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wired.it - 2 giorni 13 ore fa
(Foto: Houpline/Sipa/1904160833)

Nel pieno di un evento catastrofico, roba da libri di storia, non abbiamo trovato granché di meglio che improvvisarci piloti di canadair. Per carità, la colpa è nostra fino a un certo punto: a innescare la polemica (polemica?) sul rogo che ha devastato la cattedrale di Notre Dame, la seconda chiesa più visitata del pianeta dopo San Pietro, è stato niente meno che Donald Trump. Nelle fase iniziali dell’incendio parigino il presidente statunitense, spiegando che bisognava agire in fretta, aveva proposto di usare i “flying water tankers”, le autocisterne volanti meglio note come appunto come canadair. Di fatto Canadair era il nome di un’azienda canadese, da tempo inglobata da Bombardier, divenuto in Europa sinonimo di qualsiasi modello di aerei utile al servizio antincendio proprio come il CL-215, primo modello del genere entrato in servizio alla fine degli anni Sessanta.

So horrible to watch the massive fire at Notre Dame Cathedral in Paris. Perhaps flying water tankers could be used to put it out. Must act quickly!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) April 15, 2019

Tempo pochi secondi, sui social si sono susseguiti post, interventi, richieste, perfino legittime domande. E anche sui telegiornali ci sono state allusioni al fatto che non fossero stati prontamente fatti decollare i mezzi antincendio, perfino con coda polemica. Qualcuno proponeva di saccheggiare la Senna e scaraventare oltre 6 tonnellate d’acqua (tante potrebbe portarne un velivolo di quel genere) sopra la già claudicante cattedrale. Il tutto, ovviamente, sostenuto dall’incauto invito dell’inquilino della Casa Bianca. Ma sarebbe bastato usare il cervello per rendersi conto che l’effetto sarebbe stato né più né meno quello di un bombardamento: un centro cittadino non è una pineta da strappare alle fiamme. Molti esperti hanno infatti spiegato come il sovraccarico di peso su strutture di quel genere sarebbe insostenibile. Aerei ed elicotteri non sono infatti previsti da alcuna procedura per spegnere incendi negli edifici ma, appunto, esclusivamente in contesti naturalistici, su terreni o aree boschive.

Dunque mentre centinaia di colleghi, circa 500, erano impegnati in un’operazione da storia dei soccorsi d’emergenza, gli account Twitter della Protezione civile si vedevano impegnati a spegnere con l’acqua del buon senso e della fisica un’altra crisi: quella dell’imbecillità. Con un paio di interventi, in francese e in inglese, i soccorsi transalpini precisavano come “il lancio d’acqua da un aereo su questo tipo di edificio potrebbe portare al collasso dell’intera struttura. Siamo a fianco ai pompieri che stanno facendo il massimo per salvare Notre Dame”. A notte fonda, intorno alle 4, l’enorme rogo sembrava quasi totalmente domato. La facciata più nota, quella occidentale con la celebre galleria dei Re e i due celebri campanili, ha retto. Giù invece il tetto e la guglia di 45 metri.

#NotreDame @PompiersParis Hélicoptère ou avion, le poids de l’eau et l’intensité du largage à basse altitude pourraient en effet fragiliser la structure de Notre-Dame et entraîner des dommages collatéraux sur les immeubles aux alentours.

— Sécurité Civile Fr (@SecCivileFrance) April 15, 2019

Non solo l’uso dei mezzi aerei non è previsto e nel caso specifico avrebbe potuto danneggiare ulteriormente la cattedrale di Nostra Signora, ma gli effetti sugli edifici circostanti sarebbero stati tutti da verificare. Senza dimenticare che, in caso di errore (piuttosto certo, vista la scarsissima visibilità dovuta a una colonna di fumo imponente legata anche alla copertura lignea del tetto attaccato dal fuoco), almeno in Francia è il pilota a essere penalmente responsabile di eventuali conseguenze. D’altronde la massa di un metro cubo d’acqua è di circa 1.000 kg e, come detto, un mezzo di quel genere ne porta oltre 6 tonnellate, sganciate per giunta a una velocità di quasi 300 km/h da almeno 800 metri di altezza. Fuori discussione, per il discorso della visibilità, anche gli elicotteri che invece intervennero per esempio in Italia nel rogo del teatro la Fenice del 1996.

Insomma, per l’ennesima volta abbiamo perso l’occasione per tacere. Per guardare le cose dalla giusta distanza. Non ci è bastato dolerci di una tragedia culturale, non abbiamo resistito (come puntualmente capita) al richiamo di improvvisarci tuttologi, esperti di ogni cataclisma e di ogni sfumatura di ogni tema. Ci siamo messi alla cloche di un canadair virtuale e abbiamo come al solito cominciato a sganciare suggerimenti inutili a chi stava facendo un lavoro utile e, in emergenza, ha dovuto pure trovare il tempo per replicare.

