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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 2 giorni 16 ore fa

Raccogliere in un unico contenitore le più influenti figure nella storia di un movimento come quello per i diritti della comunità lgbt+ non è cosa semplice: per ovvie ragioni, sono state fatte scelte che hanno portato all’esclusione di nomi fondamentali nel lungo percorso di lotta fatta per dare voce a una minoranza spesso vittima di discriminazione.

La verità è che in questo progetto non c’è alcuna volontà enciclopedica, bensì l’interesse a raccogliere storie di personaggi che, in modi diversi ed epoche distanti, hanno lottato per rendere oggi la vita di omosessuali, lesbiche e transessuali migliore. Ovviamente, alcuni criteri hanno guidato la scelta: un’attenzione privilegiata al contesto italiano e a paesi come Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e Francia, dove tra Ottocento e Novecento maggiore è stato il contributo alla causa.

Trovate 50 personaggi nella nostra gallery qui in alto, e sotto ciascun nome, una storia da approfondire e conoscere nel mese del Pride.

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wired.it - 2 giorni 16 ore fa
bambini geneticamente modificati(foto: Mark Harmel via Getty Images)

Dopo il caso cinese, il tema tanto discusso dei bambini geneticamente modificati torna alla ribalta delle cronache scientifiche. Oggi, infatti, un biologo molecolare russo, Denis Rebrikov, ha appena annunciato sulle pagine di Nature che sta considerando la possibilità di ripetere l’esperienza e sarebbe il secondo scienziato a farlo. Il suo proposito, qualora approvato dalle autorità, sarebbe quello di impiantare embrioni geneticamente modificati in madri sieropositive, con l’obiettivo di prevenire la trasmissione del virus nei nuovi nati. La tecnica è stata spiegata alla fine del 2018 dall’autore in un articolo su Bulletin of the RSMU, giornale da lui diretto. Lo scienziato russo spiega che rispetto all’esperimento cinese, questo sarebbe diverso, con maggiori vantaggi e minori rischi. E il dibattito si riapre.

Il caso cinese

Lo studio di He Jiankui, che nel novembre 2018 aveva annunciato la nascita di due gemelline geneticamente modificate, è stato ampiamente condannato dalla comunità scientifica (qui le repliche dell’autore), la situazione era diversa, secondo Rebrikov. He Jiankui ha selezionato coppie che hanno richiesto la fecondazione assistita in cui il padre era sieropositivo e ha impiegato la tecnica era Crispr per modificare il gene Ccr5. Questo serviva a eliminare il virus contenuto nello sperma prima di iniettarlo nella cellula uovo (con la fecondazione assistita Ivf), una sorta di vaccinazione genetica contro il futuro rischio di sviluppare l’infezione. Ma come si legge su Nature molti genetisti non vedono il vantaggio effettivo, dato che “la probabilità che l’hiv si trasmetta dal padre al figlio è minima”.

L’ipotesi di oggi

Anche in questo caso, sempre a partire da coppie che richiedono la fecondazione assistita, l’idea di Denis Rebrikov è sempre di utilizzare la nota tecnica Crispr per modificare il gene Ccr5 e rendere gli embrioni resistenti all’infezione da hiv. Tuttavia, come spiega Rebrikov nella sua pubblicazione sul Bulletin of the Rsmu, l’obiettivo non è agire sullo sperma del padre ma di trovare donne sieropositive con una debole risposta alla terapia antiretrovirale. Rispetto al caso cinese, pur agendo sullo stesso gene, secondo Rebrikov questo esperimento “apporta maggiori benefici”, come riportato nell’articolo su Nature, “minori rischi ed è eticamente più giustificabile e accettabile per il pubblico”. Tuttavia biologi e bioeticisti contattati dalla rivista Nature sono preoccupati dal piando di Rebrikov.

Dubbi e critiche

La biologa molecolare Jennifer Doudna, pioniere della tecnica Crispr-Cas9 (la stessa che Rebrikov intende utilizzare), la ha varie perplessità. “La tecnologia non è pronta”, ha commentato su Nature Doudna, che lavora all’Università della California a Berkeley. “Non è una sorpresa, ma è frustrante e fonte di preoccupazione”. Ma non solo gli scienziati non sono d’accordo. “È irresponsabile procedere con questo protocollo in questo momento”, aggiunge Alta Charo, ricercatrice in bioetica che fa parte di un comitato dell’Organizzazione mondiale della sanità per formulare una legislazione sull’editing del genoma umano.

Dalla teoria alla pratica

Ora Rebrikov attende l’approvazione da tre agenzie governative, incluso il Ministero della salute russo, questo per evitare che l’operazione possa andare contro la legge russa (ed eventuali pene), che in molti casi vieta l’ingegneria genetica ma che non dà indicazioni rispetto agli embrioni geneticamente modificati. Ma questa approvazione potrebbe essere difficile, secondo Konstantin Severinov, un genetista molecolare che ha recentemente lavorato col governo russo nel realizzare un programma di finanziamento per la ricerca sull’editing genetico. Non è un caso che molti scienziati rinnovino la richiesta per una moratoria internazionale sull’editing delle cellule germinali e che recentemente la rivista Plos Biology ha indicato in due studi come evitare che vengano svolti studi con le modalità di quello di He Jiankui.

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wired.it - 2 giorni 17 ore fa
(foto: VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)

Ero all’aeroporto di Fiumicino. Stavo al telefono quando mi si avvicinò Giovanni Malagò. ‘Con chi stai parlando?’ disse. ‘Con una persona molto più importante di te’, risposi io”. Basta questo stralcio di testo per accorgersi di un dato fondamentale per la politica italiana: è tornato Alessandro Di Battista.

Un anno tra la California, il Guatemala e le comunità zapatiste a vergare reportage per Il Fatto quotidiano può bastare. Adesso il pentastellato più vagabondo che ci sia si è sistemato a Roma, si gode la sua  famiglia, un contratto da consulente editoriale per Fazi e la sua terza opera letteraria: Politicamente scorretto, edito da Paperfirst, la casa editrice del Fatto. Un libro nato sull’onda della sconfitta elettorale del Movimento alle europee di maggio, in cui il Dibba – recentemente definitoil peggior scrittore del mondo” dal regista Paolo Virzì sul Foglio – si concentra su cosa è andato storto.

Il libro è, essenzialmente, un riassuntone con finalità di diagnosi e terapia: ci siamo allontanati dalle piazze, sembra dire il pasionario, siamo stati fregati dal furbone Salvini: ora torniamo a essere politicamente scorretti. Le frasi cult contenute nell’opera, in questo senso, sono: “Il cambiamento vero si ottiene con il coraggio”; “abbiamo l’obbligo di ricostruire un sogno”, “basta essere complici”. Di seguito passiamo in rassegna 5 cose notevoli da tenere a mente del libro di Di Battista, nella remota ipotesi che non troviate il tempo o la voglia di leggerlo.

