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wired.it - 2 giorni 46 min fa

Apple presenta Face ID

Sembra che i casi di fail del riconoscimento facciale di iPhone X non abbiano ancora finito di far discutere. Dal arrivo sul mercato di Face ID a bordo del costoso smartphone Apple, il sistema biometrico è stato ingannato da parenti e maschere 3D particolarmente accurate. L’ultimo caso arriva dalla Cina, dove una donna ha riconsegnato all’Apple Store locale il suo iPhone X dopo che il telefono ha mostrato di potersi sbloccare automaticamente davanti al volto di una collega di lavoro neanche particolarmente somigliante. Stando al racconto, i responsabili del negozio avrebbero ipotizzato un malfunzionamento della fotocamera offrendo alla cliente un iPhone X sostitutivo, ma al ripetersi del fenomeno non avrebbero potuto fare altro che rimediare con un rimborso.

Apple non ha commentato ufficialmente il caso: secondo un portavoce le informazioni a disposizione dei tecnici di Cupertino non sono sufficienti a formulare ipotesi su cosa sia successo, anche se le motivazioni alla base di questo comportamento potrebbero essere molteplici. Dalla società suggeriscono ad esempio che le due colleghe potrebbero entrambe aver utilizzato il telefono frequentemente nel periodo di passcode training — un periodo in cui Face ID è in fase di apprendimento — imprimendo così nella memoria del dispositivo un modello misto tra i due volti che successivamente è risultato corrispondente a entrambe.

Un’altra possibilità è semplicemente che i dataset utilizzati da Apple per allenare Face ID a riconoscere i proprietari non siano adeguatamente bilanciati in termini di etnie rappresentate e relative conformazioni del volto. Se le cose stessero così l’errore sarebbe da imputare a Apple, ma un singolo caso — peraltro ancora da verificare — è sicuramente insufficiente per prendere in considerazione quest’ultima ipotesi.

The post Cina, iPhone X sbloccato con Face ID da una collega della proprietaria appeared first on Wired.

