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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 2 giorni 6 ore fa

Character with a stack of question marks above his head. Vector illustration for different concepts like doubt, questions and answers, curiosity, confusion etc.; Shutterstock ID 1033154623; Rivista/Pubblicazione: -; Azienda: -; Partita IVA : -

Alcuni ricercatori che si occupano di intelligenza artificiale stanno provando a iniettare negli algoritmi una categoria squisitamente umana: quella della curiosità. In modo che l’intelligenza artificiale possa imparare anche da sola. Cioè senza che gli scienziati debbano fornire in pasto enormi moli di dati come informazioni di partenza. Come noto, infatti, sia i sistemi utilizzati per le traduzioni che quelli per suggerire i tag nelle foto di Facebook così come infiniti altri usi, dalla navigazione satellitare alle soluzioni sfruttate nella medicina, hanno bisogno di un punto di partenza. Questo punto di partenza sono i dati forniti dai ricercatori sulla base dei quali i sistemi di intelligenza artificiale effettuano valutazioni, calcoli e confronti migliorandosi col passare del tempo.

Ora una nuova, curiosa ricerca firmata dalla OpenAI, l’organizzazione no profit fondata da Elon Musk, Sam Altman e altri big della Silicon Valley, dimostra che gli algoritmi possono essere “incuriositi”. Sviluppata in collaborazione con le università di Berkeley ed Edimburgo, lo studio è il primo e più ampio in cui si tenta di capire come gli algoritmi possano imparare in autonomia guidati, appunto, dalla sola curiosità. L’indagine ha provato che quando un algoritmo di intelligenza artificiale è per così dire addestrato con una semplice definizione di “curiosità” – cioè gli viene insegnato a indagare senza assegnargli obiettivi specifici – è in grado, senza alcuna informazione aggiuntiva fornita dall’esterno, di mettersi a caccia per conto proprio a suon di machine learning e apprendimento automatico. Ad esempio di esplorare più di 50 videogame, e diventare anche molto in gamba nelle partite. Senza, occorre ribadirlo per comprendere l’unicità della scoperta, che nessuno gli abbia insegnato a farlo.

Ovviamente questo senso di curiosità indotto sembra avere un “costo”. Nel senso che i ricercatori hanno verificato come l’agente di intelligenza artificiale, impostato per scoprire sempre cose nuove, finisse spesso col perdere le partite di proposito, proprio per visualizzare una nuova schermata (quella, classica, del “game over”), o diventasse vittima dello zapping televisivo, saltando senza sosta fra un canale e l’altro alla continua ricerca di nuovi contenuti video da acquisire e di cui nutrirsi.

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wired.it - 3 giorni 4 ore fa
Autunno
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Con l’equinozio d’autunno, alle ore 2:54 del 23 settembre è tornata ufficialmente la stagione autunnale per l’emisfero boreale. In quel preciso istante infatti, il Sole è transitato (o meglio è sembrato transitare) per il punto della Bilancia, un punto immaginario in cui l’equatore celeste interseca l’eclittica, il tragitto apparente descritto dalla nostra stella in un anno. Questa condizione corrisponde all’equinozio autunnale. Sin da piccoli ci hanno insegnato che in corrispondenza degli equinozi la durata del dì e della notte è pressoché la stessa. Ma perché? Cosa accade in questi giorni, o meglio istanti, al sistema Terra-Sole?

Partiamo dalla Terra, precisamente dall’equatore, e immaginiamo di proiettarlo sulla sfera celeste. Avremmo così un piano (equatore celeste) che divide il cielo nell’emisfero Nord e Sud, al pari di come l’equatore divide il nostro pianeta nell’emisfero boreale e australe. Adesso invece analizziamo il moto della Terra: il suo asse di rotazione è inclinato rispetto al piano dell’orbita, per un valore pari a 23,27 gradi. La Terra nel suo moto di rivoluzione mantiene sempre questa inclinazione, così che l’emisfero inclinato verso il Sole cambia durante il corso dell’anno.

Passiamo ora invece al Sole. Se volessimo proiettare il suo moto apparente durante l’anno sulla sfera celeste descriveremmo un’ellisse, nota in astronomia come eclittica . Allo stesso modo potremmo definire questo cerchio allungato immaginario come la proiezione sulla sfera celeste del piano orbitale terrestre.

Per effetto dell’inclinazione dell’asse terrestre, l’equatore celeste e l’eclittica sono anch’essi inclinati l’uno rispetto all’altro. I punti in cui si intersecano si chiamano punto gamma (o dell’Ariete) e punto Omega (o della Bilancia) e segnano rispettivamente l’ingresso nella stagione primaverile e in quella autunnale (con gli equinozi). In corrispondenza di questi punti immaginari, il Sole sembra muoversi  da un emisfero celeste all’altro, e in questi momenti cambia anche il modo con cui i raggi giungono sulla superficie terrestre. All’equinozio, infatti, i raggi che provengono dal Sole risultano perpendicolari all’asse di rotazione terrestre (con nessun polo inclinato verso o lontano dal Sole), così che i due emisferi ricevono  allo stesso modo la luce della stella, e il giorno e la notte hanno (pressoché) la stessa durata.

L’equinozio di autunno, come spesso per le date simboliche, è anche associato a significati culturali e anniversari di eventi storici. Tra i nati nel giorno dell’equinozio d’autunno spicca l’imperatore Augusto, nato proprio il 23 settembre a.C.. Gli appassionati di storia associano anche questo data al primo mese del calendario rivoluzionario francese, che in quello gregoriano cadeva il 23 negli anni 1795, 1799-1802, 1804-05. Il calendario repubblicano venne adottato quindi dalla Prima Repubblica francese che si instaurò il 22 settembre 1792, giorno di equinozio e 1° Vendemmiano del nuovo corso post monarchico.