L’incontro con Malagò, appunto

Il Dibba uomo, che nonostante tutto ha sempre dimostrato di saper catturare l’attenzione con la sua scrittura, sa che una buona storia cattura più di dieci pagine di raffinata analisi politica. E allora eccolo, con le sue parabole dibattistiane. Come quando, per invitare il Movimento a rimarcare la sua presunta distanza dai poteri forti romani, ricorda quell’incontro fortuito col povero Giovanni Malagò, presidente del Coni colpevole di voler candidare Roma alle Olimpiadi. “‘Una persona più importante di me? Passamela, passamela’. Io non capivo cosa volesse quella piattola da me. ‘Ma cosa vuoi?’ risposi io. A quel punto arrivò Montezemolo, prese sotto braccio Malagò e disse: ‘Andiamocene che questi sono contro di noi’”. Boom.

Gli improperi a Matteoli

Quando vuole invitare tutti a tornare alle proteste contro la casta, Dibba ricorda di quando inveì personalmente contro la buonanima di Altero Matteoli, ex ministro delle Infrastrutture: “Lo incontrai a Piazza Firenze a Roma qualche giorno dopo il secondo V-Day lanciato da Beppe e gli dissi: ‘Per voi è finita, dovete andare tutti a casa’”. Così, di botto. Possibile risposta di un esterrefatto Matteoli: “Lei chi sarebbe, scusi?”.

Quell’incontro in hotel

Quando vuole difendere Grillo dall’accusa (a suo dire ingiusta) di aver fatto soldi col Movimento, entra in campo una scenetta ambientata all’Hotel Forum di Roma assieme a Luigi Di Maio: “Stavamo chiacchierando tranquillamente davanti alla televisione della hall quando Rai3 passò alcuni vecchi sketch di Beppe Grillo. Un cliente che passava si fermò un istante e disse: ‘All’epoca sì che era forte’. Non si accorse di noi. Io e Luigi ci guardammo e sorridemmo. In realtà Beppe ha sempre detto le stesse cose. Allora cos’è cambiato? Nulla, o meglio, tutto: si è schierato”. Pare una cosa costruita? Ma no, tutto nella produzione dibattistiana è genuino.

I nemici di Dibba

Ecco, il punto fondamentale è schierarsi. È la prima cosa da fare per un Movimento che vuole tornare a vincere, conciona Dibba, a cui tocca spianare la strada. I Benetton? “Provo un totale disprezzo”. I sondaggi? “È necessario verificare chi vi è dietro ai grandi istituti di ricerca italiani”. Il sistema mediatico? “Prova a uccidere – mediaticamente si intende – coloro che non si piegano”. Chiedetelo a Danilo Toninelli: “Da quando si è scagliato contro la famiglia Benetton ci hanno provato anche con lui”. Certo, Toninelli non ha reso la vita impossibile ai suoi calunniatori, direbbero i maligni.

L’sms a Salvini

L’ultimo capitolo del libro, lo scrittore lo dedica all’abbraccio mortale messo in piedi con la Lega. È il pezzo più importante del libro, e forse il più sincero. Di Battista attacca Salvini come forse non aveva mai fatto: “Gioca sporco”, “fa strategia, provoca”, “gli interessa solo fare il presidente del Consiglio”. Ma poche righe dopo si assume la sua dose di responsabilità per quell’alleanza di governo e ammette di aver preso un abbaglio. Per provarlo, pubblica un sms che inviò a Salvini durante le trattative per la formazione dell’esecutivo. Fu un tentativo piuttosto tenero. Di Battista chiamò Salvini “Dudù“; Di Maio disse a Di Battista che Salvini si era offeso; Di Battista scrisse dunque un messaggino a Salvini per ricomporre la frattura.

Il messaggio è pubblicato integralmente sul libro, ma visto che è di 1442 caratteri – alla faccia dell’sms! – ne riportiamo un estratto (grassetti nostri):

Matteo ciao. Mi sono incazzato settimana scorsa perché non ho tollerato da italiano quella scena lì. […] Allo stesso tempo penso, e te lo dico lealmente, che ti sei fatto un culo a strisce in questi anni. Lo so perché me lo sono fatto anche io. Sei andato in giro. Hai girato l’Italia da nord a sud, come ho fatto io. Li hai visti i problemi.  […] Ti scrivo per dirti che […] sono convinto che un governo Lega-M5s potrebbe fare delle cose importanti. Lo penso. Penso che tu sia anche molto più di sinistra del pd. In altre parole penso che tu abbia a cuore questo paese e la povera gente molto più di tanti altri che si riempiono la bocca della parola ‘diritti’ ma che hanno distrutto il paese. Io sto per partire. […] Quel che ti dico, sinceramene, è che abbiamo un’occasione. Non la perdere. Non la perdiamo. Buona notte”.

Non l’hanno persa entrambi, quell’occasione. Ma il secondo – di professione giramondo, super-editor, divulgatore, agit-prop e letterato – oggi pare proprio essersi pentito delle sue scelte.

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wired.it - 2 giorni 18 ore fa

In occasione di Milano Moda Uomo, per festeggiare i suoi 20 anni, Gq Italia sabato sera ha inaugurato con un cocktail su invito Passion for the path of art, una mostra curata da Ilaria Bonacossa, direttrice di Artissima, la Fiera internazionale d’arte contemporanea di Torino, presso la Galleria Cardi di Milano.

L’exhibition, aperta al pubblico il giorno successivo, ha connesso lo stile e l’eleganza di Gq con la creatività di 11 giovani artisti dell’Accademia di Brera – Flavia Albu, Alessio Barchitta, Federico Cantale, Jimmy Milani, Antonio Miucci, Giacomo Montanelli, Matteo Pizzolante, Giovanni Riggio, Luisa Turuani, Bea Viinamaki, Michela Zanini – selezionati per l’affinità delle loro creazioni con i valori della testata e del main partner Cupra, fonte d’ispirazione anche per la scelta dei materiali utilizzati, richiamando le texture alla base dell’identità del marchio. Dipinti, sculture, installazioni e performance artistiche hanno fatto riflettere gli ospiti sul futuro delle passioni maschili.

La mostra Passion for the path of art è stata realizzata grazie all’impegno del main partner Cupra, brand innovativo, portatore di una nuova visione dell’estetica e delle performance nel mondo dell’auto. La partnership con Cupra nasce dal desiderio di rompere gli schemi, di infrangere i codici classici e creare nuovi percorsi, anche legati all’arte, che avvicinino il pubblico al design e alla fruizione di contenuti innovativi. Questo stile traspare nella scelta delle opere, molte delle quali realizzate con materiali di riciclo, e delle idee esposte in mostra. Tutte interpretazioni capaci di trasmettere un feeling accogliente, che genera riflessioni positive e desiderio di osservare la realtà con uno spirito originale e proprio delle persone sicure di sé. Si celebra così la creatività di una generazione di ventenni capaci di emozionare con un innovativo percorso artistico.

La rassegna è stata allestita negli spazi della Galleria Cardi, nata dalla visione avveniristica di Nicolo Cardi. Al piano superiore gli ospiti si sono ritrovati in una piccola club house che ha racchiuso una seconda esposizione. Una spot collection che dipana per tappe visuali la costante trasformazione di Gq Italia lungo i suoi 20 anni di storia. Copertine, immagini di moda, ritratti di personaggi, artwork e reportage che mostrano come Gq sia mutato per interpretare il costume della società: informando, intrattenendo, emozionando.

