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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
Non solo news dal mondo Vittoria ma storie di branding, marketing e comunicazione online e offline.

wired.it - 4 giorni 20 ore fa

Non è una notizia affermare che Alfred Hitchcock è unanimemente ritenuto uno tra i più importanti registi nella storia del cinema: il maestro del brivido, grazie a una serie di capolavori thriller che definiscono la sua cifra stilistica, ha collezionato un corpus di pellicole che i critici tendono a suddividere in due periodi principali.

Il primo, il cosiddetto periodo britannico che va dal 1925 al 1940, in cui ha ultimato ben 23 opere, e quello americano, iniziato alla fine degli anni Trenta, al quale sono riconducibili tutti i suoi più grandi successi.

La critica si è prodigata in profluvi di parole nel tentativo di analizzare le tecniche e lo stile maniacale di questo regista, il cui contributo alla storia del grande schermo è quasi impossibile da restituire in poche righe. Basti pensare all’influenza che ancora oggi, a distanza di anni dalla morte, avvenuta nel 1980, la sua visione esercita non solo sul mondo del cinema, ma anche su tutti gli altri ambiti artistici.

Il 13 agosto 2019 cadono precisamente 120 anni dalla nascita di questo genio: abbiamo deciso di celebrarlo con una gallery – la trovate qui in alto – che raccoglie alcuni dei ritratti più famosi grazie ai quali è rimasto impresso nella memoria collettiva. Nessuno può negare che fosse un tipo fotogenico!

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wired.it - 4 giorni 20 ore fa
tumblrimmagine: getty images

Tumblr è stato venduto per poco meno di 3 milioni di dollari da Verizon al proprietario della piattaforma per blog e siti WordPress, Automatic Inc. Il portale di microblog multimediali ha fatto registrare un incredibile calo dopo la fuga di utenti causata dall’abolizione dei contenuti pornografici sulla piattaforma. Verizon, proprietaria dal 2017, ha scelto di vendere il portale per una cifra nettamente più bassa rispetto agli 1,1 miliardi di dollari sborsati nel 2013 da Yahoo, che lo possedeva in precedenza, per acquistarlo. Axios riferisce che la cifra pagata dal proprietario di WordPress sarebbe “ben al di sotto dei 10 milioni di dollari”.

Tumblr è un marchio che ha permesso alle vere identità di sbocciare e diventare sede di molte comunità e fandom creativi, ha dichiarato Guru Gowrappan, amministratore delegato di Verizon Media. E ha aggiunto: “Siamo orgogliosi di ciò che il team ha realizzato e siamo felici di aver trovato il partner perfetto in Automatic, la cui esperienza e track record apriranno nuove ed eccitanti possibilità per Tumblr e i suoi utenti”.

Tumblr è stato per anni uno dei social media più utilizzati dai vari fandom e da diverse community ma con l’eliminazione dei contenuti per soli adulti, il portale ha perso sempre più utenti che sono migrati verso altri lidi ben più permissivi. Automatic si farà carico anche dei 200 dipendenti della piattaforma. L’amministratore delegato Matt Mullenweg ha confermato al Wall Street Journal il divieto tassativo di contenuti pornografici. In lizza tra i possibili acquirenti di Tumblr c’è stato anche il sito a luci rosse Pornhub.

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wired.it - 4 giorni 20 ore fa
Alcuni migranti a bordo della Ocean Viking (foto: ANNE CHAON/AFP/Getty Images)

Nel pomeriggio di lunedì 12 agosto la nave Ocean Viking di Medici senza frontiere e Sos Mediterranee ha soccorso 105 migranti che rischiavano di affondare nel Mediterraneo. A bordo dell’imbarcazione c’erano già 251 persone che la nave aveva salvato in due diverse operazioni nei giorni scorsi, ed era in attesa di sbarcare in un porto sicuro. Gli ultimi arrivati sono in prevalenza sudanesi, e tra di loro ci sono anche due bambini e altri 29 minorenni.

La Ocean Viking è equipaggiata per accogliere circa 250 persone ma, secondo le organizzazioni, può trasportarne anche di più. Al momento ce ne sono 356, escluso l’equipaggio.