wired.it - 2 giorni 1 ora fa
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Cuori puri non si poteva girare in altra maniera, solo attingendo al bacino di storie che si svolgono al margine di tutto, solo con personaggi così ingenui e preda dell’odio razziale o del fervore religioso imposto per ignoranza, si poteva arrivare a fare questa ordinaria poesia del quotidiano. Una in cui anche una grande banalità come un medesimo fumo nel cielo osservato da due persone diverse da luoghi diversi, riesce a diventare un attimo sentimentale. Ci vuole un tocco particolare e una sensibilità elevatissima per fare del clichè una virtù, e quando arriviamo alla radice della purezza di questi cuori si ha l’impressione che un traguardo sia stato tagliato proprio accostando il pudore al sentimento.", "type": "Generica", "big_image_path": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/14184626/1513269985_cuori-puri-2017-roberto-de-paolis-04.jpg", "mid_image_path": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/14184626/1513269985_cuori-puri-2017-roberto-de-paolis-04.jpg", "thumb_image_path": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/14184626/1513269985_cuori-puri-2017-roberto-de-paolis-04.jpg", "is_video": false, "video_reference_id": null, "meta": { "links": { "gallery": "" } }, "photographer": "", "url_bollino": null, "orientation": "", "price": null },{ "ID":"198227", "title": "2. Mektoub My Love - Canto Uno", "short_description": "", "long_description": "Chiappe, tette, fianchi, pelle bagnata, capelli bagnati, camicette scollate e short inguinali, l’estate del 1995 a Mektoub è una questione di attrazione sessuale. Un gruppo di ragazzi francesi di origine nordafricana che si incontrano solo d’estate e che è all’apice della potenza e del desiderio sessuale, interagisce, si cerca, si rimorchia e si tradisce mentre noi li guardiamo come dei guardoni. Non c’è amore propriamente detto ma una serie di differenti livelli di attrazione, in un film che non si proibisce nulla e ha come obiettivo quello di riprendere il piacere e tutti i modi in cui i corpi si chiamano, si attirano e si tormentano con il desiderio. Kechiche era andato già in questi territori con La Vita di Adele ma ci torna, e con una forza ancora maggiore, in questo film che coinvolge lo spettatore nella medesima eccitazione dei suoi personaggi, che cerca l’impossibile obiettivo di raccontare non una storia e non delle persone ma la sensazione di essere giovane e fatto di carne. Ancora non uscito in Italia.", "type": "Generica", "big_image_path": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/14184622/1513269981_37528-Mektoub__My_Love_Canto_Uno__4_-e1504790255492.jpg", "mid_image_path": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/14184622/1513269981_37528-Mektoub__My_Love_Canto_Uno__4_-e1504790255492.jpg", "thumb_image_path": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/14184622/1513269981_37528-Mektoub__My_Love_Canto_Uno__4_-e1504790255492.jpg", "is_video": false, "video_reference_id": null, "meta": { "links": { "gallery": "" } }, "photographer": "", "url_bollino": null, "orientation": "", "price": null },{ "ID":"198222", "title": "1 Chiamami col tuo nome", "short_description": "", "long_description": "Senza dubbio il film dell’anno. Ambientato nella campagna lombarda in un’estate degli anni ‘80, racconta il primo amore del suo protagonista, un ragazzo che si innamora perdutamente dell’ospite americano venuto a stare a casa con la sua famiglia. Comunanze intellettuali, senso di sfida, opposizione e un uso pazzesco della location, tutto serve ad introdurre, svelare e poi ammirare la devastazione di un primo amore. Un ragazzo che non sa niente dei fatti della vita (ma che sa di essere omosessuale) sembra coinvolto dalla natura intorno a lui, dalle cicale, il vento, la mollezza dei pomeriggi estivi e lo stimolo di una vita intellettuale vivace ad innamorarsi rapidamente e profondamente. Una volta che questo è avvenuto non potrà più essere lo stesso. Il finale (che è il medesimo di quasi tutti i primi grandi amori) è sicuramente il momento cinematografico più commovente dell’anno. Ancora non uscito nella speranza (probabilmente fondata) che prenda qualche nomination importante agli Oscar.", "type": "Generica", "big_image_path": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/14184535/1513269934_Chiamami-col-tuo-nome-Call-Me-by-Your-Name-di-Luca-Guadagnino-2017.jpg", "mid_image_path": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/14184535/1513269934_Chiamami-col-tuo-nome-Call-Me-by-Your-Name-di-Luca-Guadagnino-2017.jpg", "thumb_image_path": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/14184535/1513269934_Chiamami-col-tuo-nome-Call-Me-by-Your-Name-di-Luca-Guadagnino-2017.jpg", "is_video": false, "video_reference_id": null, "meta": { "links": { "gallery": "" } }, "photographer": "", "url_bollino": null, "orientation": "", "price": null }], "related": [{ "ID":"197671", "title": "Chi sono i 9 fumettisti italiani candidati ad Angouléme 2018", "url": "https://www.wired.it/play/fumetti/2017/12/15/fumettisti-italiani-angouleme-2018/", "timeago": "9 h", "category_name": "Fumetti", "category_link": "https://www.wired.it/play/fumetti/", "author": null, "image_count": null, "gallery_id": null, "squared_image": { "source": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/10215921/1512935961_GalleryAngouleme.jpg", "is_gif": false, "is_image": true, "attachment": { "id": 197675, "width": 960, "height": 394, "file": null, "sizes": { "q-139-139": { "width": 139, "height": 139, "url": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/10215921/1512935961_GalleryAngouleme-307x307.jpg" } } } } },{ "ID":"197650", "title": "54 maglioni di Natale assurdi che puoi comprare davvero", "url": "https://www.wired.it/lifestyle/design/2017/12/15/54-maglioni-di-natale-assurdi/", "timeago": "13 h", "category_name": "Design", "category_link": "https://www.wired.it/lifestyle/design/", "author": null, "image_count": null, "gallery_id": null, "squared_image": { "source": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/08200424/1512756263_MAglioni-natale.jpg", "is_gif": false, "is_image": true, "attachment": { "id": 197651, "width": 1050, "height": 590, "file": null, "sizes": { "q-139-139": { "width": 139, "height": 139, "url": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/08200424/1512756263_MAglioni-natale-307x307.jpg" } } } } },{ "ID":"197667", "title": "I migliori giochi da tavolo da regalare a Natale", "url": "https://www.wired.it/gadget/accessori/2017/12/15/giochi-da-tavolo-da-regalare-a-natale/", "timeago": "13 h", "category_name": "Accessori", "category_link": "https://www.wired.it/gadget/accessori/", "author": null, "image_count": null, "gallery_id": null, "squared_image": { "source": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/10201826/1512929904_Giochi-da-tavolo.jpg", "is_gif": false, "is_image": true, "attachment": { "id": 197668, "width": 1050, "height": 590, "file": null, "sizes": { "q-139-139": { "width": 139, "height": 139, "url": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/10201826/1512929904_Giochi-da-tavolo-307x307.jpg" } } } } },{ "ID":"198292", "title": "Le più belle sculture di neve e di ghiaccio", "url": "https://www.wired.it/play/cultura/2017/12/15/sculture-neve-ghiaccio/", "timeago": "13 h", "category_name": "Cultura", "category_link": "https://www.wired.it/play/cultura/", "author": null, "image_count": null, "gallery_id": null, "squared_image": { "source": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/15132223/1513336942_uff.jpg", "is_gif": false, "is_image": true, "attachment": { "id": 198296, "width": 1800, "height": 560, "file": null, "sizes": { "q-139-139": { "width": 139, "height": 139, "url": "https://images.wired.it/wp-content/uploads/2017/12/15132223/1513336942_uff-307x307.jpg" } } } } }]}; S. Craig Zahler è un talento che è qui per rimanere. Da solo sta scrivendo una nuova pagina nel cinema americano di genere, senza pescare dalla tradizione. Non vuole somigliare a nessuno se non a se stesso, inventa e crea situazioni da Carpenter ma le gira con tutto un altro piglio, ha una serietà pazzesca nei toni che non si direbbe dai titoli che sceglie (il prossimo film, con Mel Gibson, si chiama “Dragged Through Concrete”). È cinema in cui la violenza è tutto, esalta e fa paura al tempo stesso, è parte della storia ma anche un abisso in cui nessuno vuole finire, come se non ci fosse altro intorno a noi e fossimo costretti a passare per essa per comunicare ogni emozione. Qui l’unica nota stonata è Vince Vaughn, ma il blocco 99, quando ci arriviamo dopo un film intero di attesa, è un’ideona. Ancora non uscito in Italia.Sfoglia gallery10 immagini

10. Brawl In Cell Block 99 Il west polveroso, violentissimo e rassegnato di Bone Tomahawk l’ha rivelato ed è con una felicità indescrivibile che annotiamo che Brawl In Cell Block 99 lo conferma: S. Craig Zahler è un talento che è qui per rimanere. Da solo sta scrivendo una nuova pagina nel cinema americano di genere, senza pescare dalla tradizione. Non vuole somigliare a nessuno se non a se stesso, inventa e crea situazioni da Carpenter ma le gira con tutto un altro piglio, ha una serietà pazzesca nei toni che non si direbbe dai titoli che sceglie (il prossimo film, con Mel Gibson, si chiama “Dragged Through Concrete”). È cinema in cui la violenza è tutto, esalta e fa paura al tempo stesso, è parte della storia ma anche un abisso in cui nessuno vuole finire, come se non ci fosse altro intorno a noi e fossimo costretti a passare per essa per comunicare ogni emozione. Qui l’unica nota stonata è Vince Vaughn, ma il blocco 99, quando ci arriviamo dopo un film intero di attesa, è un’ideona. Ancora non uscito in Italia.

