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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
Non solo news dal mondo Vittoria ma storie di branding, marketing e comunicazione online e offline.

wired.it - 3 giorni 1 ora fa

46769591_10155902873985205_8715212775070105600_nCampagna Nazionale Anlaids 2018

In tutto il mondo, ieri è stata celebrata la giornata per la lotta all’Aids.

Nel mondo sono migliaia le organizzazioni, istituzionali e non, che da anni combattono quella che venne definita “la peste del secolo”. Solo che di Aids non si muore più. Lo stigma pestilenziale si è affievolito e questo fa sì che l’attenzione si abbassi: solo in Italia si contano 4.000 nuove infezioni da HIV ogni anno. La maggior parte delle quali continua a provenire da rapporti eterosessuali non protetti, perché chi ha contratto il virus non ne è a conoscenza e lo trasmette inconsapevolmente: “in Italia circa il 40% dei casi di hiv è diagnosticato in modo tardivo, mantenendo alta la circolazione del virus nella popolazione generale, e a questo va aggiunto un 30% stimato di persone – un dato altissimo – che inconsapevolmente continuano a favorire la trasmissione del virus” (fonte: Anlaids).

In tutto il mondo, ieri governi e istitituzioni hanno supportato le iniziative locali, hanno attivato i propri Ministeri, hanno affiancato ONG e volontari nella comunicazione per sensibilizzare soprattutto i più giovani sulla necessità di usare il preservativo e fare il test.

In tutto il mondo, ieri i governi hanno ricordato ai propri elettori che non si deve abbassare la guardia nella lotta all’Aids. È vero anche che 4.000 nuovi pazienti all’anno possono non rappresentare un costo sociale significativo, ma c’è un sommerso preoccupante, e soprattutto c’è una pericolosa disinformazione in particolare presso le popolazioni più giovani che devono essere continuamente sollecitate per arginare un fenomeno che può velocemente assumere dimensioni ancora più preocupanti.

In tutto il mondo, ieri ci sono state manifestazioni, spot, campagne, eventi, incontri e dibattiti su questo tema e i Ministri della Salute hanno potuto incontrare volontari, medici, pazienti in una giornata di sensibilizzazione e sostegno, finalizzata a debellare definitivamente la malattia.

In tutto il mondo, ieri le Associazioni si sono sentite un po’ meno sole e i pazienti anche.

Tranne in Italia.

In un articolo firmato da Simone Alliva su L’Espresso viente riportata la notizia che quest’anno – per la prima volta – “il Ministero della Salute non comunicherà messaggi istituzionali durante la giornata mondiale contro l’AIDS”. Ma non solo, il Governo ha ritirato l’emendamento alla legge di bilancio sulla distribuzione gratuita del preservativo agli under 26. E, come se non bastasse, ci si mette anche la Procura della Repubblica di Catania che nei giorni scorsi ha accusato l’ONG Aquarius di non aver smaltito gli indumenti dei migranti portatori di HIV (sic!).

Se questa è la scena del crimine, ciascuno di noi deve poter fare la propria parte per compensare le mancanze istituzionali. Io scrivo la pubblicità. E scrivere è l’unica che so fare. Ho firmato la campagna Anlaids che nei prossimi giorni sarà in 14 città italiane, davvero tante.

Tranne a Roma.

Semba che l’Amministrazione della nostra capitale abbia rifiutato di esporre la campagna, forse ha un linguaggio troppo deciso. Se vi piace, potete parlare di censura. Se vi piace, potete farla girare voi. Perché questa cosa riguarda tutti. Ci riguarda. #tiriguarda, appunto.

Grazie per aver letto fino a qui.

Fonte: Hiv, ritorno al passato: così l’Italia affonda tra ignoranza e discriminazione

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wired.it - 4 giorni 14 min fa

1485961625_startupIn questi giorni la Food and Drug Administration statunitense ha svelato la nascita della sua prima app (MyStudies) pensata per raccogliere e organizzare i dati sullo stato di salute dei pazienti americani. Un passo che segna la direzione del futuro, all’insegna delle mHealth app, ovvero le applicazioni mobile dedicate a salute, benessere fitness. Uno dei settori più vivaci, che secondo le statistiche raggiungeranno un giro d’affari di oltre 135 miliardi di dollari entro il 2024, secondo un report Energia Market.

Nel corso della terza edizione del Wired Next Fest 2018 di Firenze si è tenuto un incontro di startup specializzate in ambito sanitario nell’hub dedicato all’innovazione targato Reale Mutua.
SHAPEME
ShapeMe
ShapeMe nasce dall’idea di Matteo Bonicelli (laureato in economia e marketing con un master in business administration) e l’informatico Mirco Chiesa. Dal lato b2c si propongono come l’unico servizio in Italia che oggi offra la possibilità di prenotare massaggi professionali a domicilio con sole 4 ore di preavviso. Mentre dal lato b2b l’unicità è legata all’erogazione di servizi di corporate wellness su scala nazionale. Su questo fronte tra i clienti al momento contano Zucchetti, eBay, Chiesi Farmaceutici e Man Truck & Bus International (gruppo Volkswagen).

I nostri programmi di corporate wellness non comprendono solo massaggi su sedia ma anche checkup, training di gruppo (funzionale, yoga o pilates) e anche attività educational. Tra queste le novità sono percorsi formativi su sleep management: dobbiamo considerare che un terzo delle persone in età lavorativa soffre di problemi legati al sonno con conseguenze molto negative su salute, rapporti personali e lavorativi, ma anche sulle performance”, spiegano i fondatori. Per quanto riguarda il b2c, dopo aver concluso con successo una campagna di equity crowdfunding (raccolti 100 mila euro), dal 2019 amplieranno l’offerta con servizi di osteopatia e fisioterapia a domicilio.

