In caricamento...

News

“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
Non solo news dal mondo Vittoria ma storie di branding, marketing e comunicazione online e offline.

wired.it - 2 giorni 23 ore fa

Alitalia aereo aereiLa vicenda del salvataggio di Alitalia sembra aver raggiunto una svolta. Il consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato (Fs), riunitosi ieri a Palazzo Chigi, ha infine fatto un po’ di chiarezza riguardo ai partner internazionali che lo affiancheranno nel piano di salvataggio della compagnia di bandiera. L’americana Delta Air Lines e la britannica EasyJet, già indicate come possibili alleate fin dall’inizio, hanno confermato il loro interesse a entrare nella newco.

Il cda delle Ferrovie si è quindi riunito e “ha deliberato di avviare una trattativa con le citate compagnie aeree, al fine di proseguire nella definizione degli elementi portanti del piano della nuova Alitalia” si legge in una nota. Ad ogni modo EasyJet fa sapere di essere disposta a valutare diverse operazioni per la futura Alitalia, ma si riserva il diritto di confermare un impegno definitivo.

Ma sempre ieri è anche arrivata la notizia definitiva che lo Stato, ancora una volta, farà la sua parte nel salvataggio della compagnia. Dopo il vertice che ha visto protagonisti il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il vicepresidente Luigi Di Maio e il ministro dell’economia Giovanni Tria, “si è convenuta la disponibilità del governo di partecipare alla costituzione della nuova Alitalia, tramite il Mef, a condizione della sostenibilità del piano industriale e in conformità con la normativa europea”, si legge sul sito di Palazzo Chigi.

Ancora da valutare quale sarà l’entità dell’investimento statale per il rilancio della compagnia, a cui a dicembre era già stata accordata anche una proroga per la restituzione del prestito ponte di 900 milioni concesso dal governo presieduto da Paolo Gentiloni nel 2017. Le ultime notizie sulla vicenda, davano la partecipazione statale complessiva a un massimo del 30% incluso il piano di Fs, ma tutto dovrà essere chiarito entro marzo 2019.

Intanto, nei giorni scorsi, la partita per la nuova Alitalia ha visto sfilarsi un’altra importante compagnia aerea come Air France-Klm, probabilmente in conseguenza delle recenti tensioni tra il governo francese e quello italiano. Mentre da Lufthansa è arrivato l’invito a fare presto, perché dalle loro stime risulterebbero già a rischio tremila posti di lavoro in una compagnia che perde circa 2 milioni di euro al giorno.

The post Salvataggio Alitalia, chi finanzierà la nuova compagnia aerea appeared first on Wired.

wired.it - 2 giorni 23 ore fa
Vaccini Virginia Raggi(Foto: Getty Images)

Non sarà un’impresa facile. Impedire a cittadini (solo stranieri?) di tornare non tanto in Italia quanto a Roma. Cioè di rientrare in città. Dopo che sono stati colti in fragranza o multati per averle mancato di rispetto. Magari per aver vandalizzato qualche monumento, aver grattato via un pezzetto di Colosseo, imbrattato le mura, cavalcato la ricca fauna che adorna le tante fontane della Capitale, sempre più spesso scambiate per saloni di pedicure. Secondo quanto anticipa l’Ansa, per questi visitatori di cui possiamo in effetti fare a meno la sindaca Virginia Raggi starebbe pensando a un daspo urbano. Lo chiamerei più che altro daspo turistico.

Di cosa si tratterebbe? Di un provvedimento simile a quello utilizzato nel mondo degli eventi sportivi. Cioè il divieto di tornare in città per un certo periodo di tempo. Vade retro barbari, anche se su questo punto sarebbe bene parlarsi in modo chiaro. Quasi sempre i barbari Roma ce li ha in casa, e sarebbe sensato applicare di più e meglio i regolamenti comunali, far girare la polizia municipale, restituire giustizia e dignità alle persone perbene. Dai rifiuti ai parcheggi Far-West fino al commercio ambulante e ai dehors di bar e ristoranti – appena travolto da un’inchiesta-bomba che testimonia la ragione per cui gli ambulanti odiano la direttiva Bolkestein sulla concorrenza – sono tanti i residenti romani che meriterebbero un daspo molto preciso: rimanersene chiusi in casa propria finché non recuperino il rispetto per il posto in cui vivono.

