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brand-news.it - 2 giorni 23 ore fa

Sky ha siglato un accordo pluriennale con la FIGC, con l’obiettivo di sostenere e sviluppare ulteriormente il calcio femminile in Italia e garantirne la visibilità attraverso la trasmissione di una partita a settimana del campionato di Serie A e una programmazione dedicata per approfondire un movimento in costante crescita negli ultimi anni. Sky arricchisce così...

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wired.it - 2 giorni 23 ore fa
Google PayGoogle Pay

Ieri Google Pay è sbarcato in Italia. E finalmente anche Android ha il suo sistema di pagamento digitale, in grado di tenere il passo con Apple Pay. La prima differenza tra i due sistemi di pagamento è proprio questa: uno funziona con Android (e in qualche occasione con iOs), l’altro solo con iOs. Da qui non si sfugge. Ma device a parte quali sono le analogie e le differenze tra i due? Ecco uno schema utile.

Dove funzionano?
Sia Apple Pay che Google Pay si possono usare per i pagamenti via mobile, via app e via web.

Pagamenti via mobile
Apple Pay. Permette di pagare con iPhone, iPad e Apple Watch negli esercizi che lo prevedono.
Google Pay. Funziona con tutti dispositivi dotati di sistema operativo Android (Android 5+) e con smartwatch Wear Os, dotati di tecnologia Nfc negli esercizi che lo prevedono. Negli Stati Uniti l’app GPay permette anche di inviare soldi via iPhone ad altri utenti Gpay e pagare online (ma non nei negozi).

Pagamenti in app
Apple Pay. Sì, in alcune app.
Google Pay. Sì, in alcune app.

Pagamenti via web
Apple Pay. Sì, ma solo attraverso il browser Safari, su Macbook Pro con touch Id e sugli altri Macbook, utilizzando un iPhone o un Apple Watch per confermare i pagamenti.
Google Pay. Sì, attraverso i browser Safari, Firefox e Chrome. Con quest’ultimo sono sufficienti pochi clic per completare un acquisto, visto che è già collegato a un account Google.

Cosa serve per usarli?
Entrambi utilizzano la tecnologia Nfc, la stessa delle carte contactless. In pratica con Apple Pay e Google Pay è come se il bancomat o la carta di credito si trovassero nel telefono. Una volta attivato il servizio, basta avvicinare lo smartphone al pos di un negozio proprio come fosse una “carta”. Naturalmente il negozio deve accettare Apple Pay o Google Pay come metodo di pagamento.

Quali carte sono compatibili?
Sia Apple Pay che Google Pay sono compatibili con le carte di debito, credito e prepagate di molte banche, ma non tutte. Apple, che è arrivata prima, per ora, fa la parte del leone.
Apple Pay. Compatibile con le carte di Allianz Prima, American Express, Banca Mediolanum, Boon, Buddybank, Bunq, Carrefour Banca, Carta Bcc, Cassa Centrale, Casse Rurali Trentine, Sparkasse, Credit Agricole (Cariparma, FriulAdria, Carispezia – carte di credito e di debito), Expendia Smart, FinecoBank, Hype, N26, Nexi, Tim Personal, Unicredit e Widiba. Manca Banca Intesa, che però sarà disponibile a breve.
Google Pay. Compatibile con le carte di Banca Mediolanum, Boon, Hype, Nexi, N26, Revolut, Widiba. A giorni arriveranno anche Poste Italiane e carta Bcc.

Accettano carte fedeltà?
Apple Pay. Basta aggiungere una carta fedeltà al wallet e utilizzarla quando paghiamo con Apple Pay. L’opzione “selezione automatica” attiva l’uso della carta in automatico nel negozio associato.
Google Pay. È sufficiente cliccare sulla tab carte fedeltà, scegliere il brand e inquadrare la carta fedeltà (e la app farà il resto).

Come garantiscono la sicurezza dei pagamenti in negozio?
Apple Pay. Per inviare le informazioni di pagamento, è necessario autenticarsi tramite Face Id (coi nuovi iPhone), Touch Id o codice pin. Né Apple né il dispositivo forniscono il numero della carta usata per il pagamento ai negozi.
Google Pay. Per usare Google Pay è necessario che sia attivo un sistema di blocco sul telefono (un pin, un’impronta digitale o attraverso il Face-id). Se l’importo supera i 25 euro è richiesto di sbloccare il telefono per procedere alla transazione. Anche Google cripta il numero di carta in modo che il negoziante non lo conosca.

