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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

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ATTENZIONE: spoiler sul sesto episodio della settima stagione

Chi ha già visto il sesto episodio della settima stagione di Game of Thrones già sa che un evento fondamentale ha riguardato i draghi di Daenerys. Per chi deve ancora godersi i molteplici colpi di scena letteralmente da brividi che hanno caratterizzato Oltre la barriera farebbe meglio a sospendere qui la lettura.

Nell’episodio, appunto, ritroviamo la spedizione guidata da Jon Snow oltre la Barriera circondata da un esercito brulicante di non-morti. La situazione sarebbe veramente tragica se non fosse che Daenerys, avvertita da un corvo spedito da Gendry, interviene con i suoi draghi. A un certo punto, però, uno di loro viene colpito a morte da un lancia di ghiaccio lanciata dal Re della Notte. Di quale drago si tratta? Ovviamente non di Drogon (sempre cavalcato dalla Madre dei draghi), e nemmeno di Rhaegal: si tratta di Viserion, e di seguito spieghiamo come lo si riconosce.

Secondo Vulture, nei romanzi di George RR Martin i draghi appaiano molto più differenziati di come lo siano nella serie Game of Thrones: Drogon per esempio ha i denti e le squame nere, gli occhi rossi; Viserion, invece, ha un colore molto più pallido, con gli occhi e le corna dorati, tanto da essere chiamato “il drago bianco“; Rhaegal è sui toni del verde e del bronzo, con i denti e gli artigli neri. Nella produzione Hbo sono tutti molto più simili, ma un occhio attento nota che il drago che precipita ha un colore più chiaro degli altri, ed è quindi Viserion.

Il fatto ha una natura simbolica molto importante, fra l’altro: Viserion prende il nome proprio da Viserys, il fratello di Daenerys che l’ha tradita vendendola ai Dothraki; anche il drago relativo, ora nelle mani degli Estranei, è plagiato per rivoltarsi contro la stessa protagonista. Rimane invece Rhaegal e secondo molti potrebbe essere il drago cavalcato da Jon Snow, dato che è il figlio ancora ignaro proprio dell’altro fratello di Daenerys, Rhaegar.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

Tra il 27 maggio e il 4 giugno del 1940 i soldati delle forze alleate, bloccati sulle spiagge al confine tra Francia e Belgio e circondati dalle unità corazzate tedesche che erano riuscite a sfondare il fronte sul Mosa, furono costretti a una manovra d’evacuazione verso la Gran Bretagna che è passata alla storia come il miracolo di Dunkerque. Per oltre un milione di loro, tra cui 400mila inglesi, l’unica via di fuga era il mare. Quel che avvenne in quei giorni prende il nome di Operazione Dynamo ed è ricordato per lo straordinario coinvolgimento di imbarcazioni civili che vennero in aiuto al dispositivo militare. Da qui nasce il film Dunkirk, nelle sale italiane dal 31 agosto.

DUNKIRK

Christopher Nolan inseguiva questa storia da anni. Il regista inglese è rimasto tra i pochi capaci ancora di trasformare i suoi film in eventi, in giorni da cerchiare sul calendario, visioni da programmare e aspettare. Mai come con Dunkirk (grazie anche all’utilizzo della pellicola IMax da 65mm) riesce nell’impresa di trascinare lo spettatore dentro la narrazione, di coinvolgerlo con violenza. Quasi a voler compensare, il film è il più breve della sua carriera, tre quarti d’ora di movimento e attesa, in cui la guerra è il contesto ma quasi mai l’atto (siamo lontani anni luce da, per esempio, i primi minuti de Salvate il Soldato Ryan), tanto che perfino la definizione di war movie suona quasi incongrua.

Di guerra si può parlare in vari modi, mostrandone la brutalità, azzardandone il dietro le quinte, dipingendone i protagonisti, dispiegandone le tattiche. Nolan decide invece di focalizzarsi su un evento che è per lo più attesa, racconta l’intervallo tra i fatti salienti che sono poi finiti sui libri di storia. E lo fa spezzando la narrazione in tre diverse linee temporali: il racconto di una settimana sul molo e sulla spiaggia francese dove i soldati attendono di conoscere il proprio destino; un giorno sull’acqua di un civile che naviga verso quella spiaggia deciso a dare il suo contributo; un’ora in aria di due piloti inglesi a cui è affidata la difesa aerea. Le tre linee narrative s’intrecciano, si accavallano, portano lo spettatore avanti e indietro nel tempo, in cielo, in terra, cioè in ogni punto di un’ideale piano cartesiano dove un asse è lo spazio e l’altro il tempo – un piano che è contemporaneamente della storia e del cinema –, con un montaggio a mosaico che si assesta e trova la sua chiusura nel meraviglioso finale, sempre accompagnato dalle musiche maestose di Hans Zimmer che fa di un ticchettio inesorabile uno dei protagonisti assoluti del film.

