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brand-news.it - 4 giorni 20 ore fa

Vittorio Bonori lascia la carica di Global Brand President di Zenith e da gennaio sarà CEO di Publicis Groupe Italia con base a Milano

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wired.it - 4 giorni 20 ore fa

borsaNovità per la Borsa di Milano. È stata pubblicata una nota che aggiorna e rivede l’indice Ftse Mib, che è calcolato e diffuso in tempo reale durante la negoziazione e anche alla chiusura serale di Piazza Affari. Il paniere indica generalmente i quaranta titoli principali, anche con sede legale all’estero, quotati sul mercato telematico azionario (Mta) con i maggiori parametri di capitalizzazione e liquidità.

La revisione dell’indice emanata ieri vede entrare nel paniere la società milanese Amplifon, che ha chiuso la seduta del 5 dicembre a 14,94 euro per azione, e la società calcistica Juventus Fc, che scambia azioni a 1,2 euro l’una ed è in costante crescita da un anno.

Ma la novità più grande riguarda le escluse. Infatti, a uscire dalla selezione del paniere sono due colossi come il gruppo Mediaset, ora in lievissima ripresa dopo mesi di ribassi che hanno portato il titolo a perdere oltre il 14,3% in un anno, e Banca Mediolanum, titolo che ha perso fino al 26% negli ultimi dodici mesi e si attesta ancora in ribasso.

Nonostante capitalizzazioni molto alte, il principale gruppo televisivo privato italiano Mediaset e la Banca Mediolanum sono state retrocesse alla lista “di riserva”, in cui compaiono anche il Gruppo Hera, che opera nel campo dell’energia, e Cerved Group, che si occupa di valutazione, gestione e recupero crediti.

Le nuove modifiche all’indice saranno effettive dopo la chiusura delle negoziazione di venerdì 21 dicembre (e quindi a partire dalla riapertura di Piazza Affari il 27 dicembre, dopo il periodo natalizio).

Intanto il titolo Juventus Fc, con capitalizzazione di quasi 1,2 miliardi di euro, ha guadagnato ieri il 9,3% e ha quasi raddoppiato il suo valore negli ultimi sei mesi. Diverso l’andamento di Amplifon, che ha una capitalizzazione di quasi 3,4 miliardi di euro e ha visto l’apice delle sue azioni nel mese di settembre, quando scambiava a 20,44 euro ad azione. La società ha comunque riportato una crescita del 15% nell’ultimo anno.

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wired.it - 4 giorni 20 ore fa

La casa della bambole tutto è tranne l’horror ordinario che può sembrare. È un film audace molto difficile da sostenere, come si comanda al genere, e molto raffinato nel suo implicare tutto, mostrare poco e impressionare tantissimo. Dietro c’è Pascal Laugier, autore horror che nonostante giri pochi è uno dei più interessanti in assoluto, perché uno dei pochi che non si limita a mettere in scena qualcosa di spaventoso ma fa un passo più in là: mette in scena qualcosa di cui lui ha realmente paura e proprio per questo sa trasmettere questa tensione personale al pubblico.

La casa delle bambole è il suo quarto lungometraggio e in tutto e per tutto si presenta come un film usuale, uno che però nelle sue mani diventa un vero delirio. La storia è mescolata e resa confusa (da che potrebbe essere molto semplice) da visioni, flashback e inganni di una protagonista che si crea un proprio mondo di fantasia per non accettare la realtà che vive. Solo verso metà del film cominciamo a capire davvero che sta succedendo, il primo momento in cui guardiamo nell’abisso di eventi spaventosi (ma mai paranormali) che ha inventato Laugier. Proprio per questo non va detto nulla di più dell’inizio: il film comincia con una madre e due figlie di circa 13 e 14 anni che arrivano nella nuova casa in cui abiteranno, dispersa nel nulla. Questa casa antica già di suo mette paura per come è stata arredata, ma se non bastasse qualcuno le ha seguite.

