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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 4 giorni 17 ore fa
Il Colosseo a Roma (Pixabay)Il Colosseo a Roma (Pixabay)

La startup italiana Musement passa al gigante tedesco dei tour operator Tui. Musement, nata a Milano cinque anni fa e piattaforma specializzata in biglietti per musei, tour, escursioni ed esperienze, consoliderà la posizione dei tedeschi in questo business. Settore in cui Tui è già presente con la consociata spagnola Tui Destination Experiences. Ma che registra “un fatturato mondiale di 150 miliardi di euro e una crescita annuale del 7%“, si legge nella nota del gigante tedesco, e quindi si sta rivelando “uno dei segmenti turistici più interessanti“.

Musement darà slancio a questa rincorsa. La startup di Milano offre attualmente ai viaggiatori circa 35mila prodotti in 1.100 città in tutto il mondo. Il suo bouquet spazia dai biglietti d’ingresso per musei, eventi e attrazioni attraverso visite guidate fino a gite in barca e in bicicletta. Musement ha 130 dipendenti e un milione di utenti. “Inizialmente la start-up sarà gestita come unità indipendente all’interno di Tui Destination Experiences“, si legge nella nota del gruppo.

L’operazione ha grande valore per l’ecosistema delle startup in Italia. La cifra dell’accordo è coperta ma si vocifera un investimento a sei zeri. E questo è un segnale positivo per l’economia innovativa nazionale. Una exit che dimostra il valore del progetto industriale costruito, visto che risulta la più importante negli ultimi dieci anni nel settore turistico tecnologico italiano.

Puntiamo a fornire le esperienze più altamente personalizzate possibili ai nostri 20 milioni di clienti. Ciò richiederà una maggiore digitalizzazione della nostra attività. Per me, la digitalizzazione e la personalizzazione sono inestricabilmente collegate e costituiscono i fattori chiave di successo per il futuro del turismo. Con l’acquisizione di Musement, stiamo compiendo un ulteriore passo cruciale in questa direzione“, ha affermato Fritz Joussen, amministratoe delegato di Tui.

Siamo entusiasti di essere entrati a far parte di uno dei più grandi gruppi presenti sul mercato travel a livello globale: realizzare una exit di questa portata rappresenta un segnale importante per l’innovazione italiana e un riconoscimento al grande lavoro svolto con gli altri co-founder, Claudio Bellinzona, Paolo Giulini e Fabio Zecchini, in questi cinque anni“, commenta  Alessandro Petazzi, co-founder e ad di Musement. E ha aggiunto: “Per Musement si aprono nuove opportunità per monetizzare meglio la nostra tecnologia e la nostra offerta, accedendo in primo luogo alla vasta base clienti del gruppo Tui e sfruttandone i vantaggi a livello di costi di acquisizione e, quindi, espandendo potenzialmente in maniera notevole le relazioni strategiche di distribuzione“.

Il mercato dei tour e delle attività dei fornitori è ancora molto frammentato. Più del 90% delle circa 350mila aziende sono piccoli fornitori che generano un fatturato annuo inferiore a un milione di euro, quasi esclusivamente a seconda dei clienti una tantum. La piattaforma online di Musement serve proprio queste piccole aziende offrendo loro una piattaforma digitale per consentire una presentazione rapida e semplice dei loro prodotti.

Fin dalla nascita di Musement, uno dei nostri focus principali è stato lo sviluppo di tecnologie avanzate che permettessero di guidare l’innovazione dell’intero settore. A partire dai servizi digitali ai supplier, passando per il lungo percorso di rendere i biglietti printless, fino alle ultime implementazioni nel mondo del machine learning e dell’artificial intelligence abbiamo sempre cercato di creare un prodotto all’avanguardia per i nostri clienti finali e semplificare i processi dei fornitori. Guardando ai giganti tech dell’Asia o della Silicon Valley, siamo ancora più fieri ed orgogliosi con l’intero team internazionale di aver realizzato in Italia questo obiettivo, che ha avuto un grande peso sull’intera operazione”, ha aggiunto Fabio Zecchini, responsabile tecnologico e co-founder di Musement.