Tornando ai turisti indisciplinati, viene inoltre da domandarsi se il daspo turistico varrebbe anche per gli italiani che accorrono nella Capitale – penso alle migliaia di manifestazioni annue o alle partite di calcio di Serie A – o solo per gli stranieri. Sembreranno domande velleitarie, si tratta invece di capire se davvero la giunta stia pensando a un provvedimento severo e valido per tutti, per la serie Roma non si tocca, o se si tratti dell’ennesimo spot elettorale con cui una prima cittadina debole e di scarso fascino sulla città tenta giorno dopo giorno di recuperare terreno.

A parte che siti, monumenti, aree archeologiche andrebbero presidiati in modo puntuale anche contro il piccolo vandalismo quotidiano, che ferisce il tessuto dell’Urbe tanto quanto i gesti più eclatanti. Certo è che casi come il danneggiamento della Barcaccia, la fontana di piazza di Spagna, firmato dai tifosi (tifosi…) olandesi del Feyenoord tre anni fa è ovviamente inaccettabile. Solo all’inizio dello scorso dicembre un visitatore indiano è stato beccato con un pezzo di Anfiteatro Flavio in tasca, pochi giorni dopo stesso copione con un americano. Fatti simili si ripetono quotidianamente, arricchiti – si fa per dire – da casi impensabili. Sempre alla fontana del Bernini pochi giorni fa due turiste russe, sorprese dagli agenti della Municipale a ballare sui cannolotti della recinzione, si sono scagliate su una vigilessa, ferendola.

Se una specie di minidaspo già esiste – multa e allontanamento per 48 ore dalla zona del reato – la sindaca vuole dunque spingersi oltre. E lanciare un lavoro complesso che dovrebbe coinvolgere governi e ambasciate. Senza considerare che, nella concretezza, sarebbe davvero complicato impedire a un turista di visitare per esempio Firenze e non Roma. Solo il caso porterebbe infatti a un controllo delle generalità e l’unico modo di lavorare sulla questione sarebbe passare dalle prenotazioni alberghiere, aeree o ferroviarie per controllare l’arrivo o il pernottamento in città di una persona. A occhio, sembra un provvedimento destinato a naufragare: l’elenco di nomi di ospiti stranieri – di nuovo, perché solo stranieri? – non graditi ai quali verrebbe impedito di tornare nella Capitale sembra dunque non solo difficile da costruire ma soprattutto da mettere in pratica, oltre che lesivo della libertà individuale.

Che la sindaca di Roma ne parli col ministro dell’Interno Matteo Salvini, se crede. Modestamente, varrebbe forse la pena aumentare le sanzioni e soprattutto tirare fuori dagli uffici più agenti possibili per controllare i posti più affollati della città. Certo non potrà essercene uno per ogni sampietrino, Roma è il comune più grande d’Europa, ma prima di buttarsi in politica estera bisognerebbe cercare di fare bene il proprio lavoro, con le (tante: quasi 6mila unità, ultimamente ne sono stati assunti altri 500) risorse a disposizione. Raggi ha assicurato che i vigili “aumenteranno ancora”. Bene, facciamoli lavorare. Poi pensiamo ai visti.

The post Raggi vuole il daspo per i visitatori barbari, e quelli che vivono a Roma? appeared first on Wired.

wired.it - 3 giorni 1 min fa
cancro_cura_pil(Foto: Afp/Getty Images)

Nel corso di un’intervista durante l’ultima puntata della trasmissione televisiva Di martedì, andata in onda su La7, l’esponente del Movimento 5 stelle Alessandro Di Battista ha affrontato temi di economia, parlando in particolare delle previsioni sulla crescita italiana per il 2019 e di prodotto interno lordo (pil). Tra le tante cose dette, quella che è risultata più clamorosa è stata un’affermazione di carattere economico-scientifico relativa al rapporto tra pil e trattamenti contro il cancro: “Qualora si inventasse domani una medicina miracolosa per sconfiggere il cancro”, ha dichiarato Di Battista, “il Pil diminuirebbe”.

Ma quanto c’è di reale, o almeno di plausibile, in questa affermazione? È pur vero che il discorso di Di Battista voleva essere in generale una delegittimazione dell’utilizzo del pil come indicatore dello stato di salute economica di un Paese, e che la premessa a questa sparata è stata un “voglio dirle con le pinze queste cose”. Ma questo cauto mettere le mani avanti non può bastare per far passare sotto silenzio l’idea ventilata di una correlazione (in negativo) tra cure antitumorali e parametri macro-economici.