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10. Brawl In Cell Block 99
10. Brawl In Cell Block 99 Il west polveroso, violentissimo e rassegnato di Bone Tomahawk l’ha rivelato ed è con una felicità indescrivibile che annotiamo che Brawl In Cell Block 99 lo conferma: S. Craig Zahler è un talento che è qui per rimanere. Da solo sta scrivendo una nuova pagina nel cinema americano di genere, senza pescare dalla tradizione. Non vuole somigliare a nessuno se non a se stesso, inventa e crea situazioni da Carpenter ma le gira con tutto un altro piglio, ha una serietà pazzesca nei toni che non si direbbe dai titoli che sceglie (il prossimo film, con Mel Gibson, si chiama “Dragged Through Concrete”). È cinema in cui la violenza è tutto, esalta e fa paura al tempo stesso, è parte della storia ma anche un abisso in cui nessuno vuole finire, come se non ci fosse altro intorno a noi e fossimo costretti a passare per essa per comunicare ogni emozione. Qui l’unica nota stonata è Vince Vaughn, ma il blocco 99, quando ci arriviamo dopo un film intero di attesa, è un’ideona. Ancora non uscito in Italia.
9. Last Flag Flying
9. Last Flag Flying Come si può restituire in un film il senso di comunanza che possono provare 3 amici che si ritrovano dopo 30 anni? Come si può con il dialogo, la recitazione e la scrittura di alcune scene ricreare il senso di sentimentale e divertito di una riunione tra uomini? Richard Linklater (di nuovo) riesce nell’impossibile: gira un film in cui accade poco (un uomo chiede a due ex commilitoni che non vede da decenni di accompagnarlo a ritirare la bara del figlio morto in guerra perché lo vuole seppellire in casa) ma in cui non ci si annoia mai, in cui ogni dialogo potrebbe anche durare ore e in cui i rapporti tra le persone mutano lentamente di scena in scena, fino a che abbiamo l’impressione che tutto sia liberamente ispirato alla nostra di vita. Ancora non uscito in Italia.
8. A ciambra
8. A ciambra Candidato italiano agli Oscar nella categoria Miglior Film Straniero (anche se dobbiamo ancora capire se arriverà alle nomination) è una rivelazione che ci arriva anche grazie a Martin Scorsese, che ha aiutato, coprodotto e dato indicazioni al quasi esordiente Jonas Carpignano (alle sue spalle aveva solo un altro film, Mediterranea) per fare questo A Ciambra. Siamo dalle parti del cinema etnografico che trasforma la realtà in qualcosa di filmico. I protagonisti non sono attori ma veri zingari calabresi come i loro personaggi e benché non recitino se stessi di certo portano se stessi e la loro vita, i loro ambienti e le loro parole nel film. Il trionfo di A ciambra è di raccontare qualcosa di mai visto prima unendo le storie da cinema con una strana forma di plausibilità, come se tutto sembrasse davvero essere accaduto. E il salto di qualità non lo fa il rigore della ricostruzione ma il fatto che ci sia una storia che sembra ancora più clamorosa grazie a questo rigore.
7. Logan
7. Logan È probabile che per anni questo film di James Mangold che Hugh Jackman inseguiva da tempo senza riuscirci (almeno dal primo spin-off dedicato a Wolverine), rimarrà il film tratto da fumetti più serio e audace mai visto. Nel raccontare una storia futura, possibile, di Wolverine Mangold ha realizzato l’equivalente di Gli Spietati, un film in cui tutto l’eroismo del genere è arrivato al termine, è finito e non ce n’è più per nessuno. Agli eroi non crede più nessuno, nemmeno gli eroi stessi, ovunque c’è solo morte e quel che si può fare è allora cercare, in un modo o nell’altro, di fare la cosa giusta. Crepuscolare nei toni ma capace anche di un’epica della sconfitta bellissima, Logan è un film che nessuno poteva prevedere. L’unica possibile forma di idealismo per una società che non ne conosce più.
6. La forma dell'acqua
6. La forma dell'acqua Il cinema di mostri di Guillermo del Toro al suo meglio. Nonostante non riesca a replicare l’inventiva di Il Labirinto Del Fauno, giocando un po’ troppo sul sicuro, Del Toro porta alle estreme conseguenze la sua filosofia burtoniana per la quale i mostri sono migliori degli uomini, girando una love story che si spinge fino agli atti sessuali (ed è bravissimo a non renderli disturbanti), dimostrando di essere un regista sentimentale di serie A. Come fossimo in un film degli anni ‘30 la protagonista è una dolce ragazza sorda e proprio per il suo handicap si trova emarginata come il mostro. Due solitudini che si incontrano nella maniera più paradossale. Sperando in un buon piazzamento agli Oscar la distribuzione italiana ancora non l’ha fatto uscire.
5. Billy Lynn - Eroe per un giorno