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wired.it - 2 giorni 23 ore fa
pasta(immagine: Nasa/Goddard Space Flight Center Conceptual Image Lab)

Un pasto a dir poco pesante. La pasta nucleare, la materia di cui è fatto l’interno delle stelle di neutroni, non solo è super, super, e poi ancora super, densa, ma sembra anche essere il materiale più resistente dell’Universo conosciuto. Tanto che per romperla si dovrebbe applicare una forza 10 miliardi di volte più grande di quella che serve per spezzare l’acciaio. A sostenerlo è un team di esperti statunitensi e canadesi, i cui risultati di complesse simulazioni al computer stanno per essere pubblicati su Physical Review Letters (ma sono già disponibili sulla piattaforma arXiv.org).

Le stelle di neutroni
Le stelle di neutroni sono stelle relativamente piccole (il loro diametro non supera una ventina di chilometri in genere) e molto molto dense. Sono l’ultimo stadio della vita di stelle supermassicce il cui nucleo a un certo punto collassa su sé stesso e la materia al suo interno si compatta e si strizza all’inverosimile. Per avere solo un’idea di quanto denso possa essere il nucleo di una stella di neutroni possiamo pensare di compattare un milione di Terre all’interno dello spazio occupato da una singola città di medie dimensioni. E probabilmente saremmo ancora lontani dalle condizioni reali delle stelle di neutroni.

La pasta nucleare
Proprio i neutroni nel nucleo, sottoposti a forze di pressione così estreme, si deformano e si fondono dando origine a un materiale superdenso che agli astrofisici hanno scherzosamente chiamato pasta. Perché tale sembra, anche se la consistenza è sicuramente ben diversa: spaghetti, quando i neutroni formano strutture tubolari e allungate; lasagne, quando le particelle si distribuiscono in lamine sottili che si impilano l’una sull’altra; gnocchi, quando si presentano come delle palline.

Lo studio
L’obiettivo della ricerca era quello di saperne di più sulle proprietà della pasta nucleare. In particolare gli scienziati hanno voluto calcolare la sua elasticità, cioè quanta forza occorrerebbe per rompere il materiale. In base a complesse simulazioni di dinamica molecolare degli ioni all’interno delle stelle di neutroni, gli esperti hanno calcolato il modulo di taglio della pasta nucleare, che è risultato pari a 1030 erg per centimetro cubo (energia su volume). Insomma, per spezzare uno spaghetto occorrerebbe una forza 10 miliardi di volte superiore a quella necessaria per rompere l’acciaio.

Le onde gravitazionali
Non è tutto. Secondo gli autori dello studio la pasta nucleare potrebbe essere così densa, resistente e compatta da formare piccole montagne nel nucleo delle stelle di neutroni, che lambiscono gli strati superficiali della stella modificandone la conformazione. La crosta della stella, cioè lo strato più superficiale e meno denso che circonda il nucleo e racchiude la pasta, avrebbe dunque un aspetto irregolare con grinze e avvallamenti, che nella veloce rotazione del corpo celeste potrebbero in teoria creare delle increspature nello spazio-tempo. Quelle increspature che chiamiamo onde gravitazionali.

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wired.it - 2 giorni 23 ore fa

Il futuro della mobilità elettrica passa anche da Verona. Il Comune veneto ha appena annunciato il progetto Electrify Verona, un inedito pacchetto di misure per promuovere la mobilità sostenibile realizzato in collaborazione con la multi-utility Agsm e Volkswagen Group Italia.

 Massimo Nordio, AD di Volkswagen Group Italia, il Sindaco di Verona Federico Sboarina e Michele Croce, Presidente di AGSM.Da sinistra: Massimo Nordio, AD di Volkswagen Group Italia, il Sindaco di Verona Federico Sboarina e Michele Croce, Presidente di AGSM

Il piano prevede due diverse fasi di sviluppo: nella prima, appena inaugurata, i possessori di auto elettriche di qualsiasi marca avranno libero accesso alla Ztl del centro cittadino, all’interno della quale avranno a disposizione 36 parcheggi gratuiti. In più, coloro che acquistano un veicolo elettrico tra settembre 2018 e dicembre 2019, si vedranno installare gratuitamente a casa una Wall Box per la ricarica (a patto che siano clienti Agsm o la scelgano contestualmente come fornitore).

Durante la seconda fase, la partnership tra i tre player porterà allo sviluppo e installazione di una rete di postazioni intelligenti dotate di wifi, videosorveglianza e punti di ricarica veloce per i veicoli elettrici, da completarsi entro il 2021.

