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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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brand-news.it - 3 giorni 18 min fa

Undici aziende produttrici di alcolici hanno annunciato l’accordo con le maggiori piattaforme social per regolamentare la pubblicità

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brand-news.it - 3 giorni 21 min fa

Tesco ha lanciato ieri in UK una nuova insegna discount, progettata per rispondere alla concorrenza di Aldi e Lidl, che stanno andando benissimo.

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wired.it - 3 giorni 23 min fa
La rappresentazione Lgbt+
L'omosessualità non è il tema
Guest star è bello
Il politicamente (un po') scorretto
I revival ben fatti esistono

Il 21 settembre 1998 debuttava sul canale americano una serie tv comica destinata a cambiare il volto della televisione degli Stati Uniti e non solo: l’avvocato gay Will Truman (Eric McCormack) e la sua migliore amica, un’arredatrice d’interni ebrea di nome Grace Adler (Debra Messing), erano i protagonisti di Will & Grace. Accanto a loro un personaggio super camp come Jack McFarland (Sean Hayes) e un’altra assolutamente controcorrente come Karen Walker (Megan Mullally). Contro ogni aspettativa (era la prima sitcom a mostrare un protagonista maschio omosessuale), andò avanti per otto stagioni dal 1998 al 2006, piazzandosi per molti anni fra i programmi comici più visti d’America.

Il suo mix di battute taglienti, slapstick comedy e commento sociale, oltre all’indiscutibile chimica fra i quattro attori del cast, contribuirono alla sua fortuna, che andò anche molto oltre il semplice successo televisivo. Will & Grace cambiò anche un certo tipo di immaginario e infatti, alla notizia del ritorno sullo schermo dopo 11 anni, il tributo del pubblico è stato altrettanto caloroso (e il prossimo 4 ottobre arrivano i nuovi episodi). Perché una serie come questa ha sfidato le convenzioni e ne ha create di nuove.

1. La rappresentazione Lgbt+

Il primo episodio di Will & Grace andò appunto in onda nel settembre 1998: nella prima scena si vede una telefonata fra i due protagonisti in cui lui tenta di convincere lei ad andare a casa sua, apparentemente per un incontro romantico; in realtà, ed è questa la svolta che sorprende il telespettatore, vuole qualcuno con cui vedere Er mentre lei deve tornare dal fidanzato. I motivi canonici della sitcom romantica vengono sovvertiti fin da subito, fornendo un grimaldello non indifferente rispetto a un clima culturale decisamente diverso rispetto a quello di oggi (solo l’anno prima Ellen DeGeneres aveva fatto coming out in tv con esiti disastrosi per la sua carriera e Bill Clinton aveva ribadito il matrimonio come unione di uomo e donna nel Defense of Marriage Act).

Pur venendo spesso accusato di ribadire numerosi stereotipi riguardanti la comunità omosessuale (in particolare per gli atteggiamenti sopra le righe di Jack), nel corso delle sue otto stagioni originali la serie contribuì alla rappresentazione delle persone Lgbt+ come nessuno show aveva fatto fino ad allora e aprendo la strada ad altre serie comiche attente alla diversità (The New Normal, Modern Family ecc.). Come disse l’ex vicepresidente Usa Joe Biden nel 2012, impegnandosi a favore dei matrimoni omosessuali: “Penso che Will & Grace abbia fatto più di qualsiasi altro finora per educare il pubblico americano“.

2. L’omosessualità non è il tema

Non che prima di Will & Grace non fossero comparsi personaggi omosessuali nelle serie di punta, ma la loro omosessualità era sempre trattata con grande cautela. Anche in Will & Grace, sostengono soprattutto i detrattori, l’omosessualità di Will è trattata all’inizio con moderazione, mettendolo in contrasto con il più macchiettistico Jack proprio per renderlo più eterosomigliante e rassicurante. Ma tutto ciò poi venne gradualmente superato anche se si capì fin da subito che quello non era il tema principale della serie.

Questa, infatti, non è una produzione che parla esclusivamente dell’essere gay, anzi è in realtà un insieme di storie sull’amore, l’amicizia, l’affermazione di sé, la delusione degli altri. Incidentalmente, poi, alcuni dei suoi protagonisti sono gay e quindi modellano la loro visione delle cose in modo particolare. Ma ciò che fece Will & Grace fu ribadire, e in fondo dimostrare nei fatti, che non esistono problemi gay o problemi etero, ma tutti condividiamo per la maggior parte dei casi gli stessi ostacoli, gli stessi desideri ecc. Da lì in poi, dunque, ci furono sì molte serie a tema (pensiamo al successo del primo Queer Eye o di Queer as Folks) ma sempre più si è diffusa l’introduzione di personaggi lgbt+ in contesti narrativi assolutamente generalisti.