Ma l’equinozio d’autunno vale anche per gli altri pianeti? Come abbiamo detto, il cambiamento di stagioni è determinato, sul nostro pianeta, dall’inclinazione dell’asse terrestre. E altrove? Per esempio su Mercurio, l’inclinazione assiale è quasi inesistente ed ecco che le stagioni, determinate dalla variazione dell’eccentricità dell’orbita, non comportano differenze tra gli emisferi. Su Marte, le somiglianze aumentano, a causa del valore dell’inclinazione assiale, ed ecco che l’alternanza di stagione sussiste seppur con i tempi dell’anno marziano, che è il doppio di quello terrestre.

Su Nettuno permane la sostanziale analogia con i cambiamenti stagionali, con l’asse di rotazione inclinato di 28,32°: ma una stagione dura molto più a lungo, siamo nella misura dei decenni terrestri, a causa del lungo periodo orbitale. Su Urano, con un’inclinazione dell’asse superiore ai 90 gradi, le stagioni sono radicalmente più estreme, perché l’asse di rotazione è quasi parallelo al piano terrestre: la varietà stagionale insomma è minima. Su Venere e Giove, invece, cambiamenti di scarto ridotto, tra le stagioni, con un’inclinazione dell’asse di appena 3 gradi.

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wired.it - 3 giorni 23 ore fa
 Alamy)(immagine: Alamy)

Che possibilità reali abbiamo di vivere mille anni? chiede Mark O’Connell, giornalista, ad Aubrey de Grey, biochimico e biogerontologo con onorificenza a Cambridge: “Qualcosa più del 50%” risponde il secondo; “molto dipenderà dai finanziamenti”. È uno scambio fra i più sorprendenti ( ma di poco, considerata la media altissima) di Essere una macchina, il libro inchiesta di O’Connell che Adelphi ha appena pubblicato in Italia.

Wellcome Book Prize 2018, Essere una macchina è un diario di viaggio fra i seguaci del transumanesimo, persone convinte che la tecnologia permetterà di riscrivere il confine fra la vita e la morte, nel senso di allungare la prima fino a cancellare la seconda. Con un corollario compreso nel prezzo: la ridefinizione del concetto stesso di essere umano.

 Adelphi/Mattia Balsamini)La copertina di “Essere una macchina” (foto: Adelphi/Mattia Balsamini)

39 anni, irlandese di Dublino e firma di Slate e New Yorker, O’Connell racconta che è stata la nascita del suo primogenito a fargli percepire come mai prima i limiti di un’esistenza legata a un corpo di carne e sangue. Quel giorno, lo scrittore ha deciso di raccontare il mondo di chi “si ribella alla condizione umana“.

Il risultato è il miglior libro mai scritto sull’argomento. Un po’ perché, se si esclude la fantascienza, il transumanesimo vanta una letteratura neppure in grado di riempire uno scaffale; soprattutto, però, perché attraverso l’esposizione di un frammento ancora nastosto della nostra era, Essere una macchina scopre sotto la pelle della contemporaneità una struttura invisibile ma portante come uno scheletro. Una “nuova religione”, la chiama O’Connell, il cui culto è officiato non solo dai tecnoinvasati che sperano nell’uploading della mente, o pagano 240mila dollari per criogenizzare il propio cadavere in attesa qualcuno sappia resuscitarlo. Piuttosto una chiesa fra i cui sostenitori ci sono i tycoon – e i soldi – di mezza Silicon Valley.

Ne abbiamo parlato con l’autore.

Può riassumere il concetto di transumanesimo e dirci perché oggi è un argomento cruciale?

“Definirei il transumanesimo un movimento sociale basato sull’idea che noi dovremmo, e soprattutto che sia possibile, utilizzare la tecnologia per superare i confini della condizione umana. È un approccio che dà per scontato si possano espandere le capacità intellettive, ma anche che prima o poi si realizzeranno cose come l’emulazione integrale della mente.

Mark O'Connell, autore di "Essere una macchina"Mark O’Connell, autore di Essere una macchina

“Premesso lo ritenga interessante come fenomeno in sé, il transumanesimo evidenzia la stranezza della relazione con la tecnologia della nostra era, in modo particolare l’idea che la tecnologia possa sostituire la religione arrivando a trascendere ogni limite terreno. È come se Dio, oggi, fosse stato sostituito dalla tecnologia”.

Quindi, sebbene legato all’avanguardia scientifica, il transumanesimo non è che la riproposizione di una tensione che l’Uomo ha sempre vissuto?

“Credo sia il paradosso più interessante: il transumanesimo si fa portatore di novità radicali e al tempo stesso riflette un’idea antica quanto la nostra storia. In questo senso il movimento è il frutto di un’ideologia conservatrice: i transumanisti sembrano fermi alla metà del secolo scorso, quando si riteneva che la scienza potesse permettere qualsiasi cosa, dall’allunaggio alla vita su Marte”.

iStockphoto

Eppure non ha intervistato solo qualche pazzo convinto di poter diventare immortale; fra i suoi interlocutori ci sono fior fior di accademici, ci sono Ray Kurzweil, il profeta della singolarità e advisor della divisione biotecnologica di Google, o Peter Thiel, il confondatore di PayPal. Chi è il transumanista ideale?

“A volte è impossibile distinguere i pazzi scatenati dagli scienziati: mi è capitato di ascoltare idee serissime dai tecnofreak più eccentrici, o di rendermi conto di quanto fossero folli certe teorie sostenute da autorevoli scienziati. Per questo non fatico a descrivere il transumanista tipico: nella stragrande maggioranza dei casi è un maschio, con un pensiero così logico da diventare iper-razionale. In più, pressoché tutti i transumanisti sono o sono stati avidi lettori di fantascienza, tanto da farmi pensare che ogni suggestione del movimento arrivi da quel genere. Un loop, fra realtà e fantasia, che mi affascina enormemente”.

Si è fatto un’idea del perché siano quasi tutti maschi? E circa il razionalismo, a un certo punto parla del trasumanesimo come la reductio ad absurdum dell’Illuminismo. Che cosa intende?

