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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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brand-news.it - 2 giorni 9 ore fa

Brand News ha incontrato Tom Goodwin, Future Leads Publicis Groupe e Head of Innovation Zenith, e abbiamo discusso di come agire nella post digital era

L'articolo Tom Goodwin (Publicis Groupe): la vera trasformazione è scegliere tra ciò che ha senso e ciò che è poco rilevante proviene da Brand News.

brand-news.it - 2 giorni 9 ore fa

Con un fatturato 2018 che si e’ attestato sui 29 milioni di euro, Doing (agenzia parte di Capgemini) proseguira’ nel trend di crescita anche quest’anno.

L'articolo Per Doing un 2019 in crescita grazie anche alle gare vinte di Poste, Enel X e Novartis proviene da Brand News.

brand-news.it - 2 giorni 10 ore fa

La partnership riguarda la pubblicazione di contenuti e la vendita di spazi pubblicitari Discovery ed Eurosport annunciano una partnership con Twitter per la pubblicazione di contenuti e la vendita di spazi pubblicitari dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Una collaborazione che amplifica la copertura digital delle Olimpiadi su Eurosport in 16 mercati europei. L’accordo consentirà...

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brand-news.it - 2 giorni 10 ore fa

“Il tempo donato agli altri vale molto di più”. È questo il messaggio della campagna volontari Lilt – Lega Italiana per la lotta contro i tumori, Sezione di Milano – firmata da Tbwa\Italia. Lilt pone ancora una volta l’accento sul valore inestimabile che l’attività di volontariato assume nella testa e nel cuore di chi la...

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brand-news.it - 2 giorni 10 ore fa

La crema Pan di stelle è on air in tv da settembre fino a metà ottobre. A supporto della campagna video, Barilla ha inoltre pianificato, insieme a Google e OMD, il lancio mondiale del prodotto tramite il nuovo formato Masthead YouTube su connected tv, acquistabile su base CPM (costo per mille impression) e con la...

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wired.it - 2 giorni 11 ore fa
scimmia(foto: Getty Images)

Chi patisce uno status sociale più basso vive meno e peggio, perché soffre più stress e questo ha inevitabili conseguenze per la salute. Ciò non vale soltanto dentro le società umane, ma anche per alcuni nostri parenti: in questo caso, parliamo del macaco rhesus. La sofferenza patita in fondo alla gerarchia lascia tracce nell’attivazione di particolari geni, rendendo più debole il sistema immunitario. Non solo: il cambiamento resta, anche una volta aumentato il proprio rango.

Questo è quanto hanno osservato i ricercatori della Duke University di Chicago e recentemente pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. Lo studio, durato più di un anno, ha coinvolto 45 femmine di macaco reso del Centro nazionale di ricerche sui primati Yerkes di Atlanta, negli Stati Uniti.

Di norma queste scimmie in cattività gareggiano per ottenere un alto rango all’interno del gruppo. Questo garantisce, ovviamente, dei privilegi: chi gode di una posizione apicale ha precedenza sul cibo, sugli spazi e persino sulla toelettatura. Chi resta inferiore in questa gerarchia sociale deve farsi da parte.

I ricercatori hanno pensato di seguire passo passo queste dinamiche e osservare che conseguenze potessero avere a livello microbiologico. Hanno costruito gruppi di cinque macachi che non si conoscevano in precedenza e che dunque non avevano già stabilito relazioni gerarchiche. Ma non hanno diviso simultaneamente i macachi, bensì introdotto nei vari gruppi un macaco alla volta. Al vertice della gerarchia andava chi era arrivato prima. Banalmente, chi tardi arriva male alloggia: le ultime femmine a entrare nel gruppo dovevano sottostare al volere delle prime ed erano prese di mira, subendo molto più stress.

Che il rango nel gruppo sociale avesse conseguenze su certi geni implicati nel funzionamento del sistema immunitario, rendendo più esposti al rischio di malattie i subordinati, erano già note in uno studio precedente cui i ricercatori di Chicago hanno fatto riferimento.

Dopo un anno, però, gli studiosi hanno rifatto i gruppi di scimmie, sempre da cinque ma cambiando l’ordine d’ingresso. Le gerarchie mutavano: alcune che prima erano in basso ora potevano trovarsi al vertice, altre erano decadute dal proprio precedente rango.