Da venerdì a domenica Largo la Foppa ha ospitato un piccolo spin-off della mostra: i passanti hanno potuto scoprire in anteprima un’opera realizzata da uno dei giovani artisti scelti per l’esposizione, in un corner realizzato in collaborazione con il main partner Cupra.

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wired.it - 4 giorni 13 ore fa
Le icone di tre popolari app utilizzate da persone gay (foto: Daniel Acker/Bloomberg)

Censura, sorveglianza, profilazione. Da luogo di scambio di informazioni e zona franca del confronto tra idee diverse, internet rischia di diventare sempre più uno strumento di repressione contro le minoranze maggiormente esposte. E in pericolo non c’è solo la libertà di espressione, che potrebbe venire compromessa dalla profilazione selvaggia delle nostre abitudini online, ma anche la sicurezza fisica di quanti utilizzano alcuni servizi informatici con poca prudenza o disattenzione.

È proprio su questi temi che, negli ultimi tempi, si è concentrata la comunità Lgbtq+ internazionale, nella consapevolezza che una maggiore formazione all’uso di internet e degli strumenti di anonimizzazione potrebbe contribuire drasticamente ad aumentare il livello di sicurezza di quanti sono perseguitati o oggetto di vessazioni in tutto il mondo per il loro orientamento sessuale.

Qualche esempio ci è dato dalla cronaca internazionale. A marzo di quest’anno un ventiquattrenne di Dallas è stato condannato per aver derubato, picchiato e insultato delle vittime attirate nella sua trappola grazie a Grindr, l’app più utilizzata dalla comunità. Con l’aiuto di un complice, l’uomo avrebbe assalito almeno sei vittime, costringendole a subire le vessazioni dei due. In modo simile, nel 2017 quattro uomini in Texas furono arrestati per la stessa ragione, e incriminati per aver commesso reati d’odio. Ma episodi di sostituzione della persona nelle comunità virtuali si ripetono quotidianamente anche in Italia, e spesso non vengono segnalati per paura di ritorsioni o del calvario che potrebbe seguirne.

Tutte le minoranze, e in particolare quelle che raccolgono stigma sociale o sono perseguitate in vario modo, hanno ragione di preoccuparsi di ogni meccanismo che possa rendere più semplice schedarle e raccogliere informazioni sui loro comportamenti”, ha spiegato a Wired Stefano Zanero, professore associato in Computer Security al Politecnico di Milano. “Nel caso della comunità Lgbt, il problema è reso ancora più grave a causa dell’esistenza di applicazioni e siti di dating dedicati, che si prestano molto facilmente a profilature di vario genere, sia da parte delle autorità, sia da parte di singoli”.

Un caso esemplare potrebbe essere proprio quello della californiana Grindr, che nel maggio del 2018 è stata acquistata dalla società cinese Kunlun per 152 milioni di dollari. Secondo quanto documentato da un’inchiesta di Reuters, la Kunlun avrebbe permesso a degli ingegneri basati a Pechino di accedere “ai dati personali di milioni di cittadini americani”, che hanno potuto leggerne “i loro messaggi privati e lo status dell’Hiv”.

Sembra essere proprio questa la ragione per la quale la Commissione per gli investimenti esteri statunitense (Cfius) ha imposto che la proprietà del servizio fosse restituita a una società esterna alla Cina entro la primavera del 2020. Per Washington ci sarebbe il rischio che questi dati possano essere utilizzati dai servizi segreti cinesi per creare dei dossier sui dipendenti pubblici e sui militari americani: circostanza che metterebbe a rischio la stessa sicurezza nazionale del paese, oltre che quella dei suoi cittadini.

Ma andando oltre il grande gioco delle diatribe tra i servizi d’intelligence, un problema molto più concreto è proprio quello del trattamento e della conservazione dei dati. “Considerato che sono circa settanta i paesi in cui l’omosessualità è ancora un reato” – ha precisato Zanero – “bisogna tenere presente che queste applicazioni consentono la schedatura dei cittadini”. Tuttavia, il modello di business di gran parte dei servizi dedicati al dating si basa per lo più sulle pubblicità che sono in grado di raccogliere: “Per questo la loro collaborazione con questi paesi è estremamente limitata. Dall’altra, si tratta di servizi freemium, il cui utilizzo implica che l’appartenenza a una determinata minoranza venga segnalata ai circuiti pubblicitari, ampliando la profilatura commerciale a dati per loro natura sensibili”, conclude.

Lombroso.exe

Secondo uno studio pubblicato dalla Stanford University, un’intelligenza artificiale sarebbe in grado di distinguere una persona gay da una eterosessuale soltanto guardandone le foto. O almeno questo è il risultato ottenuto dai ricercatori Michal Kosinski e Yilun Wang, che hanno istruito una rete neurale con un archivio di oltre 35mila fotografie condivise pubblicamente su un sito di dating americano. Secondo lo studio, pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, l’intelligenza artificiale sarebbe in grado di identificare l’orientamento sessuale di una persona nell’81 per cento dei casi per gli uomini e nel 74 per cento dei casi per le donne.

Controverso ed estremamente interessante, questo studio solleva importanti quesiti etici. Quante cose che sfuggono all’occhio umano possono essere viste da un’intelligenza artificiale? Che uso se ne potrebbe fare? A quali conseguenze potrebbe portare? Domande le cui risposte si possono declinare in modo sensibilmente diverso, che si voglia vendere un prodotto o ridurre al silenzio una minoranza. E di certo si tratta di temi che impongono ulteriore prudenza nell’installare app o condividere online la nostra vita privata. Quantomeno come misura preventiva: poco tempo prima che Kosinski pubblicasse la sua ricerca, una commissione formata dai più alti vertici del governo russo lo aveva invitato proprio a Mosca, per condividere con loro la sua esperienza nell’ambito del riconoscimento facciale, come ha raccontato lui stesso al Guardian.

Il diritto all’anonimato

Telecamere su ogni muro, sensori in ogni tasca: eludere la sorveglianza digitale sembra impossibile. Soprattutto in un periodo nel quale la politica si scaglia sempre più spesso contro l’offuscamento delle identità, additato come vero responsabile della tanta violenza verbale che gira sui social network. “Ma chiedere un documento d’identità per accedere a internet, come taluni hanno fatto, è una cosa ridicola”, spiega Francesco Paolo Micozzi, avvocato esperto di diritto dell’informatica e nuove tecnologie.

L’anonimato è una risorsa necessaria e non c’è ragione di impedirne l’uso a chi non compie dei reati. Tanto più che, quando si parla di social network, nessuno è veramente anonimo, anche se utilizza un nome falso. Per alcuni reati, come la diffamazione, è possibile chiedere a Facebook di fornire alle autorità l’indirizzo Ip del responsabile, ma è un processo giustamente regolamentato ed estremamente delicato. Ovviamente i social network non possono dare questa informazione se non in casi di assoluta necessità, perché sarebbe un pericolo prima di tutto per quanti vivono sotto regimi autoritari”.