“Penso che le risposte siano legate: la convinzione di poter estrarre la mente dal corpo, per esempio, implica riterene l’Essere umano riducibile a un insieme di dati, in quanto tali trasportabili su supporti diversi. È una visione profondamente razionalistica della vita e mi è sembrato seduca molto più gli uomini. Dev’essere la traduzione in filosofia cartesiana di una qualche forma di delusione maschile nei confronti dell’esistenza, non saprei descriverla meglio. Ma tant’è, ho faticato a trovare transumaniste donne. E non credo sia un caso mi sia capitato, durante le interviste, di ricevere spiegazioni estremamente tecniche, salvo accorgermi poco a poco di quanto fossero deliranti. È uno scivolamento che mi intriga: ho dedicato la mia tesi di dottorato a Jorge Luis Borgess e Flann O’Brein, due autori particolarmente attratti dalla prossimità fra ragione e pazzia”.

Rob Spence, detto "Eyeborg", il videomaker con una camera innestata nell'occhioRob Spence, detto Eyeborg, il videomaker con una telecamera innestata nell’occhio

Lei però non ha una preparazione scientifica; perché dovremmo considerarlo un pregio della sua indagine?

“Lo confermo e la mancanza corrisponde a una lunga lotta interiore: da tempo ero interessato all’argomento, ma ritenevo di non poterne scrivere senza gli strumenti intellettuali adatti. Lavorando, però, mi sono convinto che la mia posizione da esterno avrebbe facilitato il viaggio del lettore in questo universo. Perché in fondo la cosa interessante del transumanesimo, almeno per me, non è stabilire quanto siano plausibili i suoi orizzonti da un punto di vista scientifico, ma esplorarne la dimensione più profonda, direi filosofica“.

Fra i progetti dei transumanisti ce n’è qualcuno che le è sembrato verosimile?

“Nel capitolo dedicato alla robotica, affronto l’arrivo dell’automazione, una prospettiva pressoché certa e, almeno per me, la più angosciante fra quelle affrontate nel libro. Per paradosso è una visione del futuro che non interessa i transumanisti, le cui previsioni sembrano riflettere più un approccio fideistico, fra l’attesa quasi mistica della singolarità e la speranza che l’esistenza per come la conosciamo finisca.

“Questi, dal mio punto di vista, sono invece orizzonti irrealizzabili. Non mi preoccupa che un domani il genere umano confluisca in una qualche forma di intelligenza artificiale suprema, in grado di sostituirlo per sempre. Quello che mi spaventa è che un’intelligenza artificiale anche meno complessa spazzi via l’occupazione“.

Descrivendo la Silicon Valley parla di “ottimismo radicale”; pensa che da quelle parti si pecchi di arroganza intellettuale?

“Senza dubbio. In un certo senso Essere una macchina parla esattamente di questo: non affronta solo il movimento tecnoumanista in quanto tale, ma anche il modo in un cui i valori della Silicon Valley si sono riversati nella nostra società. Il transumanesimo è una delle manifestazioni più significative di questi valori, la convinzione che ogni problema possa trovare una soluzione tecnologica a patto di avere competenze e fondi adeguati”.

Sta suggerendo una relazione fra il transumanesimo, la Silicon Valley e il capitalismo?

“Sono convinto che la Silicon Valley sia un laboratorio per il futuro del capitalismo. Lo dimostrano gli investimenti nello sviluppo dell’intelligenza sintetica, la prova più lampante di come da quelle parti vedano la prossima declinazione dell’ideologia capitalista. A me, socialista della vecchia scuola, l’eliminazione del lavoro sembra l’obbiettivo costante del capitalismo, la sua più intima tensione dai tempi della prima rivoluzione industriale. Non riesco a non vedere nell’intelligenza artificiale la conseguenza estrema di questa logica. In fondo, Essere una macchina è un libro sul capitalismo”.

Raymond Kurzweil, advisor della Calico e profeta della singolaritàRaymond Kurzweil, profeta della singolarità e advisor della Calico, la divisione biotecnologica di Google

Che tipo di rapporto esiste, invece, fra la Defence Advanced Research Project Agency (la Darpa), o l’esercito in generale, e il transumanesimo?

“Una relazione fertile e proficua, che vede nell’agenzia uno degli sponsor più generosi del movimento. Gran parte dei fondi di Peter Thiel, giusto per fare un esempio, arriva da commesse e contratti militari. Credo che qualsiasi cosa stia accadendo in quest’ambito coinvolga la Darpa. Lo dico basandomi solo sui precedenti: dalla guida satellitare a internet, la quantità di innovazioni uscite dai corridoi di Arlington è impressionante e credo che aumentare le capacità umane interessi non poco il settore bellico”.

In un’intervista il fondatore di Atari, Nolan Bushnell, disse una cosa difficile da smentire: “la fantascienza prima o poi si realizza”. Come pensa sarà il nostro futuro?

“Nel rapporto tra futuro e fantascienza è interessante notare come una grande quantità delle idee più radicali arrivi dagli scrittori. È come se fosse la fiction a creare la realtà, una convinzione comune anche a James Ballard, uno dei miei autori preferiti. Oggi la diffusione del transumanesimo non è che un esempio calzante di questa teoria. Spero di avere risposto”.

Quanto è diffuso il transumanesimo?

“Non so dare cifre precise, ma servirebbe una premessa: chi si professa pubblicamente transumanista appartiene a una nicchia ristretta. Sono però tanti quelli che pur non dichiarandosi attivisti, condividono le idee del movimento. Non senza una certa sorpresa, so che qualcuno si è convertito dopo aver letto il mio libro. È un po’ paradossale, ma è vero: i transumanisti sono già dappertutto“.

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wired.it - 3 giorni 23 ore fa
quasicristalliModello atomico della struttura di un quasicristallo (foto: Wikimedia Commons)

Li utilizziamo sempre più di frequente nella nostra quotidianità, ma (spesso) ne ignoriamo l’esistenza. I cosiddetti quasicristalli hanno iniziato a essere impiegati dall’industria, in forma artificiale, fin dagli anni Novanta, quasi vent’anni prima che se ne scoprisse l’esistenza in natura.

Vi siete mai chiesti che cos’hanno in comune il rivestimento antiaderente delle padelle, quello che rende meno taglienti le parti laterali di una lametta, e quello responsabile dell’invisibilità di certi jet militari alle lunghezze d’onda dei sistemi radar? Ok, così è fin troppo facile: sono tutti costituiti da quasicristalli, anche se di composizione differente.