Anzitutto non è scienza, ma fantascienza
Il concetto stesso di “medicina miracolosa per sconfiggere il cancro” fatica a stare in piedi. I tumori, infatti, possono manifestarsi in forme così varie e differenti da rendere del tutto inverosimile la scoperta di un unico trattamento che possa guarire qualsiasi paziente oncologico. La ricerca scientifica, in questo senso, non si occupa mai del cancro in generale, ma si concentra su malattie oncologiche ben specifiche. Anche se tutti ce lo potremmo augurare, non esistono a oggi evidenze che – almeno a breve – possa essere messa a punto una terapia universale di questo genere.

La doppia inferenza sul rapporto cancro-pil
La tesi di Di Battista è in realtà doppia: prima di tutto che esista una correlazione tra la disponibilità di trattamenti antitumorali e il prodotto interno lordo di uno Stato, e poi che questo legame sia una sorta di proporzionalità inversa, ossia in cui più cure significano necessariamente meno pil. Ovviamente la tesi è così generica e campata in aria che diventa difficile eseguire un fact-checking puntuale, ma si possono raccogliere alcune valutazioni.

Per prima cosa, questa fantomatica medicina parrebbe essere davvero miracolosa, letteralmente, dato che dovrebbe essere somministrata saltando a piedi pari tutta la fase di ricerca e sviluppo, di sperimentazione e di produzione del farmaco. In altri termini, oltre che super-efficace dovrebbe anche richiedere un minor sforzo occupazionale ed economico da parte del sistema sanitario.

Ipotizzando che questo farmaco eccezionale consentisse pure di risparmiare qualche miliardo di euro all’anno al sistema sanitario nazionale, il pil potrebbe calare solo se questi soldi fossero semplicemente accantonati o sprecati, anziché scegliere di reinvestirli per dare nuova spinta all’economia. E poi, soprattutto, se davvero tutti i malati oncologici guarissero in un batter d’occhio, recupereremmo un’enormità di forza lavoro, per non parlare di tutto il tempo extra che familiari e amici dei pazienti potrebbero risparmiare dall’assistenza e quindi dedicare ad attività a impatto positivo sul pil, dal lavoro ai consumi. Perché il bilancio complessivo dovrebbe avere segno meno, dunque, non è affatto chiaro.

Porte aperte ai complottismi?
Pur senza fare affermazioni esplicite in tal senso, le parole di Di Battista potrebbero essere interpretate come una sorta di denuncia sul fatto che l’eventuale “medicina miracolosa”, anche qualora fosse scoperta, sarebbe mantenuta segreta per tutelare gli affari e gli interessi delle case farmaceutiche. Questa tesi – che non è stata detta in televisione, lo ribadiamo – somiglia molto a quell’idea in circolazione da tempo sui social secondo cui una simile cura esisterebbe già, ma nessuno la starebbe utilizzando.

Si tratta, in particolare, di quelle forme di complottismo che vedono nei grandi problemi sociali (calamità naturali, malattie ad alta incidenza, disastri e incidenti) un modo attraverso il quale alcune persone e aziende riescono ad arricchirsi immeritatamente. E anche i tumori farebbero la loro parte, portando sempre più soldi nelle tasche di Big Pharma.

Va notato anche che, in tutto ciò, si starebbe implicitamente ipotizzando che la cura miracolosa anti-cancro sia anche gratuita, e cioè che il suo scopritore e la relativa azienda produttrice non fissino un giusto prezzo per il fantomatico farmaco. Vale a dire che il costo della somministrazione non dovrebbe essere proporzionale al suo immenso valore: se davvero ci fosse questa cura, perché mai dovrebbe costare poco? Qualcuno – con fare volutamente ironico e provocatorio – sui social ha commentato che, qualora la medicina esistesse davvero e avesse l’effetto di far calare il pil, probabilmente non riceverebbe le autorizzazioni poiché non potrebbe mai superare un’analisi costi-benefici.

The post Secondo Di Battista le cure per il cancro fanno diminuire il Pil. Pura fantascienza appeared first on Wired.

wired.it - 3 giorni 2 min fa
112 Where ARE U
Alert
Flashing Lights
I-React
Wrong-way driver warning
bSafe
Red Panic Button
DAEdove
Primo Soccorso - Croce Rossa,
Air Quality - AirVisual

Rischi e pericoli mortali sono sempre dietro l’angolo. Tra le armi di difesa più a portata di mano, le app lo sono letteralmente, attivabili sullo schermo dello smartphone con un semplice tocco. Proprio la loro semplicità e tempestività le rende ideali nei casi di emergenza: dalla chiamata ai soccorsi alla segnalazione luminosa della propria presenza in caso di incidente stradale, esiste un’applicazione per quasi ogni necessità data da un pericolo.