Per Angelo Coletta, presidente di Italia Startup (l’associazione nazionale delle startup), “l’acquisizione di Musement da parte di un’azienda tedesca deve essere sempre più uno stimolo per le giovani imprese innovative italiane a pensarsi da subito global lavorando sin dall’inizio a livello internazionale. Voglio inoltre evidenziare che questo successo intercetta un’azienda che, negli anni, è stata supportata dai migliori venture nazionali ottenendo un ammontare di finanziamenti tale da rendere possibili diverse pivot del modello di business che, nel tempo, gli hanno permesso di consolidarsi e raggiungere questo importante risultato. Il fatto che però questa acquisizione sia avvenuta da parte dal più importante tour operator tedesco deve stimolare il governo italiano non solo a lavorare per incentivare la crescita di investimenti nel nostro paese ma anche, tramite incentivi fiscali, mirare a favorire le exit locali affinchè l’innovazione rimanga nella catena del valore dell’industria italiana.”

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wired.it - 4 giorni 18 ore fa
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano
Vogue for Milano

Si è svolta il 13 settembre la decima edizione di Vogue for Milano, evento durante il quale la capitale lombarda si è immersa in un’atmosfera particolare, fatta di moda, cinema, musica live e centinaia di negozi aperti a fare da cornice.

In questa gallery vi proponiamo alcune fotografie per rivivere i momenti salienti dell’edizione 2018 di Vogue for Milano.

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wired.it - 4 giorni 19 ore fa
influenza(foto: Matthias Kulka/Corbis)

Pensateci. Già adesso, se siamo costretti ad andare dal nostro medico quando circola la normale influenza stagionale, ci si accappona la pelle. Tra colpi di tosse e starnuti in sala d’attesa la probabilità di venire noi stessi contagiati è alta. Adesso pensate come potrebbe essere in caso di gravi pandemie. E dunque, non preferireste avere a disposizione un vaccino  facile direttamente a casa vostra? Proprio a un dispositivo simile stanno lavorando all’Infectious diseases research institute di Seattle e i primi risultati stanno arrivando.

Il gruppo di Darrick Carter ha sviluppato e sperimentato – prima sui furetti, poi sull’essere umano – un vaccino contro l’influenza H5N1 che, grazie a dei microaghi, ci si può autosomministrare con semplicità. E senza uscire di casa, poiché può essere recapitato in sicurezza via posta. “Il nuovo vaccino utilizza una combinazione di tre tecnologie, ed è stato progettato proprio per poter essere somministrato dalla persona che riceve il vaccino. Potrebbe essere inviato per posta e basterebbe applicarlo per essere protetti”, ha spiegato Carter.

Un antigene innovativo
La protezione del vaccino è data dalla produzione di anticorpi contro molecole dell’agente patogeno da combattere (i famosi antigeni). Quello utilizzato dai ricercatori di Seattle è un nuovo tipo di antigene che viene prodotto da cellule vegetali riprogrammate. Gli antigeni così ottenuti, sostengono i ricercatori, sono simili alle particelle virali, non sono infettive e sembrano indurre una risposta immunitaria maggiore rispetto al semplice virus inattivato. Inoltre il metodo di produzione è molto più veloce e costituirebbe una valida opzione in caso di pandemia perché permetterebbe di avere a disposizione il vaccino in tempi più rapidi rispetto a quanto avvenga ora.

I microaghi
Quello che forse non tutti sanno è che non è sempre necessaria un’iniezione intramuscolare di vaccino per attivare la risposta immunitaria. Molte delle difese dell’organismo sono collocate là dove c’è una maggiore vulnerabilità, per esempio sotto la pelle, visto che ferite superficiali e piccole abrasioni sono quasi all’ordine del giorno. Sfruttando ciò, Carter e colleghi hanno pensato a un vaccino che potesse essere somministrato per via intradermica con uno speciale patch, una sorta di cerotto con microaghi da 0,6 millimetri. L’idea, insomma, è di avere un dispositivo maneggevole, facile da somministrare da parte di chiunque e sicuro.

L’adiuvante
Perché questa semplice via di somministrazione sia abbastanza efficace da indurre una risposta completa e duratura del sistema immunitario, però, c’è bisogno anche di altro, cioè di un adiuvante. Un adiuvante è una sostanza che viene aggiunta al vaccino per stimolare ulteriormente le difese dell’organismo. In questo specifico caso l’adiuvante si chiama Gla-Af e contiene una molecola che si lega una proteina cellulare (Tlr-4) in grado di indurre la produzione di molecole infiammatorie.

