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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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brand-news.it - 9 ore 25 min fa

Anche per il prossimo anno, grazie alla nuova apertura, il gruppo si attende una crescita a doppia cifra Nuova direzione creativa per Tbwa/Italia che ufficializza la nomina di Gina Ridenti e Hugo Gallardo quali nuovi executive. Ridenti è in agenzia dal 2000 dove è entrata in qualità di senior copy per poi ottenere la direzione...

L'articolo Nuova direzione creativa per Tbwa con Ridenti e Gallardo. Dal 2018 apre il network digital DAN. Fatturato +17% sembra essere il primo su Brand News.

wired.it - 9 ore 34 min fa

La competizione Wildlife Photographer of the Year è giunta al termine anche nel 2017, laureando i migliori scatti realizzati dai fotografi, professionisti e non, che hanno sottoposto a giudizio immagini che catturano bellezza e complessità del mondo naturale. Le foto vincitrici, ma anche tutte le altre finaliste, sono in esposizione a partire dal 20 ottobre al Natural History Museum di Londra.

L’istituzione museale britannica ha premiato le foto che hanno conquistato la giuria per composizione, tecnica e interpretazione in una cerimonia andata in scena a Londra il 17 ottobre.

Vincitore generale della competizione è Brent Stirton, per aver documentato con straordinaria forza visiva e documentaria il dramma e la crudeltà che va in scena in Africa a causa della caccia alle corna di rinoceronte. Memorial to a species, questo il nome dello scatto, si impone quindi in una gara che ha visto oltre 50mila foto inviate da tutto il mondo.

Scopri le altre vincitrici di categoria nella nostra gallery.

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wired.it - 9 ore 40 min fa

A vederla con i capelli a caschetto scuri, gli occhiali tondi dalla montatura leggera, e ben sette chili di muscoli messi su per l’occasione, Emma Stone è a stento riconoscibile. Sostituite le scarpette da tip-tap con la racchetta da tennis l’attrice è a caccia di un’altra nomination con la sua interpretazione in La battaglia dei sessi. Veste i panni di Billie Jean King nella storia vera tratta dalla partita di tennis del 1973 passata alla storia come Battle of the Sexes (La battaglia dei sessi, appunto) dove la tennista accettò la sfida dell’ex campione in pensione Bobby Riggs (Steve Carell), convinto di poter battere anche la n.1 del circuito femminile, nonostante i 50 anni d’età.

la battaglia dei sessi

La partita, trasmessa in tv e giocata in uno stadio di baseball per accogliere più pubblico possibile, divenne uno degli eventi sportivi più attesi e seguiti di tutti i tempi ed ebbe più di 90 milioni di spettatori in tutto il mondo. Da casa e dagli spalti c’era infatti la sensazione di assistere a molto di più che a un match sportivo. In quel campo si stava giocando la battaglia per la parità dei diritti tra uomini e donne, nello sport e non solo. Se infatti Riggs aveva preso quasi come uno scherzo il suo ruolo del maiale sciovinista – come lui stesso si definiva – convinto che le donne debbano restare in cucina, Billie Jean King aveva già dimostrato di avere a cuore i proprio interessi e quelli delle colleghe. Da anni stava combattendo per la parità fra uomini e donne in un settore in cui i premi in denaro assegnati a queste ultime valevano un dodicesimo di quelli degli uomini e, nonostante fosse stata la prima donna a ottenere un premio in denaro di 100mila dollari, aveva abbandonato la Uslta per fondare la Women’s Tennis Association. Ma non solo. In quegli anni di liberalizzazione sessuale la giovane tennista era alla ricerca della propria identità e stava iniziando la relazione con un’affascinata parrucchiera (nella realtà la sua segretaria).

