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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 11 ore 42 min fa

assicurazioni

L’istituto di ricerche inglese Juniper calcola che la trasformazione tecnologica delle assicurazioni genererà guadagni per 235 miliardi di dollari nel mondo tra il 2016 e il 2020. L’Italia è ancora fuori dai valzer dei grandi investimenti. Anche perché, a differenza di altri mercati europei, è un Paese in cui si spende meno in assicurazioni. Dati dell’Associazione nazionale delle imprese assicuratrici (Ania) evidenziano che in Italia il rapporto tra premi assicurativi, esclusi quelli auto, e prodotto interno lordo è dello 0.9%, contro l’8% dell’Olanda, il 2% della Spagna e il 2,5% della Germania.

E ricerche di Deloitte, Bain e Pricewaterhouse Coopers evidenziano che il 40,5% dei consumatori ritiene che le assicurazioni non coprano i suoi bisogni e l’85,6% delle polizze è venduto ancora in modo tradizionale. E le imprese del settore stanno investendo ancora poco in tecnologia, in quel segmento definito insurtech.

Le startup del settore stanno crescendo anche in Italia. L’ultima a presentarsi al mercato è stata Yolo. Yolo punta ad agganciare i clienti attraverso la vendita di micro-polizze, anche della durata di un giorno. Le coperture riguardano attività di sport, mobilità urbana, lavori casalinghi, viaggi e prodotti di consumo. Ad esempio, uno sciatore potrebbe comprare una polizza per assicurarsi durante la gita della domenica. “Questo settore vale già oggi in Italia 40 milioni di euro all’anno”, spiega uno dei cofondatori, Simone Ranucci Brandimarte. E aggiunge: “Nella mobilità urbana dobbiamo pensare all’aumento dei servizi di noleggio di auto o bici. Nel caso del car sharing, le polizze non coprono tutti i servizi. C’è la rca auto ma non l’infortunio al conducente”.

Simone Ranucci Brandimarte di YoloSimone Ranucci Brandimarte di Yolo

La società venderà polizze con il suo marchio, ma gestite da altri. Di fatto, funzionerà come un supermercato con i prodotti a marchio privato: li vende con la sua etichetta, ma dietro le quinte ci sono società di assicurazioni più strutturate. La startup collabora con la statunitense Chubb, che offre le polizze, e con Mansutti, ma Brandimarte conta “di annunciare altri 4-5 accordi entro Natale”.

Il piano industriale di Yolo prevede per i primi tre anni un valore medio delle polizze intorno ai 10 euro. Superata questa fase, i fondatori contano di aumentare il taglio medio a 45 euro, puntando alla sottoscrizione di più offerte.

Investiremo 6 milioni di euro in dodici mesi per consolidare il mercato italiano. Consideriamo di arrivare a breakeven entro due anni e mezzo”, osserva Brandimarte. In prospettiva Yolo allargherà i suoi affari ad altri 3-4 Paesi europei. L’azienda conta di guadagnare sulle commissioni dei prodotti. “Si aggirano intorno al 25%-30%”, precisa il manager, anche sei i prezzi di Yolo saranno più bassi del 30% rispetto alle formule più tradizionali. Il cliente tipo, però, non è il Millennial a caccia del prezzo stracciato, quanto la generazione più anziana “che ha più denaro ma si comporta come loro”, precisa.

Il meccanismo della micro-polizza funziona se il cliente incappa nella copertura quando gli serve. Nel caso dei trasporti, ad esempio, prima di noleggiare il car sharing. In coincidenza della settimana bianca per lo sciatore. In negozio quando si acquista il nuovo smartphone da proteggere. Per questo nella strategia di Yolo i dati dei clienti e la loro interpretazione hanno un ruolo tattico. Occorre risalire a dove si trova l’utente, che spesa fa, quali sono i suoi hobby. “Oggi non acquistiamo dati dai social network ma in previsione lo faremo”, precisa . Il secondo elemento di rilievo è la rete distributiva. In questo caso i vertici hanno negoziazioni in corso con gli operatori della mobilità e le catene di distribuzione per sponsorizzare le assicurazioni quando si acquista un prodotto o un servizio.