5. Billy Lynn - Eroe per un giorno Passato totalmente sotto silenzio questo film di Ang Lee è un delirio psicologico. Nonostante racconti una storia da piccolo film, in cui un plotone di stanza in Iraq è portato in giro per gli stadi americani per promuovere la guerra e un ragazzo ha il dubbio di disertare, è quasi tutto realizzato in computer grafica. Non è una velleità ma la maniera in cui Ang Lee controlla ogni aspetto dell’immagine, per creare un viaggio interiore pieno di dubbi, una storia di incredibile indecisione, di sentimenti giovanili, di pulsioni sessuali in cui il triviale e il basso (l’attrazione per una cheerleader) si mescolano all’alto (il dovere verso la patria), al familiare (la preghiera della sorella di scappare con lei) e all’affaristico (qualcuno vuole fare della loro storia un film). Ci sono poche parole che possono definire questo film, di certo è una delle indagini nell’animo giovanile, nei traumi e nelle contraddizioni più penetranti viste negli ultimi anni, l’unica che cerca di contaminare il viaggio psicologico con le pulsioni.
4. Dunkirk
4. Dunkirk Doveva essere gigante e lo è stato. La guerra secondo Nolan è un gioco temporale in tre fasi. Una storia che dura un’ora, una che dura un giorno e una che dura una settimana tutte intrecciate. Nella guerra si muore per caso, venendo glorificati, e ci si sacrifica scientemente per le vite altrui nell’anonimato. Al contrario di molti suoi predecessori Nolan non affronta la guerra come follia o come carneficina, ma come un momento in cui ognuno ha la possibilità di tirare fuori il meglio di sé, annulla i nemici (che non vediamo mai) ma non per rendere l’assurdità del conflitto (come fece Kubrick), lo fa per concentrarsi sulle peripezie umane dei protagonisti, su quel che bisogna fare per rimanere vivi e per far rimanere vivi gli altri. Tutto in un film letteralmente gigante, come non se ne fanno più.
3. Cuori puri
3. Cuori puri Perché il cinema continua a proporci storie di borgata? Perché i film sono così innamorati di protagonisti marginali dal dialetto ostentato e dalla vita tragica? Roberto De Paolis, al suo primo film, riesce involontariamente a dare una risposta. Cuori puri non si poteva girare in altra maniera, solo attingendo al bacino di storie che si svolgono al margine di tutto, solo con personaggi così ingenui e preda dell’odio razziale o del fervore religioso imposto per ignoranza, si poteva arrivare a fare questa ordinaria poesia del quotidiano. Una in cui anche una grande banalità come un medesimo fumo nel cielo osservato da due persone diverse da luoghi diversi, riesce a diventare un attimo sentimentale. Ci vuole un tocco particolare e una sensibilità elevatissima per fare del clichè una virtù, e quando arriviamo alla radice della purezza di questi cuori si ha l’impressione che un traguardo sia stato tagliato proprio accostando il pudore al sentimento.
2. Mektoub My Love - Canto Uno
2. Mektoub My Love - Canto Uno Chiappe, tette, fianchi, pelle bagnata, capelli bagnati, camicette scollate e short inguinali, l’estate del 1995 a Mektoub è una questione di attrazione sessuale. Un gruppo di ragazzi francesi di origine nordafricana che si incontrano solo d’estate e che è all’apice della potenza e del desiderio sessuale, interagisce, si cerca, si rimorchia e si tradisce mentre noi li guardiamo come dei guardoni. Non c’è amore propriamente detto ma una serie di differenti livelli di attrazione, in un film che non si proibisce nulla e ha come obiettivo quello di riprendere il piacere e tutti i modi in cui i corpi si chiamano, si attirano e si tormentano con il desiderio. Kechiche era andato già in questi territori con La Vita di Adele ma ci torna, e con una forza ancora maggiore, in questo film che coinvolge lo spettatore nella medesima eccitazione dei suoi personaggi, che cerca l’impossibile obiettivo di raccontare non una storia e non delle persone ma la sensazione di essere giovane e fatto di carne. Ancora non uscito in Italia.
1 Chiamami col tuo nome
1 Chiamami col tuo nome Senza dubbio il film dell’anno. Ambientato nella campagna lombarda in un’estate degli anni ‘80, racconta il primo amore del suo protagonista, un ragazzo che si innamora perdutamente dell’ospite americano venuto a stare a casa con la sua famiglia. Comunanze intellettuali, senso di sfida, opposizione e un uso pazzesco della location, tutto serve ad introdurre, svelare e poi ammirare la devastazione di un primo amore. Un ragazzo che non sa niente dei fatti della vita (ma che sa di essere omosessuale) sembra coinvolto dalla natura intorno a lui, dalle cicale, il vento, la mollezza dei pomeriggi estivi e lo stimolo di una vita intellettuale vivace ad innamorarsi rapidamente e profondamente. Una volta che questo è avvenuto non potrà più essere lo stesso. Il finale (che è il medesimo di quasi tutti i primi grandi amori) è sicuramente il momento cinematografico più commovente dell’anno. Ancora non uscito nella speranza (probabilmente fondata) che prenda qualche nomination importante agli Oscar.