Studiando 3735 geni, i ricercatori hanno osservato che la caduta di rango aveva una diretta conseguenza sulla disattivazione di certi geni, rendendo più debole il sistema immunitario. Ma, soprattutto, sorprendentemente le femmine che avevano in passato subito la subordinazione e le angherie conseguenti ne portavano ancora le conseguenze genetiche, anche una volta divenute dominanti. Conclude Jenny Tung, coautrice del lavoro: “Il corpo ricorda il fatto che ha avuto uno status sociale basso in passato. E questo suggerisce che ci siano dei processi di “inscrizione biologica” al lavoro anche in età adulta”. Che valga anche per il bullismo o l’ingiustizia sociale tra gli esseri umani?

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wired.it - 2 giorni 12 ore fa
5G (Getty Images)5G (Getty Images)

Intelligenza artificiale, big data, cybersecurity, blockchain, cloud computing, internet delle cose: l’innovazione digitale apre la strada a nuovi ambiti di lavoro inimmaginabili fino a pochi anni fa nelle telecomunicazioni. Di fronte al bisogno di nuove professionalità, tuttavia, aumenta l’anzianità media dei dipendenti nella filiera e le aziende faticano a trovare candidati con le digital skills richieste. “Upskilling, reskilling e trasformazione professionale, riorganizzazione del lavoro e applicazione dei contratti di espansione: sono alcune iniziative che Asstel propone per mantenere competitivo il sistema”, afferma Laura Di Raimondo, direttore dell’organizzazione di Confindustria che associa imprese e operatori per un totale di circa 130mila addetti.

Lo scenario

Con la rivoluzione 5G alle porte, gli investimenti degli operatori della filiera hanno raggiunto nel 2018 il valore più alto degli ultimi 10 anni in Italia: 7 miliardi in infrastrutture, cui si aggiungono 1,9 miliardi di esborsi in licenze. Tali voci di spesa impegneranno nei prossimi anni ulteriori 5,3 miliardi di euro. L’Italia è il primo Paese in Europa per numero di città abilitate al 5G e il secondo per entità dello spettro 5G assegnato, dopo la Finlandia. Secondo il rapporto Asstel 2019, elaborato dagli Osservatori digital innovation della School of management del Politecnico di Milano, i ricavi consolidati della filiera delle telecomunicazioni sono scesi del -2,2%, nel 2018. Nello stesso anno la popolazione aziendale con oltre 10 anni di anzianità è passata dal 70% del 2017 al 74%.

L’introduzione dell’intelligenza artificiale ha portato poi nel 2019 alla richiesta di figure professionali come il chief information security officer (responsabile della sicurezza delle informazioni), il security architect e il digital innovation officer. Tra i profili più ricercati ci sono lo user architect (per il 23% delle aziende), l’artificial intelligence engineer e il lean agile specialist (entrambe 27%). Le professionalità e i ruoli legati all’innovazione digitale maggiormente presenti nelle aziende sono i digital marketing manager (43%) e il data architect/engineer (40%). In generale, il 33% delle realtà intervistate ha assunto nuove figure specializzate, il 39%, ha implementato soluzioni Ai senza ampliamento dell’organico e il 27% ha ricollocato il personale.

Antenna Tlc (foto da Pixabay)Antenna Tlc (foto da Pixabay)
Rinnovamento

Confindustria Digitale ha presentato, lo scorso luglio, un piano straordinario all’ex ministro dell’Economia per proporre un piano d’azione che favorisse il reskilling, la creazione o la sostituzione di professionalità.

Il primo punto riguarda un investimento per ripensare modelli educativi del futuro, l’alfabetizzazione digitale e le collaborazioni organiche pubblico-privato”, spiega Di Raimondo.
Secondo l’indice Desi della Commissione europea l’Italia è quart’ultima per competenze digitali in Europa.