3. Guest star è bello

Non che prima di Will & Grace non ci fossero state le guest star nei programmi televisivi americani, anzi quando accadeva era sempre un piccolo fenomeno mediatico. Ma con questa serie, a cui tutti volevano partecipare per via della scrittura brillante e della modernità del contesto, le porte della tv si spalancarono ai grandi nomi dello spettacolo. Da Madonna a Matt Damon, da Michael Douglas ad Alec Baldwin, da Cher a Jennifer Lopez, fino ai compianti Debbie Reynolds e Gene Wilder, tutti hanno accettato di buon grado o addirittura chiesto di partecipare ad almeno un episodio.

Molte di queste sono delle icone gay, certo, e questo ha contribuito a veicolare un certo tipo di immaginario al grande pubblico, ma altre erano star di grandissimo livello che trovavano il modo di inserirsi in storie che le accoglievano in un certo senso facendole uscire dalla loro comfort zone: Douglas era un poliziotto gay, Madonna una coinquilina spilorcia, Jeff Goldblum un perfido arrampicatore sociale e Cher era… Dio. La partecipazione massiva dei divi di Hollywood a una serie come questa aiutò a rendere sempre più labile il confine fra televisione e cinema, portandoci progressivamente alla situazione odierna, in cui l’osmosi fra i due media è completa.

4. Il politicamente (un po’) scorretto

Si può fare satira sociale all’interno di una sitcom per il grande pubblico? Si possono affrontare temi importanti quando riguardano personaggi irrimediabilmente idiosincratici? La grande commedia ci riesce e spesso ci è riuscita Will & Grace: anche se lo show ha sempre riservato battute taglienti e stereotipiche nei confronti delle lesbiche (altra grande critica allo show), è per esempio riuscito a mostrare come una donna lesbica divenuta madre grazie all’inseminazione artificiale (Rosie O’Donnell) riesca a instaurare un rapporto con il suo donatore (l’altrimenti inefficiente Jack) per crescere assieme il figlio. O ancora si parlava di cancro al seno, di adozioni, di discriminazioni sul lavoro.

Karen Walker, la ricca ereditiera scollata dalla realtà grazie ai suoi soldi e alle sue dipendenze, era la voce del politicamente scorretto, urticante nelle sue battute su persone grasse, ebrei, donne malvestite ecc. La sua funzione comica è sicuramente quella di dire ciò che non si può dire e, infatti, nella nuova versione è repubblicana, in un mondo mediatico in cui chiunque (tranne Tim Allen o Roseanne Barr) è democratico. Il suo è forse il personaggio simbolo della serie che ha mostrato anche come si potessero incorporare elementi respingenti per centrare ancora di più il messaggio. Di emuli di quel tipo di personaggio ora se ne contano a bizzeffe, anche se il politicamente scorretto oggi non è più una piccola oasi di paradosso.

5. I revival ben fatti esistono

Da Murphy Brown a Magnum P.I., da Queer Eye a Twin Peaks, sono numerosissimi gli esempi di questa nuova tendenza della televisione americana ai revival o ai reboot. Riportare in onda successi del passato è un po’ sempre un terno al lotto, sfociando in versioni disastrose (come con Pappa e ciccia) o in altre molto brillanti (come Ducktales). Will & Grace ha corso un grande rischio ma è stato chiaro fin da subito che si collocasse in questa seconda categoria. I creatori, David Kohan e Max Mutchnick, hanno ribadito la loro intenzione di riprendere lo spirito originale della sitcom, ma ovviamente aggiornando il contesto.

Ora Will e Grace leggono il giornale e fanno i giochi di società usando gli smartphone, mentre Jack parla continuamente di Grindr, mentre Karen… beh, Karen è sempre la stessa. Ma già dallo speciale elettorale che ha in effetti segnato il loro ritorno e fin dalla prima puntata della stagione revival andata in onda nell’autunno 2017, che si concludeva con un cappellino con su scritto “Make America Gay Again“, era chiaro che fosse il posizionamento della serie a essere mutato in modo ancora più significativo: nel mezzo degli Stati Uniti che sempre più scoprono la violenza verbale e l’odio discriminatorio grazie a un presidente che ne è la quintessenziale incarnazione, Will & Grace rappresenta una resistenza rassicurante. Sono come vecchi amici tornati a combattere nuove battaglie, con lo smalto e la necessità di sempre.