Altri 151 si trovano invece sulla nave Open Arms della ong spagnola ProActiva OpenArms, che pure vaga da giorni nel Mediterraneo in attesa di ricevere un porto sicuro. La situazione a bordo è complicata: molti migranti sono frustrati e debilitati, una persona avrebbe anche un tumore al cervello e un’altra donna la polmonite. Nessun paese ha ancora dato il benestare per lo sbarco.

I salvataggi in mare

La Ocean Viking, che batte bandiera norvegese, ha salvato 85 migranti l’8 agosto, altri 80 il giorno dopo e gli ultimi 105 nel pomeriggio di lunedì 12.

In quegli stessi giorni, in mare c’era anche la Open Arms che ha tratto in salvo 283 persone in tre diverse operazioni di soccorso il 1°, il 2 e la notte tra il 9 e il 10 agosto. Solo 11 di queste sono sbarcate, da allora. Si tratta di due donne all’ottavo mese di gravidanza, della sorella di una di loro, di altre due donne che avevano urgente bisogno di cure mediche, di un 21enne affetto da tubercolosi e dei loro accompagnatori.

Nei giorni scorsi, Malta si era offerta di accogliere gli ultimi 39 migranti soccorsi dalla Open Arms, ma l’equipaggio aveva rifiutato dicendo che gli altri – quelli che non sarebbero stati fatti sbarcare – avrebbero probabilmente reagito male, dato che erano da più tempo a bordo e credevano, semmai, di avere la precedenza.

Gli appelli di Hollywood e del Parlamento europeo

Nei giorni scorsi, l’attore americano Richard Gere è salito a bordo della Open Arms per lanciare un appello all’Italia affinché si mobiliti. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini gli ha risposto ribadendo il no allo sbarco e rilanciando uno dei suoi triti mantra (“li accolga in una delle sue ville”).

Nelle ultime ore, anche gli attori spagnoli Antonio Banderas e Javier Bardem sono intervenuti sulla vicenda. “Open Arms” – ha detto Bardem in un video – “sta facendo un lavoro straordinario e necessario per la dignità umana e per salvare la vita di persone che scappano da situazioni che noi non possiamo neanche immaginare, con l’unico obiettivo di dare un futuro ai propri figli e alle proprie famiglie”.

Cosa succederà ora

I migranti non possono essere sbarcati in Italia perché il ministro dell’Interno Matteo Salvini, quello dei Trasporti Danilo Toninelli e quello della Difesa Elisabetta Trenta hanno firmato un provvedimento che impedisce alle navi l’ingresso, la sosta e il transito nelle acque italiane. Non possono nemmeno andare altrove, perché nessun paese si è offerto di accoglierli, nonostante il presidente del Parlamento europeo David Sassoli abbia invitato più volte la Commissione e le varie cancellerie a trovare una soluzione.

L’equipaggio della Open Arms ha chiesto alla Spagna di accogliere almeno i minorenni a bordo, ma per ora non ha ricevuto risposta. Gli unici che si sono fatti avanti sono la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e Eugenio Bernardini della Tavola valdese, l’organo che rappresenta le chiese metodiste e valdesi nei rapporti con lo stato.

Intanto, la procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta a carico di ignoti per favoreggiamento di immigrazione clandestina – una procedura che è la prassi in questi casi visto lo schema legislativo, e che comunque non ha mai portato a nessuna ipotesi di reato conclamata – e nei prossimi giorni ascolterà tre dei migranti che sono sbarcati dalla Open Arms.

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wired.it - 4 giorni 21 ore fa

Dopo una prima stagione ispirata alla raggelante horror story di Dan Simmons (l’autore di Figli della paura e lo sceneggiatore di Alien), The Terror torna con la seconda annata dal 12 agosto su Amazon Prime Video. Le antologie – letterarie e televisive – sono una declinazione narrativa particolarmente in auge per il genere horror, a sua volta prediletto dal canale via cavo Amc (quello di The Walking Dead).