Proprio in questi giorni ha debuttato il nuovo sito web dedicato al numero unico di emergenza in occasione del 112 day, la giornata europea tenutasi l’11 febbraio per celebrare il nostro numero per le emergenze (che, come il 911 americano, andrebbe chiamato uno-uno-due anziché centododici).
Per l’occasione, l’app 112 Where ARE U (disponibile per iOS, Android e Windows, già esistente ma conosciuta pochissimo) è stata aggiornata e ottimizzata. Il plus dell’app rispetto alla tradizionale chiamata è l’invio automatico all’operatore dei dati relativi alla localizzazione, ricavati dal sistema di posizionamento gps dello smartphone. Quindi, anche quando non ci sono le condizioni per parlare, si potrà selezionare il tipo di soccorso di cui si ha bisogno e l’operatore riceverà la “chiamata muta” con le indicazioni della richiesta.

Per chi volesse dotare il proprio smartphone di strumenti salva-vita ad ampio spettro, abbiamo selezionato nella gallery in alto le 10 app più utili per ogni occasione d’emergenza. Da I-React, che prevede le catastrofi naturali integrando e modellando dati provenienti da più fonti fino a Red Panic Button con cui basta schiacciare un tasto sullo smartphone per richiedere aiuto in caso di attacchi d’ansia o di pericoli in generale. Aspettando l’arrivo a breve di Wrong-way driver warning, il sistema salvavita che si attiva in caso di guida contromano presentato pochi giorni fa da Bosch ai Torino Digital Days.

The post 10 app salvavita da avere sempre nello smartphone appeared first on Wired.

wired.it - 3 giorni 3 min fa

Frittelle“Non prendete caramelle dagli sconosciuti”. Ma neanche frittelle. Una raccomandazione che i bambini stranieri non avranno bisogno di sentirsi ripetere, visto che per loro non ci sarà alcun dolce. Il caso è scoppiato a Mantova dove, in occasione del luna park cittadino, il consigliere di Fratelli d’Italia, Luca De Marchi, ha deciso di donare le frittelle ai bambini. Sia ben chiaro, non a tutti i bambini, solo ai bambini italiani, perché gli immigrati “hanno già troppe agevolazioni dal Comune: quindi io penso prima agli italiani”.

 Luca De MarchiIl consigliere di Fratelli d’Italia Luca De Marchi.

L’iniziativa di Luca De Marchi, autodefinitosi sulla sua pagina Facebook “sovranista italiano”, ha scatenato le reazioni sui social dove l’idea è stata fortemente criticata.

Sfoglia gallery10 immagini

Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi

Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi
Critiche all'iniziativa del consigliere Luca De Marchi

La stessa Giorgia Meloni, leader del partito Fratelli d’Italia, ha preso le distanze da questa iniziativa, spingendo lo stesso De Marchi alla retromarcia: “Annullo tutto ma vorrei che non si dimenticasse la mia storia. Sono dieci anni che aiuto tutte le settimane famiglie italiane in difficoltà. E sono cinque anni che distribuisco frittelle al luna park. Ho sempre detto ‘solo ai bambini italiani’, ma potete chiedere a tutti che nessun bambino andava via senza il suo dolce, anche i tanti stranieri che venivano“.

Mi dissocio nella maniera più categorica dall’iniziativa presa dal consigliere de Marchi a Mantova, che lede l’immagine di FdI. Il consigliere la annulli immediatamente e porga scuse pubbliche o saremo costretti a prendere provvedimenti nei suoi confronti. https://t.co/58NCzrvG7G

— Giorgia Meloni ن (@GiorgiaMeloni) 13 febbraio 2019

Fare politica sulla pelle dei bambini è quanto di più abietto ci sia, ma non è certo la prima volta che ci troviamo di fronte a situazioni di questo genere. Basti ricordare quanto accaduto alla mensa scolastica di Lodi, dove i bambini stranieri non hanno più potuto pranzare accanto ai loro compagni di classe, perché la nuova ordinanza della sindaca prevedeva che le famiglie extracomunitarie dimostrassero la loro nullatenenza nei paesi di origine. Una richiesta impossibile da esaudire per tutte quelle famiglie che provengono da zone spesso in guerra dove, se c’è ancora un municipio, è pressoché impossibile richiedere una certificazione.