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brand-news.it - 3 giorni 24 min fa

Heineken, sponsor della Champions League, dedica la sua nuova campagna a chi si perde il gol decisivo non appena si distrae un attimo.

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mymarketing.net - 3 giorni 24 min fa

Desivero è una start up fondata nel 2015 dall’idea di un gruppo di professionisti del settore della termoidraulica che hanno visto nell’innovazione tecnologica la chiave per rispondere al consumatore sempre più esigente e che sempre più frequentemente cerca sul web informazioni e strumenti che lo possano supportare nelle sue scelte.

Desivero nasce dall’idea di creare per il settore termoidraulico, una soluzione altamente innovativa in cui l’utente trova, tramite una customer journey personalizzata un insieme di soluzioni e servizi per realizzare, la completa progettazione e realizzazione del bagno, dell’impianto di riscaldamento o raffrescamento.
La sostituzione o l’acquisto degli impianti idrici e termici sono sempre fasi abbastanza complesse quando si decide di effettuare la ristrutturazione di un immobile, sia dal punto di vista del costo, sia dal punto di vista della sicurezza e del confort desiderato. Il consumatore medio, non ha il know how necessario per fare una scelta consapevole e spesso si trova a subire le amare conseguenze di acquisti su cui non è stato correttamente consigliato.

La decisione di Desivero di sfruttare l’innovazione tecnologica è cominciata con la creazione di un sito eCommerce, www.desivero.com , che vende prodotti per il bagno, il riscaldamento e il condizionamento, a cui aggiunge consulenza termoidraulica, servizi di installazioni, tool di configurazione del bagno e dell’impianto di condizionamento.

Desivero ha scelto come partner per la realizzazione del suo progetto tecnologico SMC Consulting che con la sua pluriennale esperienza nell’eCommerce e come implementation partners di Intershop, ha rappresentato una certezza per l’utilizzo di tutti i canali e competenze possibili per il suo progetto di innovare un settore che è sempre stato considerato difficile all’introduzione della tecnologia.

Il progetto
Il progetto realizzato da SMC Consulting per Desivero si è sviluppato per step:

  • Creazione del portale eCommerce utilizzando la tecnologia Intershop
  • Integrazione dell’eCommerce con il CRM che è di fatto il sistema gestore di tutte le attività di vendita dei servizi, pianificazione degli interventi di manutenzione, gestione del personale di campo, modelli di rewarding di dipendenti ed influencer
  • Creazione di uno spazio utilizzato come magazine con approfondimenti sui trend, le normative e tematiche legate al settore
  • Inserimento all’interno del portale di uno strumento per la progettazione guidata e scelta dei componenti del bagno
  • Inserimento di strumenti di marketing automation per tenere sempre informati sulle novità il cliente

La soluzione eCommerce di Intershop scelta ha reso il sito www.desivero.com, non un semplice catalogo di prodotti per il bagno o per l’impianto di riscaldamento/raffreddamento della casa, ma un vero e proprio studio di progettazione dove trovare i migliori brand e poter acquistare anche la consulenza e l’intervento tecnici termoidraulici qualificati, formati direttamente da Desivero.

Le customizzazioni della piattaforma hanno riguardato principalmente le aree:

  • di front-end e tool di configurazione/progettazione in modo da rendere l’esperienza del cliente differente dalle solite piattaforme che mostrano il catalogo prodotti, personalizzando e centrando l’obbiettivo del cliente
  • di back-end per gestire la compatibilità dei vari prodotti scelti, punto focale per evitare acquisti incauti.

La Suite Intershop implementata da SMC Consulting per Desivero contiene i seguenti moduli:

  • OMS (Order Managemente System): gestione degli ordini attraverso flussi strutturati e integrati, attraverso il web con partner e strutture logistiche di terze parti.
  • PIM (Product Information System): la qualità della gestione dei prodotti diventa fondamentale in un mercato dove il cliente spende sempre più tempo nella ricerca e necessita di tool avanzati per gestire filtri e classificazioni, migliorare la qualità del dato e supportare processi complessi di creazione dei contenuti e relativa governance correlata. Diventa quindi fondamentale riuscire a supportare un catalogo ampio, diminuire il time-to-market per nuovi prodotti, assicurare una buona customer experience multicanale, supportare tutti i parner di distribuzione.
  • EXM (Experience management system): il brand deve comunicare al consumatore un’esperienza unica ed è quindi necessaria una solida collaborazione tra corporate marketing e il digital maketers, personalizzazioni, gestione delle campagne e delle presentazioni.