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wired.it - 2 giorni 13 ore fa
(foto: Philippe Wang/Getty Images)

Alle 18.50 di lunedì 15 aprile è scoppiato un incendio nella cattedrale di Notre Dame, simbolo dell’arte gotica e tra i monumenti più visitati in Europa e nel mondo. Stando alle prime ipotesi, le fiamme si sono sviluppate nella parte centrale, tra il sottotetto e le impalcature. I vigili del fuoco sono riusciti a domarle solo all’alba, dopo diverse ore in cui i parigini e il mondo interno, che seguiva l’evento in diretta televisiva, hanno temuto di dover dire addio a uno dei monumenti simbolo della Francia. “Non siamo certi di poter salvare la cattedrale”, aveva ammesso, a un certo punto, il viceministro degli Interni Laurent Nuñez. Questa mattina, è stata lei stessa a dare la buona notizia: “Il fuoco è diminuito di intensità. Possiamo pensare che la struttura di Notre Dame sia salva”.

La torre nord è rimasta in piedi ma la maggior parte del tetto è stato distrutto. La guglia – che sarebbe dovuta tornare al suo antico splendore dopo i lavori di restauro – è crollata, e i critici temono per i rosoni. Come riporta il Guardian, quello a Nord sembra aver retto ma le vetrate, con le alte temperature, potrebbero scoppiare. Sono salve, invece, tutte le statue dei dodici apostoli che nei giorni scorsi erano state trasportate in un deposito per via dei lavori di restauro. Nell’incidente, per fortuna non ci sono state vittime. Un vigile del fuoco, però, ha riportato diverse ustioni ed è stato portato in ospedale.

Abbiamo evitato il peggio grazie al coraggio dei pompieri, abbiamo salvato la struttura, la facciata”, ha detto il presidente francese Emmanuel Macron. “La ricostruiremo, tutti insieme, è quello che i francesi si aspettano, che la nostra storia merita”.

A questo proposito, il miliardario francese Francois Pinault, fondatore del gruppo che controlla, tra gli altri, Gucci e Balenciaga, ha già donato 100 milioni di euro. Ma quanto ci vorrà? E di chi è stata la colpa di quello che è successo? Ecco ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo su questa tragedia che Liberation, con un calembour, ha definito “Notre Drame.

Come è scoppiato l’incendio

La procura di Parigi ha aperto un’indagine per distruzione involontaria, escludendo la pista dolosa. L’ipotesi al vaglio degli inquirenti è che l’incendio sia scoppiato per via dei lavori di restauro della guglia. I fedeli che nella serata di lunedì 15 aprile erano all’interno della cattedrale per la messa e per primi hanno visto le fiamme, hanno detto che a quell’ora gli operai erano già andati via. Come ha sottolineato la corrispondente in Francia di Repubblica Anais Ginori, bisognerà vedere come era stato progettato il cantiere e quali misure antincendio erano state adottate.

In 850 anni, Notre Dame non aveva mai preso fuoco. Il sottotetto però ha una spina dorsale tutta in legno che, all’epoca, era stata costruita con le querce di un bosco di 24 ettari. La foresta, così come è soprannominata, poteva quindi costituire un fattore di rischio.

Possiamo escludere un attentato terroristico?

Parigi fa i conti oramai da anni con gli attentati terroristici ma l’incendio di Notre Dame, almeno per ora, non è stato considerato tale. L’Isis ha festeggiato la distruzione del monumento ma non l’ha rivendicata, come ha fatto notare il sito d’intelligence americano Site che monitora i social network e gli altri canali usati dai jihadisti.

Non sembrano essere coinvolte nemmeno altre associazioni terroristiche. I loro esponenti si sono limitati a dire che Parigi meritava questo incendio, “un colpo al cuore dei crociati”.

È stato fatto tutto il possibile per salvare Notre Dame?

Stando alle prime testimonianze, i vigili del fuoco sono arrivati in tempo. Secondo la Cnn, sul posto ce n’erano circa 400, hanno pompato acqua dalla Senna e utilizzato droni per cercare di capire dove avevano avuto origini le fiamme.

Nelle prime ore, però, non sono riusciti a spegnere l’incendio perché le impalcature non permettevano loro di avvicinarsi e la presenza del legno aveva fatto sì che dopo 20 minuti le fiamme avessero già avvolto tutto il tetto.