DUNKIRK TOM HARDY

Che il tempo per Nolan fosse una fissazione lo sapevamo: gli piace stravolgerlo, spezzarlo, dilatarlo, farlo svanire. Con Dunkirk ce lo dice ancora una volta: il tempo ha perso la sua unicità. Ogni luogo ha il suo, con le sue danze e i suoi ritmi. Non c’è passato, non c’è  futuro, non c’è nemmeno il presente. Ci siamo solo noi, che cerchiamo di sopravvivere.

E noi siamo gli occhi di Tom Hardy, così bravo da saper reggere l’intero film solo col suo sguardo, la paura di Cillian Murphy, il senso di colpa di Harry Styles (bella sorpresa), il coraggio quieto di Mark Rylance, le lacrime di Kenneth Branagh. Siamo il tè caldo e la coperta in treno, le fiamme che divorano anche il mare e una colonna celebrativa su un giornale locale, i corpi che le onde riportano sulla spiaggia e il controsenso di un conflitto in cui vincere può voler dire solo tornare a casa.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa
Foto Fabio Cimaglia / LaPresseRoma 18-05-2015PoliticaPalazzo Chigi. La bandiera italiana esposta in occasione del Consiglio dei Ministri è strappataNella foto la bandiera strappataPhoto Fabio Cimaglia / LaPresseRome 18-05-2015PoliticPalazzo Chigi. The italian flag exhibited at the Council of Ministers is rippedIn the photo the ripped flagFoto Fabio Cimaglia / LaPresseRoma

L’Isis minaccia per l’ennesima volta l’Italia. Lo conferma il gruppo di intelligence Site che monitora anche i canali sociali utilizzati dallo Stato islamico il quale, in collaborazione con la propria agenzia stampa Amaq, ha rivendicato gli attentati in Spagna, quello in Finlandia del 18 agosto (in cui è rimasta ferita anche una nostra connazionale) e quello in Russia del 19 agosto.

Il messaggio Telegram di minacce, diffuso sul canale Lone Mujahid, è evocativo: “Bruxelles, Parigi, Stoccolma, Berlino, Nizza, Spagna, Finlandia, Russia… Who’s next?“, a cui segue la bandiera dell’Italia, già minacciata in passato con la promessa dell’invasione di Roma, iterata nel tempo e mai avvenuta.

Pro-IS Telegram Channel Suggests Italy as Next Target of IS Attack https://t.co/YHpT8v4ddY

— SITE Intel Group (@siteintelgroup) 19 agosto 2017

Tuttavia in Italia un attacco è improbabile, anche se improbabile non significa impossibile.

Lo Stivale, come ricostruito dal Global Terrorism Database dell’Università del Maryland, che prende in esame tutti gli attentati con almeno una vittima, è tra le nazioni meno colpite. Questo per via della posizione geografica che ne fa un corridoio d’accesso al resto dell’Europa e del mondo.

Hanno percorso l’Italia Salah Abdeslam, noto per gli attacchi a Parigi del 13 novembre 2015 e poi per quello in Belgio e, prima di lui Rachid Kassim, ideatore di diversi attacchi al cuore della Francia.

Attaccare l’Italia significherebbe fare crollare le vie d’accesso di un tunnel che permette ai terroristi di muoversi con maggiore disinvoltura.

Inoltre la lotta al terrorismo interno degli anni Settanta ha lasciato all’Italia una cultura della prevenzione che spinge l’intelligence a muoversi sul territorio e ha rodato l’uso degli infiltrati negli ambienti ritenuti sensibili.

Un modus operandi che tra il mese di marzo 2016 e lo stesso mese del 2017, come comunicato dal Viminale, ha permesso di fermare, controllare o interrogare 160mila persone, 35mila delle quali negli aeroporti, effettuando anche 550 arresti.

Il 17 agosto, subito dopo gli attacchi in Spagna, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha convocato il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa), tavola rotonda alla fine della quale è stata presa l’unica decisione possibile: ossia nessuna modifica al livello di allerta, che resta a 2 (su 5), e un maggiore dispositivo di sicurezza, continuamente tarato sulle notizie che con il passare delle ore arrivavano dalla Penisola iberica.

Così sono state attuate misure più visibili, come l’abbondare di uomini in divisa, anche mimetica, nei luoghi caldi di alcune città, tra le quali Firenze, Milano e Roma, insieme a sbarramenti che dovrebbero fermare la corsa di veicoli lanciati ad alta velocità.