La soluzione proposta ha reso quindi lo staff di Desivero indipendente nella pubblicazione di articoli del Magazine e negli aggiornamenti dei vari contenuti del sito, dei cataloghi e delle schede prodotto. Essere autonomi rende il lavoro di Desivero più veloce e gli permette di essere efficiente nel perseguimento della propria strategia di digital marketing.
Altra peculiarità è la presenza di vari strumenti di customer care, dalla chat che aiuta l’utente nell’individuazione del prodotto giusto per le sue esigenze alla newsletter, canale molto richiesto per essere sempre aggiornati sulle novità del catalogo e dei servizi.
Punto di forza del portale è sicuramente la possibilità di poter, con una guida professionale, creare autonomamente il proprio progetto del bagno. Grazie all’aiuto della chat e di un percorso guidato si riesce in pochi click a creare il proprio bagno scegliendo tra un catalogo composto da più di 1000 referenze ma suddivisi per stile in modo da rendere più veloce e semplice scegliere l’ambientazione più giusta e i pezzi che meglio vi si adattano.
Oltre al progetto viene composto, contemporaneamente, il preventivo completo di mano d’opera specializzata garantita Desivero.

Un vero e proprio bagno chiavi in mano
Passaggio successivo è stato l’adeguamento del portale alle ultime direttive della normativa GDPR in materia di protezione dati e privacy, entrata in vigore lo scorso 25 maggio.
L’adeguamento ha riguardato:

  • L’aggiornamento delle pagine CMS contenenti le varie policy
  • L’anonimizzazione Google Analytics
  • L’aggiunta delle funzionalità di Cookie Accept
  • L’adeguamento dei form contenenti i dati dell’utente
  • La predisposizione del salvataggio scelte utente su appositi database
  • L’aggiunta di disclaimer informativi

Per ultimo, ma solo in ordine di tempo, la più recente sfida è stata l’inserimento nel sito www.desivero.com di un Wizard che permette con poche ma precise domande di configurare il condizionatore più giusto per l’ambiente in cui deve essere istallato evitando così acquisti incauti e fuori misura.
Come è chiaro Desivero è un progetto in piena evoluzione, che intende sfruttare tutte le novità che la moderna tecnologia mette in campo per creare un’offerta che risponda velocemente e in maniera efficiente all’esigenze di un mercato sempre più connesso e in cerca di cose nuove, che gli faciliti la vita senza rinunciare alla qualità del servizio.

L'articolo L’innovazione nella termoidraulica inizia da Desivero proviene da MyMarketing.net.

brand-news.it - 3 giorni 30 min fa

Francia, Olanda, Germania e Belgio sono vicini e connessi dal treno Thalys, ma mentre i visitatori affollano Parigi o Amsterdam, Bruxelles rimane sullo sfondo

L'articolo Thalys rende omaggio ai veri monumenti di Bruxelles: i suoi abitanti proviene da Brand News.

wired.it - 3 giorni 43 min fa

Ken_testa_articoloTorna al cinema il 25 e il 26 settembre; dal 25 ottobre in due cofanetti Blue-ray celebrativi e, dal 2 dello stesso mese, nel videogioco più atteso da quando esiste il personaggio: a 35 anni esatti dalla sua comparsa (in Giappone; l’Italia dovette aspettare il 1987), Ken il guerriero vive e combatte con noi. E lo fa in tutti i formati possibili: in sala, l’erede della divina scuola arriverà con il film La leggenda di Hokuto, diretto nel 2008 dagli autori originali, Tetsuo Hara e Buronson, e oggi riproposto in una versione rimasterizzata in hd. In home video saranno ripubblicate le prime due serie originali in altrettanti box set da cinque dischi l’uno. Che da inizio ottobre riverseranno il proprio universo dentro Fist of the North Star – Lost Paradise, uno spin-off sotto forma di rpg open world creato da Ruy Ga Gotoku Studio, la software house dietro la serie Yakuza.

