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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 2 giorni 1 ora fa
anidride carbonica(foto: Florian Gaertner/Photothek via Getty Images)

Se da una parte le emissioni di anidride carbonica, il gas serra responsabile del riscaldamento globale, continuano ad aumentare, dall’altro, magra consolazione, crescono a un ritmo più lento rispetto al passato. A raccontarlo, mentre è in corso la Cop25 (l’annuale conferenza internazionale delle Nazioni Unite sul clima) a Madrid, sono stati i ricercatori dell’Università dell’East Anglia (Uea), in collaborazione con l’Università di Exeter, secondo cui quest’anno le emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili sono cresciute dello 0,6%, raggiungendo quasi 37 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2). Vale a dire una riduzione significativa rispetto all’1,5% nel 2017 e il 2,1% nel 2018. Lo studio Global Carbon Project 2019 è stato appena pubblicato su Nature Climate Change, Earth System Science Data ed Environmental Research Letters.

Il tasso di crescita più lento delle emissioni di anidride carbonica nel 2019, spiegano i ricercatori, è dovuto principalmente a drastiche riduzioni dell’utilizzo del carbone da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea (-10%), e, in aggiunta, a una crescita più lenta dell’uso di carbone da parte di Paesi come la Cina e l’India. Inoltre, quest’anno, secondo le stime dello studio, le emissioni di CO2 dovute al consumo di petrolio, dovrebbero crescere dello 0,9%, mentre per quelle dovute all’uso di gas naturale, che rappresenta la fonte di emissioni in più rapida crescita, l’aumento previsto è del 2,6%. Mentre si prevede che le emissioni derivanti dalla combustione del carbone diminuiranno dello 0,9%.

Sebbene le strategie climatiche ed energetiche stiano emergendo, sottolineano i ricercatori, non sono ancora sufficienti per invertire la tendenza delle emissioni globali. “Un fallimento nell’affrontare prontamente i fattori trainanti alla base della continua crescita delle emissioni limiterà la capacità del mondo di spostarsi su un percorso coerente all’obiettivo dell’Accordo sul clima di Parigi”, spiega Pierre Friedlingstein, dell’università di Exeter. “La scienza è chiara: le emissioni di CO2 devono ridursi a zero a livello globale per fermare un ulteriore riscaldamento del pianeta”.

anidride carbonica 2019(infografica: University of East Anglia, University of Exeter e Global Carbon Project)

Le emissioni globali di CO2, ricordano i ricercatori, sono cresciute in media dello 0,9% all’anno dal 2010, più lentamente del 3% degli anni 2000. Mentre quest’anno le stime delle emissioni provocate dalla deforestazione, hanno raggiunto 6 miliardi di tonnellate di CO2, circa 0,8 miliardi di tonnellate in più rispetto ai livelli del 2018. Le emissioni totali di CO2 prodotte dalle attività umane – compresa la combustione di combustibili fossili e il consumo di suolo – dovrebbero raggiungere i 43,1 miliardi di tonnellate nel 2019. Mentre, la concentrazione di CO2 atmosferica nel 2019 dovrebbe essere del 47% al di sopra dei livelli preindustriali.

In Europa, sempre secondo le stime del nuovo studio, le emissioni sono diminuite dell’1,7% nel 2019, con una riduzione prevista del 10% delle emissioni a base di carbone. Mentre, il consumo petrolio continua ad aumentare, portando a un aumento delle emissioni dei prodotti petroliferi dello 0,5%. Anche il consumo di gas continua a crescere, di circa il 3% di media, sebbene a un tasso molto variabile tra gli stati membri dell’Ue. “Le attuali politiche climatiche ed energetiche sono troppo deboli per invertire le tendenze delle emissioni globali”, spiega Corinne Le Quéré, ricercatrice dell’Uea. “Le politiche hanno avuto successo a vari livelli nell’implementazione di tecnologie a basse emissioni di carbonio, come i veicoli solari, eolici ed elettrici. Ma queste spesso si aggiungono alla domanda esistente di energia anziché sostituire le tecnologie che emettono CO2, in particolare nei paesi in cui la domanda di energia è in crescita. Abbiamo bisogno di politiche più forti volte a eliminare gradualmente l’uso di combustibili fossili”.