BILLIE JEAN KING

Diretto dai coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris, già registi di Little Miss Sunshine, il film vuole illustrare il clima di un’epoca attraverso un fatto emblematico, una convergenza mediatica che ha fatto la storia. Purtroppo però la raffinata delicatezza apprezzata in Little Miss Sunshine è del tutto assente, sostituita da una messa in scena troppo patinata per lasciare il segno. Il racconto dell’amore tra Billie Jean e Marylin Barnett è didascalico e ripetitivo, si piacciono, se lo dicono, continuano a dirselo per tutto il film. Va benissimo voler parlare in termini e semplici e chiari per comunicare con un pubblico più vasto possibile, ma c’è il rischio di semplificare al punto da banalizzare. Non c’è spazio per il vero dissidio interiore della tennista né per la storia che l’ha portata fin qui. La figura del marito è solo accennata e uno dei personaggio più rilevanti e sfaccettati, Jack Kramer, (interpretato da Bill Paulman), lui sì convinto che le donne non potessero essere considerate al pari degli uomini, è lasciato sullo sfondo. È un peccato. Film che raccontano di questioni così importanti dovrebbero aver la forza di difendersi da qualsiasi attacco per lo meno stilistico e formale.

BATTLE OF THE SEXES

Ma gli interpreti sono bravissimi, Steve Carell in testa, e la speranza è che nonostante tutto si ri-focalizzi l’attenzione su problematiche che non sono ancora state risolte, ma anzi sono più attuali che mai. Intervistata in occasione dell’uscita americana, la vera Billie Jean King ha dichiarato: “Oggi rispetto a un dollaro guadagnato da un uomo, le donne bianche guadagnano 78 centesimi, le afroamericane 64 centesimi, le donne ispaniche e quelle native 54 centesimi. La presenza femminile al Congresso non arriva neanche al 20 percento. Pochissime sono le donne manager. E ciò che la gente non capisce è che la penalizzazione delle donne penalizza anche le loro famiglie. È un’assurdità che provoca disagio a tutti. Spero che la storia di questa partita continuerà a favorire il dialogo, a unire le persone e a non discriminare. Le cose per cui abbiamo combattuto nel 1973 sono quelle per cui ancora combatto e dobbiamo continuare a farlo“.

 

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wired.it - 9 ore 52 min fa

Hey #Twitterville we just wrapped production so here's a special message #StarWars pic.twitter.com/8QJqN5BGxr

— Ron Howard (@RealRonHoward) October 17, 2017

Sono finalmente finite le riprese del film spin-off  di Star Wars dedicato alla giovinezza di Han Solo. La produzione non è stata di certo facile, con il regista Ron Howard che è subentrato in corsa ai precedenti registi Lord e Miller, allontanati dalla Lucasfilm per diversità di opinioni. Ora però Howard, dopo aver postato sui social in questi mesi foto e indiscrezioni, rivela (con l’aiuto di Chewbecca) anche il titolo ufficiale della pellicola: si tratterà semplicemente di Solo: A Star Wars Story.

In realtà che questo fosse il titolo era stato già anticipato in giugno, quando erano state diffuse le immagini delle t-shirt utilizzate dal personale tecnico del film (con un logo differente, però).

Nell’attesa che il film arrivi finalmente nelle sale il prossimo 25 maggio, c’è anche chi critica la scelta di un titolo così ovvio e semplicistico. Ma più delle critiche, è l’ironia quella che sta dominando le pagine web in queste ore. C’è infatti chi avrebbe preferito un titolo leggermente diverso:

The Han Solo movie finally has a title. #StarWars pic.twitter.com/xRDxlgTPkT

— Spooky Dan Casey (@DanCasey) October 17, 2017

O chi nota somiglianze notevoli:

Trademark Law: A Star Wars Story #Solo pic.twitter.com/cHYOdVO5PC

— Pete (@ThePeteAwakens) October 17, 2017

Altri si rispecchiano nel titolo anche in altri ambiti della loro vita:

i don't remember selling the rights to my memoirs pic.twitter.com/Oi6P1i0BTn

— heath (@heathdwilliams) October 17, 2017

Scegliere altri mezzi espressivi è un’altra opzione:

pic.twitter.com/D9Z91JYfUJ

— Nicholas Friedman (@NMFreed) October 17, 2017

Non manca un po’ di satira sulle complesse vicende registiche del film (e ricordiamoci che Howard sarà l’unico regista accreditato per il film):

Savvy move by Ron Howard; naming the film after the amount of directors credited.