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C’è quindi una home invasion nel film, ovvero quel meccanismo del cinema di paura e tensione che prevede che le vittime siano in casa e qualcuno voglia entrare. È un sottogenere di cui il cinema degli ultimi anni ha abusato (La notte del giudizio su tutti ma anche You’re Next ne sono ottimi esempi), tuttavia in questo caso la sensazione fin da subito è che non sia l’intrusione in casa ad interessare a Laugier. In questa storia di sopraffazione, paura e violenza c’è qualcosa di più recondito e di più malato, di più allucinante. C’è insomma un anfratto buio guardando il quale ci si sente trasalire, e questa è l’essenza stessa dell’orrore: non necessariamente una presenza sovrannaturale, né per forza la tensione della caccia, ma la sensazione scomoda che stia per accadere da un momento all’altro qualcosa che davvero non si vorrebbe vedere.

Il paradosso di La casa della bambole è che nonostante quel che accada sia violentissimo non si vede molto. Un po’ di sangue non manca e anche qualche colpo, ma niente in confronto a quel che sappiamo sta avvenendo e che il film sceglie di non farci vedere, perché ha trovato qualcosa di peggio da mostrarci: le conseguenze della violenza. Questo cineasta francese ha un sano terrore della violenza e del suo marchio permanente, ha paura della violenza reiterata, della condanna a subirla di continuo, per lunghissimi periodi, consapevoli che non è mai finita e che tornerà. Del resto è il regista di Martyrs (chi l’ha visto non lo ha dimenticato, anche quello un horror che partiva come una home invasion), uno degli horror più duri da sostenere degli ultimi 10 anni, efferato come pochi e spietato con i suoi protagonisti.

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La casa delle bambole non è così estremo e impossibile, anzi ha dei momenti anche canonici che mostrano quanto Laugier sia bravo nelle scene più semplici, come sappia rendere il pubblico sempre consapevole degli spazi e di dove si trovino i personaggi (il segreto di Pulcinella per creare tensione). Ma il bello del film è che lungo questo percorso incredibile nel dolore fisico attraversato dalle protagoniste si capisce anche un po’ quale sia, nella testa di Laugier, il senso del filmare e raccontare storie di corpi che vengono massacrati. Come in una versione malata della filosofia cattolica (del resto lì andava a parare Martyrs) nei film di Laugier la violenza è una terribile forma di purificazione. Nonostante chi la subisca non abbia colpe o pene da espiare, attraverso questo passaggio allucinante in un oceano di dolore ne esce sempre migliore, determinato, mutato, evoluto.

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wired.it - 4 giorni 23 ore fa
Bellabeat Leaf Nature Tracker
Ringly Luxe
Joule Smart Earrings
Bracciale Smart Barakà
Smartwatch di Kate Spade
Motiv Ring
Fitbit Alta con cinturino intercambiabile Axis
Senstone
Misfit Swarovski Sport
Nimb Smart Ring

Un diamante è per sempre, mentre un microchip no di certo. Eppure un trend che sta fiorendo negli ultimi tempi è proprio quello che inserisce microprocessori in anelli, ciondoli e bracciali.
Stiamo parlando dei gioielli intelligenti, ossia i bijoux che integrano nel proprio design funzionalità altamente tecnologiche.
Dall’anello che fa da conta-passi e calcola le calorie bruciate al bracciale per squali della finanza che vibra per segnalare se gli indici di Borsa prescelti superano le soglie impostate, ormai le fedi nuziali tradizionali sono out.
Tra gli anelli più gettonati di oggi c’è semmai Nimb, uno smart ring con bottone anti-panico da schiacciare per avvisare del pericolo i numeri di emergenza. In pratica un modernissimo salvavita Beghelli, bello da indossare e molto hi-tech.

Ci sono anche monili che monitorano il quadro generale della salute di chi lo indossa, tracciando perfino i cicli mestruali e offrendo informazioni relative ai giorni più fertili.

Se per Natale volete davvero sorprendere la vostra dolce metà con un gioiello che, se proprio non è per sempre, è almeno fino ai prossimi aggiornamenti dell’app dedicata, ecco i 10 bijoux tecnologici più interessanti attualmente sul mercato. Li trovate tutti e 10 nella gallery in alto.