C’è un’emergenza su questo tema – afferma il direttore di Asstel -. È fondamentale aggiornare gli insegnanti su tecnologia e digitale e creare profili di alunni non a prova di futuro, ma di competenze trasversali secondo una visione prospettica. Esistono casi di successo di collaborazione fra università, scuole e aziende, ma sono solo iniziative volontaristiche che andrebbero messe in rete. Serve poi una rivisitazione delle tipologie di indirizzo Stem per creare profili più aderenti alla realtà. D’altra parte, gli interventi vanno avviati anche all’interno delle aziende per l’aggiornamento dei lavoratori già in forza”.

computer lavoro Aggiornamento

A oggi, le professioni più richieste per lo sviluppo della filiera telco, rintracciabili anche riqualificando i dipendenti, sono: tecnico reti di accesso, customer care agent, Ict business consultant, security expert, big data analyst, data scientist, progettazione e ingegneria di piattaforme di reti e servizio, chat assistant, consulente customer care convergente multichannel, project management officer, technology programme expert, data protection officer, Iot security e infine specialisti in Ai and machine learning, cyber security, data security, blockchain e building information modeling.

La riqualificazione della forza lavoro e la gestione di riorganizzazioni aziendali diventa così un tema attuale per il 59% delle imprese Asstel. Seguono lo sviluppo di cultura e competenze digitali (50%), la definizione di modelli per lo sviluppo delle performance (41%), l’aumento della motivazione e della soddisfazione delle persone in azienda (41%). Il 56% delle organizzazioni italiane, peraltro, ha già avviato collaborazioni con attori esterni, come università o startup, per supportare la trasformazione e le competenze digitali. Quasi metà del campione conduce politiche ad hoc per ricercare e selezionare nuove risorse (46%).

//pixabay.com/it/users/jarmoluk-143740/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2784907">Michal Jarmoluk</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2784907">Pixabay</a>Connessione internet Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay
Formazione continua

Gli strumenti per accompagnare la transizione digitale sono tre, secondo Asstel: formazione continua anche attraverso l’uso dei fondi comunitari, contrattazione d’anticipo concordata con i sindacati e nuovi modelli di organizzazione del lavoro.

Bisogna tenere agganciato il lavoratore a un percorso formativo continuo e certificato – prosegue Di Raimondo -. Per alimentare una macchina simile è possibile realizzare un piano focalizzato sulle programmazioni europee dei fondi strutturali. Il settennato chiude nel 2020 e molte risorse sono inutilizzate tra le Regioni sul tema lavoro, formazione e trasformazione digitale. Auspichiamo che, nel rispetto delle autonomie, si possa creare una cabina di regia nazionale di coordinamento per l’uso di tali risorse per investimenti, infrastrutture e formazione del capitale umano, anche in vista del nuovo settennato”.

L’architettura dell’operazione, già proposta tempo fa in un tavolo al Mef, coinvolgerebbe la Ragioneria generale dello Stato e il Ministero del lavoro tramite Anpal (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro), con l’eventuale beneplacito della Conferenza delle regioni. “Un primo modello esiste già ed è il protocollo sottoscritto quattro anni fra Asstel e Anpal per coordinare e indirizzare il sistema industriale”, spiega.

lavoro1 Contratto di espansione

La seconda leva è il “contratto di espansione” introdotto a giugno con il Dl Crescita e applicato per la prima volta in agosto, con l’intesa fra ministero del Lavoro, Tim e sindacati che ha permesso 600 assunzioni evitando 3mila esuberi. Lo strumento prevede facilitazioni per l’uscita pensionistica del personale, per esempio con un maxi scivolo di cinque anni, riduzioni parziali di orari di lavoro con integrazione salariale e contribuzione figurativa.

La parte espansiva riguarda invece le nuove assunzioni a tempo indeterminato, progetti di formazione vidimati dal ministero del Lavoro e riqualificazione dei dipendenti già in forza, con l’obiettivo di spingere lo sviluppo tecnologico aziendale 4.0. “Questo modello venga reso strutturale anche per le piccole e medie imprese, non solo a quello con oltre mille dipendenti come ora – è l’appello di Di Raimondo -. Questa politica attiva ribalta un paradigma che da difensivo diventa espansivo”.