Al di là della evidente operazione nostalgia, il ritorno di Ken – all’anagrafe Kenshiro Kasumi, sebbene il cognome si perda nel prequel Le origini del mito – ha qualcosa di raro: suggerisce come il personaggio sia stato capace di attraversare indenne non solo il recinto dei nippo appassionati, ma anche il tempo. Non è poco per qualcosa che di primo acchito sembrerebbe una scorpacciata di ultra violenza senza nemmeno l’ombra di una risata.
Detto altrimenti, Kenshiro è eterno. Capire il perché, può insegnare molto su come si racconti una storia e quanto, se buona, oggi la si possa espandere a piacimento.

Kenshiro_ambiente

Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche…

È significativo notare come l’introduzione e la premessa narrativa di Ken il guerriero ricordino quelle di un altro anime leggendario e di poco precedente, Conan – Il ragazzo del futuro, diretto nientemeno che da Hayao Miyazaki. Soprattutto, però, è significativo come attraverso sentieri opposti entrambi puntino alla stessa meta: celebrare la purezza, il sacrificio di sé come strumento per la salvezza di un’umanità allo sbando. È una tensione esaltata, in Conan, dallo sguardo innocente di un bambino e, nel caso di Ken, dalla rassegnazione consapevole di essere l’agnello sacrificale del mondo. Un agnello capace di menare le mani.

Quando, nel 1983, Hokuto No Ken debutta come fumetto, il mondo ha da poco superato i peggiori incubi della Guerra Fredda. È un contesto ideale, che permette ai due creatori della saga di sfruttare uno scenario post apocalittico già noto e di innestarci elementi altrettanto riconoscibili: dalle suggestioni visive della serie Mad Max, caposaldo del post-apoc, alle icone della cultura popolare – lo stesso protagonista sembra un Sylvester Stallone con le movenze di Bruce Lee; dai primi piani degli spaghetti western à la Sergio Leone alle deformazioni della carne con tanto di teste esplosive tipo Scanners di David Cronenberg, e via così fino agli abiti strappati da bicipiti che nemmeno l’incredibile Hulk.

Un'immagine da "Mad Max Oltre la sfera del tuono"Un’immagine da “Mad Max oltre la sfera del tuono” (1985)

Ken picchia duro anche in senso filosofico, facendosi tramite di un sincretismo che mescola il codice dei samurai al dualismo taoista – Hokuto e Nanto, Ken e Raoul –, il politeismo della Grecia classica – che cosa sono, se non semidei fra gli uomini, i protagonisti della saga? – al monoteismo di un Cristo mandato a salvare il mondo.

È quest’ultimo il punto cruciale di tutta la questione: si fossero limitati a frullare rimandi più e meno colti, Hara e Buronson avrebbero stuzzicato la fantasia di molti, ma non di tutti. Il fatto è che Kenshiro colpisce il cuore, parla anche a chi non dovesse riconoscerne i modelli culturali: proprio come il Cristo, meglio, come un qualsiasi messia degno di tal nome, Kenshiro è il rappresentante in terra del destino. È il tramite per far rinascere il mondo in armonia, per ridestare l’anima alle nuove generazioni, come spiega in maniera esplicita Toki, uno dei personaggi più importanti.

Tu sei già morto

Con sfumature differenti a seconda del contesto culturale, il concetto di messia indica sempre la sintesi fra l’uomo e Dio, il prescelto in grado di mondare le nefandezze del mondo immolando se stesso. È una figura che diventa il varco fra la fine di un’epoca e la fondazione di quella successiva.

Per quanto ogni personaggio principale della serie, da Toki fino al supremo villain, Raoul, incorpori elementi messianici, è in Ken che il verbo si fa carne: è lui il mezzo divino della diffusione della giustizia, lui lo strumento per la realizzazione del disegno superiore. In questa limpidezza, Kenshiro è un vuoto da riempire, e lo è in un modo così riuscito da non far mai pesare la propria mancanza di sviluppo psicologico – un’evoluzione invece evidente in tutti i personaggi che lo circondano. Kenshiro non diventa: egli è.

L’eroe senza macchia né paura è il contenitore da colmare con l’emozione dello spettatore. È un salvatore, proprio come suggerisce il titolo giapponese dell’opera: Hokuto No Ken. La leggenda del salvatore di fine secolo.

Ecco perché è, anche, un personaggio ideale per una versione videogiocosa.