La prima stagione, adattata dal romanzo omonimo del 2007 La scomparsa dell’Erebus – e ispirata al resoconto reale di una spedizione tra i ghiacci artici – seguiva le navi Erebus e Terror in un viaggio della metà del XIX secolo alla ricerca di un passaggio navigabile. I due equipaggi, rimasti bloccati, affrontavano oltre alle intemperie anche una creatura mostruosa e soprannaturale (il Tuunbaq) nel corso di dieci episodi diffusi nel marzo del 2018. La critica e il pubblico avevano accolto con lodi sperticate lo sceneggiato, capace di tenere col fiato sospeso e creare un’atmosfera rarefatta, soprannaturale e bellissima (The Terror stagione 1 ha tuttora dalla sua il 93% del pomodorometro di Rotten Tomatoes).

La seconda stagione parte con premesse totalmente nuove: di seguito vi presentiamo altre cose da sapere su questo altro ciclo di dieci puntate, raccolte sotto al nome di The Terror: Infamy.

1. Dai ghiacci artici al campi d’internamento

https://www.youtube.com/watch?v=OXIbjUAeTYY
Se l’annata d’esordio di The Terror era collocata negli anni tra il 1845 e il 1848 e tra Regno Unito e Artico, la prossima si svolge un secolo dopo in un campo di internamento giapponese sullo sfondo della Seconda guerra mondiale: i protagonisti, i membri di una famiglia nippoamericana di origine californiana, affrontano alcune morti misteriose provocate da una figura spettrale e letale. I temi ricorrenti e gli elementi comuni con la prima stagione sono diversi: Infamy è un altro horror a sfondo storico (sebbene senza un romanzo di riferimento a cui appoggiarsi) incentrato su una comunità costretta in un luogo ostile e perseguitata da creature soprannaturali e sanguinarie.

2. Nuovo giro di produttori

https://www.youtube.com/watch?v=pzNNa0kPaVc
Mentre la prima stagione di The Terror è stata firmata dal veterano dell’horror David Kajganich (l’autore della sceneggiatura del Suspiria di Luca Guadagnino) su ispirazione del romanzo di Simmons, la seconda annata passa di mano a Max Borenstein e ad Alexander Woo che hanno sviluppato la storia di The Terror: Infamy insieme. Borenstein è specializzato in produzioni cinematografiche d’avventura come Godzilla (2014), Kong: Skull Island (2017) e Godzilla: King of the Monsters (2019) e ha anche firmato la riduzione televisiva del fantascientifico Minority Report, mentre Woo è stato il produttore esecutivo della serie vampirica ad alto tasso di splatter ed erotismo True Blood, firmando anche il thriller politico Sleeper Cell.

3. Il doppio ruolo di George Takei

https://www.youtube.com/watch?v=B83cboydhXI
The Terror: Infamy ha per protagonista l’inossidabile George Takei, l’attore lanciato dal personaggio del tenente Sulu nella serie classica di Star Trek e diventato in età onorevole una enorme celebrità dei social network e un paladino dei diritti della comunità Lgbt. In Infamy interpreta il capitano di un peschereccio in pensione, Yamato, che finisce in uno dei campi americani per l’internamento dei civili di origine giapponese negli anni Quaranta. L’attore subì da bambino il medesimo destino e figura anche come consulente storico per la realizzazione della serie. Un altro attore dello show, Derek Mio, è il nipote di una vittima della prigionia.

4. Un taglio politico

https://www.youtube.com/watch?v=wDu-pPIGTbI
The Terror: Infamy non lesina su aspetti più affini all’orrore reale che a quello fantasmagorico di spiriti vendicatori e presenze ultraterrene. Lo spettro della discriminazione razziale e delle ingiustizie perpetrate ai danni delle vittime dei campi (che ospitavano cittadini americani colpevoli solo di aver ascendenze giapponesi) è l’aspetto più orripilante di questo secondo ciclo dell’antologia. Lo ha palesato Woo che ha commentato, nel comunicato stampa dello show: “Speriamo di saper trasmettere il senso di terrore abietto che permeava quel frangente storico, in un modo che sia attuale”. Borenstein ha aggiunto: “Questa stagione di The Terror è ambientata durante uno dei periodi più bui della storia della nostra nazione. L’internamento della comunità nippoamericana è un’onta sulle nostre coscienze”.

