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brand-news.it - 2 giorni 19 ore fa

Un argento è andato a Lessons for Good per Leroy Merlin, un bronzo a The Sign per Coca-Cola e un altro bronzo a Diesel X Mustafa creata per Diesel.

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wired.it - 3 giorni 7 ore fa
Quello che resta della cattedrale di Notre Dame (foto: ZAKARIA ABDELKAFI/AFP/Getty Images)

Sono passati due mesi e due giorni dall’incendio che lo scorso 15 aprile ha distrutto parte della cattedrale di Notre Dame, a Parigi. Eppure, i Ceo delle grandi compagnie e i miliardari che avevano promesso di finanziare la ricostruzione di questo simbolo dell’arte gotica non hanno ancora donato nulla.

Nemmeno un centesimo”, per usare le parole di André Finot, responsabile della comunicazione di Notre Dame, all’Associated Press. “Vogliono sapere per filo e per segno come verranno spesi i loro soldi e solo dopo dare il loro consenso”. Gli unici a sborsare soldi, finora, sono stati i privati cittadini, molti dei quali americani. Grazie al loro contributo, i dipendenti hanno continuato a ricevere lo stipendio e sono state pagate anche le utenze della struttura.

Le ragioni dei miliardari

Stando alle promesse dei miliardari all’indomani dell’incendio, sarebbero dovuti arrivare circa 850 milioni di euro per ricostruire Notre Dame. François-Henri Pinault, Ceo del gruppo Kering (cui appartengono Gucci e Yves Saint Laurent), ne aveva promessi 100. Lo stesso aveva fatto la compagnia petrolifera Total. Bernard Arnault, Ceo del gigante del lusso Lvmh, si era, invece, impegnato a garantirne il doppio, così come la Fondazione Bettencourt Schueller.

Ad oggi, sono stati raccolti solo 80 milioni di euro e nessuno di loro ha mantenuto gli impegni presi. Interrogati a riguardo, i vari portavoce hanno spiegato che i gruppi di cui curano la comunicazione stanno semplicemente aspettando di capire come verrebbero spesi i loro soldi. La Fondazione Bettencourt Schueller, per esempio, vuole essere certa che la ricostruzione sia in linea con la sua policy, che dà grande importanza all’artigianato nell’arte.

Secondo il ministro francese della cultura Franck Riester non tutti pagheranno, ma molti manterranno la parola data e finanzieranno effettivamente la ricostruzione. Ne è convinto anche Oliver de Challus, esperto di architettura e tra le principali guide della cattedrale. “Non importa se i grandi donatori non hanno ancora pagato, perché le decisioni più importanti verranno prese verso la fine del 2020”, ha detto. “Sarà allora che avremo bisogno di grandi quantità di soldi”.

L’impegno dei privati cittadini

Finora la Fondazione Notre Dame ha raccolto circa 15,7 milioni di euro di finanziamenti e trasferirà 3,6 milioni di euro di questi al ministro della Cultura a giugno per la prima fase della ricostruzione.

Christope Rousselot, della Fondazione, ha detto al sito cattolico Aleteia che la maggior parte di questi soldi è stata donata da 41mila mila privati cittadini che hanno versato una media di 200 euro a testa.

Un contributo importante è arrivato anche da Friends of Notre-Dame de Paris, un’associazione caritatevole negli Stati Uniti. Secondo il presidente dell’associazione, Michael Picaud, sono stati raccolti circa 4 milioni di euro grazie sia ad alcuni eventi di fundraising organizzati in collaborazione con l’ambasciata di Washington, che al contributo dei singoli donatori che il 15 aprile – il giorno dell’incendio –  sono aumentati fino ad arrivare a 10600 (prima erano 800).

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wired.it - 3 giorni 7 ore fa
stranger things

La terza stagione di Stranger Things farà il suo debutto su Netflix a partire dal prossimo 4 luglio: i fan avranno così l’occasione di rivedere in scena i propri personaggi preferiti. Fra questi ad aver fatto sicuramente breccia nel cuore di molti appassionati c’è sicuramente Dustin, il buffo nerd dalla battuta pronta interpretato da Gaten Matarazzo. Il giovane attore è uno dei volti più memorabili della serie e ora avrà un’ulteriore occasione di mettere in campo le sue doti istrioniche grazie a un nuovo show che arriverà sempre sulla piattaforma di streaming.