I cristalli (che si credevano) impossibili
L’argomento non è, come si sarà intuito, dei più semplici. Ma che cos’è un quasicristallo? Come suggerisce la parola, è un qualcosa che non è un cristallo, ma ci somiglia molto. Tecnicamente, è un materiale costituito da una struttura atomica intermedia tra una fase vetrosa non periodica e una perfettamente regolare e periodica quale quella dei cristalli. Il risultato è una disposizione ordinata ma non del tutto periodica, per lungo tempo ritenuta impossibile. Intuitivamente, è una disposizione con un pattern riconoscibile ma con qualche variazione sul tema, come mostra l’immagine che apre questo articolo.

“Potremmo dire che i quasicristalli hanno una sorta di dissonanza nello spazio, come una musica che ogni tanto perde il ritmo”, ha raccontato a Wired Luca Bindi, geologo e docente di mineralogia all’università di Firenze, ma soprattutto massimo esperto italiano (e non solo) di quasicristalli. “La loro peculiarità”, spiega, “è che la disposizione atomica non periodica, ma quasi, crea simmetrie incredibili da cui derivano proprietà fisiche sorprendenti, tra l’altro difficilissime da prevedere”.

Prima artificiali, poi naturali
Bindi collabora a stretto giro con Paul Steinhardt, il fisico dell’università di Princeton che negli anni Ottanta teorizzò l’esistenza dei quasicristalli e ne battezzò il nome, quasi in contemporanea alle prime evidenze sperimentali. “Se c’è un leitmotiv nella ricerca scientifica in questo settore”, continua Bindi, “sono le continue sorprese: dopo la scoperta della loro esistenza, si è creduto che i quasicristalli potessero essere prodotti solo artificialmente, mentre oggi sappiamo che esistono già nell’Universo, anche se non ne abbiamo ancora trovati di origine terrestre. La natura continua a darci delle lezioni, sia nel creare qualcosa che credevamo impossibile, sia nei modi in cui questi processi fisici avvengono”.

Luca_BindiLuca Bindi (foto: Wikimedia Commons)

Anche se dal punto di vista della cristallografia un quasicristallo naturale e uno artificiale sono la stessa cosa (siccome la composizione chimica non varia), per la ricerca di base fa una differenza enorme. “Aver trovato questi materiali in natura ci insegna che hanno un’età paragonabile a quella del nostro pianeta”, chiarisce Bindi, “e che quindi sono strutture che restano stabili per miliardi di anni. Inoltre si può sperare di trovare dei tipi nuovi di quasicristalli, con una composizione diversa da quelli che siamo in grado di sintetizzare in laboratorio”. E il riferimento non è casuale, dato che proprio il gruppo di ricerca di Bindi nel 2016 ha trovato un altro quasicristallo impossibile, mai visto né immaginato prima.

Fortunati incidenti spaziali
Ma le sorprese, si diceva, non si esauriscono affatto. Nel giugno 2012, tre anni dopo l’annuncio sulla rivista Science della scoperta del primo quasicristallo naturale, si è capito che l’origine di quel campione di roccia non era terrestre, ma che proveniva dallo Spazio. “All’inizio si pensava a teorie pazzesche su come i quasicristalli si potessero formare qui sulla Terra”, racconta Bindi, “ma quando si è capito che si trattava del frammento di un meteorite, si sono aperti nuovi scenari sulle possibili origini. I quasicristalli si generano dagli scontri tra asteroidi nello Spazio, proprio nei punti dove la temperatura e la pressione sono più elevate. E averli ritrovati in un meteorite vecchio miliardi di anni fa ci porta a guardare indietro nel tempo, ai meccanismi di creazione nelle nebulose”.

Ecco allora un’altra lezione: mentre noi umani ci arrabattiamo per creare i quasicristalli in laboratorio, in perfetto equilibrio termodinamico e regolando con attenzione la temperatura a pressione costante, la natura li crea in condizioni ben lontane dall’equilibrio, semplicemente approfittando di pressioni enormi. Così oggi sappiamo che esistono quasicristalli in alluminio e rame, in alluminio e manganese, e in alluminio e vanadio.

Quasi quasi
Dopo i ritrovamenti del 2009, del 2011 (in Chukotka nella regione siberiana) e del 2016, oggi è in arrivo un’ulteriore novità per la ricerca scientifica sui quasicristalli. “Stiamo per dare la notizia”, annuncia Bindi, riferendosi a un’imminente pubblicazione scientifica: “è stato scoperto un nuovo materiale che è una via di mezzo tra un cristallo e un quasicristallo. In sostanza si tratta di un cristallo con dei pezzettini di quasicristallo dentro, e che potremmo chiamare quasi-quasicristallo.

Chukotka_BindiL’esplorazione in Chukotka nel 2011 (Foto: Wikimedia Commons)

Una nicchia florida (soldi a parte)
C’è un’altra storia che corre parallela a quella delle scoperte di Bindi e colleghi, ossia la nascita di un filone di ricerca completamente nuovo, da costruire da zero. “Il campo dei quasicristalli è una novità nel mondo”, riassume Bindi. “Oggi siamo in 50-60 persone in tutto, e l’Italia (in particolare con Firenze, ndr) ha saputo ricavarsi negli ultimi anni un ruolo da leader in questa nicchia nel panorama internazionale, recuperando in nemmeno un decennio il gap rispetto a Paesi che hanno iniziato molto prima di noi come Giappone e Stati Uniti”. Fortuna e testardaggine sono i due elementi essenziali per andare avanti, confessa Bindi, per non arrendersi anche quando le cose sembrano più difficili e viene quasi la tentazione di smettere.