A un certo punto una vulgata molto forte anche sui social network ha proposto di utilizzare anche i canadair, gli aerei che trasportano grandi quantità d’acqua e la gettano sopra le fiamme per spegnere gli incendi nelle aree boschive. Il suggerimento è arrivato, tra gli altri, anche dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Questa soluzione è però stata esclusa perché il peso dell’acqua avrebbe rischiato di danneggiare ulteriormente la struttura.

So horrible to watch the massive fire at Notre Dame Cathedral in Paris. Perhaps flying water tankers could be used to put it out. Must act quickly!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 15 aprile 2019

Notre Dame si può ricostruire?

Il presidente francese Emmanuel Macron ha assicurato i suoi concittadini che la cattedrale tornerà com’era prima dell’incendio. Lo stesso hanno fatto alcuni tra i più importanti critici d’arte.

L’unico problema potrebbero essere i fondi. Anais Ginori spiega che già prima dell’incendio la cattedrale doveva essere restaurata e messa in sicurezza. Il portavoce del monumento André Finot aveva mostrato più volte pezzi di balconate, pinnacoli e teste di gargoyle che si erano rotte con la caduta, per convincere lo stato ad intervenire, magari con l’aiuto di qualche mecenate. Allora, secondo Andrew Tallon, professore della Columbia tra i massimi esperti di Notre Dame, ci sarebbero voluti 150 milioni di euro. Secondo Michel Picaud, il presidente dell’associazione Friends of Notre Dame, i primi 3,8 erano stati stanziati a fine 2018 e con quelli erano iniziati i lavori di restauro della guglia

Oggi la cifra sarebbe molto più alta, anche se solo un sopralluogo nella cattedrale potrà stimare i danni. La French Heritage Society ha lanciato una raccolta fondi sulla sua pagina web e lo stesso hanno fatto altre persone sulla piattaforma di crowdfunding GoFundMe, dove sono già 50 le campagne attive. Il sindaco di Parigi ha chiesto anche l’aiuto degli investitori internazionali e nei prossimi giorni convocherà “una conferenza internazionale di donatori”.

Sui social, intanto, continuano ad arrivare messaggi di vicinanza accompagnati da un disegno che è già diventato un simbolo: Quasimodo, il gobbo di Notre Dame, che piangendo stringe a sé il monumento. L’opera è dell’artista ecuadoriana Cristina Correa Freile.

No comment, no hashtag…
Dessin : Cristina Correa Freile pic.twitter.com/436Nffam9u

— Johann KOULLEPIS (@JKoullep) 15 aprile 2019

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wired.it - 2 giorni 13 ore fa
iOs 13(Foto: Apple)

iOS 13 sarà presentato nel giro di meno due mesi in occasione del prossimo Wwdc 2019 di giugno e toglierà i veli dalla rinnovata versione del sistema operativo di Apple che si appresta a introdurre numerose novità dalla grafica fino alla gestione delle app più importanti.

Sembrano confermate tutte le indiscrezioni delle ultime settimane, con uno sguardo speciale a uno dei trend del 2019 qual è il dark mode, ossia la modalità scura. Già vista sui Mac e introdotta in modo sistematico su Android 9 Pie, senza dimenticare l’adozione da parte delle app più importanti come Facebook Messenger oppure Chrome, anche su iOS 13 dovrebbe garantire l’opzione di un contrasto più elevato su iPhone e iPad.

A proposito del tablet di casa, dovrebbe esserci il definitivo salto a una gestione multi-finestra più profonda e naturale con ogni finestra a sua volta in grado di poter gestire ogni processo con una autonomia e una flessibilità per muovere le schede e visualizzarle in grande libertà. Sarà anche possibile aprire la stessa applicazione in diverse finestre.

Una delle funzioni più utili come “annulla” o undo finora richiedeva di scuotere il dispositivo, ma si potrebbe cambiare la gesture almeno su iPad con tre dita che scorrono verso sinistra nell’area occupata dalla tastiera. Per la funzione opposta “ripeti” si dovrebbe scorrere, invece, verso destra.

Novità significative sono attese in diverse applicazioni di serie. Si parte da Mail che guarda a Gmail e al defunto iBox con la possibilità finalmente di categorizzare i messaggi in modo più semplice e flessibile, di sfruttare il “leggi dopo” per non dimenticarsi niente e spostare messaggi poco importanti in un’apposita cartella.

Le altre novità minori conterebbero su un’interfaccia modificata per la gestione del volume e anche per i promemoria, controlli di stampa in-app e un sistema per evitare di richiamare Siri inavvertitamente.

Non resta che attendere il prossimo 3 giugno, data di debutto del World Wide Developers Conference per scoprire tutte le novità. L’ultima versione disponibile del sistema operativo di Apple è iOs 12, qui tutte le novità più importanti.