— Steele Wars Podcast (@SteeleWars) October 17, 2017


(“Scaltra mossa di Ron Howard quella di intitolare il film come il numero di registi accreditati“)

C’è anche chi, però, cerca di ricondurre la discussione a un minimo di ragionevolezza:

Nerds who say the title of the new Han Solo movie isn’t creative enough seem to forget that the title of their favorite movie is Star Wars

— Matt Novak (@paleofuture) October 17, 2017


(“Nerd che dicono che il titolo del nuovo film di Han Solo non è abbastanza creativo dimenticandosi che il titolo del loro film preferito è Guerre Stellari”)

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wired.it - 10 ore 5 min fa

Negli ultimi giorni si fa un gran parlare di meme, e sul senso di trasportare contenuti nati in rete, e tecnicamente ad uso e consumo di tutti, verso altri supporti come la carta stampata. La discussione nasce dal processo di pubblicazione che ha coinvolto e sta coinvolgendo molti fenomeni della rete, non ultimo la pagina Sii come Bill, la cui straordinaria popolarità ha attratto l’interesse di case editrici, disposte a trasformare quel successo in qualcosa di più. Ma che cos’è un meme?

Tecnicamente una semplice unità culturale. Associare la parola “meme” a un contenuto meramente visivo è un errore comune. Un meme può essere anche una canzone, una danza, una frase: qualunque forma di tormentone trovi il suo posto all’interno di un gruppo culturale. Le sue origini vanno a ripescate nei ’60 per mezzo degli studi di Burroughs, per trovare poi una prima formulazione negli anni ’70, con il celebre Il Gene egoista di Richard Dawkins.

Il meme ha dalla sua il potere di auto-propagarsi e di diffondersi viralmente attraverso mezzi di imitazione culturale. Si tratta di un procedimento autonomo, conscio, che replica un contenuto a macchia d’olio per mezzo dell’apprezzamento dei fruitori.  Ecco perchè i meme sono i contenuti principe della rete, ancor più che qualunque altro stumento di diffusione. Quelli visivi, spesso a sfondo satirico, hanno fatto la fortuna di moltissimi portali o di “pagine”, secondo quello che è il nuovo modus di diffusione delle notizie in rete. Persino gli organi di stampa non si sono fatti problemi ad utilizzarli per far circolare notizie, spesso grottesche, ed allo stesso modo quegli stessi meme, replicati ad hoc, sono diventati il perno attorno cui hanno ruotato diverse campagne publicitarie.

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Per capire come creare meme di successo, partiamo dalle basi teoriche, detatte  Dawkins: un meme è efficiente se sottosta a tre paradigmi:
1) la longevità, nella forma in cui sia in grado di sopravvivere nel tempo;
2) la fecondità, cioè la possibilità che esso venga copiato;
3) la fedeltà, cioè la possibilità che le sue copie siano il più simili possibili all’originale.
Dinamiche che per noi frequentatori di internet non risulteranno molto complesse da capire. Pensate a qualunque meme abbiate visto sulla rete, come per esempio il celeberrimo “doge”. Un cane di razza shiba con uno sguardo abbastanza vacuo, e con nulla più che parole dai contorni colorati che si fanno beffe o minimizzano un determinato argomento. Semplice, esilarante, a metà strada tra comprensibile e l’assurdo, ma soprattuto facilmente replicabile. Si tratta di un esempio, solo uno degli innumerevoli meme che la rete attraverso forum e social ha contribuito a diffondere.