Netflix ha infatti ordinato otto episodi di Prank Encounters, un show di scherzi e candid camera di cui Matarazzo sarà sia conduttore sia produttore esecutivo. Ogni episodio metterà in campo degli scherzi ripresi da telecamere nascoste, soprattutto basati su ambientazioni terrificanti o assunti decisamente paurosi. I poveri malcapitati, insomma, saranno messi di fronte ai loro incubi peggiori tutto per il divertimento del pubblico da casa: verosimilmente il programma sarà rivolto a un pubblico di adolescenti.

In aggiunta dunque a Stranger Things e agli impegni teatrali (sarà presto in scena con uno spettacolo di Broadway intitolato Into the Wood), Matarazzo avrà un periodo piuttosto pieno nei prossimi mesi. A tutto ciò, infatti, si aggiunge anche il suo impegno per la sensibilizzazione nei confronti della disostosi cleidocranica, la malattia genetica che lo caratterizza in prima persona. Prank Encounters, poi, farà il suo debutto in streaming nella seconda metà del 2019.

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wired.it - 3 giorni 7 ore fa
Una scuola in Etiopia (foto: ZACHARIAS ABUBEKER/AFP/Getty Images)

Non sono durate che qualche giorno le promesse del governo etiope di migliorare l’accesso a internet nel paese africano. E soprattutto non sono state mantenute: la connessione entro i confini nazionali è stata quasi completamente chiusa, in un periodo di quattro giorni in concomitanza degli esami scolastici nazionali.

L’interruzione del segnale internet è iniziata l’11 giugno 2019 alle ore 7:30 ed è perdurata fino alle 14. Come riferisce il sito Africa News, l’assenza di segnale è presunta essere una misura straordinaria per contrastare gli imbrogli durante la tornata di esami nelle scuole del paese.

Nonostante l’assenza di una conferma ufficiale da parte del governo o dell’unico operatore telefonico nazionale, Ethio Telecom, i dati raccolti da Oracle e mostrati da TechCrunch evidenziano come il segnale internet sia stato messo offline in tempi record in tutta la nazione.

Dati che indicano l’interruzione del servizio internet in Etiopia (fonte: Tech Crunch)

Gli esami di livello 10 e 12 – quelli in corso negli ultimi giorni – sono necessari per ottenere l’ammissione all’università oppure per l’iscrizione ai corsi professionali nazionali; sono migliaia gli studenti che, sul territorio etiope, sostengono annualmente questi esami tra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

Vogliamo che i nostri studenti si concentrino e siano liberi dalla pressione psicologica e dalle distrazioni che ciò comporta”, ha affermato Mohammed Seid, portavoce dell’Ufficio per le comunicazioni del governo.

La sospensione della connessione internet arriva però qualche giorno dopo che il governo locale aveva annunciato, durante l’evento Expo dell’Etiopia, l’emissione di nuove licenze di telecomunicazione individuali entro la fine del 2019.

Il problema dei blackout di internet

In tutta l’Africa, le messe offline di internet stanno diventando sempre più popolari, soprattutto per ragioni politiche. Il Sudan ha recentemente bloccato internet in un momento di transizione per il paese, mentre la Liberia lo ha messo offline sulla scia delle proteste anti-governative. Ancora, Uganda e Repubblica del Congo hanno bloccato l’accesso durante le elezioni presidenziali del 2016. E il Ciad continua a subire un’interruzione per il secondo anno, così come la regione anglofona del Camerun.

https://twitter.com/netblocks/status/1138141686033522689

Visti le continue sospensioni di internet, una risoluzione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel 2016 ha dichiarato che le restrizioni dell’accesso a internet devono essere considerate come una violazione dei diritti umani.

Sebbene l’Etiopia stia muovendosi vero la creazione di un internet più accessibile per i suoi cittadini, scegliere, a pochi giorni dall’annuncio di tale impegno, di precludere il segnale internet a tutto il paese come misura cautelare per prevenire imbrogli agli esami, potrebbe far perdere credibilità al paese agli occhi di possibili investitori internazionali.