È una buona notizia: se infatti è vero che l’intero mondo dell’automotive è nel pieno di una rivoluzione tecnologica che punta decisa verso la propulsione elettrica, i sistemi di guida intelligenti, la connessione con le infrastrutture delle smart city, altrettanto vero è che i costruttori non possono fare tutto da soli. Insomma, fatte le macchine elettriche, bisogna fare le città che ne consentano l’utilizzo, oltre che gli italiani disposti a guidarle. Istituzioni, produttori di energia e costruttori di automobili devono quindi lavorare gomito a gomito per costruire insieme le infrastrutture e, al contempo, per educare gli italiani a comprendere la trasformazione in atto e a esserne parte.

In Italia c’è ancora molto da fare in entrambi i casi: se infatti in Europa il numero di veicoli elettrici circolanti corrisponde al 2,4% del totale, il nostro mercato si ferma a un misero 0,4%. E questo nonostante il settore abbia registrato nel 2017 un crescita per i veicoli elettrici del 25% e per quelli ibridi del 48% rispetto all’anno precedente. Senza contare il fatto che, a oggi nel nostro paese ci sono solo 2200 stazioni di ricarica: un’inezia, rispetto ai 22mila distributori di carburante presenti sul territorio (fonte: statista.com).

L’emobility rappresenta il futuro della mobilità. In Europa siamo tra i pochi a non averlo ancora capito”, dice a riguardo l’avvocato Michele Croce, presidente del gruppo Agsm, che si occupa di produzione e distribuzione di energia elettrica e calore, distribuzione di gas e servizi di telecomunicazioni. “Electrify Verona è un progetto di visione – continua Croce – che farà di Verona la città d’Italia con più infrastrutture in termini di mobilità green, rendendola pioniera di un futuro sostenibile a misura d’uomo per tutto il nostro Paese”.

Una volta regime, con 100 punti di ricarica veloce da 22 chilowatt installati, Verona arriverà ad averne uno ogni 5.140 abitanti, laddove la media italiana è di uno ogni 14.338. Da fruire anche all’applicazione mobile Verona SmartApp, con cui gli utenti potranno prenotare i rifornimenti evitando file e inutili attese.

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wired.it - 2 giorni 23 ore fa
 Getty)(foto: Getty)

Ho paura solo della sofferenza. Della morte per nulla: ho avuto una vita così bella“, dichiarava in un’intervista del 2013 Inge Feltrinelli, morta questa notte all’età di 87 anni. Grande, ultima signora dell’editoria italiana, era la vedova di Giangiacomo Feltrinelli (il suo vero nome era Inge Schoenthal, nata nel 1930 a Göttingen, Germania, da una famiglia di industriali ebrei e in cui ebbe una giovinezza piuttosto travagliata) e la madre di Carlo, attuale presidente del gruppo Feltrinelli. Prima del suo matrimonio e di prendere le redini della casa editrice, è stata una fotoreporter che ha immortalato Ernest Hemingway, Greta Garbo, John Kennedy e persino Fidel Castro in pigiama.

Dopo aver incontrato Giangiacomo nel 1958, sposato due anni dopo, Feltrinelli contribuì in modo fondamentale al rilancio dell’editoria italiana nel Dopoguerra, ponendosi come un riferimento per il mondo intellettuale anche internazionale: in quegli anni per i loro tipi videro la luce opere da altri rifiutati come Il dottor Zivago di Pasternak e Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Grazie alle sue amicizie personali e alla sua innata curiosità, Inge Feltrinelli fece conoscere in Italia autori come Gunter Grass (il suo Il tamburo di latta fu pubblicato nel 1962) e poi Nadine Gordimer, Doris Lessing, Gabriel García Márquez. Il suo afflato internazionale plasmò la casa editrice a maggior ragione dopo che il marito (già in clandestinità dal 1969 per le sue idee rivoluzionarie) fu ritrovato morto nel 1972,  probabilmente nel tentativo di manomettere un traliccio elettrico a Segrate.

Furono giorni difficili, ma non fui lasciata sola“, ha ricordato la donna nel 2015, che riuscì a risollevarsi circondandosi di “giovani editor uniti dalla passione dei libri“. Si considerava parte degli “ultimi utopisti“, ribadendo una convinzione che è riportata anche nel comunicato che la casa Feltrinelli ha diffuso in queste ore: “I libri sono tutto, i libri sono la vita“. Di grandissima tradizione culturale, non disdegnò mai di guardare al futuro, in qualche modo acconsentendo alle grandi rivoluzioni che hanno ridefinito il suo gruppo, da anni in mano al figlio Carlo: “Sono una vecchia ottimista, anche se non saprei immaginare la Feltrinelli e l’editoria tra dieci anni. Quanto a me, spero di esserci“.