5. The Terror e Harry Potter

https://www.youtube.com/watch?v=pjq7Gl_hhPY
La serie antologica di Amc è curiosamente popolata di interpreti figurati nel franchise cinematografico di Harry Potter o a esso legati, a partire da Jared Harris (nella prima stagione era Crozier) che è il figlio di Richard, ovvero il primo volto dell’autorevole mago Albus Silente. Anche l’inglese Ian Hart e l’irlandese Ciàran Hinds hanno figurato nei film della saga nei panni del professor Raptor e del fratello minore di Silente, Aberforth Dumbledore. Curiosamente, Hinds, Tobias Menzies e Clive Russell hanno in comune nelle rispettive filmografie partecipazioni sia a The Terror che a Game of Thrones.

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wired.it - 4 giorni 21 ore fa
incidente_nucleare(foto: Минобороны России/YouTube)

Una storia che richiama in ogni suo dettaglio uno scenario da piena Guerra fredda. E che qualcuno fin da subito ha voluto affiancare all’incidente di Chernobyl del 1986 (nonostante in questo caso tutto faccia pensare e un evento molto più ridotto in termini di radioattività), soprattutto per il modo più che discutibile in cui si sta gestendo la comunicazione istituzionale e mediatica sull’accaduto.

Pur nei contorni estremamente incerti in cui la vicenda al momento si colloca, ciò che pare ormai certo è che nel nord-ovest della Russia la settimana scorsa ci sia stato un incidente che ha coinvolto materiale radioattivo, culminato in un’esplosione che ha ucciso diverse persone. E se pure queste informazioni, che di fatto sono solo il titolo di quanto accaduto, sono state rese note a giorni di distanza e in modo tutt’altro che esplicito, è facile immaginare quanto poco ancora si sappia dei dettagli di ciò che è realmente accaduto, probabilmente anche per ragioni di intelligence e militari. Abbiamo però raccolto qui di seguito, in ordine, quello che sappiamo mettendo insieme le varie fonti disponibili.

Le tre risposte semplici: chi, dove e quando

Perlomeno su questi tre aspetti non restano più grossi dubbi. L’incidente è avvenuto giovedì 8 agosto, nella zona della città di Arkhangelsk (Arcangelo in italiano), che si trova nel nord-ovest della Russia a qualche centinaio di chilometri dalla Finlandia. In particolare, l’esplosione sarebbe avvenuta nelle acque del Mar Bianco, al largo, in corrispondenza di un piccolo villaggio di nome Nyonoksa. L’area del Mar Bianco interessata è nota anche come Baia della Dvina, un altro nome che ricorre spesso nelle notizie su quanto accaduto.

mappa_nucleare

L’incidente è certamente avvenuto nell’ambito di un test scientifico-militare, in cui era coinvolta l’agenzia atomica russa Rosatom. Nello specifico, il test è stato condotto da un istituto nazionale di ricerca in fisica applicata di nome Rfnc-Vniiefr, un lunghissimo acronimo che sta per Centro nucleare della federazione russa – istituto di ricerca scientifica in fisica sperimentale di Russia. Proprio il coinvolgimento di queste istituzioni strategiche è probabilmente il motivo della scarsità di dettagli e informazioni su quanto accaduto, con notizie arrivate con il contagocce, con colpevole ritardo e spesso in modo vago e contraddittorio.

L’esplosione comunque è stata rilevata anche da 4 stazioni indipendenti che si trovano in territorio norvegese, a oltre mille chilometri da Arkhangelsk. Il tutto nell’ambito delle attività della Ctbto (Comprehensive nuclear-test-ban treaty organization) che si occupa proprio di monitorare l’esecuzione di test nucleari non autorizzati.

https://twitter.com/ctbto_alerts/status/1160130156922642433 Cosa è successo? Una domanda difficile

Partendo dal bilancio in termini umani, negli ultimi giorni si sono susseguite una serie di stime sul numero di vittime. All’inizio si era parlato di 2 morti e almeno 6 feriti, poi il bilancio si è aggravato: dapprima 5 persone decedute, poi 7 persone, di cui 5 scienziati. Infine gli ultimi aggiornamenti parlano di 7 scienziati più un numero imprecisato di altri operatori rimasti uccisi, a cui si aggiungerebbero i feriti, di cui non si sa alcunché.