La app Inner.MeLa app Inner.Me

Inner.Me
La bolognese Daniela Dubla ha inventato e fondato Inner.Me, la prima human-centered app che accompagna i suoi utenti in un viaggio per conoscere meglio se stessi e i propri talenti. Del team fanno parte anche Matteo Zocca, formatore aziendale, e Vanessa Rubini, esperta di crescita personale. Un’idea nata da una esperienza personale, dal percorso di crescita della fondatrice, con solide basi scientifiche:

È attiva una collaborazione con docenti del dipartimento di psicologia delle organizzazioni dell’università di Bologna, grazie alla quale abbiamo potuto disegnare il percorso dell’utente dentro l’app, ispirandoci ad alcuni studi provenienti dalla ricerca scientifica internazionale”, racconta Dubla. Lo spunto iniziale si è così trasformato in un progetto di business destinato alle aziende che vogliano migliorare il workplace engagement attraverso lo sviluppo del proprio capitale umano, e trova la sua prima applicazione in ambito risorse umane.

Studi dimostrano che investire nello sviluppo umano delle risorse porta benefici non solo nella vita delle singole persone, ma anche nell’economia delle aziende, sotto forma di un maggiore engagement e involvement dei propri lavoratori, fattori che contribuiscono a migliorare la produttività complessiva dell’impresa e la sua crescita”. La startup è nella fase di ingresso sul mercato b2b e ha all’attivo percorsi di accelerazione e partnership aziendali e universitarie. L’app è già disponibile e ad accesso tramite invito.

Domenico Cassitta di Radoff SrlDomenico Cassitta di Radoff Srl

Radoff
Ha una storia davvero particolare, Radoff: Nasce grazie ad un’altra startup innovativa, Cassitta Lab, fondata da Domenico Cassitta, che con un gruppo eterogeneo di lavoro (un ingegnere civile, un dottore di ricerca in geologia, un dottore di ricerca in ingegneria informatica, un ingegnere meccanico, un ingegnere ambientale e un ingegnere nucleare) ha iniziato a lavorare a questo progetto 6 anni fa, occupandosi della presenza di gas radon negli edifici esistenti, presenza estremamente rischiosa per la salute, e tuttavia milioni edifici sono da monitorare e bonificare in Italia.

Il team di Radoff ha quindi creato ed ingegnerizzato quattro device: Radoff (bonifica del gas radon), Radoff Search (monitoraggio), Rs25 (un loro sensore) e Radoff City (device specifico per le smart city). Tra i risultati recenti, poi, anche una camera a radon innovativa per i test dei device Radoff (Radoff Star), due brevetti, varie patnership fondamentali con università ed enti di ricerca. “Ora con Radoff e l’ingresso di un investitore stiamo industrializzando tutti i nostri prodotti e a dicembre 2018 entreremo con tutti i nostri device sul mercato. Inoltre abbiamo importanti accordi strategici internazionali”, precisa Cassitta.

Siena Imaging
Ha origine in ambito universitario il lavoro di Marco Battaglini (laureato in fisica con indirizzo teorico, con phd in neuroscienze), del professor Nicola De Stefano (neurologo e opinion leader a livello internazionale nell’interpretazione del danno strutturale cerebrale nei pazienti di sclerosi multipla) e Giacomo Demurtas, perito elettronico, che nel giugno 2017 avviano Siena Imaging. La quale “si propone di fornire indici di danno strutturale ai neurologi, aiutandoli nel migliorare la diagnosi/monitoraggio del paziente e si propone come partner delle case farmaceutiche nel testare i farmaci con l’utilizzo della Mri” spiega Battaglini.

E prosegue: “L’idea è nata dalla constatazione che i nostri software venivano utilizzati con soddisfacimento dalla comunità internazionale e dal fatto che, per questo motivo, il laboratorio universitario presso il quale lavoravamo operava già per conto terzi come laboratorio centralizzato di analisi di immagine”. Una storia di successo che oggi vanta tre accordi in essere con due case farmaceutiche e una casa di produzione audiovisiva statunitense, e altri due in arrivo.

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wired.it - 4 giorni 14 min fa
gli hacker e la politicacrediti immagine: Blogtrepreneur (CC)

In Italia la maggior parte di aziende, enti governativi e uffici regionali sarebbe vulnerabile alle frodi via email. È il risultato di un’indagine condotta agli inizi di novembre dagli esperti di cybersicurezza di Proofpoint che, ha valutato il livello di protezione delle realtà governative ed aziendali dalle frodi via mail.

È emerso così che la maggior parte delle aziende quotate al Ftse-Mib (principale indice di benchmark dei mercati azionari italiani, che coglie circa l’80% della capitalizzazione di mercato interna ed è composto da società di primaria importanza) e gli enti governativi non utilizzerebbero un sistema di Dmarc.

Il Domain reporting authentication reporting and conformance (Dmarc) è una tecnologia di autenticazione email che permette di rendere affidabile l’indirizzo del mittente annullando così la possibilità di phishing. L’identità del mittente è verificata secondo gli standard Dkim (Domain keys identified mail) e Spf (Sender policy framework). In questo modo vengono protetti i dipendenti, i clienti e i collaboratori dal ricevere email inviate da cybercriminali che si fingono aziende, come è successo di recente con il phishing di comunicazioni che si spacciavano per messaggi da Spotify.