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Spesso un meme è divertente perché comprensibile solo da una cerchia di utenti, per quanto vasta. Facciamo un esempio semplice: il popolare meme con protagonista Sean Bean tratto da Il signore degli anelli. Ecco, provate a spiegarne il senso a qualcuno che non abbia idea di quale sia il riferiemento originale, cioè il film, nonché la frase pronunciata originariamente dall’attore. Impossibile. Benché questa meccanica, almeno nel nostro Paese, si sia molto diluita in virtù di immagini e messaggi più immediatamente comprensibili, altrove nel mondo, e specie per le sottoculture a tema nerd che frequentano i più oscuri meandri di internet, l’ermeticità dei meme è fondamentale. I meme, dunque, ci piacciono perché possiamo innanzitutto capirli.

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Ma cosa ce ne facciamo di un meme una volta che lo abbiamo decodificato? A questo punto possiamo, di fatto, replicarlo e persino evolverlo. Questo perché il meme è un contenuto semplice e immediato che generalmente viene spinto dal basso per arrivare poi alle più alte forme di comunciazione come un libro. La loro possibilità di evolversi è figlia soprattutto della loro paternità condivisa. Un meme non è mai associabile a qualcuno di preciso, e chiunque vi dica che “si è inventato un meme”, è quasi certo che stia mentendo. Registrare un meme all’ufficio brevetti, per dire, significa non capire cosa sia un meme e come funzioni, nella misura in cui se sei l’unico a poterlo replicare esso ha, di fatto, smesso di essere un meme.

Uno studio del 2014 del prof. David Eilam del Department of Zoology dell’Università di Tel Aviv ha analizzato che un contenuto memetico, nel suo caso specifico una danza tribale, può sopravvivere se e solo se ogni persona che ne fruisce riesce in qualche forma a personalizzarlo. La personalizzazione rende il messaggio preservabile  poiché la forma originale non viene comunque persa, ma modificata, in qualche modo il contenuto si preserva.

Veniamo  alla pubblicaizone vera e propria. I meme, come unità semplici e facilmente comprensibili, assumono un ruolo primario in termini di comunicazione tra gli individui, che li sceglieranno  per veicolare specifici messaggi. La loro nascita “dal basso” permette ai meme di poter parlare di tutto e tutti, offrendo ad ogni partecipante lo stesso spettro di regole, semplici ed elementar, superando così qualunque barriera, sia essa culturale, economica, religiosa, sociale o persino linguistica.

I meme, insomma, sono più che mere immagini divertenti in rete, hanno trovato trovato un posto priveleggiato nella diffusione “2.0” delle notizie e questo è un qualcosa che non va sottovalutato, né glissato.

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wired.it - 10 ore 24 min fa

Il 19 dicembre l’ultimo concerto di Elio e le Storie Tese. Ora a #LeIene l'intervista @eelst pic.twitter.com/5L9curEN28

— Le Iene (@redazioneiene) October 17, 2017

Lo hanno annunciato ieri sera durante l’intervista tripla rilasciata alla trasmissione televisiva di Italia1 Le Iene: il gruppo Elio e le Storie tese, insieme dal 1985, si scioglierà alla fine di quest’anno. L’ultima occasione per vederli insieme sarà proprio il 19 dicembre prossimo a Milano, quando si esibiranno per un ultimo concerto al Forum d’Assago, a conclusione del tour che li ha visti protagonisti di numerose date in Italia e in Europa.

Ma sarà, appunto, anche la conclusione della band in quanto tale. Nata nel 1980 con un primo nucleo originale organizzato da Stefano Belisari, che scelse il nome d’arte di Elio e aggiunse “le storie tese” da un verso degli Skiantos, attraversò diverse line-up fino a raggiungere quella attuale che comprende Faso, Cesareo e Rocco Tanica (il quale già alla fine del 2016 aveva però dato addio alle esibizioni live). “È importante capire quando è ora di dire basta e passare ad altro. L’abbiamo detto, non si torna indietro“, ha dichiarato Elio, attualmente impegnato anche con StraFactor, l’after show di X-Factor in onda ogni giovedì su Sky Uno, e che dice ora di volersi dedicare a un progetto reggaeton. “Ci vuole l’intelligenza di capire di essere fuori dal tempo. Youtuber, influencer, rapper. Queste sono le persone che oggi parlano ai giovani“.