La sperimentazione
Finora il vaccino è stato sperimentato nei furetti e su 100 persone per valutare le sicurezza del prodotto e la capacità di indurre una reazione immunitaria. Negli animali la risposta immunitaria dopo una singola somministrazione è stata completa e nell’essere umano non sono stati osservati particolari effetti collaterali. Per verificare l’efficacia del vaccino saranno necessari ulteriori studi clinici e, se tutto va bene, secondo Carter si potrebbe arrivare all’approvazione nel giro di cinque anni.

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wired.it - 4 giorni 19 ore fa

granma

Quando telegiornali e quotidiani dedicano ampio spazio alla riforma europea del copyright, allora vuol dire che quella che un anno fa era solo un tema da addetti ai lavori è diventato di interesse nazionale.

Ma un dubbio sorge dopo i numerosi editoriali della carta stampata e le prese di posizioni politiche: chi ha voluto così fortemente questa riforma, ne ha compreso a fondo l’impatto, oltre che il significato pratico?

Perché numerose sono le contraddizioni del mondo dell’editoria che ha festeggiato l’approvazione dell’Art.11 della riforma del copyright, quello con cui si chiede che le piattaforme paghino una licenza per poter utilizzare economicamente i link alle notizie degli editori. Sottolineiamo: i link agli articoli, non gli articoli.

1. La tesi dei favorevoli: Chi aggrega notizie mettendo insieme gli snippet (estratti che contengono un’immagine, il titolo e un paio di righe di sunto) guadagna dai dati e dal traffico col lavoro dei giornalisti e di chi crea quelle notizie.
Commento:Vero? Sì. Ha senso farli pagare? Vediamo. Un aggregatore (Google News, FlipBoard, Feedly etc.) confeziona un prodotto che raccoglie le notizie di più giornali online, filtrati per argomento o in base alle preferenze dell’utente. Questi aggregatori, spesso più d’appeal esteticamente rispetto ai giornali online, rimandano il lettore alla fonte, cioè al giornale. Se voi trovate lo snippet di Wired, è poi su Wired che leggerete la notizia e Wired monetizza dai banner pubblicitari. E quando invece leggo l’articolo direttamente su Google News? In quel caso c’è già un accordo commerciale in essere tra Google e l’editore.

L’altra cosa interessante è che, casomai non fosse già abbastanza ovvio, c’è uno studio richiesto dalla Commissione Europea, ma mai pubblicato, che mostra come gli aggregatori fanno bene ai giornali e si raccomanda una maggior collaborazione tra i due soggetti. Studio che, come denunciato dall’eurodeputata dei Verdi Julia Reda, se fosse venuto fuori un anno fa avrebbe potuto aiutare meglio gli eurodeputati a comprendere certe dinamiche sull’informazione in rete.

2.La tesi dei favorevoli: Google deve pagare perché sfrutta il nostro lavoro giornalistico.
Commento: E allora perché sulle pagine del Corriere in queste settimane abbiamo trovato la pagina acquistata dalla FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) per votare a favore della riforma e contro Google, e un’altra volta quella della pubblicità che invita a scaricare Google News per leggere meglio il Corriere? Ad evidenziare la contraddizione ci ha pensato Matteo Rainisio, che di lavoro non fa il lobbista, ma l’editore di testate locali, e a cui questa riforma non piace per nulla.

3. La tesi dei favorevoli: Spesso il lettore si ferma al titolo e all’immagine e non clicca il link, quindi il giornale non guadagna.
Commento: Da quando è un obbligo leggere una notizia che non è interessante o magari che si presenta male? Da non dimenticare che alcuni giornali dividono le notizie in dieci pezzi per fare più click, rendendo l’esperienza di lettura online, soprattutto da mobile, estremamente frustrante.

4. La tesi dei favorevoli: Le piattaforme pagheranno sicuramente perché guadagnano miliardi e non pagano le tasse.
Commento: In Spagna, dove è stata approvata una legge simile, Google ha deciso di non pagare e ha chiuso il servizio Google News Spagna con conseguente calo di traffico per gli editori spagnoli. Se il problema sono le tasse, che si faccia una norma europea per fare pagare le tasse in modo più equo, ma questo ovviamente non c’entra con il copyright.