Proofpoint ha effettuato un’analisi attenta sui domini dei ministeri e delle regioni italiane, scoprendo che nessuno dei 13 ministeri né delle 20 regioni adotta il sistema Dmarc.

In questo modo, avendo il 100% dei domini non protetti, i cybercriminali potrebbero appropriarsi di tali domini e frodare i cittadini tramite email di phishing che passerebbero per innocue comunicazioni elettroniche. Così facendo dati sensibili appartenenti ai cittadini potrebbero essere trafugati con una semplice email spacciata per il messaggio di un ministero o di una regione.

estratto dalla ricerca di ProofpointGrafico rappresentante la percentuale di aziende itlaiane protette da DMARC estratto dalla ricerca di Proofpoint

Per quanto riguarda l’analisi condotta sulle aziende, sono state prese a campione 40 società italiane quotate in Borsa. Il 72% dei domini di queste aziende risulta non protetto da Dmarc mentre delle 11 aziende dotate di questo “passaporto per dominisolamente 3 sono effettivamente in grado di bloccare efficacemente le email fraudolente.

Luca Maiocchi, responsabile vendite per l’area Italia di Proofpoint, afferma che “il ridotto livello di sicurezza di aziende ed enti governativi riscontrato dalla nostra analisi, evidenzia la necessità di sviluppare e incrementare le attività di formazione e informazione sul territorio. Infatti, nonostante i gravi attacchi subiti da parte di codici molto pericolosi, resi noti e diffusi dai giornali, le realtà italiane non sembrano esserne allarmate e non hanno consapevolezza dei potenziali danni che potrebbero subire”.

estratto dalla ricerca di ProofpointGrafico della situazione europea di adozione del sistema DMARC estratto dalla ricerca di Proofpoint

Proofpoint ha inoltre confrontato, a livello europeo, le aziende protette da Dmarc. In Svezia e Regno Unito c’è una maggiore attenzione.

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wired.it - 4 giorni 14 min fa
 Instagram)Music in Stories (Foto: Instagram)

Ciò che Snapchat ha creato, Instagram ha portato al successo. Di cosa stiamo parlando? Delle stories, i brevi video che rimangono online per solo 24 ore e che hanno stravolto l’utilizzo di certi social network come Instagram, ora re indiscusso del genere. Come ha fatto il social acquisito da Zuckerberg nel 2012 a diventare il sovrano dei racconti online?

Sicuramente è una questione di numeri, tanto per cominciare. Instagram nel 2018 ha raggiunto i 400 milioni di utenti attivi giornalieri sulle stories, segnando una crescita incredibile rispetto alla loro introduzione sul social network a ottobre 2016.

Crescita che ora viene sancita con la possibilità appena annunciata di condividere le Storie solo con un gruppo limitato di amici per rendere questi contenuti ancora più unici e personali come già avviene per molti che condividono stories su WhatsApp dove, in linea teorica, si possono solo trovare i veri amici e parenti.

Instagram stories live users(fonte: Statista.com)

Un risultato che ha fatto gola a tanti altri social network, impegnati a cercare di sfruttare la possibilità di raccontare storie, come fa da tempo Facebook e ora fa LinkedIn. Questi ultimi tentano di percorrere la strada delle storie nella speranza di aumentare il tempo che gli utenti trascorrono tra le loro pagine, ma senza grande successo.

È facile accorgersi degli scarsi risultati: vi è mai capitato di realizzare stories su Facebook? I numeri delle visualizzazioni che si raggiungono sono davvero esigui. Il motivo? È presto detto: ogni social network si è ritagliato il suo ruolo nella società – per le aziende che li usano con finalità commerciali e per gli utenti – e le storie, almeno in Europa, sono ormai appannaggio di Instagram, che è riuscito a bruciare sul tempo Snapchat. Quest’ultimo invece ha avuto un grande successo in America, dove si è diffuso prima che da noi. Non a caso nel 2017 era il social più diffuso tra i più giovani.

Stories(fonte: Statista.com)

Gli utenti ora utilizzano Instagram più per fare stories che per pubblicare immagini, e Facebook trema (si fa per dire), perché la sua funzionalità di raccontare – in una modalità ben più datata – sta cedendo il passo al moderno social concorrente. Filtri con realtà aumentata e gif attirano un pubblico sempre più numeroso. Sarà forse questo uno dei motivi che sta portando i più giovani a non utilizzare più la creatura di Mark Zuckerberg?

Recentemente, per cercare di migliorare la user experience di chi utilizza le stories su Facebook, sono stata introdotte anche le reazioni che già si potevano utilizzare da tempo su Instagram. Infatti una delle fonti principali delle Facebook Stories deriva dalla condivisione di quelle realizzate su Instagram, il problema è che però non si può interagire allo stesso modo. Al di là della recente introduzione delle reactions, non è possibile ancora rispondere ai sondaggi o ad altro presenti sulla creatura di Kevin Systrom e Mike Krieger, il che rende la maggior parte delle stories condivise praticamente inutili.

Sicuramente a Menlo Park l’attenzione alle stories è ormai maniacale. Ricordate l’introduzione della musica nei contenuti? Un’altra scelta non casuale. Perché questa funzionalità è nata dopo che tra i giovanissimi (tra i 7 e i 12 anni) ha cominciato a impazzare Musically, ora diventata Tik Tok. Di che si tratta? Di un’applicazione di grande successo che permette ai ragazzi di fare piccoli video in cui cantano in playback e coreografano canzoni famose.
Se non vi dice nulla il nome, significa che non avete probabilmente a che fare con i giovanissimi che utilizzano questa applicazione in modo massiccio. Il numero di download che questa applicazione ha ricevuto nel primo trimestre del 2018 è solo una delle dimostrazioni della sua diffusione così capillare nel mondo.