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wired.it - 4 giorni 23 ore fa
 Michael Bahlo/picture alliance via Getty Images)Una nave tedesca impegnata nella missione Sophia (foto: Michael Bahlo/picture alliance via Getty Images)

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è tornato a parlare di gestione dei flussi migratori, questa volta nel corso di un’audizione di fronte al comitato Schengen della Camera, e ha puntato il dito ancora una volta contro la missione Sophia, l’operazione dell’Unione europea in scadenza il 31 dicembre prossimo e che il vicepremier italiano ha annunciato di non voler proseguire a meno di un cambiamento delle regole d’ingaggio del nostro paese.

Che cos’è la missione Sophia
EunavForMed Sophia, questo il nome completo dell’operazione, prende il nome da una bambina somala data alla luce sulla Schleswig-Holstein, una delle navi ingaggiate nella missione, e nasce nel 2015, poco dopo un naufragio avvenuto a pochi chilometri dalle coste libiche il 18 aprile di quell’anno, in cui morirono oltre 800 persone. Il suo obiettivo originale era quello di contrastare il traffico di esseri umani tra Europa e Libia, attraverso l’adozione di “misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso imbarcazioni e mezzi usati o sospettati di essere usati dai passatori o dai trafficanti”.

L’operazione sarebbe dovuta durare un anno in tutto, ma il Consiglio europeo ha deciso di prorogarla in due diverse occasioni – giugno 2016 e luglio 2017 – arricchendola di ulteriori specificità, tra cui la formazione di guardia costiera e marina libiche, il contrasto al traffico di armi e petrolio nel Mediterraneo e l’implementazione di un database integrato con le agenzie Frontex ed Europol. Il nuovo termine di scadenza è, appunto, il 31 dicembre 2018.

La sede operativa della missione è a Roma, e italiano è anche il comando, nelle mani dell’ammiraglio della Marina Enrico Credendino, che ha in dotazione sei navi e altrettanti elicotteri, oltre al sostegno di 26 paesi europei. Secondo l’ultimo report del Consiglio europeo, la missione Sophia ha assicurato alla giustizia italiana 143 sospetti trafficanti, messo fuori uso 545 imbarcazioni e contribuito a salvare oltre 44mila vite, di cui 10.669 nel solo 2017.

Perché Salvini vuole dire no
Le regole di ingaggio contro cui Salvini si è scagliato in queste ore – e su cui da mesi è in corso una delicata opera di mediazione tra Italia ed Europa – prevedono che le navi della missione (tra cui l’italiana San Giorgio) intervengano in caso di naufragio come imposto dal diritto internazionale, e che in assenza di un Mrcc libico – ovvero un centro in grado di coordinare le operazioni di ricerca e soccorso dal Paese africano – le suddette operazioni debbano essere gestite dalla Guardia costiera italiana, che si occuperà dello sbarco finale. È proprio questa la parte della missione che proprio non piace al leader leghista e ai suoi alleati di governo, dal momento che rimanda al piano operativo dell’operazione Triton, che prevedeva il nostro paese come approdo ultimo delle navi di migranti.

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wired.it - 4 giorni 23 ore fa
 CDC via Getty Images)(foto: CDC via Getty Images)

Non solo in Italia, non solo in Europa: il morbillo rischia di tornare a essere un problema a livello globale. Lo suggeriscono i dati appena resi noti da un report curato dall’Organizzazione mondiale della sanità e dai Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) statunitensi. Tra il 2016 e il 2017 il numero di casi riportati di morbillo a livello mondiale è cresciuto del 31% e l’incidenza della malattia è aumentata in 5 delle 6 regioni dell’Oms. Circa 6,7 milioni i casi stimati, poco meno di 110mila i morti a livello mondiale, la maggior parte dei quali bambini sotto i 5 anni d’età. Dati che mettono in pericolo le conquiste compiute negli ultimi anni per una malattia tutt’altro che banale.

Le buone notizie
Il focus del report, prima ancora che sulle criticità, è relativo ai progressi compiuti verso l’eliminazione del morbillo a livello mondiale negli anni compresi tra il 2000 e il 2017. Perché ad allargare lo sguardo su una finestra temporale più ampia si scopre che i passi avanti compiuti sono stati tanti. A cominciare dalle coperture vaccinali: in 17 anni quelle per la prima dose (il farmaco con il vaccino del morbillo viene somministrato in due dosi) le coperture secondo le stime dell’Oms e del Cdc sono aumentate dal 72% all’85%.