Yolo non è la prima startup a proporre micropolizze su richiesta. A settembre Neosurance, che lavora nello stesso campo, ha annunciato un aumento di capitale da 700mila euro. Con questo round la startup, specializzata nell’applicazione dell’intelligenza artificiale alle assicurazioni, ha raggiunto una raccolta da 1,7 milioni di euro. Lo scorso febbraio si è alleata con il gruppo Axa. La società spedisce direttamente sullo smartphone del cliente un’offerta istantanea per coprire i bisogni individuati attraverso la raccolta di dati. “Atterri a New York e in pochi clic puoi acquistare una protezione per il numero di giorni e di persone che vuoi”, spiega l’amministratore delegato, Dario Melpignano.

A luglio Mind the bridge ha organizzato un incontro a San Francisco sul rapporto tra assicurazioni e auto. “Contrariamente a quanto siamo abituati a leggere, l’Italia proprio nel settore automotive e insuretch si mostra 5-6 anni in avanti rispetto agli altri paesi, con circa 6 milioni di connected car su cui sono installate le black box”, spiega l’ad di Mind the bridge, Marco Marinucci. Davanti agli investitori statunitensi ha presentato i suoi progetti Air, startup italiana che vende assicurazioni per la guida, integrando le informazioni che raccoglie dal comportamento al volante, dalla posizione del veicoli e da situazioni inaspettate.

Per Juniper il prossimo settore di sviluppo per l’insurtech è la casa intelligente. Le assicurazioni per proteggersi dai danni di elettrodomestici smart e violazioni alla sicurezza informatica già oggi valgono 60 milioni di dollari, ed entro il 2022 supereranno quota 86 milioni.

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wired.it - 11 ore 49 min fa

Si intitola, o meglio si intitolerà, Dimenticata militanza il documentario indipendente sull’attore e attivista politico milanese Gian Maria Volonté diretto e auto prodotto dal regista Patrizio Partino. Il lungometraggio ripercorrerà l’impegno politico di Volonté — della sua carriera di attore segnaliamo La ragazza con la valigia, L’armata Brancaleone, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto — grazie anche a contributi e interviste di persone a lui vicine.

Dimenticata Militanza — Un ritratto politico di Gian Maria Volonté è in raccolta fondi su Ulule dal 13 ottobre; fine dell’operazione è realizzare un ritratto esaustivo dell’uomo politico prima ancora che dell’attore, a oltre 20 anni dalla sua morte.

Pubblichiamo oggi il video di presentazione del documentario e della relativa campagna di raccolta fondi in cui è lo stesso regista Patrizio Partino a spiegare l’intera operazione.

Ti è piaciuto? Guarda anche Why Not Now, il documentario sulla vita della nuotatrice Vivian Stancil.

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brand-news.it - 12 ore 13 min fa

L’attività di comunicazione vedrà coinvolta Alkemy sui marchi Sport e Originals a partire dai presidi social, digital content, sito istituzionale e campagne ATL pianificate a livello internazionale per la collezione Autunno/Inverno 2017-2018 del marchio Colmar Sport

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wired.it - 12 ore 13 min fa

Los Angeles – Blindato dall’accordo Fox-Marvel che ha già dato vita a Legion e che dal 2019 al 2021 porterà sullo schermo sei nuovi progetti, The Gifted vede un gruppo di neo-mutanti calati in famiglie difficili, tra gli armadietti delle scuole e il bullismo, il lato suburbano di una madre incapace di comprendere e accettare la diversità, e quello di un padre che di mestiere fa l’avvocato, guarda caso, con la specializzazione in mutanti e azioni penali. Al centro della serie in prima visione su Fox dal 18 ottobre, il mercoledì alle 21:00, ci sono gli ordinari Reed e Caitlin Strucker (interpretati da Stephen Moyer e Amy Acker) e i loro figli (Natalie Alyn Lind e Percy Hynes White) dotati di superpoteri ma guai a renderlo pubblico. Qui siamo in pieno clima da caccia alle streghe, con il governo, le Sentinelle e le solite pratiche d’epurazione. Che sia una rete di alieni underground a salvare la famiglia dal gorgo, racconta a Wired lo showrunner Matt Nix (Burn Notice), non è una scelta casuale: “Mi interessa tallonare una sola cellula, la famiglia Strucker; seguirla, farla entrare nell’universo X, a confronto con il diverso, anche se in questa dimensione alternativa gli X-Men non ci sono” racconta.