5. La tesi dei favorevoli: Abbiamo bisogno di questa norma per fare del buon giornalismo e combattere le fake news.
Commento: Tralasciando il fatto che spesso sono i quotidiani a non verificare le notizie e a fare strafalcioni senza chiedere venia, torniamo un attimo al punto di cui sopra. Se i giganti non pagano, sui social ci saranno solo notizie extraeuropee. E dove si fabbricano le fake news? Stati Uniti e Russia, che non sono nell’Ue. Aggiungiamo l’alto tasso di analfabetismo funzionale in Italia e si potranno tranquillamente creare blog in Russia, scritti in italiano, senza però l’argine dei giornalisti professionisti che possano smantellare le notizie false.

6. La tesi dei favorevoli: Questa è una vittoria per il giornalismo.
Commento: Se così fosse tutti i giornalisti dovrebbero essere contenti. Però non è così. Questa è una norma per i grandi gruppi editoriali ma non per i piccoli. Il piccolo editore, l’editore locale, l’editore puro online, vive di condivisione sui social, di feed. Se la licenza non viene pagata semplicemente uscirà dal mercato. E dov’è la vittoria in questo? Quella che si vede è meno concorrenza a favore dei grandi gruppi editoriali che sono già conosciuti e non devono trovare una propria nicchia.

7. La tesi dei favorevoli: È falso chiamarla una link tax e i cittadini non dovranno pagare nulla.
Commento: Sì, i cittadini non dovranno pagare economicamente, ma il prezzo potrebbe essere molto più alto. Se la piattaforma non paga, ed è già successo in alcuni casi, l’utente non potrà condividere i link con conseguente lesione del suo diritto a ricevere informazioni e a darne.

8. La tesi dei favorevoli: È stato introdotto un emendamento che aggiunge un’eccezione per l’uso privato, non commerciale.
Commento: Vero, l’emendamento c’è. Però internet è cambiato e il boom dei blog è cosa lontana. Oggi in moltissimi casi gli utenti considerano il proprio profilo social il proprio spazio privato. Solo che i social sono piattaforme commerciali quindi l’eccezione non si applicherebbe, limitando ancora una volta la libertà degli utenti di condividere (link alle) notizie, come confermatoci da Julia Reda.

9. La tesi dei favorevoli: Per noi è importante che chi crea sia pagato per il lavoro che fa senza che altri se ne approfittino creandoci un business.
Commento: Quando i principali quotidiani nazionali prendono video virali da Facebook e YouTube e li caricano sul loro sito senza avvisare l’autore e mettendoci la pubblicità, esattamente, in che modo tengono fede a quanto dichiarato sopra?

Il Gruppo editoriale GEDI (Repubblica, L’Espresso) l’anno scorso ha perso in giudizio con Mediaset perché caricava sul suo sito dei loro video (124) mettendoci la pubblicità per un incasso complessivo per il periodo contestato di 17mila euro. La scusa era il diritto di cronaca, giustificazione che non ha retto in tribunale che ha ben distinto la cronaca dall’intrattenimento.

La giustificazione comunque non regge neanche se fosse vera. Un giornale può inserire un video incorporandolo legittimamente e garantendo al creatore che l’ha caricato le visualizzazioni (e dunque la monetizzazione) che l’esposizione in un giornale nazionale gli darebbe. Cosa che tecnicamente si fa in pochi minuti, molti meno di quelli che servono per scaricare e ricaricare un video, lasciando al creatore solo la “visibilità”. Senza parlare del fatto che difficilmente uno YouTuber porterà in tribunale un gruppo editoriale nazionale.

10. La tesi dei favorevoli: Il Partito Democratico ha detto che “La volontà della direttiva è quella di proteggere le piccole e medie realtà e tutelare un principio importante. E cioè che il lavoro si paga“.