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wired.it - 2 giorni 20 ore fa

Milano ha tanti primati, raccontano. Il Pil va al doppio della velocità del resto d’Italia, le startup spuntano come funghi, l’occupazione è a livelli record, gli investimenti stranieri scorrono a fiumi, il turismo nell’ultimo decennio è cresciuto più che in ogni altra città. Le week di settore, le rassegne culturali, gli ospiti internazionali, i boschi verticali, i parchi minimalisti orizzontali contribuiscono, assieme agli elementi sopra, a fare del capoluogo lombardo la città più vivibile d’Italia. A Milano si sta meglio che in ogni altra parte d’Italia, sembrerebbe. Forse del mondo. Ed è anche vero, per una parte della popolazione cittadina, più o meno quella che vive all’interno della circonvallazione – la prima cinta, sia chiaro, non quella dove passa la 91. Ma il resto delle persone se ne fa poco di questi primati, che non sono altro che la versione narrativa di una scopa con cui nascondere sotto il tappeto tutte le problematiche che ci sono, ma le cui evidenze statistiche sono troppo poco milanesi. Si fa finta esse non esistano per qualche strano meccanismo di autodifesa nel migliore dei casi, per rivendicare un’esclusività di cui spesso si è le prime vittime, nel peggiore. “Sì ok ma i problemi ce li ha anche Londra, o New York”, vi diranno. E quindi, tanto vale non parlarne.

Milano e lo smog, foto Fabrizio Di Nucci/NurPhoto via Getty Images

Milano ha tanti primati, non raccontano. È la città con gli affitti più alti e insostenibili d’Italia, è la città dove l’anno scorso gli sfratti per morosità sono aumentati del 600%, è la città dove una persona ogni sette vive sotto la soglia di povertà, è la città che più sta vivendo il ritorno nel consumo di eroina. E via così. Questa parte dolente esiste, si percepisce, si vede camminando in città. Non è che bisogna andare appositamente nei quartieri sbagliati, basta non andare nei quartieri giusti, che sono molti meno di quanto si creda. Il racconto di questa Milano viene però soffocato da quello che qualcuno di recente ha chiamato, giustamente, “l’ufficio stampa collettivo della città-stato”. Che non è Milano tutta, come si sbaglia a raccontare, ma una bolla minoritaria che ha i network sociali e i mezzi materiali per sovrastare la restante narrazione, quella realistica.

Com’è green ed eco-friendly Milano, com’è ecologicamente all’avanguardia Milano. E infatti Milano primeggia anche qui. Ma, sorpresa!, in negativo. È la città più inquinata d’Italia, facendo a spallate con Torino in quanto a esempio nazionale meno virtuoso. E almeno qui si rivela la prima della classe del nostro Paese, che preso in blocco, è primo in Europa per morti da polveri sottili. A inizio marzo, a 50 giorni dall’inizio dell’anno, il capoluogo lombardo aveva già esaurito il suo bonus annuale di 35 giorni di sforamento del limite di PM10. Nel 2018 quel limite l’ha più che raddoppiato, arrivando a 79 giorni. Secondo un’elaborazione di Legambiente sulla base dei dati Oms, inoltre, Milano presenta i valori peggiori a livello europeo per concentrazione media annuale di polveri sottili.

Secondo un altro studio pubblicato dall’International Council on Clean Transportation (ICCT) – l’organo che ha svelato il dieselgatel’area urbana milanese è quella che fa registrare il numero maggiore in tutto il mondo di morti premature ogni 100mila abitanti attribuibili all’inquinamento atmosferico causato dai trasporti. Ma Milano e la Lombardia sono oggi anche l’area italiana dove maggiore è l’incidenza del traffico illecito dei rifiuti e dei relativi roghi tossici, con tutte le conseguenti emissioni di sostanze nocive nell’aria.

Però quanto è cool Milano. Sì, perché tendenzialmente a primeggiare nelle logiche Seo sono altre narrazioni del tema ambiente meneghino. Provare per credere, basta digitare “inquinamento Milano” nella sezione notizie di Google. Il vaso da balcone hi-tech Arianna per combattere le emissioni, il nuovo murales mangia-smog, il giardino anti-emissioni e anti-afa che salva dallo stress e tutela l’ambiente, i tre milioni di alberi che verranno piantati in città entro il 2030. È questo che cannibalizza la scena.

Il problema è che a continuare a celebrare il modello Milano e, in questo caso specifico, le sue iniziative ad alto impatto Instagram ma che nel concreto (almeno oggi) finiscono per spostare le cose di un millimetro se tutto va bene, si finisce per voltare le spalle a quelle che sono le urgenze del momento. Ci si tappa gli occhi sull’emergenza ambientale in corso, si dimentica che non solo Milano è parte del problema ma anzi, a vedere i dati sulle emissioni e le morti da inquinamento, è più problema degli altri. Davvero ci interessa di più che Milano sia la città con la mobilità più sostenibile d’Italia, piuttosto che il fatto che l’area B abbia rivelato come a Milano circolino ogni giorno un milione di automobili, invece delle 600mila che si pensava?