Negli stessi anni quelle per la seconda dose del vaccino sono passate dal 15% del 2000 al 67% nel 2017. Parallelamente l’incidenza riportata della malattia su base annuale è diminuita dell’83%, passando da 125 a 25 casi per milione di abitanti. Anche il numero di decessi annuali stimati correlati alla malattia è sceso in percentuali analoghe, passando da 545174 a 109638. Ma forse il dato più impressionante, capace di rendere idea del progresso compiuto, è quello relativo agli effetti delle vaccinazioni che hanno permesso di evitare 21 milioni di morti secondo le stime. Ma qualcosa negli ultimi tempi rischia di minare i progressi compiuti.

Le cattive notizie
A restringere lo sguardo all’ultimo anno, al 2017, qualcosa infatti sembra suggerire una pericolosa inversione di tendenza. Non solo per l’aumento delle morti, tornato a superare la soglia delle 100 mila vittime dopo che lo scorso anno si era salutato per la prima volta proprio il passaggio di quota (erano 90 mila quelle stimate per il 2016). Il dato globale dell’aumento del 31% tra il 2016-2017 nasconde picchi di crescita in quasi tutte le regioni dell’Oms (con aumenti anche oltre il 6000% per le Americhe per il 2016-2017) a eccezione dell’area pacifica occidentale (che registra una diminuzione dell’82%).

Al tempo stesso, si legge ancora nel rapporto, la percentuale di paesi che forniscono dati con meno di 5 casi per milione è passata dal 69% del 2016 (quasi raddoppiata rispetto al 2000) al 65% nel 2017. Anche il dato stesso delle coperture non è confortante: siamo fermi, per la prima dose, ai valori dell’84-85% dal 2010 (al 67% per la seconda). L’unica regione ad aver raggiunto e mantenuto da anni le coperture sopra la soglia del 95%, quella raccomandata dagli esperti per assicurare l’effetto gregge. E sono quasi 21 milioni i bambini non vaccinati neanche con la prima dose. “L’aumento nei casi di morbillo desta preoccupazione, con la presenza di focolai prolungati nelle regioni, e in particolare nei paesi che hanno ottenuto o erano molto vicini a ottenere l’eliminazione del morbillo”, ha commentato Soumya Swaminathan, Deputy Director General for Programmes dell’Oms.

I casi critici
Ma cosa significa eliminare il morbillo? Si parla di eliminazione in assenza di trasmissione endemica del virus del morbillo in un’area per più di 12 mesi, mentre la perdita dello status morbillo free si ha di contro quando la trasmissione continua per più di un anno. È stata dichiarata libera dal morbillo, per esempio, la regione delle Americhe, nel 2016. Eppure recentemente la trasmissione endemica in Venezuela della malattia, e l’importazione di alcuni casi nei paesi confinanti, mette a rischio lo stato di morbillo free dell’area.

vaccino morbilloDati per il 2017 relativi alle coperture per la prima dose del vaccino contenente quello contro il morbillo (fonte: Ecdc)

Tra le criticità evidenziate dal rapporto non poteva poi non comparire il caso Europa, dove l’aumento di incidenza dei casi per il 2017 è stato del 400% (con l’Italia nelle prime file con 5000 casi, circa il doppio di quelli segnalati finora per il 2018) rispetto all’anno precedente e le coperture vaccinali sono inferiori al 95% in molti paesi.

vaccino morbillo

“Queste epidemie sottolineano la fragilità delle conquiste compiute per raggiungere gli obiettivi globali e regionali. Continuare ad aumentare le coperture per entrambi le dosi di vaccino è di fondamentale importanza per il raggiungimento e la sostenibilità di questi obiettivi”, si legge nel report. “La mancanza di preoccupazione per la malattia e la diffusione di false credenze sui vaccini in Europa, un sistema sanitario al collasso in Venezuela e zone di fragilità e basse coperture immunitarie in Africa si stanno combinando per portare a una rinascita globale del morbillo dopo anni di progressoha commentato Seth Berkley, CEO di Gavi, the Vaccine Alliance – Dobbiamo cambiare le attuali strategie: servono più sforzi per aumentare le coperture immunitarie di ruotine e rafforzare i sistemi sanitari. O continueremo a inseguire un’epidemia dopo l’altra”.