Detto questo” – prosegue Micozzi – “l’anonimato presuppone l’impossibilità di risalire all’identità della persona, e non è certamente il caso dei social network. Ma su questo tema si è espresso anche l’Article 29 Working Party (gruppo di lavoro composto della autorità nazionali di vigilanza e protezione dei dati, ndr), che ha sottolineato il fatto che a ciascuno debba essere garantito il diritto di esprimere le proprie opinioni in modo anonimo. Nella stessa direzione va la Carta dei diritti di internet, presentata nel 2015 dall’allora presidente della Camera Laura Boldrini, nella quale si fa esplicito riferimento all’anonimato come risorsa fondamentale per esercitare le libertà civili e politiche senza subire discriminazioni o censure”.

Dello stesso avviso è anche l’avvocata Stefania Stefanelli, docente di diritto privato nell’università degli studi di Perugia e membro dell’organizzazione per i diritti Lgbt, Rete Lenford: “È grazie a strumenti come Tor se abbiamo assistito al proliferare di movimenti come quelli delle Primavere arabe”, e prosegue: “Si tratta di possibilità di cui c’è ancora scarsa consapevolezza ma che danno la possibilità concreta di esercitare il diritto di essere anonimi” (il riferimento è al Tor Browser, software gratuito che consente di navigare anonimamente sul web e che viene utilizzato in tutto il mondo da attivisti, giornalisti e minoranze).

Time to update: There’s a new version of Tor Browser available.

Tor Browser 8.5.2 fixes a critical security issue in Firefox and updates NoScript to 10.6.3. Full changelog: https://t.co/IPuCeNXO6t pic.twitter.com/6WjtfJynzM

— The Tor Project (@torproject) June 19, 2019

 

Come ha spiegato Stefanelli a Wired, l’anonimato viene riconosciuto come diritto in Italia a partire dal diritto all’anonimato della puerpera, che ha quindi facoltà di non riconoscere il figlio e di restare anonima. “Si tratta di un bilanciamento, dal momento che la legge riconosce pari diritti sia per la madre sia per il figlio, intesi come persone distinte. In questo senso, l’anonimato serve proprio per esprimere liberamente il proprio pensiero e la propria persona, senza dover necessariamente andare incontro a conseguenze negative. Così come una madre può scegliere l’anonimato per ricrearsi una vita senza ricorrere all’aborto, in quanto Lgbtq+, una persona può utilizzare strumenti utili per dichiarare la propria sessualità senza venire discriminata”.

“Modalità Dio”

Tirando le somme, il problema della privacy e della protezione della propria identità digitale diventa tanto più pressante quanto si è parte di una minoranza. Tutti sono identificabili, ma essere un’anomalia, cioè una difformità dalla regola generale, rende l’utente più facilmente riconoscibile nel regno dei dati. Limitato è anche il risultato ottenuto da regolamentazioni e interventi politici, che rimangono sostanzialmente ancora poco efficaci e ottengono più un effetto di mitigazione che non di tutela reale e ad ampio spettro, lasciando così che siano le grandi aziende ad autoregolamentarsi. Uno spunto di riflessione in tal senso lo offre Smithereens, episodio dell’ultima stagione di Black Mirror (seguono spoiler).

Nella puntata, lo staff di un social network dimostra di essere sempre un passo avanti a forze dell’ordine e servizi segreti nell’identificazione e profilazione di un sospettato. Al culmine dell’episodio, e dopo un monologo su quanto il capitalismo dei dati abbia avuto la meglio sulla sua creatura, è lo stesso fondatore della piattaforma – vagamente ispirato alla figura di Mark Zuckerberg – a invocare dal suo portatile la modalità Dio, che con un click gli consente di avere accesso a qualsiasi informazione dell’utente. “La sola cosa positiva della mia posizione” – ammette il personaggio – “è che di tanto in tanto devo invocare la modalità Dio”.

Per chi ama il cinema, questo passaggio potrebbe ricordare il celebre Cavaliere oscuro di Christopher Nolan, nel quale Batman costruisce una mappatura in tempo reale di Gotham City sfruttando i segnali sonar ad alta frequenza dei telefoni cellulari degli abitanti, abilmente intercettati in modo da individuare Joker. Il film risale al 2008, ma già allora il personaggio di Lucius Fox (interpretato da un eccezionale Morgan Freeman) condannava tale tecnologia, pretendendone l’immediata distruzione non appena scovato il terrorista. “È un potere troppo grande nelle mani di una sola persona”, diceva il personaggio.

Dopotutto, solo un anno prima scoppiava il caso Nsa: la tecnologia di Batman non era fantascientifica già allora, né lo è oggi. La differenza sostanziale è che oggi un potere simile è nelle mani di più attori: decine di piattaforme, migliaia di app, milioni di server. Una situazione decisamente ribaltata rispetto a quella del lungometraggio e di fronte alla quale non possiamo fare altro che essere noi stessi quanto più possibile prudenti nel modo in cui utilizziamo la tecnologia. Nessuno spegnerà le macchine al posto nostro come nel Cavaliere oscuro, mentre è molto più probabile che qualcuno si possa sentire autorizzato a ricorrere alla “modalità Dio”. E ce ne scampi, se a farlo sarà qualcuno convinto di poter distinguere il bene dal male, o ciò che è naturale da ciò che non lo è.

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wired.it - 4 giorni 16 ore fa
Festa della musica 2007, Place des Vosges, Parigi (THOMAS COEX/AFP/Getty Images)

Il 21 giugno, anche in Italia, si è celebrata la Festa della musica. Nata in Francia nel 1982 su iniziativa del ministero della Cultura, è diventata poi un evento internazionale sempre più partecipato. Lo scopo della giornata è affermare l’importanza della musica portando i musicisti, dilettanti o professionisti che siano, in qualunque spazio pubblico sia possibile. I concerti all’aperto della festa, che coincide col Solstizio, ci hanno accompagnato nella stagione estiva, cioè quella in cui le notizie scarseggiano e proliferano le leggende metropolitane.

Ma anche la musica, naturalmente, ha le sue leggende metropolitane. La sua importanza nella cultura umana è talmente grande che è impossibile parlarne senza risultare banali, ed è proprio per questo che i musicisti, gli strumenti, le canzoni sono così frequenti in queste “storie improbabili raccontate come vere”.

Le lamette della Juilliard

La Festa della musica sembra trasmettere un’idea gioiosa e spensierata della produzione e dell’ascolto musicale, ma ai musicisti si richiede impegno e dedizione. A volte un po’ troppa, almeno stando a una leggenda metropolitana sulla celeberrima Juilliard. La Juilliard School è l’esclusiva scuola di arti, musica e spettacolo di Manhattan che dal 1905 prepara generazioni di stelle. Un ambiente molto competitivo dove si aspira alla perfezione assoluta, costi quel che costi. Al punto che, si dice, gli allievi di pianoforte accettino di essere sottoposti a un sadico metodo di insegnamento: tra i tasti degli strumenti su cui si esercitano sono inserite delle lamette da barba come incentivo a non sbagliare.

In altre versioni, le lamette sono invece nascoste dagli studenti, una forma di sabotaggio ai danni dei rivali. L’utilizzo creativo delle lamette da barba è frequente nelle leggende metropolitane, e infatti non ci sono prove che sia mai successo qualcosa del genere, o che addirittura sia un’abitudine degli insegnanti o degli studenti. Ma è il tipo di leggenda che ci si aspetta di trovare in un luogo così: non è un caso che il nomignolo della scuola sia Jailyard. Le pressioni a cui sono sottoposti gli studenti in cerca della perfezione sono probabilmente più terrificanti di qualunque mutilazione.