Ma questo dell’inquinamento, in fondo, è solo un pretesto. Per dimostrare che basta poco per smontare il mito Milano, che in realtà neanche esiste, se non nella parte privilegiata della popolazione cittadina, e semmai anche in quella minoranza autoproclamatasi tale a causa di un complesso di inferiorità verso chi si gode la Milano delle classifiche di vivibilità. Lo stesso lavoro si potrebbe fare con i tanti altri temi su cui Milano fa segnare risultati negativi. Le periferie abbandonate, la questione abitativa, la precarietà lavorativa, la vita degli studenti e dei neo-entrati nel mondo del lavoro in una città che ha gli affitti di Londra e gli stipendi di, uhm, Milano, che fino a prova contraria resta in Italia. Il primo errore è non considerare questa Milano, il secondo è considerarla un’altra Milano. In realtà Milano è anche e soprattutto questa, semplicemente non ha un buon ufficio stampa che sappia raccontarla.

È questo il grande problema di Milano, quello di essere analizzata in termini relativi, non assoluti. Milano eccelle nella narrazione, da una parte per l’abilità di chi la racconta, dall’altra per il suo “fare meglio di”, che non vuol dire fare bene. Il problema è che a continuare a negare la vera Milano, si finirà per spianare la strada a una tensione sociale che già c’è, ma che per ora si vuole e si riesce a silenziare.

Parlare della Milano silenziata – quella dell’inquinamento, del disagio abitativo e via dicendo – non significa fare il male di Milano, quanto l’esatto contrario. Aiutarla a essere più inclusiva, più sostenibile, più virtuosa di quanto già non sia sotto molti aspetti. Aiutarla, insomma, a essere più cool. Per davvero.

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wired.it - 2 giorni 20 ore fa

È trascorso esattamente un anno da quando la sonda della Nasa Osiris-Rex si avvicinava, dopo un viaggio lunghissimo, a Bennu, segnando la prima volta di una macchina costruita dall’essere umano a poche centinaia di metri da un vero asteroide. Da quel momento, gli occhi della navicella non hanno perso di vista un solo secondo l’oggetto, in attesa di scendere per la raccolta di campioni di roccia da riportare sulla Terra. La sonda ha compiuto numerosi flyby, e selezionato i siti addatti alla discesa, prevista tra qualche mese (qui una timeline aggiornata di tutte le operazioni).

In questo video troverete una selezione di immagini che hanno scandito la missione, in attesa di quelle che saranno scattate presto a chilometro zero.

(Credit video: NASA’s Goddard Space Flight Center; Musica: “Growing Idea”, Universal Production Music)

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wired.it - 2 giorni 20 ore fa
Fold 1(Foto: Escobar Inc.)

Altro che Samsung Galaxy Fold, Huawei Mate X o Motorola Razr. La proposta economica e alternativa agli smartphone pieghevoli dal costo elitario è Fold 1, dal prezzo di appena 320 euro, presentato nientemeno che dalla società del fratello di Pablo Escobar, Roberto.

Già, proprio il fratello del celebre plenipotenziario colombiano del commercio della droga degli anni ’70 e ’80, recente protagonista di libri e serie tv. La Escobar Inc. è stata fondata nel 1984 da Pablo con lo scopo di spostare grosse cifre di denaro al di fuori del paese, e attualmente è in mano al fratello Roberto oltre che allo svedese Olof K. Gustafsson in qualità di amministratore delegato.

Per mantenere il costo così abbordabile, Fold 1 è inevitabilmente di livello qualitativo piuttosto basso. Governato dal sistema operativo Android 9 e mosso da un chip Qualcomm Snapdragon 8 Series, monta due fotocamere da 16 e 20 megapixel e un doppio schermo da 7,8 pollici di tipo amoled uniti tra loro da uno snodo centrale che viene descritto come molto più sicuro e stabile di quello di Galaxy Fold.

C’è anche un sensore delle impronte digitali per lo sblocco biometrico. Inoltre, Fold 1 non sarà accessibile facilmente via bluetooth né da eventuali strumenti governativi e sarà protetto da un sottile strato metallico per evitare comunicazioni rfid e similari.