Quando certe notizie riguardano i bambini, ci si focalizza soprattutto sulla tenera età di chi subisce la discriminazione perdendo di vista, però, quello che è il motivo alla base di tale discriminazione: il razzismo. Stabilire a chi regalare una frittella in base alle sue origini è a tutti gli effetti una discriminazione razziale, ed è giusto chiamare le cose con il loro nome. Com’è ovvio, questi gesti devono essere condannati in maniera trasversale.

L’Italia è un paese razzista? Purtroppo, dati alla mano, nel nostro paese c’è un tema evidente: i reati con matrice d’odio sono passati da 142 nel 2009 a 803 nel 2016; 1500 casi di violenza razzista dal gennaio 2015 al maggio 2017 (da gennaio 2007 ad aprile 2008 erano stati 319).

Il problema è che si tende a non dare peso alla matrice razzista che muove molti gesti, ma si preferisce minimizzare e in molti casi a evitare di prendere in considerazione la questione dell’odio razziale. In Italia abbiamo un problema: prima ce ne rendiamo conto, prima potremo arginarlo.

The post Mantova, niente frittelle sovraniste per i bambini immigrati appeared first on Wired.

wired.it - 3 giorni 6 min fa
Jon Arryn
Syrio Forel
Mirri Maaz Durr
Jojen Reed
Karsi

La notizia è arrivata in questi giorni ed è più sconvolgente di certe vittorie a Sanremo o di certe figuracce internazionali: Ser Pounce è morto. I fan più incalliti di Game of Thrones ricorderanno sicuramente il gatto dello sfortunato Tommen, visto l’ultima volta sul letto durante una conversazione fra il ragazzo e Margaery (anche loro deceduti a questo punto). Ebbene i creatori della serie David Benioff e Dan Weiss hanno confermato il triste fato del felino, dissipando ogni dubbio: “Cersei odiava il nome Ser Pounce e non poteva permettergli di sopravvivere. Così l’ha giustiziato in un modo talmente diabolico che non abbiamo potuto mostrarlo in onda“. Ma non è l‘unica morte, essendo talmente numerose, di cui gli spettatori non erano al corrente, o piuttosto hanno rimosso.

1. Jon Arryn

jon-arryn

Lord di Nido dell’Aquila e primo cavaliere di Robert Baratheon, Jon Arryn muore fuori scena eppure il suo trapasso ha delle conseguenze fondamentali per tutte le vicende di Westeros. Insospettito sulla progenie di Robert e Cersei, i cui figli sono frutto invece della relazione incestuosa col fratello Jaime, Stannis Baratheon cerca un alleato proprio in Jon. Interviene a questo punto Ditocorto che trama affinché la moglie di Arryn, Lisa (sorella di Catelyn), lo avveleni.

Come da previsione, la morte del primo cavaliere, a cui succede Eddard Stark, sarà la causa che infiammerà la rivalità fra la casa di Grande Inverno e i Lannister, visto che Cersei e Jaime vedono nei nemici la prima minaccia a imporre i propri figli sul trono. La morte di re Robert non farà altro che amplificare l’escalation che ci ha portati all’attuale scontro per sedersi sul Trono di Spade.

2. Syrio Forel

giphy

Maestro di spada e primo spadaccino di Braavos, Syrio Forel è importantissimo per la formazione della giovane Arya Stark. È lo stesso Eddard a chiamarlo per insegnare alla figlia a usare la sua spada, Ago. Forel allena la giovane all’arte della spada ma la introduce anche alle diverse tecniche utili a un guerriero, come la percezione del nemico e l’agilità dei movimenti. Ma il maestro sarà fondamentale anche per la salvezza di Arya quando lo scontro fra Lannister e Stark precipita.

Quando Cersei ordina che tutti gli esponenti di Grande Inverno vengano imprigionati alla Fortezza Rossa, Syrio tiene a bada con una sola spada da allenamento i soldati mandati dai Lannister, in modo che Arya riesca a fuggire e trarsi in salvo. Soccomberà però sotto i colpi di Meryn Trant, eppure il suo eroismo sarà fondamentale esempio per il coraggio della giovane Stark.