La domanda di rito per Nix e il suo team dal primo giorno è stata: “Qual è il miglior modo di ambientare una serie nel mondo degli X-Men?”. Risposta: “Azzerare tutto e rinverdire la mitologia Marvel, dopo dieci film di successo e molti altri in pre-produzione”. La parola che non rientra nel vocabolario di Nix da quando fa televisione (’97) è television-friendly: “Non ho paura di mettere in scena momenti d’azione ma neppure drammi familiari. Ho 46 anni ma voglio parlare lo stesso linguaggio dei teenager là fuori. Così, io e il regista Bryan Singer (X-Men, X2), autore dell’episodio pilota eXposed, ci siamo ispirati a Vivere in fuga di Sidney Lumet. Senza River Phoenix. Con i mutanti, però”, sorride. Nel mondo (ri)costruito da Matt Nix “esiste una serie di segni che porta lo spettatore dritto alla misteriosa scomparsa degli X-Men” ma, un po’ come accadeva in Heroes di Tim Kring, il vero viaggio è la scoperta dei superpoteri nei giovanissimi. Dentro e fuori l’immaginario scoperchiato da Stan Lee e Jack Kirby nel ’63, spuntano mutanti mai inclusi nella saga cinematografica: John Proudstar o Thunderbird (creato da Len Wein e Dave Cockrum), Clarice Fong o Blink (ideata da Scott Lobdell e Joe Madureira), e Lorna Dane o Polaris (Arnold Drake e Jim Steranko). A seguire, personaggi extra-fumetto come Eclipse/Marcos Diaz (lo interpreta Sean Teale), il capo-banda del nucleo di semi-fuggitivi. Ha la capacità di assorbire e manipolare la luce.

Jonnie Davis, presidente degli affari creativi di 20th Century Fox tv, considera Nix uno degli scrittori più di talento in circolazione. “Lo studio sa quanto io sia sintonizzato con le generazioni X di oggi”, spiega Nix. “Siamo tutti d’accordo che la vera anima degli X-Men siano le relazioni tra chi ha superpoteri e il resto della società, formata perlopiù da persone comuni e da adulti ottusi. Convivenza, xenofobia, minoranza. I temi sono immortali. E questi mutanti rappresentano quasi un unico corpo, o anticorpo, una sola civiltà, tutte le sue sfumature nella scala dell’evoluzione”. L’idea di misurarsi con il mega-franchise Marvel “non mi spaventa, perché sono affezionato al concetto di serialità in tv, è qualcosa che dà respiro ai rapporti e approfondisce i toni. Parliamo di un pubblico molto sofisticato, me ne rendo conto. Se ci premieranno, so già qual è il momento finale di The Gifted. E non vedo l’ora di mostrarvelo”.

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brand-news.it - 12 ore 18 min fa

Si contendono il budget i raggruppamenti rappresentati da Sec, Pomilio Blumm, Studio Ega, Triumph. Risulta ancora aperta la gara media con Omd, Maxus, Starcom con Mediaxchenge, Ocm con Lattanzio

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wired.it - 12 ore 45 min fa

Niente più smartphone né tablet. Spotify finalmente si libera dei nostri dispositivi mobili con Mighty, un minuscolo lettore che riproduce solo i brani della celebre piattaforma musicale.

Piccolissimo, la sua scocca quadrata misura solo pochi centimetri e il peso è irrisorio. Privo di display, ha solo i classici tasti per la riproduzione e la regolazione del volume. Il funzionamento è semplice: l’app dedicata consente di trasferire fino a mille brani dal nostro account Premium al dispositivo. Basta poi connettere delle cuffie Bluetooth o con cavo da 3,5mm e siamo pronti a goderci fino a 5 ore di musica.

L’idea è di portare con sé solo il Mighty e lasciare così il telefono a casa quando facciamo attività sportiva, una comodità tutto sommato economica visto che il lettore, online, viene proposto a 86 dollari, circa 73 euro.

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wired.it - 12 ore 47 min fa
 pixabay.com)(Foto: pixabay.com)

Al netto delle derive che cavalcano insulti, stalking e cyberbullismo, il successo planetario dei social network offre diversi vantaggi in ottica sociale, guardando in particolare all’opportunità di instaurare un dialogo online non solo tra le persone ma anche tra queste ultime e le istituzioni.

Premesso che il ricorso a tali strumenti sia oggi obbligato quanto però non scontato (pensate agli impiegati comunali magari over 60 che faticano ancora solo a immaginare una comunicazione digitale), il rapporto ICity Rate 2007 realizzato da FPA, l’azienda che organizza l’annuale Forum PA, ci fornisce lo spaccato su come i municipi delle principali città italiane si destreggiano con i social.