E da dove nasce questa nota di pessimismo? “Ogni anno in Italia si fanno tanti proclami sulla scienza di base”, spiega Bindi, “ma di fatto continua a essere di moda la ricerca applicata. Ci viene suggerito di rivolgerci all’industria per finanziare i progetti, ma le aziende non vogliono spendere tanto e lavorare con le università se non ci sono prospettive applicative dirette. Ciò che più colpisce, secondo Bindi, è il raffronto rispetto agli Stati Uniti. “Lo vedo confrontandomi quotidianamente con Steinhardt. La differenza economica è impressionante. Faccio un esempio: una singola analisi degli isotopi, eseguita su un campione di dimensioni nanometriche (ammesso di avere la strumentazione adatta), dura due giorni e costa 40mila euro. Nel nostro Paese è tanto se un intero progetto di ricerca riceve 40mila euro in tre anni”. Ed è ovvio che l’esistenza di soluzioni applicative già in commercio non fa da incentivo alla ricerca di base.

Come cercare un ago nel pagliaio…
…ma almeno abbiamo visto dov’è il pagliaio. Al di là delle questioni di soldi, la mente dei ricercatori è proiettata al futuro, e si guarda contemporaneamente alla Terra e allo Spazio. “Fino a 7 mesi fa non avrei mai pensato all’esistenza dei quasi-quasicristalli. La mia grande speranza”, confessa Bindi, “è trovare un quasicristallo di origine terrestre, anche se per adesso non sappiamo se sulla Terra ci siano mai state le condizioni adatte a produrre questo tipo di materiale. Io punterei sul monte Carmelo, in Israele, dove ci sono rocce di alluminio e vanadio in cui potrebbe nascondersi il primo quasicristallo terrestre”. In alternativa si può esplorare il resto del Sistema Solare: “ci sono 6 meteoriti in cui sappiamo esserci leghe di alluminio”, conclude, “diciamo che sono ottimi candidati a essere quasicristalli spaziali”.

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wired.it - 3 giorni 23 ore fa

cochrane

Trusted evidence. Informed decisions. Better health”. Che potremmo tradurre con: “prove affidabili, decisioni ponderate, più salute”. Uno slogan che riassume efficacemente la missione della Cochrane, l’iniziativa internazionale dedicata all’avanzamento della evidence based medicine, o medicina basata su prove di efficacia. Un’organizzazione che negli ultimi decenni con le sue revisioni sistematiche, pubblicate e aggiornate con regolarità nella Cochrane Library, si è imposta come punto di riferimento nella valutazione di efficacia, costi e benefici di farmaci e terapie. Un’istituzione libera, indipendente, distante dagli interessi dell’industria, che oggi si trova ad affrontare una delle più gravi crisi dalla sua fondazione. Il governing board dell’associazione ha infatti deciso di espellere Peter Gøtzsche, socio fondatore, membro del board e direttore del Nordic Cochrane Centre di Copenaghen. Una personalità di spicco, che con la sua uscita di scena ha spaccato letteralmente in due l’organo direttivo dell’associazione, spingendo alle dimissioni altri quattro consiglieri e, soprattutto, portando alla luce un bel po’ di polvere nascosta sotto i tappeti dell’organizzazione. Arrivando a mettere in dubbio la validità del metodo utilizzato dall’associazione per le sue revisioni sistematiche. Vediamo di ricostruire la vicenda, e le conseguenze che potrebbe avere per la evidence based medicine.

Un medico militante
Per iniziare, può essere utile un breve identikit. Peter Gøtzsche è uno scienziato molto rispettato, cofondatore della Cochrane Collaboration (come si chiamava l’associazione fino a qualche anno fa), e autore di decine di revisioni sistematiche. Il suo approccio alla medicina però è anche quello di un medico militante, sospettoso nei confronti degli interessi delle aziende farmaceutiche, e pronto a prendere di petto colleghi e istituzioni per diffondere i messaggi che ritiene importanti. Un atteggiamento che lo ha visto più volte finire al centro di aspre controversie.

Dalla fine degli anni ‘90 si batte per esempio contro la diffusione della mammografia per lo screening del tumore al seno, a detta sua inefficace sotto il profilo costi/benefici (troppi falsi positivi se comparati al numero di vite che può salvare). Ha fatto parlare inoltre per il suo attacco frontale contro l’utilizzo dei farmaci in psichiatria, secondo lui responsabili, stando alle ricerche descritte nel libro del 2013 Deadly Medicines and Organised Crime: How Big Pharma has Corrupted Healthcare di oltre mezzo milione di morti ogni anno nei paesi occidentali, a fronte di benefici minimi in termini clinici.

Per arrivare infine alla polemica più recente, con cui ha preso il via lo scontro che ha portato negli scorsi giorni alla sua espulsione dalla Cochrane. Gøtzsche ha infatti deciso di sposare (almeno in parte) l’opinione di Yehuda Shoenfeld e altri ricercatori, che puntano il dito ai possibili danni legati alla somministrazione del vaccino dell’Hpv. Iniziando nel 2016, con un reclamo ufficiale sporto nei confronti delle valutazioni della sicurezza del vaccino svolte dall’Ema. E proseguendo poi quest’anno a seguito della pubblicazione di una revisione sistematica del farmaco da parte di un altro team di ricercatori della Cochrane.

Efficacia e rischi del vaccino
La revisione Cochrane sul vaccino contro l’Hpv è stata pubblicata a maggio, e dall’analisi di 26 studi clinici che hanno coinvolto oltre 73mila donne gli autori hanno concluso che il vaccino è sicuro ed efficace nel prevenire la comparsa di lesioni pre-cancerose (il preludio allo sviluppo di un tumore della cervice). Una conclusione che però non ha convinto Gøtzsche, la cui risposta si è fatta attendere giusto un paio di mesi. In un paper pubblicato sulla rivista Bmj Ebm, firmato assieme al collega Lars Jørgensen e a Tom Jefferson del Centre for Evidence Based Medicine dell’università di Oxford, Gøtzsche accusa la revisione della Cochrane di aver lasciato fuori dall’analisi almeno metà dei trial effettivamente elegibbili, producendo quindi risultati falsati e, soprattutto, ignorando la reale incidenza di effetti collaterali del vaccino.

Pochi giorni ancora, e come prevedibile infiamma la polemica: il Nordic Cochrane Center viene accusato da più parti di prestare il fianco alle istanze dell’anti-vaccinismo. Dal canto loro, Gøtzsche e colleghi accusano invece la Cochrane di aver perso di vista la sua missione, e di essersi piegata ai desideri dell’industria farmaceutica.