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La speranza degli altri social, ora, è di specializzarsi in stories tematiche. Così come Tik Tok è l’applicazione delle stories musicali, LinkedIn potrebbe diventare il punto di riferimento delle stories lavorative o di approfondimento, magari rubando qualche utente a YouTube, che raccoglie video di migliaia di professionisti. Più rapido e semplice da usare, LinkedIn stories potrebbe presto diventare la rampa di rilancio del social. Ma YouTube come passerà al contrattacco? La risposta non si è di certo fatta attendere. Perché proprio in questi giorni ha comunicato l’arrivo anche per la piattaforma video più famosa al mondo di stories dedicate ai creators con un canale con almeno 10.000 iscritti.

Le informazioni a disposizione al momento non sono molte. In realtà infatti la possibilità di creare stories su YouTube è stata lanciata quasi un anno fa ma con scarso successo con il nome “Reels“. Simili alle stories di Instagram, sono brevi filmati da 30 secondi girati col cellulare e arricchiti con musiche, testi, filtri e adesivi. La durata di queste stories è di 7 giorni e vengono mostrate sia agli iscritti che ai non iscritti, i creator potranno poi rispondere ai fan e ai commenti per interagire con loro al meglio. La sfida delle stories continua…

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wired.it - 4 giorni 1 ora fa
 Getty Images)Il virus dell’immunodeficienza umana (hiv),si sviluppò in Africa, ma se ne cominciò a parlare nel mondo occidentale solo nei primi anni ’80. Stime del 2012 parlano di 1,6 milioni di persone morte a causa del virus (Foto: Getty Images)

Come ogni anno dal 1988, il primo dicembre si celebra la Giornata mondiale contro hiv/aids. L’epidemia ha segnato in particolare il XX secolo, ma nonostante tutti i progressi fatti manca ancora una cura e l’equità nell’accesso alle terapie. Le epidemie, come le guerre, sono incubatori di leggende metropolitane, e quella di hiv/Aids è uno degli esempi che conosciamo meglio in questo senso. Sia perché è emersa pochi decenni fa, sia per la sua associazione in occidente con minoranze già ostracizzate (omosessuali, tossicodipendenti, comunità nera in Usa) e in quanto tali già bersaglio di certe storie. Così, accanto alle classiche bufale sulle cause e i rimedi spacciati dai ciarlatani, si sono diffuse narrazioni che cercavano di dare un senso a un contagio in gran parte misterioso.

Aids Mary
La storia ha molte varianti, ma ha per protagonista una giovane ragazza che, nel pieno dell’epidemia, diffonde deliberatamente il contagio facendo sesso con più uomini possibile. Perché? Di solito per vendicarsi dell’amante che l’aveva infettata. La versione più pulp e conosciuta della leggenda racconta dell’ignaro amante che si sveglia solo al mattino e trova una scritta sullo specchio fatta col rossetto: “benvenuto nel mondo dell’Aids”. La diffusione di questa leggenda esplode negli Stati Uniti nel 1986. Il giornalista Dan Sheridan, del Chicago Sun Times, la battezzerà Aids Mary per l’assonanza con Typhoid Mary. Questo è il nomignolo con cui diventò nota Mary Mallon, una cuoca americana di origine irlandese che infettò una cinquantina di persone a New York nei primi anni del ‘900. Portatrice sana di febbre tifoide, scoppiavano epidemie ovunque lavorasse, ma si rifiutava di cooperare con i medici e osservare la quarantena, che alla fine le fu imposta. Meno comune, ma comunque diffusa, era la versione maschile, Aids Harry.

In Storie di ordinaria falsità (Bur, 2004) Paolo Toselli del Ceravolc dettaglia come anche i giornali italiani si occupassero acriticamente di questo tipo di storie. Nel 1991, per esempio, diedero ampia pubblicità alla confessione di un’ipotetica Aids Mary sulla rivista americana Ebony, poi rivelatasi una bufala. Nel 1997 invece La Stampa e altri quotidiani a ruota braccarono una presunta untrice, la Mantide di Modena, arrivando a pubblicare un’intervista che secondo la persona citata non aveva mai avuto luogo. Toselli si sofferma sul linguaggio usato dai media per descrivere i presunti untori (spesso stranieri, licenziosi, e appartenenti a gruppi che si creerebbero da soli le proprie disgrazie), e sottolinea la confusione su sieropositività, malattia e modalità del contagio. Al sieropositivo basterebbe sempre un solo contatto per trasmettere certamente il virus, e a propria volta si diventerebbe subito untori condannati a morte. Non è così lineare il contagio, e la sieropositività è una condizione diversa dalla malattia a cui porta se non trattata.

Il paziente zero
Negli stessi anni in cui esplodevano le leggende su Aids Mary, nella cronaca si parlava di una persona, con nome e cognome, che era definito come la “Typhoid Mary del Quebec”. Si trattava dell’assistente di volo canadese Gaëtan Dugas. Secondo il libro And the Band Played On (1987) del giornalista Randy Shilts, Dugas aveva portato hiv in Nord America dai Caraibi. Lo battezzò paziente zero, presentandolo come uno psicopatico che deliberatamente sfogava le sue pulsioni senza preoccuparsi dei partner che contagiava. Ma Dugas non era il paziente 0, e nemmeno il mostro che pensava Shilts. Come già raccontato  su Wired, nel 2016 uno studio genomico lo ha scagionato completamente, ma questo suo ruolo nell’epidemia in Nord america era già stato escluso su basi storiche. Randy Shilts, un’altra vittima di Aids, si era convinto di aver trovato il cattivo della sua storia sulla base di errori di interpretazione e coincidenze, e gettò il nome di Dugas (che era già morto) nel fango.