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wired.it - 2 giorni 13 ore fa
https://www.youtube.com/watch?v=JZG3ryHGkJE

La cosa più importante in assoluto de Il campione non la si capisce subito, nelle prime scene, ma dopo un po’: è fatto bene. Se per ogni film è importante essere ben fatto, per uno che ha a che vedere con il calcio nel paese del calcio che non riesce a fare film sul calcio è proprio determinante, serve a non finire subito nella categoria dei tentativi velleitari. E velleitario non lo è per niente questo film su un campione giovane e squilibrato (le somiglianze si intravedono con gli atteggiamenti di un Balotelli o un Cassano), fortissimo e incontrollabile che la società sportiva decide di punire tenendolo un po’ fuori rosa e di provare a raddrizzare con un tutore, un professore che lo costringa a studiare e, si spera, a infondergli in questo modo il senso della disciplina.

Il campione ha la caratteristica chiave dei film migliori: sembra scritto da qualcuno che ha vissuto in quel mondo o che è passato per quelle situazioni. Invece no, quest’illusione è frutto dell’ottima scrittura di Giulia Steigerwalt (e sono tre: dopo Marito e moglie e Croce e delizia), della regia dell’esordiente Leonardo D’Agostini e della produzione di Groenlandia (cioè Matteo Rovere e Sydney Sibilia). La casa, i parenti, le reazioni dei tifosi, le interazioni con il procuratore e il mondo di appassionati che il protagonista incontra ogni giorno sono perfetti e servono bene la vera storia. Perché ne Il campione il calcio è uno sfondo a uso e consumo di un rapporto tra un ragazzo e un professore. I riferimenti sono molto chiari e molto americani, vanno da Scoprendo Forrester a Will Hunting fino a L’uomo senza volto, ma proprio aver centrato così bene il mondo in cui tutto è ambientato gli dona una credibilità che fa la differenza.

Produttivamente Il campione è una bomba, non c’è una scena che suoni inverosimile, fuori tono o realizzata con poco, tutto è granitico. Addirittura anche i più noti commentatori recitano bene, o almeno meglio di quando registrano i commenti per i videogiochi. Non ci sono giocatori veri (meglio così, altrimenti si sconfina ne L’allenatore nel pallone) ma non se ne sente la mancanza tanto è buono tutto il resto. Christian Ferro, attaccante della Roma, vive in una villa immerso nelle Lamborghini e nei megaschermi che rimandano immagini di videogiochi, si veste malissimo a costi altissimi, ha un taglio di capelli che grida vendetta, una fidanzata-immagine e un padre svogliato. Al contrario questo suo nuovo professore non sa niente di sport e addirittura nemmeno conosce il ragazzo prodigio del calcio italiano, non ha un soldo ma ha capito come prenderlo e come insegnargli la storia e la geografia ma ovviamente anche l’umanità e il controllo di sé. In lui Christian Ferro troverà un vero padre.

Come è chiaro oltre agli esempi hollywoodiani la trama è incredibilmente vicina a Scialla! di Francesco Bruni. Il campione non è scritto così bene ma è diretto con maggiore solidità e capacità di andare dritto al punto, il lato calcistico poi fa la differenza, fornendogli delle basi di una solidità impressionante. Andrea Carpenzano ha il corpo perfetto del calciatore moderno (anche se non è vero, spesso è imbottito, ma sembra perfetto) e le espressioni giuste. Stefano Accorsi dopo Veloce come il vento non sbaglia più un ruolo da mentore. In questo modo anche la perfetta prevedibilità della storia e il suo sentimentalismo basilare (motivo per il quale Scialla! è scritto meglio, perché non somiglia a niente ed è realmente personale) diventano tappe note da percorrere con piacere e non con noia. Sappiamo da subito più o meno come andranno le cose ma l’esecuzione è impeccabile e il finale è quello giusto. Leonardo D’Agostini ha la rara dote per un regista italiano di non metterci nemmeno un minuto in più rispetto al dovuto.

Alla fine è inevitabile che più di tutte si facciano notare le scene all’Olimpico (è tutto vero tranne il quadrato verde, aggiunto al digitale) o quelle in cui Carpenzano gioca (non sa giocare in realtà, molto è frutto di un buon montaggio e quando fa i palleggi a figura intera il corpo è di Stephan El Shaarawy e solo il volto è suo), ma più il film si avvicina alla fine più è chiaro che questa “americanata”, così complicata da realizzare a questi livelli in Italia, ha un’anima. Il campione racconta una storia molto piccola e molto semplice, non cerca mai di essere una parabola complicata e ha il merito gigantesco di raggiungere tutti i propri obiettivi, esattamente nel modo in cui se lo era preposto. Non è poco per niente, significa mantenere tutto quello che si promette e vista la difficoltà delle promesse di questo film è un trionfo.

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