente di seguire il tragitto che porta al riciclo del materiale di scarto e di valutare l’impatto ambientale nella riduzione delle emissioni di CO2 favorendo così stili di vita eco sostenibili.

 

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