Attenti alle siringhe!
Tra il primo e il secondo millennio, più spaventose delle caramelle avvelenate a Halloween, sono circolate voci (in qualche caso diventate psicosi), su aghi infettati da hiv appositamente posizionati in luoghi pubblici, per esempio dentro distributori automatici. Alcune circolano ancora, come la variante in cui le siringhe sono incastrate nelle pompe di benzina dei distributori self service. Gli allarmi viaggiarono anche via mail tramite le catene di Sant’Antonio, e sono stati segnalati in diversi paesi, Italia compresa. Anche qui, la leggenda non potrebbe esistere senza una diffusa disinformazione sul virus. Se anche ci atterrisce il contatto con una siringa usata abbandonata, si può almeno essere sicuri che hiv non può essere sopravvissuto, e quindi non può trasmettersi (il rischio esiste invece con lo scambio immediato di siringhe). Come spesso accade, in questi casi, si formò un circolo vizioso. Gli appelli, ricorda Toselli, citavano a supporto della loro veridicità istituzioni rispettate (per esempio l’istituto Pasteur in Francia, o il Cdc in Usa). Queste erano costrette a smentire la leggenda, e inevitabilmente aumentava l’attenzione sul caso.

Il tronchetto della felicità… e della morte
Non è così strano che istintivamente associamo una siringa a una malattia contagiosa, ma che dire di una pianta ornamentale? Lo storico Cesare Bermani in Il bambino è servito (Dedalo, 1991) racconta una strana storia. Partendo, forse, dalla Germania, viaggia per l’Europa una leggenda su Dracaena fragrans, altrimenti detta tronchetto della felicità. La pianta, venduta in milioni di esemplari a ignari cittadini, ospiterebbe facilmente un ragno pericolosissimo (per esempio vedova nera) o le sue uova. L’intruso rivelerebbe la sua presenza con uno strano rumore di masticazione ogni volta che si annaffia la pianta. La leggenda vuole che il pericoloso ragno sia scoperto appena in tempo, prima che possa portare a morte certa i suoi ospiti. In Italia questa voce non solo causò una vera psicosi, di cui si occuparono anche i giornali, ma a un certo punto ebbe una curiosa mutazione. Invece di un grosso ragno con abbastanza veleno da uccidere un uomo, si diceva che la pianta (più logicamente) era abitata da ragnetti (in realtà acari) e altri parassiti (afidi e misteriosi vermi) ma questi avevano la capacità di “trasmettere l’Aids”.

Scrive Bermani: “[…] della vicenda del ragno sul tronchetto della felicità hanno parlato non solo i giornali ma anche radio e televisione, cioè tutti i veri grandi propagatori delle leggende urbane”. Infatti la leggenda diventò così conosciuta in Italia che nel 1987 un importatore di D. fragrans lamentava il rischio di chiudere bottega…

Operazione Infektion
Poche settimane fa il New York Times ha pubblicato una serie di video intitolata Operation InfeKtion: Russian Disinformation: From Cold War to Kanye. L’intento degli autori è dimostrare la lunga storia di propaganda, prima dell’Urss, poi della Russia, ai danni degli Stati Uniti. I video sono classificati come opinion, e in effetti non tutti gli addetti ai lavori pensano sia saggio usare la Russia e le fake news come capro espiatorio per Trump. Ma il primo episodio della serie parla di fatti storicamente accertati della storia di hiv/Aids. Negli anni ’80 Kbg e Stasi crearono e alimentarono una famosa teoria del complotto già discussa su Wired: quella del virus creato dalla Cia. Prima, nel 1983, impiantarono la storia, meticolosamente costruita, in un quotidiano indiano in lingua inglese, The Patriot. Poi, nel 1987, aiutarono una coppia di scienziati tedeschi, convinta della realtà di quelle voci, a provarle di fronte al mondo. Il video del Nyt si sofferma sull’impatto di quelle voci per la diplomazia Usa, ma è stato probabilmente il Sud Africa a soffrire di più. Attraverso la letteratura complottista, la bufala è arrivò nello stato africano, dove alcuni politici l’hanno usata per negare l’efficacia della terapia antiretrovirale.

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wired.it - 4 giorni 1 ora fa
Wonder Woman
La Paperodissea, di Guido Martina e Pier Lorenzo De Vita
Kill the Minotaur, di Pasetto, Cantamessa, Ketner, Bealieu
Saint Seiya (I cavalieri dello zodiaco), di Masami Kurumada
Promethea, di Alan Moore, J.H. Williams III, Mick Gray

Alcune storie sono immortali. Rappresentano gli archetipi del dramma o della commedia, dell’eroismo e della morale, cui da sempre innumerevoli sceneggiatori hanno attinto per avvincere i cuori dei lettori. Seguendo il vecchio motto: ciò che funziona, non si cambia. Al massimo si può variare sul tema. E così non sorprende che i miti greci, le storie dei grandi eroi dell’epica omerica o della tragedia ellenica, non siano mai passati di moda. E in qualche forma (magari declinati in salsa fantasy, o sci-fi), tornino spesso a ripresentarsi anche nel mondo dei comics.