E nei mesi seguenti la situazione non fa che degenerare: un comitato indipendente chiamato ad analizzare la review sul vaccino riconferma i risultati iniziali, accettando di considerare solo 5 degli oltre venti studi segnalati da Gøtzsche, e assicurando che anche con i nuovi dati i risultati iniziali non cambiavano affatto: il vaccino resta efficace e sicuro. La risposta viene postata online il 3 settembre, insieme a un editoriale del direttore della Cochrane che accusa i ricercatori danesi di “aver mosso delle accuse immeritate, e di aver fornito una lettura inaccurata e sensazionalistica della propria analisi”. Sottolineando inoltre come, trattandosi di un tema sensibile, sarebbe auspicabile maggior cautela per evitare di spaventare inutilmente l’opinione pubblica col rischio di provocare un crollo delle vaccinazioni.

In attesa di veder pubblicare la contro-review di Gøtzsche, che dovrebbe apparire nei prossimi mesi sempre sulle pagine del Bmj Ebm, l’ultimo capito della vicenda è arrivato la scorsa settimana, quando il board della Cochrane ha deciso, a porte chiuse e senza la partecipazione dell’interessato, di espellerlo dall’associazione per averne danneggiato il buon nome. Una decisione accolta da Gøtzsche con malcelata amarezza: il suo commento, affidato a una dichiarazione del 14 settembre, parla di mancanza di democrazia interna, trasparenza e pluralismo scientifico, e attacca direttamente la guida dell’associazione, accusata di aver virato l’azione della Cochrane verso il business e il profitto. Inconciliabili – a detta sua – con la missione originaria della Cochrane Collaboration.

Una questione metodologica?
Se la vicenda fin qui potrebbe essere letta come un semplice dissidio politico, in realtà le ripercussioni sono molto più ampie, e più profonde. Per capire il perché bisogna guadare alle critiche mosse da Gøtzsche alla review originale. Quando si effettua una revisione sistematica, la materia prima su cui si baserà l’analisi sono i trial clinici: scegliendo in modo corretto di cosiddetti criteri di eleggibilità, cioè quali degli studi disponibili meritano di essere presi in considerazione, e analizzando contemporaneamente caratteristiche e risulti di tutte le ricerche, è possibile stabilire efficacia e sicurezza di un intervento sanitario con una affidabilità molto superiore a quella di una singola sperimentazione clinica.

Solitamente, i trial presi in considerazione vengono identificati su riviste scientifiche peer reviewed, ma è qui che arriva la critica di Gøtzsche: oggi non ci si può più fidare delle riviste scientifiche. Quando arrivano alla pubblicazione gli articoli sono ormai versioni edulcorate dell’originale mole di dati raccolti durante la sperimentazione – ragiona l’esperto danese – spesso piegati agli interessi dell’industria farmaceutica, o comunque affetti da bias di diverso tipo. Per ogni pagina che viene pubblicata su una rivista, d’altronde, possono esistere anche 8mila pagine di dati raccolti durante lo svolgimento dei trial clinici, che non vedranno mai la luce se non attraverso il riassunto fatto dagli autori dell’articolo. E che restano solitamente nelle mani dell’industria e delle agenzie regolatorie. Per descrivere la situazione con le parole colorite scelte da Jefferson e Jørgensen in un editoriale pubblicato ad aprile su Bmj Ebm, si tratta di un fenomeno piuttosto basilare: “se entra immondizia, esce immondizia”. Se i dati su cui si lavora non sono affidabili, insomma, non potrà esserlo neanche la nostra conclusione.

Per questo dagli ambienti della Cochrane Nordic negli ultimi anni hanno iniziato ad arrivare pressioni per spostare l’attenzione su una fonte di dati più ampia: non solo articoli pubblicati su riviste scientifiche, ma anche documenti provenienti dalle agenzie regolatorie, dai database di trial clinici e altre fonti da cui è possibile ottenere tutti i dati su cui vengono poi scritti gli articoli. Nel caso del vaccino dell’Hpv, a gennaio Gøtzsche aveva pubblicato un indice contenente 206 studi comparativi realizzati dalle industrie farmaceutiche, e non pubblicati su riviste scientifiche. È in questo grosso bacino di dati inutilizzati che secondo Gøtzsche bisognava svolgere la revisione sistematica dell’efficacia e sicurezza dei vaccini per l’Hpv, perché andando direttamente alla fonte è possibile ottenere un’immagine più realistica della situazione. Un consiglio che i revisori della Cochrane hanno inizialmente ignorato, e che aiuta a spiegare la grande disparità di studi eleggibili nell’opinione dei due team. In questo senso, la vicenda potrebbe essere lo specchio di un problema più ampio, e più profondo, che ha a che fare direttamente con la metodologia utilizzata per svolgere le revisioni sistematiche, e con quella che qualcuno all’interno del board della Cochrare avrebbe definitouna eccessiva sensibilità nei confronti delle critiche proveniente dall’industria farmaceutica”.

Conflitti d’interesse: una politica da rivedere
Le critiche mosse da Gøtzsche, comunque, non si limitano al piano metodologico. Forse ancor più grave, vanno a colpire l’affidabilità e la credibilità degli stessi revisori, e più in particolare i loro legami finanziari con l’industria farmaceutica. Attualmente, infatti, la politica della Cochrane sui conflitti d’interesse richiede semplicemente che non più della metà degli autori di una revisione abbia legami con le aziende coinvolte. Una politica ritenuta insufficiente da Gøtzsche, che nel caso specifico accusa il primo autore del lavoro di avere un conflitto d’interesse bello grosso: essere a capo del programma di sorveglianza post-markerting del vaccino anti-Hpv nei paesi non nordici dell’Ue, un programma di ricerca dell’Ema che però, a detta di Gøtzsche, sarebbe finanziato direttamente dalla joint venture Sanofi-Pasteur-Msd, che fino a due anni fa co-producevano il vaccino in questione.