Sono talmente tante le pellicole che non sono ancora arrivate in Italia e che le distribuzioni hanno nel cassetto per il 2018, che la classifica dei migliori film del 2017 in tutto il mondo è piena di titoli in attesa di una versione italiana. E sono anche tra i migliori possibili, cosa che non fa il gioco delle distribuzioni visto che prima delle sale può arrivare la pirateria.

Di certo il 2017 è stato un buon anno, migliore della media, migliore del 2016. Addirittura tre film italiani entrano nei migliori 10 e di prepotenza (con un po’ di nazionalismo in più potevano anche essere 3). Di certo hanno deluso un po’ i blockbuster, dei quali solo un paio possono essere definiti come i migliori dell’anno. Questo ha lasciato molto spazio che ci ha pensato il cinema d’autore a riempire, quello più difficile da beccare in sala.

Con un 2018 che si prospetta ancora più luminoso del 2017 bisogna notare una cosa sola, che quasi nessuno dei film qui elencati sarebbe entrato nella classifica dei più promettenti un anno fa. Molti sono state vere sorprese, altri si sono rivelati superiori ad ogni aspettativa ed altri ancora non li poteva davvero prevedere nessuno.

10. Brawl In Cell Block 99

Il west polveroso, violentissimo e rassegnato di Bone Tomahawk l’ha rivelato ed è con una felicità indescrivibile che annotiamo che Brawl In Cell Block 99 lo conferma: S. Craig Zahler è un talento che è qui per rimanere. Da solo sta scrivendo una nuova pagina nel cinema americano di genere, senza pescare dalla tradizione. Non vuole somigliare a nessuno se non a se stesso, inventa e crea situazioni da Carpenter ma le gira con tutto un altro piglio, ha una serietà pazzesca nei toni che non si direbbe dai titoli che sceglie (il prossimo film, con Mel Gibson, si chiama Dragged Through Concrete). È cinema in cui la violenza è tutto, esalta e fa paura al tempo stesso, è parte della storia ma anche un abisso in cui nessuno vuole finire, come se non ci fosse altro intorno a noi e fossimo costretti a passare per essa per comunicare ogni emozione. Qui l’unica nota stonata è Vince Vaughn, ma il blocco 99, quando ci arriviamo dopo un film intero di attesa, è un’ideona.
Ancora non uscito in Italia.

9. Last Flag Flying

Come si può restituire in un film il senso di comunanza che possono provare 3 amici che si ritrovano dopo 30 anni? Come si può con il dialogo, la recitazione e la scrittura di alcune scene ricreare il senso di sentimentale e divertito di una riunione tra uomini? Richard Linklater (di nuovo) riesce nell’impossibile: gira un film in cui accade poco (un uomo chiede a due ex commilitoni che non vede da decenni di accompagnarlo a ritirare la bara del figlio morto in guerra perché lo vuole seppellire in casa) ma in cui non ci si annoia mai, in cui ogni dialogo potrebbe anche durare ore e in cui i rapporti tra le persone mutano lentamente di scena in scena, fino a che abbiamo l’impressione che tutto sia liberamente ispirato alla nostra di vita. Ancora non uscito in Italia.

8. A ciambra

Candidato italiano agli Oscar nella categoria Miglior film straniero (anche se dobbiamo ancora capire se arriverà alle nomination) è una rivelazione che ci arriva anche grazie a Martin Scorsese, che ha aiutato, coprodotto e dato indicazioni al quasi esordiente Jonas Carpignano (alle sue spalle aveva solo un altro film, Mediterranea) per fare questo A ciambra. Siamo dalle parti del cinema etnografico che trasforma la realtà in qualcosa di filmico. I protagonisti non sono attori ma veri zingari calabresi come i loro personaggi e benché non recitino se stessi di certo portano se stessi e la loro vita, i loro ambienti e le loro parole nel film. Il trionfo di A ciambra è di raccontare qualcosa di mai visto prima unendo le storie da cinema con una strana forma di plausibilità, come se tutto sembrasse davvero essere accaduto. E il salto di qualità non lo fa il rigore della ricostruzione ma il fatto che ci sia una storia che sembra ancora più clamorosa grazie a questo rigore.

7. Logan

È probabile che per anni questo film di James Mangold che Hugh Jackman inseguiva da tempo senza riuscirci (almeno dal primo spin-off dedicato a Wolverine), rimarrà il film tratto da fumetti più serio e audace mai visto. Nel raccontare una storia futura, possibile, di Wolverine Mangold ha realizzato l’equivalente di Gli spietati, un film in cui tutto l’eroismo del genere è arrivato al termine, è finito e non ce n’è più per nessuno. Agli eroi non crede più nessuno, nemmeno gli eroi stessi, ovunque c’è solo morte e quel che si può fare è allora cercare, in un modo o nell’altro, di fare la cosa giusta. Crepuscolare nei toni ma capace anche di un’epica della sconfitta bellissima, Logan è un film che nessuno poteva prevedere. L’unica possibile forma di idealismo per una società che non ne conosce più.

6. La forma dell’acqua

Il cinema di mostri di Guillermo Del Toro al suo meglio. Nonostante non riesca a replicare l’inventiva di Il labirinto del fauno, giocando un po’ troppo sul sicuro, Del Toro porta alle estreme conseguenze la sua filosofia burtoniana per la quale i mostri sono migliori degli uomini, girando una love story che si spinge fino agli atti sessuali (ed è bravissimo a non renderli disturbanti), dimostrando di essere un regista sentimentale di serie A. Come fossimo in un film degli anni ‘30 la protagonista è una dolce ragazza sorda e proprio per il suo handicap si trova emarginata come il mostro. Due solitudini che si incontrano nella maniera più paradossale. Sperando in un buon piazzamento agli Oscar, la distribuzione italiana ancora non l’ha fatto uscire.

5. Billy Lynn – Un giorno da eroe

Passato totalmente sotto silenzio questo film di Ang Lee è un delirio psicologico. Nonostante racconti una storia da piccolo film, in cui un plotone di stanza in Iraq è portato in giro per gli stadi americani per promuovere la guerra e un ragazzo ha il dubbio di disertare, è quasi tutto realizzato in computer grafica. Non è una velleità ma la maniera in cui Lee controlla ogni aspetto dell’immagine, per creare un viaggio interiore pieno di dubbi, una storia di incredibile indecisione, di sentimenti giovanili, di pulsioni sessuali in cui il triviale e il basso (l’attrazione per una cheerleader) si mescolano all’alto (il dovere verso la patria), al familiare (la preghiera della sorella di scappare con lei) e all’affaristico (qualcuno vuole fare della loro storia un film). Ci sono poche parole che possono definire questo film, di certo è una delle indagini nell’animo giovanile, nei traumi e nelle contraddizioni più penetranti viste negli ultimi anni, l’unica che cerca di contaminare il viaggio psicologico con le pulsioni.