L’anteprima della ricerca, che ha esaminato le performance di 106 comuni capoluogo e che sarà presentata per intero il 24 ottobre a Milano durante ICity Lab per individuare le città più smart d’Italia, dimostra in sostanza come, nonostante la crescita nel loro utilizzo, i social network non vengano ancora sfruttati a dovere dalla stragrande maggioranza delle amministrazioni locali del paese.

facebook milano

Ci sono i contenuti ma manca l’interazione e la capacità di creare una community, perché lo scambio è ancora unidirezionale: i comuni segnalano eventi ed iniziative, forniscono informazioni e pubblicano le sedute del consiglio comunale in video-streaming, ma latitano nel coinvolgere i residenti sui vari aspetti della vita cittadina.

Guardando i numeri aggiornati al mese di luglio, per 94 città che hanno attivato almeno uno strumento social ce ne sono ancora dodici prive di qualsiasi account (Asti, Sondrio, Verona, Savona, Terni, Latina, Avellino, Brindisi, Vibo Valentia, Trapani e Nuoro). Il podio delle più presenti per numero di social attivi e segnalazione del sito istituzionale è composto da Torino, Bologna e Ferrara, seguite da Cuneo, Milano, Pavia, Belluno, Modena, Pistoia, Napoli, Palermo e Roma. Quanto ai social network più diffusi, domina Facebook (canale scelto da 85 comuni), con Twitter e Youtube a quota 73 e 67 città, molto distanti da Instagram (21), Flick (15), Google+ (13) e Pinterest (5).

Le città con più fan sono Roma e Milano, naturale essendo le più abitate e visitate del paese, mentre Napoli, Genova e Torino sono le più attive su Youtube. Osservando invece il numero di utenti in relazione alla popolazione la graduatoria cambia e vede in testa Venezia, Rimini e Firenze. La prima, in particolare, spicca per aver creato un ampio gruppo di seguaci (39,3% della sua popolazione), molto più corposo di chi la segue (17,8% per Rimini, 17,6% per Firenze).

firenze instagram

Essere presenti non basta“, commenta Gianni Dominici, direttore generale di FPA “per dare informazioni in modo rapido alle città serve acquisire le competenze e il coraggio di aprire i propri enti alle funzionalità realmente social dei nuovi media, cioè ascoltare e rispondere, accorciare la distanza tra la macchina amministrativa e chi vive la città. Per riuscirci ci sono alcune regole da seguire, senza le quali l’apertura dei canali social non è che un omaggio formale al popolo dei selfie e non un cambio di passo della governance”.

In effetti guardando gli account municipali su Twitter si nota un rapporto tra pochi following e tanti followers (la media per le 73 città presenti è di 1 a 10, con Roma che ha 196 following e più di 416mila follower e Milano con 985 following e oltre 315mila followers) che denota uno sbilanciamento della strategia delle amministrazioni verso l’informazione, una delle priorità da inseguire che diventa però limitante se mancano l’interazione e la capacità di engagement con la propria cittadinanza virtuale.

Valutando il rapporto tra il numero di persone che hanno messo un like sulla pagina Facebook e il totale delle interazione nel corso di una settimana, gli account più interattivi sul principale social network sono quelli di Grosseto (54,7%) e Trieste (41,7%), mentre Siena, Benevento, Venezia, Andria e Udine guidano la classifica dei minimi.