Corbis smartwork(foto: Corbis)
Smart working

Lo smart working, infine, è stato adottato da due aziende su tre (64%), pari al 90% degli addetti nel perimetro Asstel. In particolare, il 13% delle organizzazioni lo applica a tutta la popolazione aziendale e il 31% a oltre la metà. I dati riportano un aumento del 15% della produttività, una riduzione del tasso di assenteismo di circa il 20% e dei costi di gestione degli spazi fisici di circa il 30%. Per l’80% dei dipendenti è migliorato il rapporto tra vita professionale e privata.

Va ripensata la misura del lavoro – afferma Di Raimondo -. Il giovane talento di oggi ha esigenze diverse rispetto a quello di 20 anni fa. Emergono tematiche dirimenti come la dimensione più fluida dell’orario del lavoro, il ‘diritto alla disconnessione’, la necessità di redistribuire il reddito su parametri di produttività, il lavoro per obiettivi. Se questo è il risultato del fenomeno della digitalizzazione, fenomeno già in parte recepito con la legge sullo smartworking (81/2017), l’impatto dell’intelligenza artificiale e della robotica è in divenire. Avrà tempi e penetrazioni diverse, ma non causerà una riduzione del lavoro. Al contrario, vedremo sempre più emergere nuovi profili e con contenuto qualitativo più elevato”.

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wired.it - 2 giorni 12 ore fa
(foto: SeongJoon Cho/Bloomberg)

Che senso ha parlare di 6G, quando il 5G non è ancora uscito dalla fase di sperimentazione e una buona parte del mondo non ha nemmeno accesso al 4G? Per assurdo che possa suonare, abbiamo già qualche ragione per gettare uno sguardo sulla generazione di trasmissione dati mobile che succederà al tanto atteso 5G.

In parte perché Donald Trump stesso – nella speranza di colmare almeno in futuro la crescente distanza con la Cina – ha accennato alla questione nel giugno 2019, ma soprattutto perché parecchie realtà già oggi stanno lavorando per porre le basi dello sviluppo del 6G. Il presidente degli Stati Uniti non sarà però felice di sapere che, ancora una volta, gli Usa stanno rincorrendo.

Certo, l’università di Virginia Tech è stata una delle prime a lanciare un progetto di ricerca sul 6G, ma in questo campo sono nettamente più avanti la Corea del Sud (con Lg e Samsung già al lavoro) e soprattutto – come noi di Wired vi avevamo già raccontato lo scorso febbraio – la Finlandia. La nazione del Nord Europa, da sempre pioniera nel campo della comunicazione mobile, ha infatti lanciato un programma di otto anni, finanziato con 251 milioni di dollari, chiamato 6Genesis; grazie anche al supporto di Nokia (che è inoltre uno dei principali abilitatori del 5G).

Ed è proprio uno dei ricercatori coinvolti nel progetto 6Genesis, Ari Pouttu, a spiegare perché già oggi si sta iniziando a lavorare su qualcosa che non si sa neanche in cosa potrebbe consistere: “In questa fase c’è ancora una certa riluttanza a parlare di 6G”, ha spiegato Pouttu a Techradar. “[Nel settore del mobile] c’è però una tradizione, secondo cui le generazioni con i numeri pari sono quelle che concretizzano le promesse fatte dai numeri dispari. Per esempio, è stato il 4G a portare a termine la rivoluzione accennata dal 3G e sarà il 6G a portare a termine la trasformazione infrastrutturale promessa dal 5G”.

Un esempio che aiuta a capire di che cosa si sta parlando è quello delle auto autonome. Le tanto attese – e costantemente rimandate – self driving cars sono sempre al centro dell’attenzione quando si parla di 5G, grazie al quale questi veicoli potranno comunicare istantaneamente tra loro e con i sensori incorporati in semafori, cartelli stradali e altro; garantendo la massima sicurezza e affidabilità.

Coordinare la flotta di auto autonome che popolerà le metropoli, però, è un ostacolo ingegneristico importante: “Ogni giorno entrano in una città come New York 2,7 milioni di veicoli”, si legge sulla Mit Tech Review. “Le self driving cars del futuro dovranno essere costantemente consapevoli della loro posizione, dell’ambiente che le circonda e di come sta cambiando, dei ciclisti, dei pedoni e delle altre automobili. Dovranno gestire l’attraversamento di snodi complessi e ottimizzare il loro percorso per ridurre i tempi degli spostamenti. Questo è una sfida computazionale significativa”.