Lo smartphone è sbloccato per funzionare con qualsiasi sim mondiale e avrà anche una versione da 512 gb (l’originale è da 128 gb) dal costo di 500 dollari ossia circa 450 euro al cambio.

Roberto Escobar mira in alto, a Digital Trends ha dichiarato: “Ho detto a molta gente che batterò Apple e lo farò. Ho eliminato intermediari e negozi, per vendere direttamente ai consumatori così da ottenere un prezzo di poco più di 300 euro invece che migliaia di euro come Samsung e gli altri”. Inoltre, per l’occasione ha anticipato una fantomatica azione legale contro Apple da 30 miliardi di dollari all’inizio dell’anno prossimo, spendendo oltre un milione per preparare i procedimenti.

Tutto molto bello, ma come ha fatto il fratello di Escobar a sviluppare e produrre uno smartphone del genere? Leggendo bene tra le specifiche tecniche (viene citato il materiale plastico indistruttibile) e osservando il design appare chiara la risposta. Fold 1 altro non è che una versione re-brandizzata e leggermente personalizzata di Royole FlexPai ovvero il primo pieghevole presentato più di un anno fa, costruito in bassa qualità proprio per anticipare tutta la più celebre concorrenza.

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wired.it - 2 giorni 20 ore fa
(foto: Andrey Rudakov/Getty Images)

Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge che consente al governo di considerare giornalisti, blogger e utenti di social network non russi come “agenti stranieri”. Di fatto, la legge è un ampliamento di una legislazione del 2012 che dava il potere alle autorità russe di etichettare le ong nella stessa maniera. Quest’ultima è stata poi nuovamente modificata nel 2017, estendendo la stessa possibilità nei confronti delle testate giornalistiche straniere. L’introduzione di questa categoria è una sorta di risposta a un comportamento simile di Washington: nello stesso anno infatti, il governo degli Stati Uniti aveva dichiarato la televisione Rt, finanziata dal governo russo, un agente straniero.

Il nuovo provvedimento interessa chiunque scrive e diffonde contenuti ricevendo pagamenti dall’estero o da enti russi finanziati da fondi internazionali. In questo caso potrà essere considerato un agente straniero e venir sorvegliato in maniera particolare. Come spiega la Tass, sarà il ministro della giustizia a essere incaricato di registrare tutti gli agenti stranieri attivi in Russia in un elenco specifico, dopo aver consultato il ministero degli esteri. La presenza nella lista diverrà obbligatoria per svolgere il lavoro in Russia. Ma non finisce qui: il soggetto – che alla fine è nella maggior parte dei casi una persona che svolge un’attività informativa – dovrà anche specificare nelle pubblicazioni il suo status di agente straniero.

Nella legge si prevede inoltre la possibilità da parte del governo russo di bloccare i siti internet degli agenti stranieri nel caso in cui le informazioni pubblicate violassero le norme russe. Si capisce dunque come l’ultima decisione di Putin abbia ricevuto moltissime critiche essenzialmente incentrate su l’accusa di limitare ulteriormente la libertà di stampa. Seppur non citato in maniera espressa nel testo che l’obiettivo fossero i giornalisti, la situazione era apparsa già piuttosto chiara quando Leonid Levin – presidente della commissione per le politiche dell’informazione, l’information technology e la comunicazione della Duma – aveva spiegato alla stampa che “se qualcuno scrive notizie inerenti la situazione socio-politica, rischia molto probabilmente di finire nell’elenco”.

Le critiche

Già prima dell’entrata in vigore del provvedimento moltissimi gruppi come Human Rights Watch o il comitato di protezione dei giornalisti hanno iniziato una battaglia di opposizione a quanto stava avvenendo, poiché – come hanno scritto in una nota – la legge avrà “un impatto dannoso sul panorama già restrittivo del giornalismo indipendente in Russia”. Nello stesso documento, firmato anche da Amnesty International e Reporters sans frontières, si legge anche che “ogni coinvolgimento con un media straniero potrà far rischiare il giornalista di essere etichettato come agente straniero”. Per queste associazioni la legge non è altro che uno strumento per silenziare le voci di opposizione e i blogger, che in Russia svolgono un ruolo molto importante nell’informare l’opinione pubblica.

Prima dell’approvazione di questa modifica erano già finite nella lista degli agenti stranieri Radio Free Europe e Voice of America, rispettivamente finanziati dal Congresso statunitense. Un reporter della rete radiofonica ha denunciato in un pezzo proprio il clima di diffidenza e di mancanza di dialogo fra gli attori pubblici e i giornalisti a Mosca. Anche l’associazione del leader dell’opposizione a Putin, Alexei Navalny, ovvero la Anti-Corruption Foundation (Fbk), è finita negli scorsi mesi nella lista degli agenti stranieri, perché avrebbe ricevuto – secondo il ministero della giustizia russo – fondi internazionali anche se l’informazione è stata smentita dagli stessi dirigenti.