3. Mirri Maz Duur

tumblr_pj7zuopItH1rgvfhu_540

Sebbene sostanzialmente un personaggio minore, Mirri Maz Duur è fondamentale per l’arco narrativo di Daenerys. Sacerdotessa a Lhazar e esperta di arti magiche, viene fatta prigioniera dai Dothraki di Khal Drogo: viene salvata tempestivamente da un tentativo di stupro dall’arrivo di Daenerys. La donna sembra essere riconoscente ma quando si offre di curare le ferite di Drogo con la magia del sangue, in realtà lo getta in uno stato catatonico e fa morire anche il bimbo che Daenerys portava in grembo.

Vendetta chiama vendetta, però, e quindi l’ultima rappresentante dei Targaryen fa legare Mirri alla pira funeraria di Khal Drogo e la fa praticamente bruciare viva. Proprio dalle ceneri rimaste da quella pira, però, emergeranno le tre uova di drago che renderanno Daenerys la temibile Madre dei draghi che conosciamo a tutt’oggi.

4. Jojen Reed

tumblr_n54audJSzi1s8kxvlo1_500

Le vicende legate alla caverna del Corvo a tre occhi sono sicuramente segnate dalla fine tragica di Hodor, la cui fine ha lasciato senza fiato gli spettatori quasi come nessun’altra morte prima di allora in Game of Thrones. Ma poco prima la compagnia di Bran era stata segnata da un’altra morte improvvisa, quella di Jojen Reed.

Il ragazzino, fratello minore di Meera, era dotato di poteri magici, soprattutto la visione dell’oltre, e di sogni profetici. Il suo sguardo soprannaturale sarà fondamentale proprio per trovare la caverna in cui i protagonisti si rifugeranno dall’orda di Estranei che li insegue. Eppure poco a pochi metri dalla salvezza Jojen viene catturato e ucciso dai non-morti.

5. Karsi

tumblr_np8wdud6PB1s5m21go1_500

Oltre a Ygritte, il Popolo Libero ci hanno offerto alcuni personaggi femminili di grande forza e autorità. Fra questi, forse troppo sottovalutata per la sua carica potente, è Karsi. Nella quinta stagione, dopo la sconfitta dei Bruti a Castello Nero, Jon Snow e Tormund raggiungono i ritirati ad Aspra Dimora e Karsi è una dei rappresentanti dei clan che si oppongono ai Guardiani della Notte: la donna, che ha perso padre e fratello per mano dei Guardiani, dice che non sarà mai possibile un’alleanza con loro.

La situazione cambia quando Jon Snow torna per salvare i Bruti dall’avanzata degli Estranei. Karsi riesce a mettere in salvo le proprie figlie e si mette a combattere a fianco dei Corvi contro i non-morti, ma presto soccombe. Nella sesta stagione la vediamo brevemente in mezzo all’orda degli Estranei in una delle visioni di Bran.

The post 5 morti di Game of Thrones che forse avete dimenticato appeared first on Wired.

wired.it - 3 giorni 7 min fa
 Leonardo)(foto: Leonardo)

Quando vediamo un elicottero solcare i cieli per operazioni di salvataggio o di trasporto ospedaliero raramente pensiamo al fatto che si tratta di macchine estremamente sofisticate, dal cui funzionamento dipende la vita di migliaia di persone ogni anni e protagoniste di un mondo in continua evoluzione. Ad oggi il numero di velivoli destinati a quest’uso è infatti di 2400, l’80% dei quali dispiegato in Europa e Nord America. Tra pochi anni però la situazione sarà già cambiata: Leonardo, gruppo tricolore hi tech impegnato nei settori di aerospazio, difesa e sicurezza, prevede infatti una crescita nella produzione dei velivoli per più di un motivo.

Innanzitutto la richiesta del mercato globale di questa tipologia di aeromobili è cresciuta e non accenna ad arrestarsi. Se nel 2007 il numero di elicotteri civili impiegati per l’elisoccorso rappresentava il 14% del totale, nel 2017 la quota è passata al 44% ed è destinata ad aumentare, tanto che le dimensioni totali della flotta toccheranno quota 3mila in tutto il mondo entro i prossimi dieci anni. A guidare la crescita saranno nuovi mercati come l’India e soprattutto la Cina, dove Leonardo ha già una presenza consolidata. Nel 2016 il gruppo è diventato fornitore del più grande servizio integrato di elisoccorso del Paese e attualmente domina l’area con una quota del 70% che gli assicura una posizione privilegiata per la stretta di nuovi eventuali accordi.