4. Dunkirk

Doveva essere gigante e lo è stato. La guerra secondo Christopher Nolan è un gioco temporale in tre fasi. Una storia che dura un’ora, una che dura un giorno e una che dura una settimana tutte intrecciate. Nella guerra si muore per caso, venendo glorificati, e ci si sacrifica scientemente per le vite altrui nell’anonimato. Al contrario di molti suoi predecessori Nolan non affronta la guerra come follia o come carneficina, ma come un momento in cui ognuno ha la possibilità di tirare fuori il meglio di sé, annulla i nemici (che non vediamo mai) ma non per rendere l’assurdità del conflitto (come fece Kubrick), lo fa per concentrarsi sulle peripezie umane dei protagonisti, su quel che bisogna fare per rimanere vivi e per far rimanere vivi gli altri. Tutto in un film letteralmente gigante, come non se ne fanno più.

3. Cuori puri

Perché il cinema continua a proporci storie di borgata? Perché i film sono così innamorati di protagonisti marginali dal dialetto ostentato e dalla vita tragica? Roberto De Paolis, al suo primo film, riesce involontariamente a dare una risposta. Cuori puri non si poteva girare in altra maniera, solo attingendo al bacino di storie che si svolgono al margine di tutto, solo con personaggi così ingenui e preda dell’odio razziale o del fervore religioso imposto per ignoranza, si poteva arrivare a fare questa ordinaria poesia del quotidiano. Una in cui anche una grande banalità come un medesimo fumo nel cielo osservato da due persone diverse da luoghi diversi, riesce a diventare un attimo sentimentale. Ci vuole un tocco particolare e una sensibilità elevatissima per fare del clichè una virtù, e quando arriviamo alla radice della purezza di questi cuori si ha l’impressione che un traguardo sia stato tagliato proprio accostando il pudore al sentimento.

2. Mektoub, my love – Canto uno
Chiappe, tette, fianchi, pelle bagnata, capelli bagnati, camicette scollate e short inguinali, l’estate del 1995 a Mektoub è una questione di attrazione sessuale. Un gruppo di ragazzi francesi di origine nordafricana che si incontrano solo d’estate e che è all’apice della potenza e del desiderio sessuale, interagisce, si cerca, si rimorchia e si tradisce mentre noi li guardiamo come dei guardoni. Non c’è amore propriamente detto ma una serie di differenti livelli di attrazione, in un film che non si proibisce nulla e ha come obiettivo quello di riprendere il piacere e tutti i modi in cui i corpi si chiamano, si attirano e si tormentano con il desiderio. Kechiche era andato già in questi territori con La vita di Adele ma ci torna, e con una forza ancora maggiore, in questo film che coinvolge lo spettatore nella medesima eccitazione dei suoi personaggi, che cerca l’impossibile obiettivo di raccontare non una storia e non delle persone ma la sensazione di essere giovane e fatto di carne. Ancora non uscito in Italia.

1. Chiamami col tuo nome

Senza dubbio il film dell’anno. Luca Guadagnino adatta l’omonimo romanzo tradendo tutto quel che gli serve di tradire e realizza un vero capolavoro sulla scia di quanto fatto già in Io sono l’amore. Ambientato nella campagna lombarda in un’estate degli anni ‘80, racconta il primo amore del suo protagonista, un ragazzo che si innamora perdutamente dell’ospite americano venuto a stare a casa con la sua famiglia. Comunanze intellettuali, senso di sfida, opposizione e un uso pazzesco della location, tutto serve a introdurre, svelare e poi ammirare la devastazione di un primo amore. Un ragazzo che non sa niente dei fatti della vita (ma che sa di essere omosessuale) sembra coinvolto dalla natura intorno a lui, dalle cicale, il vento, la mollezza dei pomeriggi estivi e lo stimolo di una vita intellettuale vivace a innamorarsi rapidamente e profondamente. Una volta che questo è avvenuto non potrà più essere lo stesso. Il finale (che è il medesimo di quasi tutti i primi grandi amori) è sicuramente il momento cinematografico più commovente dell’anno. Ancora non uscito nella speranza (probabilmente fondata) che prenda qualche nomination importante agli Oscar.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

netUna rete a velocità diverse, dove i fornitori di servizi disposti a pagare di più passano i propri contenuti più rapidamente ed efficacemente. Per gli altri, servizio standard se non penalizzato perché rallentato, con qualità peggiore o del tutto precluso a certi tipi di contenuti (esempio: se non paghi a parte non puoi vedere i video). Con conseguente riassetto delle strategie commerciali e relative ricadute sugli utenti. Se fino a oggi questi potevano accedere all’autostrada di internet col mezzo che volevano scegliendo la corsia che preferivano domani finiranno incolonnati nella corsia che spetta loro in virtù del prezzo pagato. E potrebbero anche essere bloccati all’ingresso perché la strada è intasata e la precedenza va a chi sborsa di più. Un po’ quel che accade davvero su certi tratti autostradali californiani, dove la corsia di sinistra, la “express”, si paga se sei da solo (ma se l’auto è occupata da più di due persone è gratuita).

Questa è la sintesi dello smantellamento delle garanzie sulla neutralità della rete negli Stati Uniti volute nel 2015 da Barack Obama. La sepoltura di quello stesso concetto, per molti. Anche se occorre raccogliere l’invito di Tim Berners-Lee, papà del web, che ha invitato a lottare. Ci sarà spazio per le cause legali che gli Stati, oltre che le compagnie e le associazioni, potranno sollevare nei confronti della decisione, ma anche per ulteriori interventi futuri del Congresso che superino la mossa della Federal Communications Commission guidata dal 44enne repubblicano Ajit Pai. Di cui molti sottolineano il passato a Verizon, verissimo, ma in pochi ricordano la lunga carriera nella macchina dell’amministrazione. In fondo alla Fcc ce lo spedì proprio Obama nel 2012: segno che le cose sono sempre più sfumate di quanto appaiano.