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Presso la prestigiosa Juilliard School di New York, correva voce che gli insegnanti di pianoforte adottassero un singolare sistema educativo: incastravano tra i tasti alcune lamette da barba, in modo che gli studenti meno attenti pagassero con il sangue gli errori nelle esecuzioni. Secondo un'altra versione della leggenda, le lamette venivano incastrate nei pianoforti dagli studenti di scuole rivali, o dai compagni di corso invidiosi. La stessa storia viene raccontata anche riguardo ad altre scuole musicali, e sembra in circolazione almeno dagli anni '60 #leggendemetropolitane #urbanlegends #music #musica #juilliardschool #insegnanti #teachers #sadismo #lamette #razorblades #newyork #creepy #pianoforte #piano #pianokeys

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I poteri dell’armonica a bicchieri

Non è uno strumento che si vede spesso in giro, ma l’armonica a bicchieri ha una storia interessante. Derivata dal cristallofono, ne è la sua versione meccanica. Invece di avere dei bicchieri appoggiati su piano, una serie di ciotole è montata su un asse orizzontale in rotazione. L’esecutore può quindi passare rapidamente da una ciotola all’altra, e quindi da un suono all’altro, semplicemente toccando il bordo col dito inumidito. Questo upgrade del cristallofono si deve niente meno che a Benjamin Franklin, che inventò l’armonica a bicchieri (o armonica di Franklin) nel 1761. La popolarità dello strumento fu immediata, ma anche di breve durata. Nell’Ottocento lo strumento era già stato quasi dimenticato, probabilmente perché soppiantato da altri gusti e strumenti. Ma ha fatto in tempo a generare una leggenda: si diceva che l’armonica a bicchieri facesse stare male le persone.

I nervi, specialmente delle donne, sarebbe stati troppo stimolati e anche molti medici sconsigliavano di esporsi al suono dello strumento. In alcuni casi, avrebbe addirittura spinto al suicidio. Al contrario Franz Mesmer, il medico famoso per le sue avversate teorie sul magnetismo animale, usava proprio l’armonica di Franklin con l’intento di guarire i malati. Ironia della sorte, Franklin è stato uno degli sbufalatori di Mesmer, nonché prolifico produttore di fake news

Gloomy Sunday, la canzone del suicidio

Non è sempre colpa dello strumento. Nelle leggende musicali a volte è la musica stessa ad avere un potere magico. È il caso della canzone ungherese Szomorú vasárnap, nota internazionalmente nella versione cantata da Billy Holiday, Gloomy Sunday. La canzone ungherese parla di pene d’amore, e si dice sia talmente triste da spingere le persone a suicidarsi, come ha intenzione di fare anche il suo protagonista. A causa di questo, si dice che sia stata vietata in radio più volte e in diversi paesi perché associata a una serie di suicidi. Ciliegina sulla torta, l’autore del brano Rezso Seress è effettivamente morto suicida, forse perché non aveva mai scritto un altro successo.

Il suicidio dell’autore è reale, mentre il resto è leggendario. La spiegazione più probabile è che negli anni Trenta la canzone si sia presa la colpa, via stampa, di un serie di suicidi riconducibili al difficile periodo (nazifascismo in Europa, Grande Depressione in Usa). Nonostante la diffusione della leggenda, l’unica censura accertata in radio è stata quella della Bbc, cominciata negli anni ’40 e rimasta in vigore fino al 2002. Il bando, però, almeno all’inizio doveva essere più legato alla guerra e all’esigenza di tenere alto il morale: obiettivamente, non è una canzone allegra. Gloomy Sunday rimarrà per sempre la principale canzone del suicidio (in Usa è nota come Hungarian suicide song), ma per fortuna la sua fama è immeritata quanto quella del Blue monday o del Natale.

Satanismo e backmasking

Si può inserire un messaggio in un brano musicale in modo che sia comprensibile solo se è suonato al contrario? Certamente sì: la tecnica di incisione si chiama backmasking ed è stata usata per la prima volta negli anni ’50 dall’avanguardia musique concrète. Ispirandosi a questa corrente, i Beatles negli anni ’60 cominciarono a loro volta a inserire messaggi, lanciando una moda. Ma tra inserire un messaggio in questo modo come forma artistica, di critica, o anche satirica, e dire che un certo musicista usa il backmasking per fare nuovi proseliti di Satana c’è molta differenza.

I Ned Flanders di tutto il mondo si misero alla ricerca di questi messaggi nascosti, rivestendo di significati occulti quello che trovavano o, molto più spesso, credevano di aver trovato. Infatti, ascoltando un brano al contrario, è possibile riconoscere parole familiari e addirittura frasi di senso compiuto per una sorta di pareidolia acustica, in assenza di qualunque backmasking.

Sulla nascita della leggenda si possono fare delle ipotesi. All’inizio del XX secolo l’occultista Aleister Crowley aveva invitato ad ascoltare dischi e a parlare al contrario, ma in ogni caso i musicisti da Mozart in poi sono sempre stati associati al demonio. A questo bisogna aggiungere la bufala dei messaggi subliminali, che si favoleggiano in grado di cambiare il comportamento, quando in realtà i loro effetti sono molto più modesti.

Paul è morto, Elvis è vivo

Nel backmasking si troverebbe uno dei tanti indizi rivelatori della più famosa leggenda musicale della storia: la morte di Paul McCartney nel 1966, sostituito da un sosia. Una possibilità è che la voce sia nata per scherzo, probabilmente nei college americani, per poi evolversi in una teoria del complotto conclamata che vanta(va) anche reali credenti e ricercatori di gloria: uno sviluppo che sarebbe diventato familiare. L’indizio nascosto col backmasking era “turn me on dead man”, all’interno di Revolution 9: anche in questo caso pareidolia uditiva. Nel 1969 la teoria era diventata virale, ma il debunking in copertina della rivista Life rimise tutti coi piedi per Terra, o quasi: i truther della morte di Paul sono ancora là fuori.

Dopo Paul è morto, la legenda musicale più conosciuta è probabilmente Elvis è vivo. In questo caso però, come raccontato su Wired, la teoria del complotto sconfina nella religione. Succede spesso che la morte di un personaggio famoso non sia accettata, e nel caso di Elvis sembrerebbe proprio che i fan lo abbiano fatto risorgere attraverso i presunti avvistamenti. La teoria che spiega perché avrebbe finto la morte, e i presunti indizi rivelatori, potrebbero essere considerati addirittura secondari. Elvis appare ai fan come un altro credente potrebbe vedere invece il volto di Gesù tra la folla, e chi ha dubbi o è offeso da questo paragone osservare potrebbe cambiare idea guardando come la casa del cantante, Graceland, si trasforma in meta di pellegrinaggio durante la Elvis week.