Non c’è però solo la richiesta di nuovi aeromobili a guidare la tendenza, ma anche il bisogno di sostituire quelli già in uso con modelli più recenti, per quattro motivi. Da una parte c’è una popolazione mondiale in costante evoluzione in termini di dimensioni e peso medi, che richiede velivoli dotati di maggiore spazio in cabina rispetto a modelli divenuti operativi anche svariati anni fa. Dall’altra sta aumentando il bisogno di mezzi di trasporto sempre più versatili: il mondo dell’elisoccorso si è fatto più complesso e le attività richieste agli operatori spaziano dalla ricerca e soccorso in mare e montagna alla risposta ai disastri, passando per eliambulanza e protezione civile. Inoltre è divenuto fondamentale che i mezzi dispiegati possano compiere il proprio lavoro in ogni condizione meteorologica e ambientale, rimanendo disponibili 24 ore su 24 quando necessario. Infine è sempre più frequente che clienti governativi abbiano bisogno di velivoli certificati per l’uso in ambito civile, il che può rendere obsoleti alcuni dei modelli prodotti originariamente per esclusivo uso militare.

Nello scenario previsto da Leonardo gli attuali elicotteri bimotore leggeri saranno dunque sostituiti da velivoli di categoria leggera-intermedia come i modelli AW169, AW139 e AW189, capaci di assicurare più spazio a bordo ed ospitare equipaggiamenti più versatili, ma il turnover non si limiterà a mettere nelle mani degli operatori velivoli più flessibili. I nuovi elicotteri saranno più efficienti e aiuteranno ad abbattere i costi operativi e gestionali delle flotte riducendo al contempo le emissioni inquinanti (acustiche e chimiche), mentre nell’ambito dell’elisoccorso permetteranno di effettuare in volo operazioni fino a poco tempo fa considerate difficoltose, come la stabilizzazione dei pazienti in condizioni critiche durante la fase di trasporto dal luogo del soccorso all’ospedale, o tra ospedale e ospedale in caso di imprevisti o per cure più specialistiche.

La transizione vedrà una delle sue fasi conclusive nel lancio, tra un paio d’anni, del convertiplano AW609: il nuovo velivolo coniugherà le capacità di un comune aeroplano in termini di velocità, quota e raggio d’azione a quelle di un elicottero capace di decollare e atterrare in verticale o rimanere in volo stazionario; inoltre, disponendo di una cabina pressurizzata, permetterà di tentare sui pazienti operazioni impossibili da effettuare su un comune aeromobile ad ala rotante, trasformando l’ elicottero stesso in un vero e proprio ospedale ad alta quota.

The post Nel futuro dell’elisoccorso c’è Leonardo in prima linea appeared first on Wired.

wired.it - 3 giorni 7 min fa
Airbus A380 (foto ufficiale Airbus)Airbus A380 (foto ufficiale Airbus)

Airbus dal 2022 non produrrà più l’A380, il gigante dei cieli. L’assemblaggio dell’aereo commerciale più grande al mondo attualmente in produzione verrà terminato a causa del costante declino degli ordinativi: in tutto finora 313 conferme da 13 compagnie aeree, con 234 aerei già consegnati.

Il superjumbo A380, quattro motori, due piani e più di 500 passeggeri di capacità (fino a 850 nelle configurazioni solo economy), ha iniziato a volare il 27 aprile del 2005 e ufficialmente a fine ottobre del 2007, dopo numerosi ritardi durante la progettazione.

I costi per realizzarlo sono stati estremamente alti. Rispetto ai 9 miliardi di euro stimati, e poi ai 15 miliardi previsti, il programma A380 è arrivato a costare più di 25 miliardi (ma altre valutazioni portano il totale oltre i 30 miliardi). Il cartellino del prezzo di un singolo A380 è il più alto del settore: a listino costa 445 milioni di dollari (tutti gli aerei di linea vengono venduti nella valuta americana), anche se gli acquirenti poi possono contare su differenti tipi di scontistica a seconda delle dimensioni degli ordini e del tipo di relazioni con il produttore.

Per fare un paragone, a listino il Boeing 747-8 (l’ultima iterazione del programma 747 nato nel 1969) costa a listino 402 milioni di dollari. Un più moderno (e più piccolo) Airbus A350 costa fra i 320 e i 360 milioni, a seconda della versione, a fronte di un costo di soli 11 miliardi di euro per la progettazione e realizzazione dei macchinari per la produzione.