Certo, l’Internet Freedom Order sposta la supervisione delle dinamiche di internet dall’agenzia della comunicazione a quella del commercio. Ne esce profondamente ferita la tesi che voleva internet come una utility, un bene strategico, una piattaforma da cui eliminare ogni discriminazione e trova spazio quella che la individua come una qualsiasi piazza di offerta di servizi. Se sono in concorrenza fra loro e chiaramente illustrati, dice il nuovo regolamento, le offerte degli operatori possono premere sull’acceleratore o tirare il freno a mano a contenuti di ogni tipo e alla velocità stessa di connessione. Dal diritto all’accesso al diritto di mercato, per così dire. D’altronde alle telco viene tolto il titolo di “Title II Common Carrier”, cioè di società che “trasportano” o danno accesso a beni considerati pubblici per la generalità della comunità nazionale, senza particolari ostacoli di accesso e servizio. Un’infrastruttura ferroviaria è un “common carrier”, uno spedizioniere privato no. Questo è accaduto con le nuove regole.

Da quando presiede la Fcc Ajit Pai ribalta la questione. Secondo il repubblicano il rischio non è quello di vedersi bloccati dei contenuti (cosa che pure, con le regole in vigore, accadeva puntualmente) o rallentata la connessione. Il problema, ha spiegato più volte, è che certe persone “non hanno del tutto accesso a quei contenuti”. Insomma, il nuovo regolamento servirebbe a colmare questo “digital divide” dando più risorse agli operatori per portare la rete dove non c’è o a migliorarne la qualità dove già c’è.

Questa deregulation assoluta, perché poi siamo sempre dalla parte del libero mercato sovrano, dovrebbe infatti servire a muovere investimenti. Soldi che dovrebbero arrivare grazie ai maggiori ricavi legati ai “pedaggi”, cioè alle tariffe che si potranno chiedere a Google, Facebook, Hulu, Amazon, Netflix e compagnia, i cosiddetti “over the top”, per usare le proprie reti. L’auspicio di Pai e dei repubblicani è che di piattaforme come quelle possano fiorirne anche altre, visto che s’innescherà una battaglia che oltre alla bontà dei servizi offerti passerà anche dalla possibilità di intervenire su altri aspetti al momento preclusi. Come, per l’appunto, la velocità di connessione, la salvaguardia dei GB di connessione per certi contenuti e così via.

Appare al contrario evidente – e in Italia, pensando ad altre infrastrutture critiche come la rete ferroviaria o quella elettrica, lo sappiamo bene – che un simile approccio rischia di configurarsi come del tutto anti-competitivo.

Il punto è che dipende da cosa s’intenda davvero per concorrenza: se è una corsa a chi paga di più, senza dubbio l’Internet Freedom Order è un regolamento iperconcorrenziale. Se, come invece crede l’Unione Europea e credono i sostenitori della net neutrality, concorrenza dovrebbe significare un quadro normativo in cui l’autorità centrale si occupa di garantire a tutte le parti in causa una situazione di partenza uguale ed equilibrata, allora quel provvedimento è la morte della medesima concorrenza tanto sbandierata. Specialmente in contesti in cui le telco controllano anche fornitori di contenuti, come Comcast con NbcUniversal, o dove possano essere messi in campo servizi cosiddetti di “zero rating”, che non incidono sul consumo di dati: non serve un genio del settore per capire quali servizi tenteranno di avvantaggiare e quali penalizzare. Basta vedere a ciò che è accaduto in Portogallo.

Oltre la questione meramente commerciale, se ne spalanca un’altra che ruota intorno ai diritti civili. La rete è già oggi, in molti Paesi del mondo, alla mercé di governi e autorità (basti pensare alla Cina o alla Turchia) che accendono e spengono piattaforme, filtrano il traffico, sfruttano rallentamenti e oscuramenti del segnale come arma politica per colpire certi siti, certe comunità, certe minoranze. Se in quei casi sono le agenzie governative che intervengono direttamente in questo lavoro di censura e discriminazione, negli Stati Uniti la “selezione” dei servizi e, a cascata, della clientela a cui riservarli e proporli apparterrà nel giro di qualche settimana ai colossi delle telecomunicazioni. Giusto il tempo di definire le norme e inserirle nel Registro Federale. Auguri.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

fiaba
Tra le centinaia di fiabe raccolte e poi pubblicate dai Fratelli Grimm a metà del 1800 si trova anche questa: “C’era una volta un bambino capriccioso che non faceva mai quello che voleva la mamma. Per questo il buon Dio ne era scontento e lo fece ammalare, tanto che nessun medico poté  salvarlo e presto egli giacque sul letto di morte. Quando fu adagiato nella fossa e coperto di terra, d’un tratto spuntò fuori il suo braccino e si tese in alto; lo misero dentro e tornarono a coprirlo di terra fresca, ma era inutile: il braccino continuava a tornare fuori. Allora la madre stessa dovette andare alla tomba, e batterlo sul braccino con una verga; quando l’ebbe fatto il braccino si ritrasse e il bimbo ebbe finalmente pace sotto terra”.

Una fiaba da Telefono Azzurro, diremmo noi ora, che ci guardiamo bene dal raccontarla ai nostri bambini prima della nanna.
È pur vero però che le fiabe – anche senza raggiungere questo grado di raccapriccio – hanno sempre avuto un contenuto violento.
I cattivi delle fiabe sono cattivi sul serio, mica per ridere: in una delle sue versione originali Cappuccetto Rosso non ha alcun lieto fine. Nei Tre porcellini, invece, muore il lupo cattivo, ma con una descrizione dettagliata dei suoi atroci tormenti nel pentolone dell’acqua calda. E così via, tra giganti egoisti che muoiono dopo essersi redenti, streghe bruciate vive nel forno, pretendenti al trono decapitati, bambini orfani fin dalla più tenera età.