Il pugno della Stella Polare

Mini game a profusione, sub quest in un mondo aperto tipo Grand Theft Auto, missione principale complementare alla storia dell’anime, città da esplorare in lungo e in largo, addirittura un night club e un bar in cui trasformare l’erede della divina scuola di Hokuto in un bartender provetto. Soprattutto un’intelligenza artificiale aggressiva, tanto da evitare l’effetto “fila alla cassa” dei nemici, pronti a incassare uno dopo l’altro.
La nuova versione in pixel di Kenshiro, Fist of the North Star – Lost Paradise, è una delle migliori mai fatte e ce n’è quasi una decina. Buona parte della critica lo accusa di essere un capitolo qualsiasi di Yakuza ambientato nell’universo di Ken. È vero. Ma è un pregio.

Se infatti stile grafico e motore di gioco sono gli stessi della gangster-story ma con un’inchiostrazione studiata per farla sembrare un’anime – sì, ci sono le migliori boss fight della saga e sì, con un approccio da picchiaduro, i combattimenti sfoggiano le mosse più celebri di tutti i personaggi – l’avventura digitale di Kenshiro ribadisce sempre una e una sola cosa: Ken è un tramite, un eroe al mero servizio della sua missione. Di nuovo, è un vuoto che il giocatore è chiamato a riempire, ma è così solido che nessuno si stupisce del fatto che, entrati in una sala giochi del suo mondo, si possano giocare i vecchi titoli che lo ritraggono – c’è l’intero episodio uscito per Nes – o addirittura Outrun, l’arcade automobilistico simbolo degli anni ’80.

Ken_gioco_1

Kenshiro è l’eroe giusto perché è quello che chiunque di noi vorrebbe essere, o avere al proprio fianco: è un’entità pura e al servizio del bene assoluto. Quello dei più deboli, anche dei giocatori meno abili ad Outrun. L’unica funzione di Ken è orientare il destino altrui. Detto altrimenti, permettere sia allo spettatore che al giocatore di conoscere se stessi attraverso un portatore incorruttibile di giustizia.

Ken è “l’ultimo angelo”, cantava nella strepitosa sigla italiana Claudio Maioli, è la buona novella che la fine degli anni ’80 urlavano di aver bisogno. Qualcuno si stupisce del fatto che oggi ritorni in tutte le declinazioni possibili, dal cinema al videogioco?

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wired.it - 3 giorni 58 min fa
 Lorrie Lejeune/MIT)(foto: Lorrie Lejeune/MIT)

Parlare con sé stessi è una professione, almeno nelle intenzioni di un gruppo di ricercatori dell’Università di Edimburgo che ha pagato delle persone affinché parlassero da sole, alimentando così le capacità di un’intelligenza artificiale (Ia) a capire meglio il linguaggio naturale dell’uomo.

Questo metodo è risultato più producente di quelli normalmente usati, per lo più basati su set di conversazioni intercorse tra più persone, tecnica utilizzata anche per sviluppare Google Duplex, il sistema grazie al quale è stato possibile prenotare un appuntamento dal parrucchiere senza che l’interlocutore umano si accorgesse di avere a che fare con un bot.

Le persone assoldate per istruire l’Ia si sono poste quesiti molto semplici ai quali hanno risposto con un tono colloquiale, consegnando così ai ricercatori dei dati con cui è stato alimentato un assistente virtuale.

In questo modo si è superato un problema abbastanza comune che si riscontra quando si usano set di dati prelevati da conversazioni tra più individui che tendono a sovrapporre le proprie voci, risultano a tratti incomprensibili o utilizzano frasi e parole che non dovrebbero essere fornite ai bot.

Lo studio è stato condotto usando Amazon Mechanical Turk, piattaforma alimentata da persone che completano attività in cambio di denaro, pochi centesimi, che spingono i partecipanti a eseguire un’ingente quantità di attività per guadagnare somme soddisfacenti (sì, in qualche modo è lavoro a cottimo).

In quelle attività che prevedono l’intervento di più persone, ogni partecipante deve attendere che anche gli altri svolgano i rispettivi compiti, rallentando quindi l’esecuzione della procedura. Facendo leva su persone che discutono con loro stesse permette di completare un’attività in 6 minuti e mezzo contro i quasi 15 minuti delle attività svolte in gruppo.

L’aspetto più apprezzabile dei test svolti dai ricercatori di Edimburgo è la dimostrazione che le reti neurali possono apprendere anche da conversazioni solitarie. Tutto a beneficio di assistenti virtuali e chat bot che devono imparare a essere più efficaci e discorsivi, al pari di un umano.

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