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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
Non solo news dal mondo Vittoria ma storie di branding, marketing e comunicazione online e offline.

wired.it - 4 giorni 26 min fa

Se ancora vi lascia perplessi il prezzo dell’ultimo iPhone, allora non avete visto nulla. L’hi-tech da un bel po’ di anni è luogo di ardite sperimentazioni destinate a chi ha il portafogli pingue. O, quantomeno, è disposto a spendere in nome di una passione, sia essa il cinema in casa o l’ultimo modello di tapis roulant da salotto. Non parliamo di oggetti tempestati di pietre preziose, in stile nababbo. Ma di semplici – si fa per dire – prodotti tecnologici che più che al lusso puntano alla performance. Eccone 7… A caro prezzo. Le immagini sono nella gallery in alto.

Phase One IQ4 150MP. 52mila dollari

Volete immortalare un momento nel miglior modo possibile? Preparatevi a sborsare attorno ai 50 mila euro. Tanto costa la Phase One IQ4 150MP, una fotocamera con un sensore da 151 megapixel. Gli appassionati di fotografia l’apprezzeranno perché è l’equivalente di una fotocamera 645 (in onore al formato di foto 6×4,5 molto popolare tra i professionisti). E nel prezzo sono compresi sia il corpo che l’ottica. Ma il talento no: quello va acquistato, pardon conquistato, a parte.

Vava 4K Laser Projector. 2500 euro

Effetto cinema. Chi non si accontenta del tv, può puntare su un proiettore. E chi anche in questo caso ne fa questione di dimensioni, con questo proiettore Vava può ottenere video in qualità 4K fino a 150 pollici. Basta piazzarlo a circa 18 centimetri dalla parete per ottenere una visione da 100 pollici con un contrasto 3000:1. Insomma, tanta roba. Le casse, Harman Kardon, sono incorporate.

LG Signature OLED88Z9PUA. 27mila euro

Ma se al proiettore continuate a preferire il classico tv formato gigante, c’è lo Z9: l’88 pollici di LG, che monta uno schermo oled con risoluzione a 8K. Nel prezzo sono incluse le funzioni di smart TV e la capacità di interagire sia con Alexa che con l’assistente vocale di Google. Che però si acquistano a parte.

Sennheiser Ambeo Soundbar. 2500 euro

Gli audiofili non potrebbero chiedere di meglio: questa imponente soundbar firmata Sennheiser grande 41 pollici, ha 13 driver, l’audio Dolby Atmos 5.1.4 (cioè con 4 diffusori a soffitto) e non richiede l’ausilio di ulteriori casse. Tutto questo però ha un prezzo. Che è circa il doppio rispetto a quello delle altre soundbar di livello.

Alienware 55 Oled Gaming Monitor. 3400 euro

Sembra un tv ma non lo è, anche se le dimensioni potrebbero trarre in inganno: l’Alienware è un monitor da gaming con schermo oled grande la bellezza di 55 pollici e con una frequenza di 120 hz. La connessione viene effettuata tramite display port 1.4 ma non mancano le porte usb-A. Gli e-atleti apprezzeranno la modalità hdr intelligente e la possibilità di personalizzare l’illuminazione. Chi se non loro possono fare un tale investimento per… gioco? Ma chi si lamenta del prezzo, sappia che fino a poco tempo fa costava circa di più: 4000 dollari.

Insta360 Pro II. 5000 euro

In tempi di realtà virtuale, il web pullula di video a 360°. Chi volesse cimentarsi col genere, può provare la Insta360 Pro II che registra in 3D stereoscopico, grazie alle 6 lenti fisheye F2.4 che le permettono, tra le altre cose, di girare ben due video simultaneamente a 8K. Roba che nemmeno Steven Spielberg con Lo Squalo.

Peloton Tread. 3900 euro

Siete di quelli che non trovate neppure il tempo per una corsetta tra le strade trafficate di città? Questo tapis roulant è nato per aiutarvi: realizzato in fibra di carbonio, ha un display touch da 32 pollici per tenersi distratti durante le lunghe passeggiate virtuali. Il sistema è dotato anche di videocamera per potersi allenare con gli amici. Sempre che anche loro se la sentano di spendere circa 4000 euro e abbiano posto in salotto per questo attrezzo che, non tutti lo sanno, ma come ogni tapis roulant deriva dal Treadwheel, uno strumento di tortura usato nelle galere inglesi dell’800. In questo caso, per fortuna, la tortura è solo per il conto corrente…

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wired.it - 4 giorni 30 min fa

Lo scenario è cupo. Le nazioni hanno fallito nell’arrestare le emissioni di gas serra, perciò ora servono interventi ancora più drastici”. Non fa sconti il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (Unep) nel giudicare gli sforzi intrapresi dai governi per affrontare l’emergenza climatica: troppo deboli per tirarci fuori dai guai. Lo attestano due corposi rapporti diffusi alla vigilia della Cop25, il vertice mondiale sul clima in programma dal 2 a 13 dicembre a Madrid. E le conclusioni suonano come l’ennesimo appello a fare sul serio, perché il tempo che resta per evitare gli scenari peggiori è ormai agli sgoccioli.