Addio a #IngeFeltrinelli, regina dell’editoria, personalità appassionata e appassionante a cui Luca Scarzella e Simonetta Fiori hanno dedicato il documentario #INGEfilm, distribuito da Luce Cinecittà https://t.co/lSBMLCRhMj pic.twitter.com/gJmN2BLEvG

— Luce Cinecittà (@LuceCinecitta) September 20, 2018

E c’è stata fino alla fine, Inge Feltrinelli, sempre presente anche nelle feste in cui faceva immancabili seppur brevi comparsate, sempre coloratissima e pronta a conversazioni con tutti. Fu attiva e partecipe anche nelle ultime evoluzioni del suo gruppo, come l’inaugurazione della nuova sede della Fondazione Feltrinelli a Milano.

In qualche modo, soprattutto dopo la morte di Cesare de Michelis lo scorso agosto, con lei si chiude ulteriormente un lunghissimo capitolo dell’editoria italiana, in cui a prevalere sulle vendite, pur importanti, era una certa attenzione alla produzione culturale, all‘impegno civile, alla speranza che con i libri si potesse veramente ridefinire o almeno suggerire un certo tipo di società. “I grandi editori – il vecchio Bompiani, il vecchio Einaudi, il vecchio Gallimard – per i loro autori erano banchiere, badante, psicologo, mamma e papà. Anche io l’ho fatto, per questo ho creato tanti rapporti, tante amicizie“, ha dichiarato alludendo a una figura editoriale ormai tramontata, che “deve trascinare la carretta: senza sapere nulla, deve far sapere tutto”, sostituita oggi da manager e consulenti.

Oggi nel panorama dell’editoria italiana, a fronte di grandissime concentrazioni nei grandi gruppi e della vivacità di editori indipendenti medio-piccoli, sono comunque altre le dinamiche che guidano le decisioni di pubblicazione e promozione. Ma il fatto che una grande guida culturale, che non ha mai disdegnato neanche la bella vita e gli impegni mondani, sia oggi ricordata come il faro di classe intellettuale tramontata ma ancora fondamentale, restituisce la speranza che quello spirito pionieristico e civile non si sia esaurito del tutto: “Il libro è un oggetto bellissimo e sensuale, un oggetto che non può morire“, diceva Inge Feltrinelli, e in qualche modo non lo farà nemmeno il suo lascito.

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wired.it - 3 giorni 1 min fa

plastica

Principali vettori di trasmissione delle più pericolose malattie infettive, come la malaria, la Chikungunya, la Dengue e Zika le zanzare ora sembrerebbero essere anche veicoli di un’altra importante minaccia per la salute del nostro pianeta, la plastica. Questi insetti, infatti, quando crescono nell’acqua contaminata, sembrerebbero ingerire piccoli frammenti di plastica. A dimostrarlo su Biology Letters è uno studio dell’Università di Reading nel Regno Unito, secondo cui le larve di zanzara la ingeriscono e la accumulano nei loro corpi. Una volta diventate adulte e libere di volare, potrebbero diventare prede per altri animali terrestri, come pipistrelli e uccelli, diffondendo così la plastica in altre catene alimentari.

L’inquinamento da plastica, ricordiamo, è onnipresente nell’ambiente, in particolare negli oceani. Uccelli, pesci e altri animali che vivono negli ecosistemi acquatici, infatti, possono ingerire per caso piccoli pezzi di plastica. Queste microplastiche, con un diametro inferiore a cinque millimetri, rappresentano un’enorme minaccia per la salute degli ecosistemi marini e d’acqua dolce quando entrano nella rete alimentare. Ma il loro impatto, raccontano i ricercatori, può essere ulteriormente diffuso da animali con un ciclo vitale che implica sia la vita in acqua che sulla terraferma. Infatti, molti insetti, come le zanzare e le libellule, trascorrono i loro stadi giovanili nell’acqua, per poi passare il resto della loro vita sulla terraferma.

Per capirlo, il team di ricercatori, guidato da Amanda Callaghan, ha alimentato 150 larve di zanzare del genere Culex con una miscela di cibo e microsfere di plastica di diverse dimensioni. Successivamente hanno esaminato random 15 zanzare ancora nella fase larvale e altre 15 quando era già passate alla fase adulta. Dai risultati è emerso che tutti e 30 gli insetti esaminati contenevano microplastiche: in media, una larva conteneva oltre 3000 perle di microplastica di circa 2 micrometri. Man mano che gli animali maturavano, precisano i ricercatori, gradualmente smettevano di ingerire la plastica, anche se negli adulti sono state osservate in media ben 40 perle di plastica.