Non va molto meglio da punto di vista dell’entità dell’esplosione. Nella prima versione, davvero troppo vaga per significare qualcosa, le fonti ufficiali russe avevano parlato di una detonazione imprevista associata a una perdita di carburante a bordo di qualcosa di galleggiante, un’imbarcazione oppure una piattaforma. Dopo che si è manifestata l’evidenza di un picco di radiazioni nell’area circostante, però, le agenzie russe hanno precisato che il carburante non era quello dell’imbarcazione (come si sarebbe potuto dedurre dal comunicato precedente) bensì quello di un missile a carburante liquido, definito come “un sistema di propulsione che coinvolge isotopi”. Pur trattandosi di una fraseologia molto criptica, l’utilizzo di una parola dell’area semantica della fisica nucleare (isotopi) è stata interpretata come un’ammissione che l’incidente abbia riguardato il materiale coinvolto in una qualche reazione atomica.

Per il momento non sono note né la forza sprigionata dall’esplosione né le sostanze a bordo dell’imbarcazione, ma sono state fatte una serie di congetture su quale genere di test potesse essere in corso nel Mar Bianco. Un indizio considerato decisivo era la presenza, proprio nella acque della Baia della Dvina, della nave russa Serebrynka, che già in passato era stata utilizzata per trasportare il materiale necessario ad attivare un nuovo (e probabilmente non funzionante) missile russo a propulsione nucleare. A confermare i movimenti della Serebrynka sono state delle immagini satellitari.

https://twitter.com/ArmsControlWonk/status/1159617978641465344

Le due ipotesi ritenute più verosimili sono dunque che l’incidente abbia riguardato un generatore termoelettrico a radioisotopi, in pratica un sistema per produrre energia elettrica che funziona grazie al decadimento di isotopi radioattivi e che può essere istallato su satelliti o veicoli spaziali, oppure più probabilmente un prototipo di missile di nuova generazione, che si auto-alimenta in volo grazie a una reazione nucleare controllata, noto nell’ambiente militare come 9M730 Burevestnick (sul fronte Russo) oppure come Ssc-X-9 Skyfall (sul lato statunitense). In questa seconda ipotesi sarebbe esploso proprio il motore jet a propellente liquido, su cui però i dettagli sono molto carenti per via della segretezza del progetto.

Qualche rischio radioattivo

Nonostante tutti gli esperti concordino sul fatto che l’incidente non sia nemmeno lontanamente paragonabile a quello di Chernobyl per quantità di radiazioni, il tema della contaminazione radioattiva è ancora aperto. L’informazione più preziosa è stata diramata dall’amministrazione della città di Severodvinsk, poco più a est rispetto al punto dell’esplosione, che ha riferito di un’ondata anomala di radiazioni nella giornata dell’8 agosto. Il fenomeno sarebbe durato solo mezz’ora, con un’attività pari a 0,11 microsievert all’ora (μSv/h) e un picco a 0,6. Più elevata invece la stima di Greenpeace, che ha riferito di 2 μSv/h. Pur trattandosi di valori 20 volte più alti rispetto alla norma, e dunque indicativi di un’anomalia, la breve durata del fenomeno ha comunque mantenuto i livelli giornalieri di radioattività sotto il livello di guardia.

Ci sono però due elementi che lasciano qualche perplessità in più. Il primo è che il report di Severodvinsk è stato rimosso in fretta e furia dalla rete (ma ne resta comunque uno screenshot), e l’altro è la decisione di chiudere alla balneazione la Baia della Dvina per un mese, che potrebbe essere l’indizio di una contaminazione delle acque oppure della necessità di organizzare una qualche operazione di ricerca o di recupero. Nonostante molti abitanti nella regione siano corsi a fare scorta di pastiglie di iodio, utili per contenere parzialmente gli effetti delle radiazioni sulla tiroide, al momento non ci sono però notizie confermate di un vero rischio radioattivo, né in prossimità di Arkhangelsk né tantomeno nel resto della Russia o in Europa. Nemmeno la zona intorno alla baia sarà evacuata.

Una questione militare

A rendere ancora più complessa la raccolta di informazioni attendibili, come già accennato, è il fatto che l’incidente sia avvenuto con tutta probabilità nell’ambito di un progetto militare segreto. Come raccontato dal New York Times, la tecnologia bellica del Burevestnick è di particolare interesse in questi anni, poiché un missile a propulsione nucleare (più veloce e imprevedibile negli spostamenti, e soprattutto con una gittata potenzialmente globale) manderebbe in crisi gli attuali sistemi di difesa missilistica e rappresenterebbe un’arma molto difficile da contrastare. Proprio nello sviluppo di questa tecnologia, la base militare di Arkhangelsk sarebbe uno dei centri di ricerca più importanti.