Servono impegni più ambiziosi

Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, infatti, se vogliamo limitare l’aumento delle temperature entro la soglia di sicurezza di 1,5°C, gli impegni di riduzione dei gas serra dovranno essere molto più ambiziosi: anzi, cinque volte più ambiziosi, per l’esattezza. E i governi dovranno rinunciare alla maggior parte dei loro piani di sfruttamento dei combustibili fossili. Nel primo dei due rapporti, l’Emission Gap Report, si legge infatti che, persino se tutti i paesi rispettassero gli impegni attuali, la temperatura media globale arriverebbe comunque a 3,2°C entro fine secolo. Più del doppio della soglia di sicurezza, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per gran parte dell’umanità.

Per restare al di sotto di un grado e mezzo, spiegano gli esperti, nel prossimo decennio sarà necessario ridurre le emissioni globali del 7,6% ogni anno. Altrimenti sfonderemo la soglia di sicurezza ancora prima del 2030. Non è un’impresa impossibile, ma sembra ancora un miraggio. L’anno scorso, per dire, le emissioni sono aumentate dell’1,7%. Per invertire questa tendenza occorre inoltre agire subito, perché ogni anno che passa senza risultati richiederà sforzi sempre più difficili da sostenere in seguito, come ha detto Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep.

Il rapporto segnala impietosamente che dei venti paesi più ricchi al mondo – quelli del G20, responsabili del 78% delle emissioni globali – quindici non hanno neppure fissato un’agenda per arrivare al traguardo di azzerare le emissioni nette di gas serra. L’Unep promuove soltanto Cina, Messico e Unione Europea per avere assunto impegni adeguati. Da più parti, tuttavia, sono stati sollevati dubbi anche sul fatto che le promesse saranno rispettate. Secondo un’inchiesta di Endcoal, per esempio, la Cina ha in progetto di produrre con le centrali a carbone altri 147 gigawatt di potenza, pari a quasi l’intera capacità dell’Unione Europea.

I gas serra non mentono

Queste conclusioni fanno il paio con un altro report, The truth behind the climate pledges (La verità dietro gli impegni sul clima), redatto da un gruppo di esperti guidati da Sir Robert Watson, ex presidente dell’Ipcc e oggi libero di parlare senza peli sulla lingua. Nelle conclusioni si legge chiaro e tondo che “all’orizzonte si profila un disastro ambientale ed economico” perché gli attuali impegni di riduzione sono così blandi da portare a aumento delle temperature di 3-4°C.

Del resto, un’ulteriore conferma arriva direttamente dal livello dei gas serra in atmosfera. Lunedì scorso l’Organizzazione meteorologica mondiale ha certificato che nel 2018 la concentrazione atmosferica media di CO2 ha toccato il record di 407,8 parti per milione (contro il valore di 405,5 registrato nel 2017): non si vedeva niente del genere da almeno tre milioni di anni.

Smettere di scavare

Gli esperti delle Nazioni Unite ribadiscono ancora una volta che il problema di fondo è la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Nel secondo rapporto dell’Unep, il Production Gap Report, si spiega che, per evitare il peggio, i governi dovranno rinunciare a gran parte dei loro piani di sfruttamento di gas, petrolio e carbone. Nel rapporto si legge infatti che, mentre i governi si impegnano pubblicamente a ridurre le emissioni, al tempo stesso pianificano di produrre da qui al 2030 il doppio dei combustibili fossili che possiamo permetterci di bruciare per restare al di sotto di 1,5°C. Questi piani di sfruttamento delle fonti fossili non sono nemmeno compatibili con un riscaldamento limitato a 2°C.

L’analisi dell’Unep trova conferma anche nell’ultimo scenario delineato dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) secondo cui la domanda energetica, guidata dai combustibili fossili, continua ad aumentare al pari delle emissioni: tra il 2000 e il 2018 è crescita del 42%. E questo anche grazie al fatto che ancora oggi il consumo di fonti fossili riceve quasi il doppio dei sussidi destinati alle energie rinnovabili e ai veicoli elettrici messi insieme. In questo scenario, conclude l’Iea, le emissioni non caleranno prima del 2040. E così il gap tra il dire e il fare, cioè tra i proclami e le azioni concrete per ridurre i gas serra e liberarci dei combustibili fossili, si allarga ogni giorno di più. “Ci siamo cacciati in fondo a un buco e dobbiamo smettere di scavare”, ha commentato Måns Nilsson, direttore esecutivo del Stockholm Environment Institute.