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wired.it - 3 giorni 8 ore fa
classifica smartphone potenti(Foto: OnePlus)

Arriva l’atteso aggiornamento della classifica degli smartphone più potenti al mondo rilasciata da AnTuTu, popolare e attendibile test di benchmark che misura le performance dei processori dei cellulari in commercio.

La top 10 di Android riferita a fine maggio vede in testa uno dei nuovi arrivati come OnePlus 7 Pro che debutta subito in vetta sospinto dalla propulsione del SoC Snapdragon Qualcomm 855 – quello già predisposto alla navigazione sulle reti 5g – che porta con sé anche altri modelli a discapito di quelli dotati di Snapdragon 845 che escono dalle prime posizioni.

La top ten:

  1. OnePlus 7 Pro – 373953
  2. Xiaomi Mi 9 – 371894
  3. Xiaomi Mi Blackshark 2 – 369224
  4. Lg V50 ThinQ 5g – 343434
  5. Samsung Galaxy S10+ – 333309
  6. Samsung Galaxy S10 5G – 331960
  7. Samsung Galaxy S10 – 330638
  8. Samsung Galaxy S10e – 329853
  9. Huawei P30 – 304161
  10. Huawei P30 Pro – 300789

Come si può notare, l’ultimo arrivato OnePlus 7 Pro spodesta il precedente regnante Xiaomi Mi 9 (recensione) ben più economico, ma assai ottimizzato. Un altro Xiaomi sul gradino più basso del podio, è il gaming phone (qui i migliori) Blackshark di seconda generazione. Medaglia di legno per il secondo modello 5g a debuttare in Italia, ovvero l’ammiraglia di LG, V50 ThinQ 5g.

Tutti in fila i componenti della famiglia Samsung Galaxy S10 mossi dal proprietario Exynos 9820 con il modello Plus locomotiva davanti al modello 5g, a quello standard e a quello più economico. Infine, i due nuovi Huawei P30 e P30 Pro con a bordo Kirin 980.

Ma se si volessero aggiungere anche gli iPhone e dunque i modelli con Apple A12 Bionic? La classifica dei dieci smartphone più potenti al mondo diventerebbe così:

  1. OnePlus 7 Pro – 373953
  2. Xiaomi Mi 9 – 371894
  3. Xiaomi Mi Blackshark 2 – 369224
  4. iPhone Xs – 353963
  5. iPhone Xs Max – 353185
  6. LG V50 ThinQ 5G – 343434
  7. iPhone Xr – 342875
  8. Samsung Galaxy S10+ – 333309
  9. Samsung Galaxy S10 5G – 331960
  10. Samsung Galaxy S10 – 330638

Tuttavia, c’è già chi si prenota a prendere la vetta come Redmi K20 di Xiaomi che l’account indiano del produttore su Twitter presenta così, sbeffeggiando lo stesso OnePlus 7 Pro. Ricordiamo che Redmi K20 arriva da noi come Xiaomi Mi 9t.

Some celebrations are short-lived. Stay tuned. pic.twitter.com/NitBxGxOVA

— Redmi India (@RedmiIndia) 14 giugno 2019

Quale punteggio raggiungerà? Non resta che attendere la pubblicazione dei risultati per scoprirlo. Ricordiamo che la classifica AnTuTu, così come per tutti gli altri benchmark, è puramente indicativa visto che è come una prova su banco di un motore e non rispetta necessariamente tutti gli aspetti dell’esperienza nella vita quotidiana.

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brand-news.it - 3 giorni 8 ore fa

Sono 5 gli operatori ammessi alla gara indetta da Fondartigianato per affidare il servizio di ideazione, sviluppo e realizzazione della campagna istituzionale. L'importo è di 500mila euro per 24 mesi

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wired.it - 3 giorni 8 ore fa
Pride(foto: Chelsea Guglielmino/Getty Images)

Dal mese di giugno e fino a fine Luglio, circa 30 città italiane festeggeranno il Pride con manifestazioni in strada, parate, presentazioni libri, concerti, conferenze e spettacoli. Il Pride rappresenta un momento collettivo di condivisione e sensibilizzazione nello spazio pubblico di temi legati alla diversità degli orientamenti, dei generi, delle pratiche sessuali, dei diritti lgbt+.