Come finirà la vicenda? È presto per dirlo. Quel che è certo è che una delle più prestigiose organizzazioni medico-scientifiche del pianeta attualmente è scossa da un terremoto che rischia di spaccare in due la sua comunità di esperti, divisi tra l’approccio intransigente della scuola nordica, e quello più pragmatico dell’attuale dirigenza. Non resta che sperare che la disputa si risolva senza eccessivi spargimenti di sangue, visto che parliamo di una delle poche istituzioni realmente indipendenti che si occupano di valutare l’appropriatezza e l’efficacia di farmaci e terapie, che con le sue revisioni sistematiche influenza da anni le linee guida di molte nazioni e le decisioni di organismi come l’Oms. E allo stesso tempo, non ci si può che augurare che gli attacchi del Nordic Cochrane Center non mettano a repentaglio l’accesso alla vaccinazione contro l’Hpv, come accaduto in Danimarca dove a partire dal 2014 si è passati da una copertura del 90% a meno del 40%.

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wired.it - 4 giorni 7 min fa

Il cinema, specie quello americano, ha un debole per i rapporti familiari. Più dei fumetti ha la tendenza a rappresentare le famiglie e cercare nei rapporti con i padri o con le madri le cause delle azioni dei personaggi. Almeno da Steven Spielberg in poi il cinema commerciale statunitense trabocca di mancate paternità e ora che l’interesse del cinema si sposta sulle donne tocca alle madri.

Gli Incredibili, il cui sequel è ora in sala, è la rappresentazione più decisa di questa commistione tra supereroi da fumetto e famiglia. Una coppia di film che fanno solo finta di raccontare le solite storie di supereroi, supercattivi e superscontri, per concentrarsi in realtà sulla famiglia contemporanea. Prima i sogni di gioventù che si infrangono contro la realtà della vita adulta, con figli, conti da pagare e fisici che cambiano, poi nel secondo, la fine delle divisioni tradizionali, dei ruoli convenzionali all’interno della famiglia e le perturbazioni che questo cambiamento provoca.

In una carrellata impossibile di figli, madri e padri con o senza tutina, la storia dei genitori dei supereroi al cinema oscilla tra senso di responsabilità, cure amorevoli e incredibili conflitti che motivano una carriera in calzamaglia.

10. Odino (Thor)
Il padre conflittuale per antonomasia. Non propriamente diligente e retto, non una figura di riferimento ma un re dispotico e a tratti fanciullesco. Figura autoritaria e inflessibile è giustamente interpretato da Anthony Hopkins e stimola tutto in Thor, sia il senso eroico di responsabilità che il suo lato più irascibile.

9. Jor-El (Superman)
Marlon Brando e Russell Crowe. Jor El compare sempre per poco, non ha ruoli determinanti (anche se in Man Of Steel guadagna spazio) ma serve a dare il calcio di inizio a tutto. Non solo perché la sua decisione sta alla base delle origini dell’unico eroe il cui costume è quello da essere umano (mentre la tuta con mantello è il suo vero vestito donatogli proprio dai genitori) ma anche perché nelle sue storie al cinema svolge il ruolo di motivatore e ancora di moralità.

8. Zia May (Spider-Man)
Per Peter Parker è tutto. Non è un genitore in senso biologico ma con il (più volte) defunto zio Ben l’ha allevato e in modi diversi si è presa cura di lui. Zia May è l’emblema del cittadino comune, la persona per difendere la quale l’Uomo ragno risponde alle grandi responsabilità che derivano dai suoi grandi poteri.

7. Hank Pym (Wasp)
L’idea di fare dell’Ant-Man originale un mentore è fenomenale, tanto quanto quella di affidarlo a Michael Douglas. Al cinema Hank Pym è il padre con cui giocare, quello da trovarsi al fianco che nonostante qualche ritrosia stimola la figlia ad intraprendere una carriera nel suo ramo, dando vita ad un business di famiglia che è l’equivalente di Pym & figlia.

6. Howard Stark (Iron Man)
Tony Stark è di fatto modellato su suo padre. Non è solo che ha preso la sua eredità e l’ha portata avanti (molto avanti) ma tutta la sua esistenza è stata influenzata e stimolata dal padre, miliardario inventore, uomo raffinato e ambiguo. Iron Man è il prodotto inconsapevole dell’ammirazione paterna.

5. La madre di Starlord (I Guardiani della galassia)
Non c’è nessun argomento su cui Starlord sia più suscettibile che su sua madre. Strappato a lei in tenera età e ancora legato a lei da un’audiocassetta analogica con musica anni ’80, pensa a sua madre in ognuno dei due film Marvel. In uno addirittura rischia tutto alla sola idea di poterla reincontrare. Il legame più sentimentale di tutta la classifica.

4. Big Daddy (Kickass)
L’immagine è tutto: Big Daddy che testa costumi da supereroi blindati con giubbotti antiproiettile assieme alla figlia piccola (Hit Girl) sparandole addosso. Completamente invasato dal concetto di vigilante mascherato, addestratore di una bambina diventata una macchina da risse, Big Daddy è la deviazione del padre di supereroe e contemporaneamente la sua realizzazione più piena.

3. John Kent (Superman)
Doppia voce per Superman che ha due padri veri, quello biologico e quello che l’ha cresciuto, il secondo dei quali nei film ha trovato la sua massima espressione in Kevin Costner. Per Zack Snyder Superman è un prodotto dell’America, dei contadini, del vagabondaggio, della marginalità e l’integrità stelle e strisce che Costner dà a John Kent è tutto.

2. Wolverine (Logan)
Da supereroe a padre di una supereroina in divenire. Logan mette Wolverine nella strana posizione di essere “padre” di una bambina clonata a partire da lui, con il suo caratteraccio e i suoi artigli (anche ai piedi). Reticente come sempre ad assumere un ruolo sentimentale ci metterà un film intero ma nel finale si merita tutto il premio “padre con artigli dell’anno”.