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wired.it - 4 giorni 23 ore fa
HGli incubatori aiutano le startup a crescere (Getty Images)Gli incubatori aiutano le startup a crescere (Getty Images)

Chiuso il libro, si vien presi da una gran voglia di rimboccarsi le maniche e reinventarsi imprenditori. Fuori dal gregge (per i tipi di Egea) di Massimiliano Magrini è un saggio agile con il piglio del pamphlet che ripercorre la storia del pensiero divergente e passa in rassegna secoli di innovazione, senza cadere nella tentazione di ridurre tutto a innovazione tecnologica. Da ex manager di Google, abbandonata a metà anni Duemila lasciando a bocca aperta amici e parenti, Magrini parte raccontando la storia di chi le cose le ha cambiate perché armato della giusta dose di coraggio, Cristoforo Colombo. “La differenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l’ho fatto”, pare abbia detto il navigatore genovese a una pletora di cortigiani che nel 1493 tentavano di sminuire la sua leggendaria impresa.

Dai mari del quindicesimo secolo a Steve Jobs il passo non è poi così grande. Come scrive Magrini, la ricetta per generare innovazione è sempre la stessa: “Richiede un modo di pensare che va al di là del puro pensiero lineare, analitico e intuitivo, ed esige una logica o un ragionamento divergente, funzionale a raggiungere qualsiasi nuova conclusione creativa”.

Fuori dal gregge - EgeaFuori dal gregge – Egea

Come dire: fatevi sotto. Ma per mettersi in gioco davvero, come sa chi ci ha provato, servono capitali che non sempre abbondano. “Oggi – racconta Magrini in un colloquio con Wiredè totalmente smarcata l’idea che un imprenditore di successo possa venire da ogni parte del mondo”. Se il tessuto dal quale proviene non ha le risorse adatte, però, anche un’idea geniale resta inchiodata sulla carta: La Cina – ragiona l’autore – ha un sistema di startup di grandi dimensioni che si muovono su piattaforme consolidate. In Italia è molto diverso: non ci sono grandi aggregatori digitali e le giovani società che possono avere successo guardano all’estero per trovare capitali. Affluenti in un fiume ben più grande”.

Negli ultimi anni, “l’Italia ha reso più moderna la legislazione con una manutenzione della normativa, ma nulla è cambiato dal punto di vista della capitalizzazione del mercato. Il blocco degli investimenti ha spinto chi ha talento ad andare altrove, aumentando il gap con competitor come Francia e Germania”, sottolinea Magrini.

Oltre a mettere a fuoco uno dei principali problemi dell’ecosistema startup del Paese, l’autore prova a tracciare possibili soluzioni per sovvertire la realtà, attingendo a piene mani dalle esperienze vincenti di chi ha fatto scelte giuste. Per smuovere i capitali di rischio il bingo si fa quando pubblico e privato si incontrano in maniera intelligente.

“Analizzando le best practice internazionali – dice – ho capito che il vero successo è delle forme ibride pubblico-privato“. Il ragionamento è semplice: se è il pubblico a gestire in solitaria i soldi, il pericolo concreto è che a vincere non sia l’idea migliore, ma quella costruita ad hoc per conquistare la call pubblica. Con l’affiancamento dei privati, più portati a valorizzare la sostanza rispetto alla forma, le cose dovrebbero riequilibrarsi a beneficio di tutto l’ecosistema, “che una volta raggiunto un certo livello, poi, si autoalimenta”.

Con il governo gialloverde, da alcune settimane si è fatta largo l’idea di istituire un fondo pubblico per mobilitare un po’ di capitali di rischio destinati alle startup. I contorni della norma sono ancora molto vaghi e Magrini spiega come saranno i particolari a decretarne il successo: “Bisognerà capire se si tratta di un fondo di investimenti diretti nelle startup oppure se si tratta di uno strumento che servirà a fare investimenti in altri operatori sul mercato. In questo caso sarebbe una buona idea, ma attenzione perché il diavolo, come è noto, è nei dettagli”.