Se da un lato Putin in persona nella conferenza stampa di fine 2018 ha annunciato che erano in corso ricerche in merito da due anni, dall’altro le forze militari statunitensi hanno riferito di aver già sperimentato una simile tecnologia, ma di averla poi abbandonata a causa di una serie di rischi e di test non andati a buon fine. Secondo fonti non ufficiali, infine, la Russia starebbe tentando di far funzionare il missile Burevestnick già dal febbraio 2018, e almeno 5 test (incluso quello di giovedì scorso) si sarebbero già conclusi con un fallimento. L’unico test di successo, raccontato in un video, si sarebbe invece dimostrato una messinscena.

http://www.youtube.com/watch?v=okS76WHh6FI Altri punti in sospeso

Al netto delle questioni coperte da segreto militare, sulle quali probabilmente non avremo mai ulteriori dettagli, restano molti elementi oscuri nella ricostruzione della storia. Secondo le comunicazioni ufficiali rilasciate dalle agenzie di stampa Interfax e Tass, per esempio, il picco di radiazioni registrato resterebbe di fatto “inspiegabile”, nonostante l’ammissione della presenza di materiale radioattivo.

Delle persone morte abbiamo una lista parziale: Alexey Vyushin, Yevgeny Koratayev, Vyacheslav Lipshev, Sergey Pichugin e Vladislav Yanovsky). Sappiamo che erano scienziati ai massimi livelli e sono stati definiti “eroi nazionali”,  mentre non si sa chi siano le altre persone coinvolte né che ruolo avessero. Per ora è stato detto solo che si stava lavorando “in condizioni estreme”. Ufficialmente, le ricerche di superstiti sono ancora in corso.

Infine, dato che non è nota la composizione del combustibile nucleare coinvolto nell’esplosione, oltre a non conoscere quali isotopi radioattivi potrebbero essere presenti non sappiamo nemmeno se ci possa essere stato uno sversamento di sostanze tossiche, come avrebbe invece confermato una fonte anonima.

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wired.it - 4 giorni 21 ore fa
cyberverse(Foto: Huawei)

La tecnologia Huawei Cyberverse è stata presentata dal ricercatore Luo Wei in occasione dell’importante Developer Conference lo scorso 11 agosto 2019 presso il campus del lago Songshan di Dongguan, teatro anche dell’ufficializzazione di Harmony Os. Di cosa si tratta? Di un’integrazione profonda tra il mondo reale e quello digitale, oltrepassando i confini della realtà aumentata verso orizzonti dalle ampie potenzialità tecnologico-creative.

Collegando utenti, spazi e dati attraverso l’elaborazione spaziale, fornisce agli utenti dei dispositivi mobili di Huawei una modalità di interazione nuova di zecca e un’esperienza visiva senza precedenti. Persone, dati e luoghi sono collegati attraverso un’elaborazione spaziale tra loro attraverso un nuovo modo di interagire con un effetto visivo molto potente.

Sono due le caratteristiche fondamentali di questa tecnologia che la sostengono. La prima è la fotocamera che può catturare con una precisione, definizione e sensibilità sempre maggiori il mondo circostante. E Huawei in casa ha lo smartphone con la fotocamera migliore del mondo, secondo l’autorevole benchmark di DxOMark, ossia Huawei P30 Pro. La seconda è la connessione veloce alla rete, che con il fiorire dei network di nuova generazione 5g possono dare finalmente propulsione all’Internet delle cose, smart city, auto connesse e tanti altri progetti grazie alla sinergia cloud-pipe-device, ad altissime velocità e soprattutto latenza quasi annullata.