Copyright UE: la battaglia in difesa del lavoro creativo e dei piccoli e medi editori continuerà a settembre. Rete libera, ma no allo strapotere delle multinazionali del web. Il lavoro si paga e il diritto d’autore è principio di civiltà. pic.twitter.com/d1vRBPaFCE

— David Sassoli (@DavidSassoli) July 5, 2018

Commento: Lo stesso Partito Democratico, che salvo rarissime eccezioni ha votato per la riforma, pubblica sul suo sito interviste integrali ai suoi esponenti, citando solo la fonte e senza neanche mettere il link all’originale. Copia – incolla.

Il 20 dicembre arriveranno 400 milioni per la scienza italiana. Condivido con voi la mia intervista di oggi su la @repubblica. https://t.co/lboJHHGQLJ

— valeria fedeli (@valeriafedeli) December 8, 2017

Lo stesso viene ricordato da Bresolin de La Stampa, che evidenzia la contraddizione nel pubblicare i pdf integrali delle interviste e poi sostenere la riforma.

*** AVVISO A TUTTI GLI EURODEPUTATI E A TUTTI I POLITICI SOSTENITORI DELLA RIFORMA DEL COPYRIGHT ***

Non sarebbe meglio smettere di condividere su siti, blog e social i pdf dei giornali con la *versione integrale* delle vostre interviste (tra l’altro tratte da rassegne stampa)?

— Marco Bresolin (@marcobreso) September 13, 2018

Un paio di domande aperte per concludere
1. Se questa riforma è così importante che persino i telegiornali ne parlano ora che è passata, dov’era il giornalismo di qualità quando c’era da creare un dibattito che informasse i cittadini e permettesse loro di capire da che parte stare, per contattare gli eurodeputati eletti al Parlamento? Dov’erano i pareri contrari che dessero una visione allargata della questione?

Perché si è dovuto aspettare lo sciopero di Wikipedia per poter leggere qualcosa a riguardo?

La risposta è che le voci contrarie non hanno potuto scrivere sui giornali di carta perché sarebbe stato controproducente per i loro interessi. In compenso si sono moltiplicati gli editoriali, ovvero commenti che parlavano della riforma senza informare i lettori su cosa comportasse la riforma, se non dire che il voto di luglio era frutto solo del lavoro delle potenti lobby della Silicon Valley.

2. Una volta capito che i lettori spesso arrivano dagli aggregatori, perché gli editori non si sono alleati e non hanno creato una propria edicola digitale per poi dividere gli introiti?

Negli Stati Uniti a marzo Apple ha acquistato Texture, creata nel 2010 da cinque grandi gruppi editoriali e considerata la Netflix dei giornali. Permette infatti con 10 euro al mese di poter leggere oltre 200 magazine. Certo, il mercato italiano non ha la massa critica di quello americano, ma dove sono stati gli editori mentre il mondo dell’informazione online cambiava pelle? Ah già, a chiedere fondi al Digital News Innovation Fund. E di chi è il fondo? Di Google.

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wired.it - 4 giorni 19 ore fa

Porsche noleggio (1)

Non più soltanto utilitarie per farsi largo tra le strade delle grandi città, o furgoncini per facilitare il trasporto di mobili e affini. Il car sharing è ormai pronto a diventare grande e a puntare a un mondo che per il momento non era ancora stato in grado di raggiungere: quello del lusso. Succede, in particolare, con due nuove iniziative che il marchio Porsche ha iniziato (o inizierà presto) a testare negli Stati Uniti, Porsche Drive e Porsche Host.

Il primo programma si presenta in realtà come una semplice estensione di quello sperimentale già attivato negli ultimi tempi in alcune città di Germania, Svizzera e Canada: da qualche giorno, i cittadini di Atlanta possono noleggiare un suv Macan, una 718 Boxster o una 718 Cayman attraverso un servizio di noleggio rapido gestito in collaborazione con Clutch Technologies LLC.

Attraverso la piattaforma è possibile infatti selezionare l’auto che si desidera, la data e la durata del noleggio, per poi ricevere il tutto a domicilio, in un tempo minimo di due ore dalla prenotazione. Il noleggio in questione può andare dalle 4 ore di tempo (a un costo di 269 dollari più tasse) a un massimo di una settimana (2.909 dollari, sempre tasse escluse). Il ritiro del veicolo avviene sempre a domicilio.