Gli Elio e le Storie Tese (noti anche come Elii), forti di decenni di successi come Servi della gleba, Born to be Abramo, La terra dei cachi (con cui stavano per vincere Sanremo nel 1996) e La canzone mononota, ne hanno anche per la critica musicale che “non serve a niente soprattutto se è in mano a gente che non sa neanche cos’è un do“. L’addio alle scene del gruppo, anticipato con parecchia insistenza dalla stampa nei mesi scorsi, non sembra però essere polemico: è semplicemente la fine di un’era.

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mymarketing.net - 10 ore 26 min fa

Tema delicato, delicatissimo, quello della fiducia che i consumatori pongono nei brand online. 70mila individui da 56 paesi hanno partecipato al sondaggio “Connected Life” di Kantar TNS, svelando come ci sia una grande differenza tra paesi sviluppati, caratterizzati da atteggiamenti forse un po’ più chiusi da parte dei consumatori, e mercati emergenti, più aperti e più fiduciosi. La ricerca copre diversi aspetti della digital transformation e quest’anno ha deciso di approfondire il tema della fiducia dei consumatori verso i brand in relazione a quattro temi: tecnologia, contenuto, dati ed ecommerce.

 

  1. I risultati
  2. La fiducia nella tecnologia
  3. La fiducia nel contenuto
  4. La fiducia nei dati
  5. La fiducia nell’ecommerce

 

I risultati

 

La ricerca sottolinea come mentre la fiducia nei brand da parte dei consumatori europei e statunitensi è stata compromessa dalla diffusione esasperata di pubblicità e contenuti online, i consumatori dei paesi dell’Asia e dell’Africa, al contrario, sembrano accogliere con fiducia i messaggi delle marche.

 

Si evince, inoltre, che molti consumatori stanno oggi scegliendo la privacy a scapito della comodità, preferendo avere maggiore voce in capitolo nelle decisioni che li riguardano, anche se ciò significa compromettere la velocità o la semplicità del proprio operato online: il 48% dei consumatori in Italia e il 43% nel mondo si oppone a dispositivi connessi che controllano le loro attività, anche se ciò rende più facile la loro vita.

 

La ricerca rivela che in molti mercati, ma non in tutti, prevale la diffidenza. Mentre solo il 14% dei consumatori italiani connessi considera affidabile il contenuto che vede sui social media, in Indonesia il 61% dei consumatori si fida delle informazioni cui accede su queste piattaforme.

 

Anche la fiducia nei grandi brand globali varia notevolmente tra i mercati emergenti e quelli sviluppati: in Cina e Nigeria, più della metà dei consumatori (rispettivamente il 57% e il 54%) ha fiducia nelle grandi marche globali, ma questa diminuisce nei mercati sviluppati come USA e Italia, dove solo il 21% e il 20%, rispettivamente, si fidano di loro.

 

fiducia, consumatori

 

Fiducia nella tecnologia

 

La rapida evoluzione della tecnologia sta consentendo ai brand di sviluppare esperienze di customer service migliori e meno impattanti, ma una scarsa implementazione o una mancata soddisfazione delle esigenze di base possono compromettere la fiducia dei consumatori.

 

I risultati di quest’anno mostrano per esempio che i consumatori connessi sono polarizzati nei confronti dell’intelligenza artificiale. Il 33% dei consumatori connessi italiani e il 39% a livello globale è disposto ad interagire con una macchina (ad esempio un chatbot) se il loro quesito viene risolto più rapidamente. Ciò ha enormi implicazioni per il ritmo al quale le aziende automatizzano le funzioni di supporto ai clienti, così come per i “momenti” in cui lo fanno. I risultati di quest’anno hanno anche evidenziato che, mentre i progressi tecnologici hanno l’obiettivo di rendere più semplice e facile la vita dei consumatori, le persone si sentono sempre più distratte e infastidite dall’uso assiduo della tecnologia: in Italia il 43% dei consumatori e, a livello globale, un terzo (34%) della popolazione tra i 16-24 anni, pensa di utilizzare troppo i propri cellulari.