L’esempio più recente è l’omnibus di Oudeis, il volume che raccoglie l’intera saga di Nessuno (ovvero, Odisseo) come reimmaginata da Carmine Di Giandomenico (Saldapress, 200 pp, 29,9 euro). Come l’eroe del poema omerico, anche il protagonista di Oudeis si è perso, e deve affrontare un viaggio onirico in un mondo fantascientifico alla ricerca di sé stesso e della propria patria lontana, o forse vicina: Itaca. Un viaggio insediato da esseri mostruosi, enigmatici clown e streghe tentatrici. Dopo essere stato presentato in anteprima a Lucca, il volume è appena sbarcato in fumetterie e librerie, e reca con sé un curioso aneddoto. Dopo aver scritto i primi due capitoli, infatti, Di Giandomenico ha completato il finale letteralmente a tempo di record, chiudendo la saga in 48 ore di disegno filato che gli sono valse un posto nel Guinness dei primati.

Ma sono tanti i fumetti (come i film, i romanzi e i videogiochi) che si sono ispirati alla mitologia greca. Ecco i più famosi.

5. Wonder Woman

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È talmente facile pensare a Wonder Woman come all’eroina americana per eccellenza, controparte femminile di Superman, con un costume che veste (quasi) gli stessi colori della bandiera Usa, da arrivare quasi a dimenticare l’ovvio: che tutti i personaggi che ruotano attorno a Diana Prince – dalle altere Amazzoni al distante Zeus, dal malvagio Ares al macho Ercole – escono proprio dal Pantheon greco. L’autore che più di ogni altro nella storia di Wonder Woman è riuscito a valorizzare ed enfatizzare le origini mitologiche del personaggio è stato sicuramente George Pérez, che, nel suo ciclo come sceneggiatore e disegnatore regolare della testata sul finire degli anni ’80, seppe approfittare della tabula rasa di Crisi sulle Terre Infinite per riavvicinare e legare Diana Prince all’epos greco. In Italia le avventure di Wonder Woman sono edite da Rw Lion.

4. La Paperodissea, di Guido Martina e Pier Lorenzo De Vita

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Avrà un tono più leggero, ma coglie appieno lo spirito omerico la Paperodissea, una delle grandi parodie di casa Walt Disney. Fu pubblicata più di 50 anni fa, nel gennaio 1961, su Topolino 268-269. La peculiarità? La trama ricalca i punti essenziali dell’Odissea, ma è ambientata… nel far west. Una contaminazione di generi che, in qualche modo, funziona benissimo, a patto di chiudere un occhio sulle ingenuità dell’epoca, ben lontane dagli standard attuali del politically correct. Abbiamo così un Paperino cowboy impegnato in una guerra contro gli indiani, rei di aver rubato un bue al ricchissimo rancher Paperon de Paperoni. Solo dopo 10 anni il nostro eroe riuscirà a tornare alla fattoria dove lo attendono Nonna Papera e Qui, Quo e Qua, scacciando l’insopportabile Gastone che nel frattempo si era autoproclamato padrone del territorio. Ristampata in volume insieme ad altre storie a tema greco da Disney Libri (192 pp, 9,90 euro).

3. Kill the Minotaur, di Pasetto, Cantamessa, Ketner, Bealieu

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Il minotauro? Una misteriosa e immortale creatura che potrebbe divorare il mondo intero. Il labirinto? Un costrutto alieno. Minosse? Un re folle ancor più pericoloso del “figlio” deforme. Così Teseo e Piritoo partono da Atene sotto mentite spoglie per andare a sventare la minaccia cretese. Al loro fianco ci saranno la decisa Arianna, figlia di Minosse, e Dedalo, che per primo trovò il manufatto alieno e che forse ne conosce i segreti. Una storia di fantascienza cupa e splatter, a metà tra Cube e Alien (Saldapress, 29,90 euro)

2. Saint Seiya (I Cavalieri dello Zodiaco), di Masami Kurumada

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Va bene, definire i Cavalieri dello Zodiaco come una interpretazione di qualsiasi genere della mitologia greca è quantomeno un’esagerazione. Però, per una generazione di ragazzini appassionati di anime e manga, la dea Atena della saggezza aveva il volto sofferente e i lunghi capelli viola di Lady Isabel. E i cavalieri d’oro che personificano i segni zodiacali (importati nella cultura ellenica da Alessandro Magno dopo il contatto con la filosofia babilonese) vivono in 12 templi greci disposti in un territorio sacro vicino ad Atene. Meno male (?) che più avanti nella serie entrano in gioco anche Poseidone e Hades. Insomma, la mitologia greca vista da un Giappone che di epica occidentale se ne intende poco. Il manga è pubblicato in Italia da Edizioni Bd – J-Pop.

1. Promethea, di Alan Moore, J.H. Williams III, Mick Gray

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Prometeo era il titano greco che donò il fuoco ai mortali, rubandolo agli dei. Grazie al suo furto, l’umanità emerse dalle tenebre e scoprì la conoscenza e la civiltà. Ma per il suo furto, Prometeo fu condannato per l’eternità a un supplizio tremendo. Nelle mani di Alan Moore, Promethea – controparte femminile del succitato titano – si spoglia dei panni di supereroina per divenire mitun metapersonaggio, voce dell’autore che guida il lettore in un viaggio nell’esoterismo e nella magia, nella religione e nella letteratura. In Italia, Promethea è edito da Rw Lion.