La manifestazione vanta ormai quasi 50 anni: il primo Pride fu organizzato a New York nel 1970, per ricordare l’episodio che il 28 giugno dell’anno prima aveva segnato una svolta nella storia dei movimenti delle minoranze: nel club gay di Stonewall a New York, gli avventori del locale, abituati per decenni a essere caricati, arrestati e malmenati dalla polizia, decisero per la prima volta di ribellarsi e rispondere alla manganellate, contrastando la persecuzione pubblica degli omosessuali, considerata normale fino ad allora.

Da quell’anno in poi, il Pride, come il movimento delle Pantere nere e quello femminista, è andato organizzandosi a livello globale in modi vari e diversi.

In Italia il Pride capita quest’anno in un clima culturale generale in cui all’omosessualità o all’idea di varietà sessuale si contrappone quella di famiglia naturale, di ruoli di genere immutabili ( per esempio quelli che vedono la donna naturalmente docile e  l’uomo naturalmente violento) o anche solo la generalizzata tendenza a pensare che “diventeremo tutti gay”, perché “non ci sono più gli uomini e le donne di una volta”, cioè non ci sono più confini sessuali.

Ma come si può controbattere in maniera scientifica a queste convinzioni? Cosa è cambiato davvero nella sessualità umana in questi decenni?

In primo luogo, la sessualità umana è stata talmente variegata e differenziata nel tempo e nello spazio, che difficilmente si può parlare di una norma sessuale valida per tutti. Per la nostra specie, il sesso non è stato solo un atto per darci continuità (cioè per fare figli), ma una strategia per ottenere e fare favori, per scongiurare il rischio di guerra, creare legami, dimostrare affetto e amicizia, conquistare territori e spazi, sopravvivere, passare il tempo, giocare: per questo il sesso umano è stato per millenni omosessuale, eterosessuale, bisessuale, transessuale, ludico, monogamico, orgiastico e via dicendo, senza che queste pratiche avessero mai davvero avuto bisogno di essere definite e categorizzate.

In un certo senso, potremmo dire che a livello sessuale è vero che non ci sono più confini, né gli uomini e le donne di una volta, cioè quelli di 50 anni fa, perché stiamo diventando più simili agli uomini e alle donne del paleolitico.

Oggi questo ritorno si chiama rivoluzione pansessuale dopo che il termine è stato usato da cantanti e attori come Demi Lovato, Miley Cyrus, Janelle Monáe che si sono anche definiti come: “eteroflessibili”, “sessualmente fluidi”, “quelli del mai dire mai”.

In realtà la rivoluzione (o il ritorno) pansessuale non ha determinato un aumento di persone che si identificano come omosessuali tour court: dagli anni Settanta, infatti, il numero di persone che si dichiarano gay e lesbiche è rimasto pressoché invariato a livello globale.

Di contro, è aumentato il numero delle persone, soprattutto donne, che ha iniziato a includere la possibilità della bisessualità nei propri stili di vita.

Perché? Questo è solo in parte legato al Pride. Certamente la possibilità di portare nello spazio pubblico problemi e temi che fino a 50 anni fa erano tabù, favorisce la riflessione sulla libertà sessuale individuale e la ricerca di nuovi modi per viverla.

Soprattutto, però, il corpo femminile vive la rivoluzione pansessuale come l’uscita dai rigidi schemi e ruoli di genere a cui le donne sono state assegnate (in questa parte del mondo, almeno) a partire da 13mila anni fa.

Il pansessuale o l’eteroflessibile sono in realtà gli stili sessuali che più si avvicinano alla natura umana, quella antichissima che ha preceduto la rivoluzione del Neolitico, con buona pace di chi vuole a tutti i costi definire in modo rigido i generi, i ruoli di genere e gli orientamenti sessuali di tutti, raccontandoli invece come naturali.

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