Più curioso è invece il secondo servizio proposto, Porsche Host, che prenderà ufficialmente il via il prossimo 8 ottobre a Los Angeles e a San Francisco. In questo caso si tratta di un vero e proprio car sharing che utilizza vetture messe a disposizione da un gruppo di proprietari di Porsche, battezzati Host (già, proprio come quelli di Airbnb). Le auto, in questo caso, saranno allestite di tutto punto e messe a disposizione degli utenti che potranno prenotarle attraverso un’apposita applicazione.

Il noleggio sarà compreso tra un giorno e un mese, con prezzi personalizzati per ogni singola vettura calcolato in base alla data di immatricolazione, il modello, l’allestimento etc. Insomma, due opzioni interessanti, sicuramente non economiche, ma che potrebbero in qualche modo aprire un nuovo spiraglio per il car sharing, in questo caso arricchito di un’inedita dimensione esperienziale.

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wired.it - 4 giorni 19 ore fa
Il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno (foto Roberto Monaldo / LaPresse)Il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno (foto Roberto Monaldo / LaPresse)

Impronte digitale contro i furbetti del cartellino. È una delle misure del decreto concretezza approvato dal Consiglio dei ministri. L’obiettivo è“semplificare la pubblica amministrazione in un’epoca di trasformazione digitale”, ha annunciato il ministro per la Semplificazione e la pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno.

La prima novità consiste nella costituzione di un nucleo di vigilanza formato da più di 50 dipendenti – 30 da assumere con concorso – per affiancare l’ispettorato della Funzione pubblica per supervisionare l’attuazione delle norme in materia di organizzazione e funzionamento delle pubbliche amministrazioni. Inoltre, il nucleo avrà anche il compito di proporre modifiche.

In secondo luogo è previsto un piano straordinario di assunzioni già dal 2019, con un vincolo delle risorse messe a bilancio. Per rafforzare la pubblica pmministrazione sono già state annunciate 450mila assunzioni. In particolare, i nuovi contratti saranno a tempo indeterminato e in misura pari al 100% del personale uscente.

Un altro punto centrale del decreto prevede una stretta e nuove misure contro i cosiddetti “furbetti del cartellino”. Infatti, “per contrastare l’assenteismo dei dipendenti pubblici” si prevede l’introduzione di sistemi di identificazione biometrica (mappa dell’iride, impronte digitali e riconoscimento vocale). Ogni dipendente sarà quindi identificato attraverso le proprie impronte digitali sia in entrata che in uscita, nel tentativo di sradicare il problema di chi timbrava diversi cartellini per volta coprendo colleghi assenteisti. Sarà inserita anche la videosorveglianza. Questa è la misura più contestata del pacchetto.

Ci sono poi misure che riguardano l’incremento dei controlli sulla corretta applicazione delle norme previste dalla legge, oltre a quelle dirette a implementare l’efficienza, con indicazione dei tempi per la realizzazione. Nel caso si riscontrassero gravi mancanze o inadempienze è prevista anche una sorta di “black list” in cui finiranno le amministrazioni non virtuose e i loro dirigenti.

Infine, un altro punto riguarda anche la ricerca di una soluzione alternativa ai buoni pasto, dopo che la Consip, la centrale acquisti delle pubbliche amministrazioni, ha revocato la convenzione con il maggiore fornitore delle amministrazioni pubbliche, da Palazzo Chigi al Ministero dell’Economia, dalla Giustizia all’Anac, fino a molte amministrazioni locali di Lazio, Lombardia, Piemonte, Valle D’Aosta e Liguria.

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wired.it - 4 giorni 19 ore fa
 OnePlus)(Foto: OnePlus)

Molti fan dei telefoni OnePlus in questi giorni sono in trepidante attesa di sapere quando il produttore cinese presenterà il prossimo modello, OnePlus 6T. Il gadget dovrebbe vantare novità molto interessanti a partire da un lettore di impronte sottoschermo a un notch veramente microscopico, ma anche una novità che finirà di traverso a una buona fetta di pubblico.

Come dichiarato dallo stesso numero uno e co fondatore dell’azienda Carl Pei infatti, anche OnePlus come altre aziende è pronta ad abbandonare l’uso dello slot per jack audio (quello destinato a cuffie e auricolari) a bordo dei propri telefoni.