Libertà di stampa in Russia

Secondo l’ultimo rapporto sulla libertà di stampa di Reporters sans frontieres la Russia occupa una posizione molto bassa nella classifica che elenca gli stati dal più rispettoso di questo diritto al meno. Il paese guidato da Putin risulta uno di quelli in cui questa libertà è compromessa. “Le pressioni sui media indipendenti” – si legge – “non smettono di intensificarsi dal 2011 con leggi liberticida o blocco dei siti d’informazione”. Nell’analisi della Russia, l’associazione, che si dedica alla tutela globale della libertà di stampa, riporta proprio che “le principali organizzazioni che difendono i media sono state dichiarate agenti stranieri”. Si capisce dunque che con l’entrata in vigore dell’ultimo provvedimento, la Russia potrebbe scivolare ancora più in basso nella classifica.

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wired.it - 2 giorni 20 ore fa
Il Safety check di FacebookIl Safety check di Facebook

In caso di emergenza, catastrofe ambientale, attentato o stato di crisi, Facebook ha una funzionalità che permette agli utenti di rassicurare i propri contatti informandoli del proprio stato di salute se ci si trova nella zona interessata.

Facebook ora ha però deciso di espandere le funzioni che Crisis Response, così si chiama la funzione di segnalazione catastrofi che attualmente stata utilizzata in più di 300 emergenze in oltre 80 paesi, aggiungendo un supporto per la condivisione in diretta delle informazioni, l’integrazione con WhatsApp e l’espansione degli strumenti Data for good per mappare al meglio i disastri e agevolare gli spostamenti e l’arrivo dei soccorsi.

Crisis Response è l’evoluzione di Safety Check, funzione creata per avvisare i partenti a seguito di un disastro, e Facebook sta dando a questo strumento la giusta importanza permettendo così, a chi ne fa uso in caso d’emergenza, di condividere informazioni direttamente dal luogo del disastro. Così facendo è possibile mantenere aggiornata la situazione e mettere al corrente tutti sullo stato di eventuali crolli, in caso di terremoto, o di strade chiuse in modo da agevolare ulteriormente l’arrivo dei soccorsi.

Oltre alle nuove funzionalità Crisis Response continuerà a permettere la condivisione di richieste e offerte di aiuto come in precedenza, tramite post sul proprio feed o tramite messaggio via Messenger.

Crisis Response permetterà di contattare direttamente su WhatsApp chi offre o richiede aiuto (fonte: Facebook)

La grande novità arriva con il collegamento a WhatsApp da parte di Crisis Response. Sebbene sia solamente una parziale integrazione, Crisis Response permetterà l’invio di richieste e offerte di aiuto tramite WhatsApp e non più tramite la sola condivisione su Facebook e via Messenger. Ciò vuol dire che l’intero set di funzionalità di Crisis Reasponse non arriverà sull’applicazione di messaggistica ma sarà possibile contattare chi offre o richiede aiuto, direttamente su WhatsApp semplicemente cliccando sull’apposito pulsante che si trova sul post di Facebook.

L’ultimo upgrade della funzionalità riguarda i cosiddetti Data for good. Tramite delle partnership con oltre 100 organizzazioni, Facebook fornisce le mappe di dei disastri permettendo una migliore organizzazione dei soccorsi e fornendo informazioni su dove distribuire gli eventuali aiuti materiali. Il tutto sarà possibile grazie all’aggregazione dei dati raccolti dalle segnalazioni e dai post degli utenti in forma anonima a rispetto della loro privacy.

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brand-news.it - 2 giorni 21 ore fa

Si confermano 4 listini, 2 per il mese di febbraio, e le promozioni del 10% nelle 2 settimane di fine mese. Tra le novità il lancio di Cine34 e l’approdo in televisione di Radio 105

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brand-news.it - 2 giorni 21 ore fa

Il nuovo canale dedicato al cinema italiano di Mediaset sarà in onda sul 34 al posto di Mediaset Extra Inaugurerà le trasmissioni il 20 gennaio 2020 Cine34, il nuovo canale di Mediaset. Si tratta di un canale dedicato al cinema italiano che proporrà i grandi cult del cinema di genere e pellicole inedite. Il palinsesto,...

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