Cyberverse si presenta come una mappa tridimensionale ad altissima definizione, un calcolo dello spazio, distanze e dimensioni molto preciso e un rendering immersivo molto realistico. La precisione scende al centimetro e l’errore di orientamento ad appena un grado. Cyberverse comprende lo scenario e ciò che circonda grazie al deep learning, che analizza le informazioni geografiche e permette al dispositivo di identificare l’ambiente.

huawei cyberverse(Foto: Huawei)

Tutto molto bello, ma a cosa servirà nella pratica Cyberverse? Secondo Luo Wei troverà spazio in luoghi pubblici, musei, campus, aeroporti, stazioni ferroviarie e centri commerciali come strumento divulgativo, di informazione, assistenza e intrattenimento. Entro la fine del 2019 saranno creati cinque siti di test, che saliranno a 100 prima della fine del secondo trimestre 2020 e 1000 a fine anno.

Insomma, una realtà aumentata di nuova generazione per sempre più servizi a portata di smartphone ovunque ci si trovi (come avere la migliore guida locale, o il migliore esperto di ciò che abbiamo di fronte in ogni momento).

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wired.it - 4 giorni 22 ore fa

Trappola di cristallo, Pulp Fiction, Armageddon, Il Sesto Senso e la saga di Die Hard: è quasi impossibile non essersi mai imbattuti in un film con Bruce Willis. La carriera dell’attore nato in Germania e trapiantato negli States ha vissuto molti picchi, nell’arco di almeno quattro decenni. E a distanza di anni, il pubblico gli è ancora affezionato.

In questa puntata di Autocomplete Interview, il format di Wired dedicato alle stringhe di keyword più cercate sul motore di ricerca di Google, è Willis stesso a rispondere alle principali curiosità del pubblico, e alcune sembrano essere a tratti un po’ surreali (c’è chi si chiede: “È ancora vivo?”).

Più interessante invece la domanda: “Qual è il suo primo film?”. A meno che non siate grandi esperti, è molto difficile indovinare la risposta.

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wired.it - 5 giorni 18 min fa
 dimensioni 1150 mm x 753 mm x 147 mmLa batteria ricaricabile Tesla Powerwall 2: dimensioni 1150 x 753 x 147 mm

A mezzogiorno e mezzo di una giornata assolata, l’impianto fotovoltaico da 6 kWp di Casa Calénc generava una quantità di energia pari a 3,7 kWh (l’afa e le alte temperature ostacolano gli alti rendimenti). Di questa, un terzo era utilizzato dalla pompa della piscina e dagli elettrodomestici, il rimanente era immagazzinato nel nuovo sistema di stoccaggio Tesla Powerwall 2. Si tratta della nuova batteria ricaricabile di Tesla che accumula l’energia generata dai pannelli fotovoltaici. In alternativa, per chi ha un contratto con tariffa elettrica bioraria, Tesla Powerwall 2 può assorbire l’energia elettrica dalla rete nella fascia oraria più conveniente e renderla disponibile in quella più cara. Abbiamo cercato di capire “sul campo” vantaggi e difetti di questa maxi batteria che si installa in casa.

Hans & Elisbeth (alias Enrico ed Elisabetta) i coniugi olandesi proprietari di Casa CaléncHans e Lisbeth, i coniugi olandesi proprietari di Casa Calénc
Come diminuire l’impronta ecologica di casa

Casa Calénc è un B&B dall’elevata efficienza ecologica, immerso nelle colline romagnole, a Rontagnano a circa 40 chilometri da Rimini. Dall’inizio della primavera alla fine dell’estate, il caseggiato del ‘500 è gestito da Enrico ed Elisabetta. Questi, a dire il vero, sono i nomi italiani di Hans & Lisbeth, una coppia di olandesi innamorati della bellezza incontaminata di queste terre segnate dai calanchi. Da cui il nome del B&B. Come forma di rispetto verso l’ambiente, gli altri e anche se stessi, i coniugi olandesi hanno cercato soluzioni per dare alla loro abitazione una bassa impronta ecologica. L’abitazione è stata totalmente ristrutturata rispettando i criteri della bioedilizia. Ambienti freschi d’estate anche senza l’uso di aria condizionata. Sono stati inseriti dei serbatoi sotterranei di stoccaggio dell’acqua piovana per l’irrigazione e i sanitari. Nel 2009 è stato montato il primo impianto fotovoltaico insieme a uno solare/termico per l’acqua calda e il riscaldamento. Infine, alla fine del 2017, Enrico ha deciso d’installare Tesla Powerwall 2.