Lo studio, quindi, suggerisce un nuovo percorso per la dispersione della plastica e la sua contaminazione negli ambienti terrestri. Per esempio, le zanzare potrebbero fungere da vettore per il trasferimento di microplastiche acquatiche nelle viscere degli uccelli e dei pipistrelli che mangiano gli insetti. “Qualsiasi organismo che si nutre di fasi vitali terrestri di insetti d’acqua dolce potrebbe essere contaminato dalle microplastiche presenti negli ecosistemi acquatici”, conclude l’autrice.

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wired.it - 3 giorni 1 ora fa

Vicenza Calcio ball girls Renzo Rosso, creatore del marchio di abbigliamento Diesel, ha deciso di investire nel mondo del pallone comprando il Vicenza Calcio. Fin qui nulla di eccezionale, Rosso non è certamente il primo imprenditore che decide di acquistare una squadra di calcio.
Cosa ci saremmo potuti aspettare dal debutto della squadra di Rosso? Magliette con un enorme logo del brand di abbigliamento? Anche in questo caso non ci sarebbe stata nessuna sorpresa. Ma Renzo Rosso, invece, ha deciso di stupire, compiendo quella che sulla carta era un’ azione molto lodevole (ma che, invece, nella realtà non si è rivelata tale).
L’imprenditore, infatti, ha deciso di coinvolgere le varie associazioni sportive del territorio dando la possibilità ai giovani atleti di ricoprire il ruolo di raccattapalle durante le partite casalinghe del Vicenza. In occasione della prima giornata sono scese in campo nel ruolo di “ball girls” le ragazze della squadra Under 16 dell’Athena Volley.

L’unico problema è che, a quanto pare, le ragazze avevano dimenticato la tuta a casa. Le giovani si sono presentate ad inizio partita con mini shorts e un attillatissimo top verde, il tutto ovviamente realizzato da Diesel

La prima partita del #Vicenza verrà ricordata per le raccattapalle in campo: ragazzine #under16 di #pallavolo con canotta rigorosa mente #Diesel e il resto lo si vede dalla foto. Questo è il modo scelto da @Renzorosso per valorizzare le realtà sportive femminili del territorio. pic.twitter.com/jaMA1bq4Ll

— Sport alla Rovescia (@SportRovescia) 18 settembre 2018

È mai possibile che nessuno si sia reso conto che quello non era l’abbigliamento adatto per dei raccattapalle? E sia chiaro, il problema non sono i centimetri di pelle scoperti, ma il messaggio che viene veicolato. Perché i maschi che stanno a bordo campo sono vestiti con la divisa della squadra, mentre alle ragazze viene chiesto di indossare un abbigliamento diverso?
Eppure qualcosa di buono al mondiale di Russia si era visto: ball girls, completamente brandizzate con lo sponsor del mondiale, ma con degli abiti assolutamente consoni al loro ruolo.

ball girls Mondiali Russia 2018Ball girls ai Mondiali Russia 2018

Non voglio certo rimpiangere le tute in acetato che indossavo quando da ragazzina facevo la raccattapalle (che se per caso scivolavi sul parquet della palestra facevi talmente tante scintille da far invidia all’Uomo Torcia), ma siamo sicuri che l’unico modo per coinvolgere le ragazze nel mondo dello sport sia renderle delle belle statuine da mostrare?
Le divise hanno reso le ball girls degli oggetti sessuali: non sono più delle ragazzine che decidono di passare la loro domenica su un campo di calcio perché amano lo sport, ma diventano, inconsapevolmente, l’oggetto dei desideri di chi, dalla prossima partita, si recherà allo stadio solo per vedere loro.

Era necessario trasformare l’innocente gesto di una quindicenne che rincorre un pallone in una scena languida e sensuale? No, si poteva evitare e, anzi, Renzo Rosso avrebbe dovuto proprio evitarlo. Un marchio che da sempre veste giovani donne non dovrebbe sostenere un messaggio non solo di disuguaglianza di genere (maschi vestiti e femmine decisamente meno), ma anche di sessualizzazione del corpo di ragazzine minorenni.
Ridurre una donna al suo corpo e farne un oggetto sessuale è già una pratica da condannare quando si compie questa operazione su un soggetto adulto, ma quando al centro della situazione ci sono delle ragazzine, ancora inconsapevoli del proprio corpo, il gesto è ancor più riprovevole.

Se lo stadio è il luogo in cui i giovani dovrebbero apprendere i veri valori dello sport, che fine ha fatto il rispetto?

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brand-news.it - 3 giorni 1 ora fa

DigitalMDE, start-up innovativa dedicata al Digital Audio, e l'agenzia Geotag hanno presentato ieri a Milano Questionable.

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