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wired.it - 4 giorni 16 ore fa
Makkox (foto: Giacomo Maestri)

Da poco meno di 50 anni, il Premio di satira politica di Forte dei Marmi premia l’eccellenza degli scrittori, umoristi, giornalisti, disegnatori e comici d’Italia: dalla prima edizione in Versilia sono passati Achille Campanile, Cesare Zavattini, Roberto Benigni, Zerocalcare, Leonardo Sciascia e tanti altri nomi della crème della nostra produzione culturale. E da quest’anno l’appuntamento raddoppia con una manifestazione in programma dal 9 al 13 luglio prossimi, il Festival di satira politica. Tra i tanti ospiti della kermesse ci sarà anche Makkox, al secolo Marco Dambrosio, disegnatore, fumettista, autore televisivo (in onda su La7 con Propagande Live, al fianco di Zoro) e superstar dell’umorismo. A lui abbiamo chiesto di raccontarci un po’ del suo lavoro, e come vede il paese che disegna ogni giorno.

Iniziamo con la domanda da 1 milione di dollari, dato che siamo qui a margine di un Festival della satira. Cos’è la satira, per te? 

“Ah, vogliamo renderla subito impegnativa [ride]. Beh, ognuno c’ha la sua idea, di satira. Quella che va per la maggiore è l’idea di un’attività di contrasto al potere, una forma di combattimento, insomma: ha una funzione sociale un po’ pesa.

“La mia idea geniale è stata tirarmi fuori da tutti questi ambiziosissimi discorsi e fare umorismo; altrimenti tutti ti cagano il cazzo, sai. Fine del discorso. Per com’è concepita, la satira manca di leggerezza: chi la fa e chi la legge vuole l’impegno e la militanza, è questo che ci si aspetta, unito a una totale mancanza di dubbi. Ed è qualcosa che io non ho”.

Come hai iniziato, e con quali influenze?

“Ho iniziato coi miei disegni umoristici ai tempi della scuola: disegnavo sui diari, sul banco, sul muro, quel tipo di cose lì. Ma anche allora non erano disegni militanti. All’epoca leggevo di tutto, dai Bonelli a Il Male, Pazienza… c’erano tanti fumetti, avevi l’imbarazzo della scelta. E disegnando ti avvicini a quel mondo, è una cosa istintiva.

“Poi però mi sono messo a lavorare, facendo tutt’altro: sai quando si dice ho sempre voluto fare questo, ho sempre sperato di riuscire? Ecco, io speravo di pagare l’affitto, non di disegnare. Il disegno di per sé non l’ho mai puntato, era una cosa che facevo negli interstizi, come dire. Ho fatto piccole cose di grafica, quello sì. Ma un disegnatore? No, non ho mai pensato che avrei potuto diventarlo, finché poi lo sono diventato”.

In una nota editoriale ne L’antichissimo mondo di B.C., le strisce di Johnny Hart pubblicate per la prima volta nella collana degli autori stranieri di Mondadori nel 1965, c’era scritto: “Un narratore che usa le strisce invece dei paragrafi, che disegna i suoi personaggi invece di descriverli, non può essere ignorato per un puntiglio meramente formale”. La cosa fece molto discutere: “Narratore”? Un fumettista? Cinquant’anni dopo, secondo te il fumetto ha ancora della strada da fare per essere considerato al di fuori del suo mondo?

“Quella strada l’hanno già fatta, secondo me: ormai sono già considerati. Pensa a Doonesbury, a quel tipo di strisce, che je vuoi di’? Il graphic journalism è stata la chiave per fare il salto, abbiamo avuto – recentemente – fumetti che vincono il Pulitzer. Pensa anche all’Italia, con Zerocalcare presentato al premio Strega: insomma, il fumetto la sua autorevolezza l’ha conquistata, anche se qui da noi è più difficile, siamo sempre indietro. Nello specifico perché manca quella pluralità di cui questo mondo si nutre. E poi vabbè, non ci sono i quattrini e il pubblico, due cose fondamentali per espandersi.

Quali sono i colleghi – italiani e internazionali – di cui apprezzi maggiormente il lavoro?

“Beh, Gipi sta da un’altra parte: ha una sua poetica inarrivabile, oltre a una capacità tecnica fuori dal comune, con un segno riconoscibile e riconosciuto nel mondo. Tra gli altri, sicuramente anche Paolo Bacilieri è un altro nome di quelli che entrano come casi che si studiano a scuola. Al di fuori di questi, ci sono tanti autori tecnicamente bravi, che però non hanno quell’aura da Autore, con la maiuscola, che rende un fumettista parte integrante della storia del fumetto (pensa a Crepax, a Pratt: persone che non si sono limitate a seguire un sentiero già tracciato da altri, ma hanno inventato mondi tutti loro)”.

Nel 2011, poco prima di renderlo il protagonista del tuo libro The full Monti, hai scritto di esserti divertito più con Monti che con Berlusconi. Quindi non resta che chiederti: col governo del cambiamento quanto ti stai divertendo?

“Pure troppo. Con Berlusconi, al tempo, pensavi di aver toccato l’apice; Monti aveva quella sua qualità imprevista, un po’ alla Luciano Salce; Renzi, beh, un altro comico. Ma quelli erano altri tempi: adesso non c’è più bisogno di lavorazione del prodotto. Non c’è più filtro. Ma la cosa davvero preoccupante è che, nonostante tutto, non vedo quelli intorno a me che ridono: è questo che mi spaventa. È come se avesse vinto il clown di It, eppure nessuno è preoccupato, nessuno ride”.

Chi è il personaggio più preoccupante di queste strisce del cambiamento?

“Certamente Salvini, quello che dovrebbe far ridere in maniera sguaiata. Dice cose talmente grottesche e cattive! È come quel personaggio di Albanese, no?, Cetto La Qualunque, che istigava alla risata dicendo cose enormi; invece lui, Salvini, se ne esce con frasi di una crudeltà inaudita e tanti non alzano nemmeno un sopracciglio. Lui non è la Meloni, per dirne una, quel tipo di politico che ha ancora del comico involontario, che fa ancora ridere: Salvini viene preso sul serio. E quando va in giro col rosario in mano e lo bacia, tu dovresti buttarti per terra dal ridere. Ma non lo fai, non più. E questo mi terrorizza.

“L’opposizione, per assurdo che può sembrare, ormai la sta facendo Papa Francesco, in giro vedo la gente con Avvenire sotto braccio, e Salvini è diventato una specie di contro-Papa leghista, il Papa Verde. Mi ricorda Enrico VIII, nel modo in cui vuole diventare un riferimento religioso. È un aspirante ayatollah, e questa è una cosa di una pericolosità inaudita, di cui nemmeno ci stiamo accorgendo.

“E il Pd, come risponde? Con Zingaretti?”

(foto: Giacomo Maestri)

Già, già. E a proposito di tutti questi personaggi: rileggendo le tue vecchie storie pubblicate sul web negli ultimi 10 anni – più o meno – l’impressione è che formino una sorta di racconto unitario. Che racconto è, secondo te? Come ne esce il nostro paese?