Secondo Pei “fare il miglior telefono sulla piazza non significa semplicemente metterci dentro tutte le componenti disponibili”, ma “operare delle scelte per ottimizzare l’esperienza utente finale, e capire che a volte degli elementi che danno valore all’insieme creano anche dei problemi”. Nello specifico, eliminare lo slot dovrebbe liberare spazio all’interno del dispositivo che OnePlus potrebbe utilizzare per “migliorare l’autonomia del dispositivo” o “integrare nuove componenti”.

Qui Pei rimane volutamente vago, forse per non svelare troppo sul nuovo gadget; per chi segue OnePlus però la decisione non rappresenta un semplice adeguamento di strategia, quanto piuttosto un vero e proprio dietro front.

Fino all’anno scorso in effetti il gruppo faceva della presenza dello slot per jack audio un vanto e un fattore di differenziazione rispetto ai prodotti avversari e ad iPhone in particolare; ora, stando a Pei, è il momento giusto per abbracciare l’innovazione, almeno stando al fatto che “il 59% della community OnePlus già possedeva delle cuffie wireless prima ancora che lanciassimo il nostro modello”, ovvero le OnePlus Bullets in commercio da qualche mese.

Insomma, la maggioranza dei fan della società dovrebbe essere d’accordo con la decisione. Nel frattempo l’appuntamento per capire cosa OnePlus sia riuscita a fare con lo spazio ricavato dallo slot incriminato è tra poche settimane: il lancio di OnePlus 6T è previsto per il mese di novembre, anche se non sono ancora state diffuse comunicazioni ufficiali in merito al suo arrivo.

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wired.it - 4 giorni 19 ore fa
Il Tower Bridge a Londra (Pixabay)Il Tower Bridge a Londra (Pixabay)

Gli effetti della Brexit sull’economia inglese si fanno sentire. Nella fase di transizione verso la definitiva uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (stabilita per marzo 2019), la Borsa di Londra perde il suo scettro di principale piazza della finanza mondiale, secondo la 24esima edizione dell’Indice Global Financial Centres (Gfci 24), che a marzo e settembre di ogni anno pubblica una classifica dei 100 grandi centri finanziari in tutto il mondo.

La sorpresa della nuova classifica è il sorpasso di New York su Londra. Nel rapporto precedente la City era la prima piazza finanziaria mondiale. Mentre oggi è stata scavalcata da New York, con un rating di 788 punti rispetto ai 786 della concorrente inglese. Seguono Hong Kong (783 – a soli 3 punti da Londra), Singapore (769) e Shanghai (766) nella top 5 delle migliori piazze finanziarie. Nella classifica Milano è al 56esimo posto, con un guadagno di cinque posizioni rispetto al precedente indice.

Al netto della Brexit, Londra si conferma comunque la prima destinazione per fare business nella top 15 delle aree mondiali più competitive. Ma, a pesare sul secondo posto della City è soprattutto il fatto che gli investitori cominciano a essere molto preoccupati per i rischi legati all’instabilità e alle incertezze che conseguiranno dalla Brexit. Anche per effetto delle decisioni britanniche nell’Europa occidentale, Zurigo, Francoforte, Amsterdam e Vienna stanno guadagnando terreno. Inoltre avanzano le piazze asiatiche, otto delle quali risultano tra i primi quindici centri destinati a diventare molto importanti nel prossimo futuro.

Il Gfci è la più autorevole classifica per misurare la competitività delle piazze finanziarie ed è quindi un punto di riferimento prezioso per gli investitori di tutto il mondo. L’indicatore si basa su misure quantitative di dati raccolti con l’aiuto di enti mondiali quali la Banca Mondiale, l’Economist Intelligence Unit, l’Ocse e le Nazioni unite. Gli elementi considerati nella valutazione complessiva di ogni centro sono essenzialmente tre: connettività (la capacità di essere connesso ad altri centri), specializzazione (misurata su investimenti, banche, assicurazioni all’interno del centro) e diversità.

Il primo di questi indici è stato pubblicato nel 2007 dalla compagnia di analisi finanziaria Z/Yen con sede a Londra. Dal 2016 il China Development Institute (Cdi) di Shenzhen collabora con Z/Yen per stilare la classifica del Gfci, fornendo così anche i dati sui maggiori mercati azionari asiatici.

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