Perché le fiabe – lo hanno dimostrato decine e decine di studi tra cui il più famoso è sicuramente quello dell’antropologo russo Vladimir Propp – assolvono a diverse funzioni, tra le quali il piacere dell’ascolto è soltanto una delle tante.
Le fiabe educano, le fiabe rappresentano i pericoli del mondo in modo comprensibile per i bambini, le fiabe sottolineano i valori e i disvalori della società, le fiabe aiutano ad esorcizzare la violenza, la rabbia e l’aggressività.
Chi ascolta una storia letta dai genitori o dai nonni si immedesima nei personaggi, e non sempre nell’eroe ( ci sono bambini Don Chisciotte e bambini Sancho Panza, bambine Biancaneve e bambine Raperonzolo, bambini Hansel e bambine Gretel, bambini porcellini saggi, bambini porcellini tonti, bambine principesse e bambine materne).
Nell’ascoltare una fiaba, insomma, avviene un processo cognitivo che consente al bambino di diventarne un personaggio, ed è proprio compiendo questo percorso che i più piccoli sognano, si immedesimano, rielaborano, ripensano. Ed è anche così, che crescono.

Ecco perché il proliferare su internet – in particolar modo sotto Natale – di tutti quei libri su commissione in cui il protagonista non solo sembra, ma è proprio nostro figlio, mi sembrano un vuoto prodotto commerciale.
Se non li conoscete, vi racconto come funzionano.
All’interno delle decine di siti online che offrono questo servizio (  myboo, framilylibro magico e molti altri)  potete scegliere tra molte storie pre elaborate, uguali per tutti, in cui potrete intervenire rendendo il vostro bambino protagonista del libro.

I siti chiedono i dettagli del bambino a cui il libro verrà regalato (colore degli occhi e dei capelli, piatto preferito, nome del peluche del cuore e dei parenti stretti, possibilmente una foto, e molto altro ancora) e a quel punto rielaborano il libro, applicando i dettagli alla trama e, ovviamente, mettendo bene in grande il nome del bambino nel titolo: Giovanni e gli animali del bosco, Erika la Regina delle Fate, Kevin cuoco provetto.
Ovviamente, le trame dei libri sono solari, pacificatorie e drammaticamente stereotipate.
Solitamente non ci sono cattivi, ma al massimo qualche blando problema da risolvere (Babbo Natale ha l’influenza: chi salverà il Natale?), e i bambini sono sempre i protagonisti.

Questo processo mette al bando alla fantasia: il libro presenta una versione iper realista del lettore, rappresentandolo proprio nel momento in cui lo sta leggendo, evitandogli quindi qualunque fatica. Il bambino non deve immaginarsi nei panni del protagonista (lo è), non deve rielaborare alcuna paura (non ce ne sono ), non deve parteggiare per nessuno dei personaggi, dal momento che tutta la storia si regge sulle sue spalle.
E’ un ribaltamento di tutti gli elementi che rendono tale una fiaba. È come cucinare le cozze e chiamarle pasta al sugo.

Insomma, il punto è che questi libri non sono né favole né fiabe.
Sono piuttosto dei costosi biglietti di auguri o dei souvenir: l’equivalente dei ritratti dipinti ai turisti lungo le strade delle città d’arte.
Ai bambini non sono utili né a crescere né ad imparare, né ad esercitare quella strepitosa caratteristica dell’infanzia che è la fantasia.
Sta arrivando Natale, e siamo tutti alla ricerca di un regalo prezioso ed originale, ma se volete avvicinare i bambini alla lettura e a tutti i suoi meravigliosi ingredienti, sotto l’albero mettete un libro vero.
Perché vostro figlio è già il protagonista di una storia. La sua.

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brand-news.it - 2 giorni 1 ora fa

Nuovo direttore per Marie Claire, che mette al timone Antonella Bussi a partire dal numero in edicola da sabato 16 dicembre.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

Si è tenuto la sera del 15 dicembre, presso lo spazio Brera Site a Milano, l’evento di lancio di Lookhave – il nuovissimo social network che consente di riprodurre e collegare il proprio guardaroba allo smartphone – organizzato in collaborazione con Vogue Italia.

L’app, disponibile gratuitamente su App Store e Google Play, è uno strumento professionale e al contempo accessibile a tutti, che offre la possibilità di organizzare, riprodurre, aggiornare il proprio guardaroba con un click, consentendo di avere i propri vestiti a portata di mano nello smartphone ma anche di combinarli con quelli che si vorrebbero acquistare, creando così outfit ideali, con foto e video.

Il database di collezioni attuali e passate a disposizione sull’applicazione permette infatti a ogni utente di visualizzare sullo smartphone il proprio guardaroba in versione digitale. Inoltre la funzione Image Recognition rende possibile distinguere un capo e riconoscere la maison produttrice semplicemente caricando l’immagine all’interno dell’applicazione o scattando direttamente una foto, per poi acquistarlo su uno dei diversi ecommerce collegati direttamente a Lookhave.

Uno strumento utile e social, che permettere di interagire e di condividere istantaneamente con la rete il proprio guardaroba e la propria wishlist degli outfit desiderati senza più intermediari o costi di commissione.

Con questa nuova applicazione, uno dei fondatori Gherardo De Angelis, bolognese di 25 anni, è riuscito a unire il divertimento dei social network con i vantaggi dell’e-commerce.

L’evento di lancio, ha visto un allestimento esclusivo con la proiezione del guardaroba dei sogni di Vogue Italia e una zona Curiosity, composta da corner personalizzati, per mostrare agli ospiti, intrattenuti da un dj set, le diverse funzioni di Lookhave.

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brand-news.it - 2 giorni 1 ora fa

Selvaggia Lucarelli è stata nominata direttore del sistema web di Rolling Stone e da gennaio sarà responsabile di tutti i suoi contenuti.

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brand-news.it - 2 giorni 1 ora fa

UpMarket, società produttrice e organizzatrice di Cartoomics ha scelto Imageware per le attività di comunicazione e media relation

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