“Non ne esce bene. Quando riguardo le cose vecchie che ho fatto mi accorgo che c’è una stata una discesa a precipizio, perché le cose che prima facevano ridere ora non fanno nemmeno il solletico. Le riguardo e penso: davvero prima ci lamentavamo di questo? Davvero ho fatto una vignetta su questa cosa? Oggi sarebbe ordinaria amministrazione, sarebbe derubricato. Oggi cominci a dire: mamma mia, che statista Rotondi! D’altronde lo stesso Berlusconi non era arrivato a tutto questo, per quanto gli abbia preparato il terreno. Ma non si è mai proposto come Papa, per dire, se non in qualche sua battuta. Non ha mai raggiunto la trivialità di questi qua: la sua era un’ironia ancora paradossalmente alta, almeno per certi versi, una roba anni Ottanta. Poi, il precipizio”.

Sì, ci abbiamo preso gusto, diciamo. Invece, com’è nato il tuo rapporto con Diego Bianchi aka Zoro, e com’è oggi il vostro processo creativo?

“Beh, calcola che Zoro era già un blogger abbastanza noto, e anch’io bloggavo (si diceva al tempo), ci si conosceva, un paio di volte ci siamo anche incontrati a Roma… Poi ero stato coinvolto da Luca Bizzari a collaborare con lui come autore, ma Mediaset, o meglio quell’atmosfera lì, non mi era piaciuta, non mi ero trovato bene. Da questo però, qualche tempo dopo, mi è arrivata una chiamata di Diego che mi diceva: “Ho in piedi un progetto per un programma tv, ti va di partecipare?”. Da lì è nato Gazebo, e il resto lo sapete.

“Ancora oggi a far funzionare tutto è lui, la parte centrale del programma è indiscutibilmente il suo pezzo: insomma, è Zoro che fa la differenza, a Propaganda Live. Con lui ci confrontiamo su tutto, ma in modo molto tranquillo ed easy; la cosa bella della trasmissione – quella che funziona – è che ognuno pensa al suo, senza grossi problemi. È una macchina oliata. E ancora oggi, quando gli faccio vedere tutta la parte iniziale del mio video coi disegni, lui ride e mi dà consigli, “potremmo fare questo o quest’altro”. Siamo un gruppo.

“Nelle riunioni ci scambiamo quel che abbiamo in mano, e poi il venerdì facciamo un recap generale prima della diretta. Per me andare in diretta è essenziale: ho sempre voluto fare cose live, e lo stesso vale per Zoro. Non è un caso che tutto questo nasce da spettacoli che io e lui avevamo fatto in piazza, che abbiamo voluto rendere un programma. Nella televisione mainstream, diciamo, hai il pubblico dietro – diventa una specie di coro greco – mentre nel live te lo trovi davanti, lo vedi, c’è uno scambio e un feedback immediato. Banalmente: da noi la gente ride, sai se sta apprezzando o meno. È un’esperienza diversa, anche perché in tv, invece, che riscontro hai? Quello dei tuoi autori che fanno pollice in alto di fronte a una certa scena. Ah, beh”.

Ai tempi del primo successo di Zerocalcare definisti il web “il suo primo è più efficace editore”: 8 anni dopo, daresti ancora lo stesso consiglio a un fumettista?

“Identico! L’ho dato a lui stesso al tempo, dicendogli: “Senti, Miche’, apriamo un bel blog: facciamo i numeroni. Tu sei un talento, senza dubbio; se arrivi direttamente ai lettori, vedrai che poi gli editori se ne accorgono”.

“Il problema è che l’Italia è diventato un paese di rincoglioniti; quello che è uscito dalla guerra traboccante di genialità e voglia di fare, poi ha subìto un’involuzione fino ad assumere la forma della massa di coglioni. Oggi non vedo nessuno che si mette in gioco con la stessa qualità, con la stessa dedizione: guardano Zerocalcare come se avesse vinto alla lotteria. E poi li vedi fare in 80mila il concorso per diventare navigator e dici: ma che cazzo. Anch’io, nel mio piccolo, mi sono fatto un mazzo tanto, e oggi ho la gente che mi scrive e mi dice “aò, ma quando finisci tu che succede?”. Manca proprio l’iniziativa, si preferisce vivere sulle spalle degli altri e aspettare il salvatore”.

Parli del mondo del fumetto? Oppure…

“Quello non lo frequento molto – mi piace più il cinema del fumetto – ed è un mondo molto di nicchia, con impallinati che si occupano quasi solo delle loro questioni interne. Ma è in generale, nella nostra società, che c’è rabbia o invidia per chi ce l’ha fatta, come se fosse una possibilità preclusa agli altri. Lo noti anche in quel canto di morte continuo che sono i social, uno sfogone collettivo in cui additare i presunti colpevoli della tua vita de mmerda”.

Ecco, parliamo un po’ di questi benedetti social.

“Hanno il pregio di farti vedere le cose come sono. Io vado su Facebook per capire com’è l’Italia. E per farlo – per capirlo – secondo me devi farti 8 mesi su Facebook. Pure l’Istat dovrebbe: rabbia, desideri, dolori. È tutto lì. Il problema dell’Italia è che Twitter ha perso il contatto con Facebook. Vedo un terrore del futuro, del presente… di tutto”.

Secondo te quel terrore è un segno distintivo di quest’epoca?

“Beh, sì. Negli anni Ottanta, il momento d’oro nel nostro immaginario nazionale, il lavoro era ovunque, l’ottimismo la faceva da padrone, eccetera. Non c’era il problema dell’immigrazione… ma poi diciamocelo, che cazzo de “problema” è? Il vero problema è l’emigrazione, non l’immigrazione. Anche e soprattutto quella delle aziende che chiudono i battenti. Di recente con Guido Maria Brera e Edoardo Nesi abbiamo fatto uno spettacolo in cui mostravamo al pubblico le aziende italiane vendute o finite in bancarotta negli ultimi anni: la gente in platea sbiancava, sembrava di vedere un elenco dei morti”.

Stai dicendo che il problema del “terrore” che stiamo vivendo, o meglio la sua origine, è economico?

“Assolutamente sì. L’Italia è diventata povera, e di colpo ci siamo trovati ad appassionarci a temi idioti tipo la casta, quanto spendono i politici, se si spostano in macchina… Quando leggo polemiche del genere mi viene da dire: ma noi siamo il paese delle macchine, idioti! I politici devono andare in giro in Ferrari, altroché. Il punto sai qual è? Che la gente è incazzata perché si è impoverita, ed è come coi cani che ringhiano e devono addentare l’osso di gomma. Ecco, l’Italia del 2019 addenta di tutto”.

Beh, ma prima o poi gli invotabili da votare finiranno…

“Non ci giurerei, eh. E poi guarda, lo dicevo l’altro giorno sul Foglio: io non voglio prendermela con quelli che sono finiti lì; a me interessa andare contro quelli che ce li hanno messi. Altrimenti sarà sempre un tornare al problema a monte. Ma il problema – ormai è chiaro – è il cane, mica l’osso di gomma”.

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wired.it - 4 giorni 16 ore fa

Il 23 giugno 1989 usciva nella sele americane Batman di Tim Burton, il primo film cinematografico dedicato al cavaliere oscuro e uno dei primi cinecomic dell’era moderna. A 30 anni di distanza è interessante osservare questo prodotto, che è contemporaneamente un film commerciale di grandissimo successo e un’opera in cui già si scorgono molti di quelli che saranno i tratti distintivi di un Autore, oggi universalmente riconosciuto (e francamente in declino), ma che all’epoca appariva come un giovane emergente di belle speranze che accettava un lavoro su commissione e del quale non è mai stato del tutto convinto.