 Airbus A380 vs Boeing 747Giganti a confronto: Airbus A380 vs Boeing 747

Morte annunciata
L’annuncio della chiusura del programma dell’A380 non arriva inaspettata. Era da tempo che i piani di sviluppo del gigante dei cieli si erano bloccati a causa di ordinativi molto bassi.

Terminata la fase di lancio, che comunque aveva visto un entusiasmo contenuto per quello che nelle intenzioni del consorzio trans-europeo (soprattutto franco-tedesco) avrebbe dovuto essere l’arma finale per il trasporto di massa. Hanno pesato costi di gestione elevati, ritardi, ma anche il costo del carburante crescente rispetto ai primi anni del XXI secolo e i rilevanti costi infrastrutturali.

Gli aeroporti internazionali devono adattare le proprie piste e i terminal per poter gestire gli A380, e non tutti gli scali mondiali hanno deciso di farlo: attualmente solo 60 scali sono capaci di ricevere l’A380, inclusi Fiumicino e Malpensa. In aggiunta, la Cina non ha mai dimostrato grande interesse.

Chi ha staccato la spina
Il più grande cliente di Airbus è Emirates, che ha ordinato 123 aerei dei quali 109 sono stati consegnati. Proprio la cancellazione degli ordini di Emirates (e dell’australiana Qantas), “l’ossigeno” che teneva in vita il paziente A380 negli ultimi tempi, è stato il motivo della decisione di cancellare il programma. La compagnia emiratina era la vera ragione per cui l’A380 era ancora vivo, ma ha deciso di cambiare strategia e passare alla concorrenza con i nuovi Boeing 777X.

C’è anche un altro motivo. Tra poche settimane ci sarà il cambio della guardia al vertice di Airbus. L’attuale amministratore delegato Tom Enders (tedesco) alla guida dell’azienda dal 2012 cederà il passo al francese Guillaume Faury il prossimo aprile. E probabilmente la sua mossa è anche a favore del suo successore, per farlo entrare nella stanza dei bottoni senza la pesante eredità del programma A380 da gestire.

Ma cancellare la produzione dell’A380 sarà un danno per Airbus? L’azienda ha una serie di altri programmi attivi, tra i quali lo sviluppo della piattaforma A350 e il rinnovo degli A330 (entrambi bimotori progettati per il lungo e lunghissimo raggio). E la chiusura del programma del superjumbo, secondo gli analisti, in realtà arriva al momento giusto visto che gli ordini degli altri aerei sono molto buoni e che l’accordo per assorbire la CSeries della canadese Bombardier, ribattezzata A220 (aerei regionali che detengono la quota maggiore di quel mercato) contribuisce a contenere moltissimo gli eventuali contraccolpi in borsa.

Airbus A380 (foto Airbus)Airbus A380 (foto Airbus)

Chi paga le conseguenze?
L’impatto negativo casomai sarà per la catena dei fornitori. Anche Airbus, seppure meno di Boeing, ha negli ultimi anni sviluppato una strategia di coinvolgimenti di terzisti nel rischio d’impresa della produzione e vendita degli aeroplani. In questo modo la chiusura di un programma ha costi di trasformazione inferiori all’interno di Airbus ma impatta frontalmente con altre aziende europee (poche italiane, a dire la verità, perché il nostro settore aerospaziale è storicamente più coinvolto con Boeing). Soprattutto quelle coinvolte nella produzione di parti con tempi di consegna molto lunghi, i cui ordinativi sono già stati fatti tempo addietro.

L’unica cosa – e Airbus lo sa molto bene – è riuscire a convincere le compagnie aeree, che stanno uscendo da un periodo di crisi e di forte consolidamento, a “dimenticare” rapidamente l’A380 e concentrarsi invece sugli aerei a fusoliera larga ma di dimensioni, capacità e costi inferiori. Con due motori si va ovunque, dicono quelli di Airbus – che fino a ieri ribadivano invece la superiorità dei quadrimotori per l’alta capienza – basta che siano made in Europe.

Tuttavia, la flotta degli A380 ha una età relativamente giovane (il più “vecchio” ha dieci anni) e volerà ancora a lungo. Si vedrà per molto tempo nei grandi aeroporti internazionali.

The post Addio all’A380: Airbus cancella il superjumbo appeared first on Wired.