I pannelli fotovoltaici e quelli solari termiciI pannelli fotovoltaici e quelli solari termici
Produce valore, no rischio black-out, costi chiari

Enrico ed Elisabetta non hanno usufruito della detrazione fiscale del 50%. Loro infatti non sono residenti in Italia. Spinti dalla sostenibilità, sono stati dei pionieri. Questo perché fare la cosa giusta, secondo loro, non è l’unica leva da considerare. La decisione di dotare la casa di un impianto fotovoltaico e di una struttura di stoccaggio può dipendere anche da almeno altri tre fattori ugualmente forti. A differenza di una qualsiasi miglioria architettonica, la casa autoalimentata è un edificio che produce valore nel tempo. In più, è slegata dai rischi di black out della rete elettrica nazionale in periodi di forte calura. Infine, una casa energicamente indipendente ha un costo costante dell’energia prodotta per tutta la durata dell’impianto. Tutto ciò avviene indipendentemente dagli aumenti dei costi dell’energia elettrica dei vari distributori.

Il foglio di Excel di Enrico sul retro della porta della sala delle attrezzatureIl foglio di Excel di Enrico sul retro della porta della sala delle attrezzature
Come avere una casa energicamente indipendente

Enrico ha compreso che era conveniente installare Tesla Powerwall 2 dopo un’attenta analisi redatta su un foglio Excel compilato sul retro della porta della sala caldaie (vedi foto sopra). Scherzi a parte, è stato affiancato da un professionista del settore che lo ha aiutato a definire l’effettiva necessità e la potenza della batteria necessaria per rendere energicamente autonoma la propria casa. Enrico aveva evidenziato che molta dell’energia prodotta dai pannelli a metà mattina e nel primo pomeriggio finiva in rete perché non utilizzata. Mentre dal tardo pomeriggio il fabbisogno della casa era superiore all’energia prodotta. Inoltre, bisogna tener presente che l’energia immessa in rete è pagata meno rispetto a quella acquistata. Per questo motivo, il gioco sta nel massimizzare l’autoconsumo. Quindi, per avere una casa autoalimentata la scelta è ricaduta su un’unica batteria Tesla Powerwall 2 da 13,5 kWh. Batteria capace di garantire 5 kWh con picchi di 7 kWh. Senza dover accedere alla rete di distribuzione elettrica. Senza la necessità di altra apparecchiatura.

Le caratteristiche di Tesla Powerwall 2

Dato che nel tardo autunno e in inverno Enrico ed Elisabetta vivono in Olanda, hanno deciso di montare la batteria internamente. Al sicuro. Tra l’altro, tra 0 e 30°C, Tesla Powerwall 2 raggiunge la sua massima efficienza e produce un rumore inferiore a 40 dBA. Quasi impercettibile.  Ma può resistere anche all’esterno sotto le intemperie a temperature da -20°C a +50°. In più, la batteria ricaricabile utilizza un inverter integrato. Così, senza l’ausilio di nessun’altra apparecchiatura aggiuntiva, converte la corrente continua dei pannelli fotovoltaici in corrente alternata. Meno costi e meno complessità. Inoltre, tutto l’impianto è monitorabile dallo smartphone grazie all’app Tesla. Enrico avanza, però, una richiesta al costruttore americano. Una volta stabilita la priorità di utilizzo degli elettrodomestici, Tesla Powerwall 2 dovrebbe in autonomia erogare loro energia in base alla scorta e all’energia prodotta dai pannelli. Senza che sia l’utente a dover effettuare calcoli approssimativi. Questo avviene soprattutto il mattino quanto la riserva di energia è più bassa.

App Tesla per il controllo di Tesla Powerwall 2App Tesla per il controllo di Tesla Powerwall 2
In leasing o a noleggio

La batteria ricaricabile di Tesla costa poco meno di 8000 euro. È impilabile fino a um massimo di 10 unità. A questo, si deve aggiungere il costo dell’installazione stimato dai 1000 ai 3000 euro. Alcuni installatori autorizzati, come Conseal Energia, offrono pagamenti dilazionati e formule di noleggio senza anticipo a partire da 96 € al mese. Tesla Powerwall 2 è garantita 10 anni.

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