 

fiducia, consumatori

 

Fiducia nel contenuto

 

Molti brand si affidano alle piattaforme dei social media per raggiungere rapidamente e facilmente i consumatori, ma la ricerca di quest’anno evidenzia che il contenuto di tali canali è sempre meno valorizzato e screditato dalle notizie. In Italia il 49% dei consumatori connessi (e quasi un terzo – 32% – nel mondo) reputa irrilevanti i contenuti dei brand postati sui social media. Inoltre, c’è un livello di diffidenza elevato e crescente nelle piattaforme dei social media, con circa metà dei consumatori nordamericani, italiani e francesi che esprimono preoccupazione per il controllo, nei social network, su ciò che gli utenti vedono nei loro feed. Tuttavia, questi risultati contrastano notevolmente con i mercati asiatici dei paesi emergenti, come l’Indonesia e le Filippine, in cui rispettivamente solo l’8% e il 12% hanno espresso tale preoccupazione.

 

fiducia, consumatori

 

Fiducia nei dati

 

Quando si tratta di dati, le persone stanno diventando sempre più consapevoli del prezzo che stanno pagando per i loro stili di vita connessi e molti si sentono i perdenti di uno scambio sfavorevole. Il 40% degli intervistati a livello mondiale ha espresso preoccupazione per la quantità di loro dati personali nelle mani delle aziende, ma il livello è particolarmente elevato in alcuni mercati: quasi tre quarti (72%) dei consumatori polacchi se ne preoccupano – più di qualsiasi altra nazione – e quasi il 60 % dei consumatori negli Stati Uniti, in Italia e in Corea del Sud condividono questa opinione. Tuttavia, le preoccupazioni sono molto più basse in altri mercati, tra cui Nigeria (32%), Cina (34%) e Indonesia (22%), dove i consumatori hanno più aspettative commerciali dai brand (ad esempio, premi in cambio di dati).

 

fiducia, consumatori

 

Fiducia nell’ecommerce

 

Si è registrato un notevole aumento dei brand che offrono ai consumatori opzioni e-commerce, sia per i servizi di shopping mobile che per la possibilità di acquistare tramite piattaforme di social media. Le nuove tecnologie come i “pulsanti di acquisto” e i pagamenti mobile stanno rendendo l’e-commerce più semplice che mai, ma molti consumatori non riescono a sperimentarne i vantaggi. Se in Cina il 64% dei consumatori preferirebbe pagare tutto per mezzo del proprio mobile, i consumatori nei mercati occidentali sviluppati sono meno inclini ad accettare pagamenti mobile: il 57% dei consumatori in Francia e Germania, il 54% negli Stati Uniti e il 47% in Italia non vogliono pagare nulla con il proprio cellulare.

 

fiducia, consumatori

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wired.it - 10 ore 34 min fa

Sopravvissuti contro Salvatori, Negan contro Rick, giochi di potere, fazioni e ovviamente la più totale incertezza su chi arriverà alla fine di questa ottava stagione di The Walking Dead. Come spesso accade in questi casi, la nuova stagione (in arrivo il 22 ottobre negli Stati Uniti e lunedì 23 ottobre su Fox in Italia) porta con sé tutti gli interrogativi lasciati aperti dalla precedente, domande che ovviamente si spera abbiano una risposta nel corso delle puntate, prima di venire sostituite da ulteriori quesiti che ci lasceranno sulle spine.

Abbiamo scelto quelle che ci sembravano più interessanti, con la speranza che siano le stesse a cui vorranno rispondere gli autori.