Secondo Magrini, bisognerebbe invece mettere in piedi un sistema retto su due fondi-di-fondi che facciano operazioni differenti e complementari: “Un primo che si comporti come Cassa depositi e prestiti e un altro – conclude – che possa affiancare venture capital, fondazioni, enti di varia natura nel sostegno alle startup”. Mettendoci quel tanto che serve per farle competere nel mercato globale.

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wired.it - 4 giorni 23 ore fa
Aereo in decollo (Pixabay)Aereo in decollo (Pixabay)

Vienna – Nel 2016 l’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) stimava circa mille cyberattacchi al mese ad aerei e aeroporti. Intrusioni e minacce che hanno provocato ritardi nelle partenze, azzeramento dei servizi o furti di dati personali. Di queste violazioni le compagnie e gli aeroporti “non parlano tra di loro”, spiega a Wired Jesper Rasmussen, direttore degli standard di volo di Easa. E questo benché siano abituati a scambiarsi montagne di informazioni. Per far fronte alle minacce crescenti l’Agenzia europea, sede a Colonia, in Germania, sta scrivendo una strategia comune dell’aviazione per la cybersecurity.La lanceremo nella seconda metà del 2019”, annuncia Rasmussen a Ict 2018, convention su digitalizzazione e tecnologia organizzato dalla Commissione europea a Vienna.

Il piano per la cybersecurity prevede di istituire un centro comune che sviluppi difese specifiche per l’industria dell’aviazione. La strategia fisserà standard comuni e iniziative congiunte per sventare le minacce della rete. Infine, Easa collaborerà con l’Agenzia europea per la sicurezza informatica (Enisa) per tradurre in pratica le indicazioni della direttiva Nis comunitaria sulla cybersecurity. Entro la metà del prossimo anno l’associazione della sicurezza aerea pubblicherà la prima bozza, che entro il 2020 passerà all’esame della Commissione. Per la fine del 2019, inoltre, accenderà i motori il centro di coordinamento. “Già venti compagnie stanno cooperando in una fase di test”, spiega Rasmessen.

Easa riunisce gli Stati dell’unione europea più Svizzera, Liechtenstein, Islanda e Norvegia. Istituita nel 2005, impiega oltre 800 persone e quest’anno ha ricevuto un budget di 161 milioni di euro, per garantire la sicurezza dei voli sui cieli del vecchio Continente. Nel 2016 (ultimo dato disponibile dell’ufficio statistico comunitario, Eurostat) in Europa 973 milioni di persone hanno viaggiato in aereo. Di queste, poco meno della metà (47%), per mete interne. Sul suolo comunitario si contano circa 450 aeroporti e il settore, nel 2017, ha contribuito per 621 miliardi di euro al prodotto interno lordo dell’Unione europea (Ue).

L’aviazione è un sistema interconnesso, è frutto di un continuo scambio di informazioni”, spiega Rasmessen. Per questo, aggiunge, “dobbiamo essere sicuri che non ci sia un anello debole che, se infettato, permetta al malware di spargersi”. “Oggi le persone sono più preoccupate della sicurezza fisica, ma noi dobbiamo assicurare la loro aspettative di volare sicure qualunque sia il problema, cyber o fisico”, aggiunge il direttore.

La strategia di cybersecurity intende rinforzare alcuni previsioni della direttiva Nis. Quest’ultima prescrive agli Stati di individuare le infrastrutture critiche (e gli aeroporti rientrano nel novero) e di creare una catena informativa in caso di attacco informatico. La lista dei soggetti da controllare spetti ai governi. “E in Europa ci sono molti piccoli aeroporti o compagnie che potrebbero sfuggire alla Nis”, osserva Rasmessen. Strutture e aziende non considerate critiche per l’impatto che potrebbero avere sulla vita di tutti i giorni, ma che Easa punta a rinforzare con la sua strategia.

Altro punto interrogativo sono gli operatori stranieri. “Non possiamo regolarli”, osserva Rasmessen. Ma un piano di sicurezza ad hoc può essere una carta da giocare ai negoziati internazionali. Il caso dei porti e dei cantieri navali, finiti da quest’estate, da San Diego a Barcellona, dall’Australia all’italiana Fincantieri, nel mirino di un attacco cyber dimostra che cooperare è una delle strategie per rinforzare le difese.

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