Per gestire tutte queste interazioni, in poche parole, potrebbero essere necessari un volume di dati, una velocità e una latenza (il tempo che due dispositivi impiegano a entrare in connessione) che sono anche oltre le capacità del 5G. Lo stesso vale per le elevate aspettative in termini di industria 4.0, agricoltura di precisione o medicina a distanza (che consente a un chirurgo di sfruttare la bassa latenza per compiere operazioni in remoto, manovrando un robot in perfetta sincronia). Le caratteristiche del 5G potrebbero non essere sufficienti: affinché tutto ciò diventi realtà si dovrà forse attendere una generazione ulteriore.

Ma il 6G non avrà solo il compito di realizzare le promesse del suo predecessore. Secondo Marcus Weldon dei Nokia Bell Labs, per esempio, il 6G sarà “un sesto senso per gli umani e per le macchine, grazie al quale la biologia si unirà all’intelligenza artificiale”. Difficile capire oggi che cosa possa significare in concreto una definizione del genere, che però fornisce almeno un’idea della direzione in cui si sta lavorando: un’integrazione sempre maggiore tra essere umano e macchina.

“In termini di velocità, la rete 6G consentirà di raggiungere 1 terabit al secondo utilizzando le frequenze appena inferiori a un terahertz, e consentirà di connettere migliaia di miliardi di dispositivi”, si legge ancora su Techradar. Il 6G, di conseguenza, potrebbe essere il vero abilitatore di quella internet of everything che oggi è solo un termine alla moda utilizzato nelle conferenze tech per impressionare gli spettatori.

La velocità sarà quindi centinaia di volte superiore a quella promessa dal 5G (che dovrebbe essere attorno a un gigabit al secondo), mentre la latenza passerà dai 2/4 millisecondi del 5G a praticamente zero, rendendo la connessione tra dispositivi letteralmente istantanea (grazie anche all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per ottimizzare la trasmissione dei dati attraverso il network).

Ovviamente, si presenteranno nuovi problemi, simili a quelli a cui già si sta andando incontro. Il 5G sfrutta infatti anche le frequenze tra i 30 e i 300 GHz: onde millimetriche, dalla frequenza elevatissima, che non sono in grado di viaggiare lontano come quelle utilizzate dal 4G (fermandosi a circa 300 metri di distanza laddove quelle del 4G possono percorrere alcuni chilometri). Non solo: queste frequenze sono molto più sensibili a ostacoli come muri, alberi, finestre e alle condizioni meteorologiche. Tutto ciò fa sì che per dare vita al 5G sarà necessario disseminare in ogni dove dei microripetitori che consentano al segnale di propagarsi adeguatamente.

Le cose peggioreranno ulteriormente con il 6G, che – come detto – sfrutterà le frequenze appena al di sotto del terahertz. Più si sale nello spettro radio, infatti, più dati si possono trasportare ma più diminuisce la portata delle frequenze: nella gamma del terahertz, per esempio, non si va oltre una distanza di 10 metri; un aspetto che pone ulteriori sfide infrastrutturali.

Ma per porsi problemi di questo tipo è davvero troppo presto. Se la tempistica che regola l’avvento delle nuove generazioni di trasmissione dati mobile verrà rispettata, il 6G non diventerà realtà prima del 2030 (così come il 5G arriverà nel 2020, il 4G è del 2010, eccetera). E nemmeno è detto che davvero questa nuova tecnologia si chiamerà 6G: “Per quanto possa avere senso, potrebbe non assumere quel nome”, si legge su Lifewire. “Potremmo chiamarlo 5G avanzato o migliorato, o potremmo anche smettere del tutto con i numeri e i nomi e limitarci a dire che siamo connessi.

Come dire: la velocità sarà talmente elevata – e la latenza ormai virtualmente eliminata – che non avrà più senso battezzare i progressi compiuti nel campo delle comunicazioni mobile. Tutto sarà, semplicemente, istantaneo. E a quel punto non ci sarà più bisogno di coniare nuovi termini.

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