C’è però la parte meno visibile, il lavoro svolto dagli 007 e dalle forze dell’ordine e che ha portato, nel giro di 48 ore, all’espulsione dal paese di tre persone, due cittadini marocchini e uno siriano, per motivi di sicurezza nazionale. Un lavoro che si manifesta con i numeri: dal mese di gennaio a oggi sono stati espulse 202 persone, 70 delle quali (il 30%) nei primi 7 mesi di quest’anno.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

game of thrones jon and daenerysDopo sette stagioni, tutti i fan di Game of Thrones hanno imparato una cosa: nessun dialogo, nessuna scena è superflua, dietro ogni piccolo dettaglio si cela l’elemento chiave delle vicende successive.

Spoiler alert per il sesto episodio della settima stagione

Nonostante la sesta puntata Beyond the Wall sia incentrata prevalentemente su ciò che accade all’A-team di Jon Snow che riesce a catturare, con molte difficoltà e gravi perdite, un Estraneo, la chiave dei prossimi episodi e, forse dell’intera serie, potrebbe essere racchiusa nelle parole di Daenerys.

La Regina dei draghi, prima parlando con Tyrion e poi con il bastardo di Casa Stark, ribadisce con fermezza di non poter avere figli. Come mai, i sempre attenti showrunner Benioff e Weiss fanno ripetere a Daenerys più volte lo stesso concetto? Escludendo che sia una mancanza di fantasia da parte degli autori, è evidente che si tratti di un indizio non trascurabile.

Non è la prima volta, infatti, che viene affrontata la questione della maternità di Daenerys. Quando la Regina dei Draghi trova il marito, Khal Drogo, in uno stato vegetativo, si rivolge alla maegi Mirri Maz Duur chiedendole quando l’uomo tornerà come era prima e la veggente le risponde “Quando il Sole sorgerà a Occidente e tramonterà a Oriente. Quando i mari si seccheranno e le montagne voleranno via nel vento come foglie morte. Quando il tuo grembo sarà di nuovo fecondo e tu darai vita a un figlio vivo. Allora, e solo allora, lui farà ritorno”.

Fino ad oggi era sensato pensare che non si trattasse di una profezia, ma di un’iperbole: la maegi aveva fatto riferimento a tutte cose impossibili per far capire a Daenerys che ormai non c’era più speranza per Khal Drogo.

Analizzando però gli sviluppi futuri, le parole di Mirri Maz Duur acquistano un senso: con il Sole, infatti, la maegi potrebbe far riferimento alla Casa Martell e alle numerose morti (tramonti) che l’hanno segnata; con il termine mare, invece, potrebbe essere identificato il mare Dothraki e nella seconda stagione gli uomini guidata dalla khaleesi hanno dovuto affrontare la desolazione rossa. Per quanto riguarda le montagne, ancora non è accaduto nulla che faccia riferimento alla profezia, ma è probabile che si riferisca a qualche attacco che gli Estranei metteranno a segno.

La nascita di un figlio di Daenerys è alquanto probabile, non solo perché finora ha ribadito di non poter avere figli (e più lo dice, più ci convinciamo che presto sarà incinta), ma anche per il legame che si sta venendo a creare con Jon Snow.

Come se non fossero bastati gli eloquenti scambi di sguardi tra Jon e Daenerys e le battute di Ser Davos, la scena conclusiva dell’episodio con Jon, che si riprende dallo scontro con gli Estranei, e Daenerys, che piange per la morte di un drago per mano del Re della notte, è una chiara anticipazione di un bacio (e sicuramente anche qualcosa di più) che avverrà in questa stagione.

Si potrebbe pensare che la serie stia abusando delle relazioni incestuose, ma forse, invece, la storia tra gli unici due Targaryen rimasti potrebbe chiudere un cerchio: il motore che ha determinato tutto ciò che è accaduto a Westeros è stato l’incesto tra Jaime e Cersei e proprio il figlio di un altro incesto, quello tra Jon e Daenerys (i due dovrebbero essere zia e nipote) potrebbe salire sul Trono di spade e portare la pace nei Sette regni.

La relazione tra Jon e Daenerys potrebbe sembrare scontata, la così tanto attesa unione tra ghiaccio e fuoco, ma Game of Thrones non regala gioie a nessuno e, se i due riusciranno a esaudire il loro sogno d’amore e a vivere un momento di felicità, è certo che poi ad attenderli ci sarà sicuramente la morte di uno dei due (la più probabile è la morte di parto della Regina dei draghi). Come si suol dire, mai una gioia.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

Visio è un rivoluzionario proiettore per immagini dalle caratteristiche uniche: è portatile, utilizza le lenti e gli obiettivi standard per macchine fotografiche, proietta su qualsiasi supporto (chiaramente) sia immagini digitali sia immagini analogiche, come quelle impressionate su diapositiva.