1. Genitori Bruce Wayne (tutti i film di Batman)
L’archetipo dei genitori da fumetti, i molti film che hanno raccontato Batman non hanno mai mancato di mettere in scena la loro morte. I genitori di Bruce Wayne sono un topos psichiatrico universale, il trauma per eccellenza che porta una persona normale a farsi vigilante e dedicare una vita e una fortuna alla lotta al crimine. Non hanno nessun altro ruolo se non quello di morire davanti ad un cinema ma tanto basta per entrare nell’immaginario e influenzare tutta una vita e una filmografia.

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wired.it - 4 giorni 13 min fa
Bilbolbul, di Attilio Mussino
Il signor Bonaventura, di Sergio Tofano (Sto)
Arcibaldo e Petronilla, di George McManus
Quadratino, di Antonio Rubino
La Pimpa, di Altan

Il Corriere dei piccoli compie 110 anni. Correva il 1908 quando la giornalista Paola Lombroso Carrara riusciva finalmente a realizzare il proprio progetto: un settimanale a fumetti ricco di consigli e lezioni per i più piccoli, distribuito come supplemento illustrato al Corriere della sera diretto, all’epoca, da Luigi Albertini. Non sarà però Carrara a dirigere il periodico (a lei spetterà solo la pagina della corrispondenza, sotto lo pseudonimo Zia Mariù), ma il redattore Silvio Spaventa Filippi.

Sulle pagine del Corriere dei piccoli hanno scritto giornalisti e autori celebri come Dino Buzzati, maestro del realismo magico italiano, e sono transitate le strisce antesignane del fumetto italiano e internazionale, permettendo a generazioni di bambini di conoscere e apprezzare le meraviglie delle nuvole parlanti.

A Milano, il Museo Wow ospiterà a partire da ottobre una mostra dedicata proprio a questi 110, storici anni. Qui festeggiamo invece l’anniversario con una nostalgica galleria di 5 personaggi a fumetti che hanno popolato, e reso vive, le pagine del Corriere dei piccoli.

5. Bilbolbul, di Attilio Mussino

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Il primo fumetto italiano esordisce sul primissimo numero del Corriere dei piccoli. Sulla scia di Yellow Kid, Bilbolbul è un bambino africano un po’ monello, che vive letteralmente le metafore, divenendo così giallo dall’invidia o allungandosi sino a sfiorare il cielo con un dito per la felicità. Un fumetto frutto del periodo coloniale italiano in Africa, di certo lontano da qualsiasi concetto postumo di politically correct o persino da una volontà pedagogica di illustrare la vita e la cultura delle colonie.

4. Il signor Bonaventura, di Sergio Tofano (Sto)

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Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura, recitavano immancabilmente le prime vignette delle storie scritte e disegnate dall’autore teatrale Sergio Tofano, in arte Sto. Il simpatico spilungone dalla faccia sorridente e dal vestito rosso si ritrovava sempre squattrinato. Ma la sua capacità di risolvere problemi gli fruttava sempre, alla fine dell’avventura settimanale, un bell’assegno da un milione di lire (poi un miliardo, per adeguare la somma all’inflazione). Il Signor Bonaventura è stato uno dei personaggi più iconici del Corriere dei piccoli, tanto da guadagnarsi più di una trasposizione in cartoni animati e sei fortunate rappresentazioni musicali a teatro.

3. Arcibaldo e Petronilla, di George McManus

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Con Arcibaldo e Petronilla, i lettori italiani scoprono per la prima volta lo stile delle strisce umoristiche made in the Usa. Questa coppia di sposi, emigrati dall’Irlanda negli Stati Uniti, sono bisbetici e sempre pronti alla lite; Petronilla vorrebbe farsi strada nell’alta società americana, Arcibaldo preferirebbe bersi un bicchiere con gli amici al pub. Insomma, una premessa da sit-com ben comprensibile anche ai giovani lettori nostrani, e non troppo distante dalla realtà degli emigrati italiani in America.

2. Quadratino, di Antonio Rubino

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Un bambino dalla testa quadrata combina un sacco di marachelle, ai danni di Nonna Matematica e del Maestro Trigonometria. La punizione? Vedersi tramutare il capo in un rombo, o in un triangolo, o in un altra figura geometrica il cui calcolo di area e perimetro richiede calcoli ben più complessi! Un fumetto surreale, quasi futurista, pubblicato sin dal 1910 con uno stile che si rifà all’art decò.

1. La Pimpa, di Altan

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Nel 1975, il fumettista satirico Francesco Tullio-Altan, già ben noto e apprezzato da un pubblico adulto, arricchisce la propria eclettica produzione con un piccolo grande fumetto per bambini, pubblicato ovviamente sulle pagine del Corriere dei piccoli. La Pimpa, la cagnolina bianca a pois rossi, il suo papà Armando e il suo magico mondo fatto di animali e oggetti parlanti sono ancora oggi un caposaldo dell’illustrazione a fumetti e animata per bambini.

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wired.it - 4 giorni 15 min fa
Tanti rinoceronti
Tanti rinoceronti
Tanti rinoceronti
Tanti rinoceronti
Tanti rinoceronti
Tanti rinoceronti
Tanti rinoceronti
Tanti rinoceronti
Tanti rinoceronti

Come ogni anno, la Giornata mondiale dei rinoceronti è l’occasione per ricordare la situazione di estremo pericolo vissuto quotidianamente da questi animali.

Nonostante i continui sforzi, il bracconaggio e il commercio internazionale dei corni di rinoceronte sono in continuo aumento. Basti pensare che in circa 10 anni, dal 2007 al 2016, nel sud dell’Africa questo terribile fenomeno è aumentato del 9000% (WWF).

Una guerra che rende il futuro delle 5 specie di rinoceronte oggi esistenti, rinoceronte bianco, nero, Indiano, di Sumatra e di Giava assai incerto, tanto che quest’ultimo conterebbe in natura appena 70 esemplari.

Per sensibilizzare tutti verso questo dramma consumato quotidianamente, abbiamo deciso di raccogliere alcuni scatti nella nostra gallery qui in alto. Se volete invece partecipare più attivamente alla tutela di questo animale, potete dare un’occhiata alla campagna “La sua vita non vale un corno” di WWF, contribuendo con una donazione.

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