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wired.it - 13 ore 27 min fa

Onde gravitazionali

Breakthrough. Una nuova era nell’astronomia. Scoperta epocale. In questi giorni, i fisici non stanno certo facendo economia di iperboli per salutare l’osservazione sperimentale del primo segnale di onde gravitazionali provenienti dalla collisione di due stelle di neutroni, operata in contemporanea dai potenti occhi degli interferometri Ligo, negli Stati Uniti,degli interferometri Ligo, negli Stati Uniti, Virgo, in Italia, e dei telescopi dell’osservatorio Eso in Cile. Il fomento sembra essere addirittura superiore a quello con cui, due anni fa, la comunità scientifica accolse la prima rivelazione assoluta di onde gravitazionali – cui poi ne seguirono altre tre –, proveniente però dalla fusione di buchi neri, che è appena valsa il premio Nobel per la fisica agli scienziati che hanno realizzato l’interferometro che ha permesso la scoperta. Il motivo è presto detto: mentre i buchi neri non emettono alcuna radiazione (non a caso sono detti neri), le onde gravitazionali provenienti da stelle di neutroni in collisione sono accompagnate dall’emissione di radiazione luminosa e di elementi pesanti (tra cui oro, platino e uranio). Una ricchissima miniera di dati e informazioni su cui gli scienziati non vedono l’ora di mettere le mani: “I segnali di onde gravitazionali sono come l’audio di un film”, ha spiegato, con un’efficacissima metafora, David Reitze, direttore esecutivo del laboratorio Ligo. “La luce emessa dalle stelle di neutroni, invece, è la parte video dello stesso film. Grazie a questa nuova osservazione, possiamo finalmente goderci un filmato dell’Universo compreso di audio e video”.

Cosa riusciremo a scoprire guardando e riguardando questo film, di cui, secondo le previsioni degli scienziati, ci arriveranno sempre più frequentemente altri spezzoni? Naturalmente, non lo sappiamo ancora a fondo. Ma possiamo già formulare alcune ipotesi. Tecnicamente, l’era dell’astronomia appena iniziata si chiama multi-messagero, in virtù del fatto che sfrutta, per l’appunto, diversi tipi di segnali combinati che arrivano dagli angoli più remoti dell’Universo (in questo caso, per esempio, onde gravitazionali, radiazione luminosa e spettro dei materiali pesanti). Lo studio di segnali di questo tipo ci aiuterà a comprendere, per esempio, la natura e le dinamiche che regolano il comportamento delle stelle di neutroni, entità estreme ancora poco conosciute. Si tratta, per la precisione, di oggetti cosmici dalle dimensioni ridottissime (hanno un diametro dell’ordine delle decine di chilometri) che si formano quando una stella, finito il carburante al suo interno, smette di brillare e collassa: l’enorme pressione che si viene a creare al suo interno innesca la fusione di protoni ed elettroni, che generano, per l’appunto, neutroni.

Grazie all’osservazione di questa collisione, abbiamo imparato che le stelle di neutroni producono i cosiddetti gamma ray bursts, ovvero lampi di luce velocissimi e molto luminosi, oltre un milione di bilioni di volte più del Sole. Tali lampi erano stati già osservati, ma stavolta il supporto di Ligo e Virgo ha permesso di associarli all’emissione di onde gravitazionali e quindi a collisioni cosmiche di stelle di neutroni.

E ancora, a cascata: la presenza di gamma ray bursts dà indizi sul fatto che la fusione di stelle di neutroni genera una kilonova, ossia un’esplosione cosmica mille volte più luminosa di una supernova. Anche in questo caso, non era certo che le kilonovae fossero associate alla collisione di stelle di neutroni: l’evento osservato da Ligo-Virgo-Eso sembra averlo confermato.

C’è dell’altro: le onde gravitazionali appena osservate, infatti, ci hanno permesso (e ci permetteranno) di comprendere come le collisioni di stelle di neutroni producano elementi più pesanti del ferro, come oro e platino. L’ipotesi al momento più accreditata coinvolge un fenomeno noto come processo r, in virtù del quale i neutroni rilasciati durante la fusione si combinano con gli atomi circostanti dando luogo, per l’appunto, alla formazione di metalli pesanti. L’osservazione dello spettro di GW170817 – questo il nome in codice dell’evento osservato, che sta per Gravitational Wave del 17 agosto 2017 – ha svelato che la collisione delle stelle di neutroni ha generato una nube di materiali pesanti, in particolare oro, in quantità pari a 10 masse terrestri. E suggerisce che sarebbero stati proprio questi eventi a popolare l’Universo (e la Terra) di tali materiali.

Last but not least, le osservazioni di onde gravitazionali ci permetteranno di misurare con sempre maggiore precisione il tasso di espansione dell’Universo: dal momento che gli astronomi conoscono con precisione la sorgente delle onde, è possibile misurarne la distanza dalla Terra e inserirla nelle equazioni che regolano l’espansione dell’Universo, estrapolandone il tasso di accelerazione, la costante di Hubble. Interessante notare come, al momento, la misura della costante di Hubble ricavata dall’osservazione delle onde gravitazionali sia coerente con quella ottenuta con altri metodi. Il contrario sarebbe stato non poco preoccupante.

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