Il proiettore inventato dal fotografo Clément Briend è una sorta di strumento ibrido, a metà tra un ingranditore fotografico da studio e un proiettore fai da te. L’idea per Visio è nata provando a invertire la direzione della luce passante da una macchina fotografica analogica.

Visio ha appena terminato la fase di crowdfunding doppiando il goal minimo di 15mila euro, le consegne inizieranno a ottobre di quest’anno.

Ti è piaciuto? Guarda anche Come farsi uno studio fotografico in casa a costo zero.

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wired.it - 2 giorni 1 ora fa

Il satellite Copernicus Sentinel-3 dell’Agenzia spaziale europea ci regala questa bellissima ripresa del mar Baltico e delle regioni che vi si affacciano. Neve, ghiacci e nubi dominano la scena, risalente (va detto) ai mesi invernali.

Al centro, la Finlandia, non a caso definita “la terra dei mille laghi”, qui perlopiù congelati dal freddo; a ovest, il golfo di Bothnia, la porzione più alta del Baltico, quella che separa la Finlandia dalla Svezia. A destra, invece, la Russia.

Ti è piaciuto? Allora guarda anche come il programma Landsat monitora i ghiacci del Pianeta.

(Esa)

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wired.it - 2 giorni 2 ore fa

Lo conosciamo come attore, comico e cantante, ma pochi sanno che Jerry Lewis ha firmato anche dei giochi da tavolo, cinque per la precisione. L’artista statunitense scomparso ieri all’età di 91 anni non li aveva ideati ma sponsorizzati, cioè firmati nel vero senso della parola. Sulle scatole non compariva solo il suo viso così celebre con le inimitabili smorfie, ma una breve frase che li descriveva seguita dall’autografo.

Usciti tutti tra il 1974 e il 1975 per Hasbro, i cinque giochi si rivolgevano tutti alle famiglie e si caratterizzavano per una base squadrata in plastica di grande, grandissimo formato — 69 x 66 x 9 centimetri — con sopra una plancia in catone.

Diciamocelo, questi cinque giochi non sono proprio dei capolavori. Il primo è Double Dealer, un gioco d’aste in cui si compete per comprare degli oggetti d’arte, rappresentati da carte, presenti su una lista della spesa estratta casualmente. Simile al precedente, The Great Estate è una sorta di gioco dell’oca in cui si gira su una plancia e si vince acquisendo le 12 proprietà presenti su una scheda consegnata casualmente a ogni giocatore. Il terzo è High Stakes, clone di Monopoly in cui le proprietà sulla plancia sono i casinò di Las Vegas e chi ci capita sopra non paga l’affitto al possessore, ma deve scommettere la cifra richiesta a blackjack o alla roulette (con un errore marchiano: la ruota francese al posto di quella americana con il doppio zero: e pensare che siamo a Las Vegas).

Quarto titolo di questa miniserie è Power Broker, ancora una variante di Monopoly in cui però le proprietà altrui possono essere espropriate con un fortunoso tiro di dadi (7, per la precisione).

Abbiamo lasciato per ultimo il gioco più originale del quintetto: Spellbound, in cui i giocatori dovevano costruire parole di senso compiuto usando almeno tre delle lettere pescate casualmente e posizionate intorno al tabellone.

E di questo vediamo anche una pubblicità dell’epoca, con Lewis ovviamente:

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wired.it - 2 giorni 3 ore fa

Lo scacchiere geopolitico mondiale è in continua evoluzione, e con il cambiamento degli assetti politici si modificano anche i nomi degli Stati e le bandiere. Abbiamo raccolto, tra i tantissimi Stati costituiti negli ultimi secoli, 50 Paesi extra-europei che oggi non esistono più, ma di cui abbiamo conservata la bandiera.

In questo giro del mondo virtuale ci sono Paesi indipendenti che furono riconosciuti dalla comunità internazionale, mentre altri hanno avuto una esistenza solo di fatto, senza mai essere considerati legalmente come degli Stati a sé. Per questo motivo non tutte le bandiere hanno caratteristiche univoche, ma alcune esistono in più versioni leggermente diverse.

Una parte di queste bandiere è ancora oggi utilizzata, non per rappresentare uno Stato vero e proprio ma per simboleggiare movimenti secessionisti e indipendentisti, oppure come stemmi regionali quando c’è stata aggregazione di Paesi più piccoli.

Tutti gli Stati citati nella gallery hanno smesso di esistere meno di due secoli fa: alcuni hanno avuto una storia di appena qualche mese, mentre in certi caso vantano una tradizione plurisecolare. Ci sono bandiere che hanno anticipato quelle odierne, e alcune sono davvero singolari: ad esempio, vi siete mai imbattuti nella bandiera del Sultanato di Maguindanao?

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