30 anni prima dei fratelli Russo, Tim Burton veniva salutato come il regista in grado di trovare la formula perfetta che bilancia personalità e intuito commerciale, in grado di accontentare fan di vecchia data e attrarne di nuovi, far applaudire i critici e vendere giocattoli… Ma quanto di questo è ancora vero? Rivisto con la sensibilità di oggi, non proprio tutto di quel Batman pare invecchiato benissimo…

È invecchiato male: le donne

Batman è decisamente figlio del suo tempo per quanto riguarda la caratterizzazione, o anche solo la rappresentazione, delle donne: due soli personaggi femminili con delle battute, una delle quali assolve al semplice compito di “pupa del boss” e muore offscreen a metà film, l’altra è la Vicky Vale interpretata da Kim Basinger, il cui incredibile fascino non basta a far dimenticare che ha poco più di una manciata di battute in tutta la pellicola e che il suo ruolo è gridare, svenire ed essere l’oggetto (inanimato) della contesa tra Batman e il Joker, anche a costo di gravi buchi di sceneggiatura (non è assolutamente chiaro, per esempio, a che punto o per quale motivo il Joker decida che deve averla!).

È invecchiato bene: la colonna sonora

Qui c’è poco da dire, le note composte da Danny Elfman sono impresse a fuoco nella memoria di tutti noi al pari del tema di Guerre Stellari o di Indiana Jones. Non è corretto dire che sia “invecchiata bene”, perché la colonna sonora di Batman è semplicemente immortale.

È invecchiato male: il tono di voce

L’obiettivo di Burton era dare una lettura di Batman nuova e moderna, seria e quanto più distante possibile dal ritratto da barzelletta che ne aveva fatto la serie tv degli anni 60. Diciamo che ci riesce a metà. La scena in cui il Joker vandalizza il museo a tempo di musica non avrebbe sfigurato nel suddetto telefilm, come del resto la parata in cui balla e lancia soldi a una manciata di comparse non particolarmente convinte. E che dire dei suoi sgherri, vestiti con outfit coordinati e inspiegabilmente tutti esperti di arti marziali, alla guida di automobili colorate di viola e verde e persino di un elicottero con logo del Joker stampato sopra.

Inoltre le scene d’azione sono goffe e impacciate, gli effetti speciali inevitabilmente datati (inspiegabili gli “scudi” in stop-motion che ricoprono la Batmobile quando è parcheggiata) e gli stunt poco ambiziosi, tutte cose che all’epoca non rappresentavano una priorità (e certo non lo sarebbero neanche oggi per un regista come Burton), ma che oggi lo fanno sembrare un film a basso budget con inspiegabili punte di trash, proprio come la serie tv.

È invecchiato bene: il setting

Quella Gotham City un po’ gotica, un po’ diesel-punk e un po’ Metropolis di Fritz Lang è ancora oggi uno spettacolo per gli occhi, anche quando è fin troppo evidente che stiamo guardando fondali dipinti. Claustrofobica e irreale, la Gotham immaginata da Tim Burton è una città a metà strada tra film horror e racconto noir, i cui echi riverberano anche nei costumi dei personaggi che omaggiano le origini cartacee di Batman, sulle riviste pulp degli anni 40. Il suo anacronismo spinto è proprio ciò che non la farà mai passare di moda.

È invecchiato male: il Joker

Al netto del fatto che Jack Nicholson è la scelta più indovinata di tutto il film (imposta a Burton dai produttori, che sentivano la necessità di un nome di richiamo per vendere un prodotto così strano), possiamo dire in tutta onestà che il suo Joker sia un personaggio davvero riuscito?

Non si capisce cosa voglia, non ha una caratterizzazione o motivazioni… Eppure il film è quasi tutto incentrato su di lui. A volte a muoverlo è la vendetta, altre l’ego, altre ancora viene semplicemente detto che è pazzo, quindi vale tutto. Vuole regnare su Gotham o farla sprofondare nel caos? È un gangster o un serial killer? Perché a un certo punto si convince di essere un artista? In alcune scene odia Batman perché lo ha fatto precipitare in una vasca di acido, in altre è indispettito perché gli ruba l’attenzione sui giornali… Spiace dirlo, ma non regge il paragone col ritratto sfaccettato, coerente nella sua follia, e conturbante che ne ha dato 19 anni dopo Heath Ledger in Il Cavaliere oscuro.

È invecchiato bene: la Batmobile

La linea della Batmobile è qualcosa di incredibile con cui i mezzi carrarmati che il Cavaliere Oscuro guida nei film di Nolan e di Snyder, per quanto più “plausibili”, non possono minimamente competere. Un po’ auto d’epoca, un po’ oggetto di design, piena di gadget come una macchina di James Bond, ma alquanto bizzarra (a cosa serve quel cofano grottescamente lungo?!) e decisamente poco funzionale per muoversi nelle strade strette e tortuose di Gotham City: nel 1989 conquistò sia gli spettatori sia gli autori di fumetti e cartoni animati, che la presero a modello per gran parte dei design successivi.

È invecchiato male: Michael Keaton come Bruce Wayne

La scelta di Michael Keaton nel ruolo di Batman aveva lasciato perplessi molti fan già all’epoca, ma una volta nelle sale la sua interpretazione dell’uomo pipistrello era stata in grado di conquistare anche i più scettici… 30 anni dopo, non è ancora chiarissimo come.
In anni in cui il cinema d’azione era dominato da Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, Tim Burton sceglieva un attore dall’aspetto esile (per di più conciato, quando in borghese, come un impiegato del catasto) e non particolarmente atletico per un motivo molto preciso: non vedeva Batman come un eroe action, ma come un matto che si veste da pipistrello perché… be’, è matto.

Con le sue espressioni stralunate, i tic e le idiosincrasie, Keaton era (e rimane) un attore fantastico, con carisma da vendere e una personalità magnetica, ma il suo “Batman” non era Batman: era ciò che Tim Burton pensava di Batman, un discorso un po’ troppo meta persino per gli standard di oggi e francamente deludente rispetto a ciò a cui siamo abituati quando parliamo di eroi in costume.

È invecchiato bene: non è una origin story

Uno dei problemi più grossi che affliggono il mondo dei cinecomics oggi è la frequenza con cui le origini dei supereroi vengono raccontate e ri-raccontate (siamo a quota tre per Spider-Man, per esempio): è una vera ventata d’aria fresca riguardare oggi quel Batman del 1989 e scoprire Tim Burton non sentiva il minimo bisogno di spiegarci chi fosse, da dove venisse e cosa muovesse le sue azioni. Chi è Bruce Wayne? Un ricco eccentrico. Perché odia il crimine? Perché gli hanno ammazzato i genitori da piccolo. Perché lo combatte vestito da pipistrello? Perché non lo fa nessun altro (parole sue!).

A differenza di Nolan, che in Batman Begins ha tenuto a raccontarci pure dove ha comprato l-elmetto, Burton aveva capito che Batman è un’icona e non ha bisogno di spiegazioni.

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