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wired.it - 4 giorni 1 ora fa
 Milos Bicanski/Getty Images)(Foto: Milos Bicanski/Getty Images)

Il mondo dell’e-commerce è dominato da Amazon, quello da social network da Facebook (e le sue controllate), quello dello streaming da Netflix e quello del ride-sharing da Uber. Insomma, l’universo digitale – che fino a pochi anni era un territorio praticamente vergine – inizia a essere saturo. Ma siccome nella Silicon Valley chi si ferma è perduto, i venture capitalist sono costantemente alla ricerca di nuovi settori da finanziare; nella speranza, un giorno, di replicare i guadagni stratosferici di Peter Thiel, capace di trasformare i 500mila dollari investiti in Facebook nel 2004 in oltre un miliardo di dollari di guadagni.

Negli ultimi anni, la parola magica per chi sperava di trasformare in oro tutto ciò in cui ha investito ha avuto soprattutto un nome: blockchain; la tecnologia del registro distribuito alla base dei bitcoin. Dai 700 milioni di dollari investiti nel 2016, si è passati al miliardo del 2017, per poi raggiungere la cifra stellare di 3,9 miliardi nell’anno in corso. Ma c’è un problema: oltre alla crisi delle criptovalute – il cui mercato non accenna a dare segni di ripresa – è la stessa blockchain a essere circondata da uno scetticismo sempre maggiore e a correre il rischio di non mantenere gran parte delle sue mirabolanti promesse (tra cui la cryptointernet).

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Forse non è un caso che, stando ai dati riportati da TechCrunch, gli investitori stiano puntando sempre di più su un settore tradizionale, ma che inaspettatamente può offrire ritorni più sicuri delle mirabolanti avanguardie tecnologiche: le startup dedicate ai viaggi e al turismo. C’è vita oltre a Airbnb, insomma: per quanto il colosso dell’affitto a breve termine abbia raccolto oltre 3 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni (e possa oggi contare su una valutazione di mercato di 38 miliardi), una miriade di altre startup si sta gradualmente facendo largo, attirando l’attenzione dei Vc che hanno riversato nelle loro casse circa un miliardo di dollari dal 2013 a oggi.

Cifre ben lontane da quelle del mondo blockchain, ma che potrebbero essere solo l’inizio della seconda ondata delle società digitali del turismo. “Sta avvenendo qualcosa di importante nella nostra industria; qualcosa che forse è più grande di noi”, ha raccontato proprio a TechCrunch Ariel Cohen, fondatore della startup TripActions; app che sfrutta gli algoritmi di intelligenza artificiale per ottimizzare l’organizzazione dei viaggi d’affari in tutti i loro aspetti.

La piattaforma di Cohen, che ha appena raccolto 154 milioni di dollari nel suo ultimo round di finanziamenti, è l’ultima entrata nel club degli unicorni (startup con una valutazione di almeno un miliardo di dollari); in compagnia di una società come Klook, che permette di prenotare attrazioni turistiche con forti sconti. È proprio il panorama variegato – in un mondo, come quello digitale, che tende naturalmente alla concentrazione – a dimostrare come il boom di questo settore sia appena all’inizio: una startup tutto sommato tradizionale come Away (che produce valigie hi-tech) viene oggi valutata 400 milioni di dollari. TourRadar, che organizza viaggi di gruppo online, ha invece recentemente ottenuto finanziamenti per 50 milioni di dollari.

Il mercato online dei viaggi, di cui Airbnb presidia solo un aspetto ben preciso e se vogliamo limitato, è insomma ancora contendibile; spingendo a investire in startup che, nel futuro, potrebbero dominare un settore destinato a raggiungere un giro d’affari da 817 miliardi entro il 2020. In tutto questo, che fine hanno fatto i colossi digitali del turismo fondati nel bel mezzo della bolla delle dotcom? Ovviamente, non sono rimasti a guardare: Expedia, per esempio, si è data allo shopping acquistando una piattaforma fotografica dedicata al turismo, Trover, e soprattutto HomeAway, un concorrente di Airbnb per il quale ha speso 3,9 miliardi di dollari già nel 2015.

Siamo di fronte al nuovo fenomeno di internet? Forse sì, ma un po’ di nubi si stanno già addensando all’orizzonte. Prima di tutto, le piattaforme turistiche sono particolarmente costose (che è la ragione per cui Airbnb, fino a oggi, ha ottenuto finanziamenti per 4,4 miliardi di dollari); inoltre, il mercato dei viaggi è strettamente legato alla situazione economica. Se il clima dovesse cambiare nel breve periodo – magari a causa della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti – è facile immaginare che proprio un bene di lusso come il turismo sarebbe il primo a risentirne; lasciando gli investitori con un pugno di mosche.

Ma c’è una considerazione più generale da fare. Nonostante la bolla delle dotcom di ormai vent’anni fa, e nonostante la (probabile) bolla della blockchain oggi, la Silicon Valley sembra continuare a muoversi sull’onda dell’hype. Una situazione che riguarda anche il settore delle auto autonome: solo nel 2018, le startup attive in questo settore hanno raccolto 3,5 miliardi di dollari. Una cifra di tutto rispetto, che dovrà però fare i conti con i tempi – più lunghi del previsto – necessari affinché questa tecnologia entri davvero in commercio. L’entusiasmo dei venture capitalist si sposta insomma di settore in settore in maniera spesso poco razionale; con il rischio di trasformare in una bolla finanziaria tutto ciò che tocca.