1. Sherry ce la farà?the-cell-sherry-warns-daryl-that-whatever-has-been-done-to-him-theres-always-more

Di sicuro Sherry è una tosta, una che sa come cavarsela, è riuscita a fuggire dal Santuario almeno due volte, ha salvato la vita a Dwight e Daryl sacrificandosi e aiutandoli, ma rimanendo sempre e comunque fedele ai propri ideali. Certo, le probabilità per una persona sola nel mondo di The Walking Dead sono quelle di un pesce che salta fuori dall’acquario, ma se avessimo qualche soldo punteremmo su un suo riscatto. Inoltre, è bene non sottovalutare che potrebbe essere il centro di una storia romantica con Daryl, probabilità caldeggiata anche da Norman Reedus. Insomma Sherry, tifiamo per te.

2. Eugene è realmente fedele a Negan?gallery-1487950484-screen-shot-2017-02-24-at-153334

Il suo chinare il capo di fronte a Negan è stato uno dei colpi bassi della settima stagione. Eugene nonostante i suoi trascorsi piaceva al pubblico, era un personaggio eccentrico e nerd: e vederlo passare dalla parte dei cattivi non è stato bello. Di solito questo genere di personaggi che viaggiano a metà tra l’eroe e l’antieroe, tra la canaglia e l’uomo costretto a scelte sbagliate dalle conseguenze hanno poche scelte quando tradiscono: o muoiono in un estremo atto di redenzione/punizione o alla fine si rivelano gli artefici di un lunghissimo imbroglio doppiogiochista ai danni del cattivo. Purtroppo la nostra impressione è che dovremo aspettare un po’ per scoprirlo, ma speriamo nella seconda ipotesi.

3. Michonne e Rosita sopravviveranno?danai-gurira-as-michonnec2a0-the-walking-dead-_-season-8-gallery-photo-credit-alan-clarke-amc

La prima ha preso un sacco di botte combattendo in cima alla torre, ma tutto sommato siamo fiduciosi sul suo ritorno in grande stile; non sarà certo questo a fermarla e, se mai morirà, per Michonne ci aspettiamo qualcosa di glorioso. La seconda probabilmente starà altrettanto bene e rimarrà ferma sul letto d’ospedale per un bel po’. L’attrice che interpreta Rosita, infatti, ha dovuto interrompere le riprese per seguire la propria gravidanza ed è molto probabile che questo coinciderà con una sua permanenza nelle retrovie finché non sarà pronta per girare di nuovo, probabilmente ristabilita.

4. Ci saranno dei cambi di fazione o nuove fazioni in gioco?AMC_710_group

Il gruppo della discarica ha voltato le spalle a Rick per puro calcolo, ma non è detto che Jadis e il suo esercito non facciano marcia indietro se la marea dovesse mutare. Non c’è fanatismo e non c’è lealtà nelle loro scelte, solo un utilitarismo totale che potrebbe giocare contro Negan, che invece sfrutta la paura e per adesso è supportato dai numeri. Non possiamo neppure trascurare Cyndie e il gruppo di donne in riva all’oceano, dovessero schierarsi contro Negan, come speriamo, l’ago della bilancia potrebbe pendere un po’ di più verso i Sopravvissuti, purtroppo per farlo ci vuole l’approvazione di tutto il gruppo.

5. Rick ucciderà Negan?landscape-1504619175-rick-carl-negan-twd

L’ennesimo scontro finale, l’ennesimo personaggio cattivo e intoccabile che in molti non vedono l’ora di vedere morto (nonostante il suo innegabile fascino e l’interpretazione di Henry Dean Morgan). Rick gli ha promesso che prima o poi lo avrebbe ucciso e, nonostante la lista di persone desiderose di farlo al posto suo fosse lunga, fino a oggi non c’è riuscito nessuno. Chissà, forse sarà il grande evento che chiuderà questa stagione, forse Rick non avrà mai questo piacere e gli autori punteranno tutto su un anticlimax, forse sarà tradito da qualcuno infiltrato tra le sue fila. Di sicuro, quando se ne andrà, un po’ ci mancherà.

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