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Thriller ha 35 anni. Era il 2 dicembre 1983, quando su Mtv veniva trasmesso per la prima volta un video che avrebbe cambiato per sempre la storia dei videoclip, e anche la storia del pop. Thriller di Michael Jackson è molto più di un videoclip: un horror, un video d’autore, un vero e proprio film di 14 minuti, con effetti speciali degni del miglior cinema di serie A del momento. “Thriller è il Citizen Kane dei cortometraggi”, scrisse lo storico della musica Joe Vogel, facendo riferimento al film di Orson Welles (da noi conosciuto come Quarto potere), considerato da molti il capolavoro del cinema di tutti i tempi. Non è un caso che si parli di cinema: a dirigerlo c’era John Landis, che poco tempo prima aveva stupito tutti unendo paura e ironia nel suo Un lupo mannaro americano a Londra. Thriller fu girato in pellicola 35mm ed è stato il primo video ad avere una trama e una fotografia. E da quel momento il videoclip fu legittimato come vera e propria forma d’arte. Primo video musicale a essere finito sul grande schermo, primo (e unico) video musicale inserito nella National Film Registry (Library of Congress), Thriller oggi è un video da 722 milioni di visualizzazioni complessive su YouTube.

Thriller ha 35 anni

1. Gli ultimi saranno i primi
Nonostante sia una delle canzoni più famose dell’album omonimo, Thriller fu solamente il settimo, e ultimo, singolo estratto da quel disco, il più venduto della storia della musica. Quando Michael Jackson decise di trarre un video da questa canzone, la Epic Records (poi acquistata dalla Sony Music) non era d’accordo: l’album stava vendendo alla grande, e non aveva bisogno di ulteriori video per promuoverlo. A un anno dall’uscita, e con un budget milionario, secondo la casa discografica non ne valeva la pena. Jackson così minacciò di autoprodursi il video. La Epic aveva torto: Thriller fu un successo strepitoso e spinse l’album a nuove vendite.

2. Fumo di Londra
L’idea di Thriller arriva da lontano, dalla vecchia Albione, da Londra: fu lì che Michael Jackson vide Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis. Si innamorò subito delle atmosfere del film, e decise che per Thriller ci voleva un videoclip dallo stile horror. Per non sbagliare, o fare una pallida imitazione di quel film, chiamò a dirigerlo proprio John Landis. Il costo fu di 500mila dollari: a quei tempi era il video più costoso della storia (verrà battuto da un altro video di Jackson, Bad, costato 2,2 milioni di dollari). La Epic rientrerà comunque dalle spese: oltre alle clamorose vendite dell’album, riuscirà a ricavare un ottimo incasso anche dalla videocassetta, The Making Of Thriller, che diventerà la Vhs musicale più venduta in assoluto: 9 milioni di copie.

3. Suoni da horror
Se abbiamo davvero rischiato di non avere Thriller, inteso come videoclip, abbiamo rischiato di non avere nemmeno Thriller, la canzone. Scritta da Rod Temperton, e prodotta da Quincy Jones, si chiamava Starlight, e doveva dare il titolo all’album Give Me Starlight. Si decise di cambiare atmosfera e così diventò Thriller. Molti degli effetti sonori sono già nella canzone. Per l’ululato, Temperton pensò di utilizzare quello del suo cane, un alano, che si dimostrò non molto d’accordo. Così ci pensò Jackson stesso, che si rivelò bravissimo nell’imitare il verso di un animale. Per le porte che scricchiolavano, Temperton andò agli Universal Studios di Hollywood e tornò con tre porte per effetti sonori: passò un giorno intero ad aprirle e chiuderle per registrare i suoni. I passi che si sentono sono quelli di Jackson, realizzati camminando su una pedana di legno, e registrati in stereofonia, in modo che potessero passare da una cassa all’altra dello stereo.

Thriller ha 35 anni

4. La voce di Vincent
C’è un altro aspetto che rende Thriller così particolare. Perché un horror che si rispetti deve avere una voce che faccia paura. Così Temperton pensò a una voce dal mondo dell’horror che recitasse un testo alla fine della canzone: venne scelto Vincent Price, che venne coinvolto grazie a Peggy Lipton (la Norma Jennings de I segreti di Twin Peaks, ricordate?), sua grande amica, che all’epoca era la moglie di Quincy Jones. Price restò poco in studio: ottenne un take perfetto dopo due sole registrazioni. Anche la famosa risata che si sente nel video è la sua.

5. Standing ovation
Thriller, scritto da John Landis e dallo stesso Jackson, fu girato a Los Angeles nell’ottobre del 1983. La famosa scena della danza degli zombie, in particolare, fu girata nella Union Pacific Avenue. Il cinema da cui escono Michael Jackson e Ola Ray (la protagonista femminile, ex coniglietta di Playboy, cosa che non piacque alla madre di Jackson) è il Palace Theatre. Dove possiamo vedere due locandine: una è La maschera di cera, un omaggio a Vincent Price, l’altra è Slok, un omaggio a John Landis. Durante quei giorni di riprese, sul set arrivarono dei grandi amici di Jacko: Marlon Brando, Fred Astaire, Rock Hudson e Jackie Kennedy Onassis. Gente di poco conto, insomma. Alla prima proiezione privata organizzata dal Re del pop, c’erano proprio tutti: Diana Ross, Warren Beatty, Prince, Eddie Murphy. Dopo i fatidici quattordici minuti del video, tutti scattarono in piedi ad applaudire. Fra tutti il più eccitato era proprio Eddie Murphy che gridò: “Fateci vedere di nuovo questa maledetta cosa!“. Lo fecero. E anche Mtv, che lo mandò in anteprima mondiale, fu costretta a trasmetterlo più volte nel corso della giornata, per le numerose richieste del pubblico.

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