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wired.it - 4 giorni 39 min fa

La natura umana spinge le persone ad essere socialmente attive e, in un’epoca sempre più digitale, questa ricerca di connessioni si estende dalla vita reale a quella digitale. Secondo We Are Social sono 3,48 miliardi gli utenti che utilizzano i social network al mondo nel 2019, 288 milioni in più rispetto agli utenti registrati nel 2018.

Di questi, sono 3,26 miliardi gli utenti che accedono alle piattaforme da mobile, in crescita di 297 milioni (+10%) rispetto al 2018. In Italia è YouTube la piattaforma social più amata, con una percentuale di persone che la utilizza pari all’87% degli intervistati. Lo seguono a ruota Facebook (81%) e Instagram (55%).

Facebook, Instagram, e Youtube però sono solo la punta dell’iceberg dei social network esistenti. Esistono centinaia di altri social network meno conosciuti che permettono a milioni di utenti di rimanere connessi e condividere i propri pensieri e le proprie passioni. Wired ha curiosato nella rete raggruppando una raccolta di 50 social network che sono meno popolari dei giganti sopra citati ma che comunque sono frequentati da milioni di utenti.

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wired.it - 5 giorni 23 ore fa

Il 1° dicembre sarà la Giornata mondiale della lotta all’Aids, indetta nel 1988. Dopo tanti anni, sarebbe illusorio considerata debellata l’epidemia che ha mietuto negli anni oltre 25 milioni di vittime in tutto il mondo, mettendo in questione le categorie di sessualità libera e generando nella società un vero e proprio stigma nei confronti specie dell’omosessualità – come se già non fossero bastati intolleranza e ghettizzazione nel corso della storia. Possiamo però provare a sanare questa ferita della contemporaneità andando a esplorare tra i libri che hanno affrontato il dramma, oppure richiamando alcuni autori da scoprire o riscoprire, che sono stati loro malgrado investiti da questa indelebile peste contemporanea, chi con senso di tragicità chi in modo più grottesco e ironico.

Potremmo partire da un romanzo che uscirà nell’autunno del 2020 per Einaudi, I grandi sognatori di Rebecca Makkai. Lo scorso anno è stato finalista del National Book Award e del Man Book Prize, nonché vincitore di altri premi importanti. Racconta intrecciandole due vite attraversate dall’Aids, quella di un gallerista della Chicago gay degli anni Ottanta e quella di una madre alla ricerca della figlia perduta a Parigi. Con questo sfasamento temporale, il libro ha innanzitutto il merito di riportare l’attenzione sull’attualità della sieropositività in un mondo occidentale che pare essersene dimenticato. Il romanzo inizia con il funerale di Nico, un uomo di origini cubane morto per Aids. Il funerale è quel momento in cui i suoi amici e amori si incontrano, tra questi Yale, Yale Tishman, gallerista che sta raggiungendo l’acme della propria carriera proprio mentre – siamo a metà anni Ottanta – i suoi amici stanno morendo come mosche per l’epidemia. Il romanzo seguirà la vita di Yale ma anche quella di Fiona, sorella di Nico, che non insegue solo la figlia nella Parigi di trent’anni dopo in quel 2015 scosso dagli eventi del Bataclan, ma anche in un certo senso i fantasmi del fratello scomparso e di un’intera epoca descritta nel romanzo come una vera e propria catastrofe. “Questa malattia ha magnificato tutti i nostri errori”, si legge nel romanzo. E questo romanzo della Makkai non enfatizza magnificamente solo gli errori, ma anche i legami che attorno alla malattia si sono creati, quelli più duri ma anche quelli più dolci.

Rimanendo in area americana, possiamo mettere in scena, con qualche scintilla, due giganti che spesso si sono anche scontrati: da un lato Susan Sontag dall’altro Edmund White, entrambi legati in modi differenti alla sieropositività. La prima è di recente stata riportata in Italia dopo una certa assenza (o noncuranza di opere considerate minori, specie della narrativa) dall’editore Nottetempo, che ha deciso però ripartire dai suoi Diari. Il secondo volume pubblicato recentemente, La coscienza imbrigliata al corpo. Diari 1964-1980, precede di poco non solo lo scoppiare dei primi casi di Aids, ma anche un saggio che lei stessa scrisse sulle metafore di quella malattia come epidemia e catastrofe globale di un mondo consumistico e iper-capitalista, L’Aids e le sue metafore, uscito nel 1988. Ma potremmo anche citare il suo racconto Come viviamo adesso che trattava, attraverso la forma di una storia rivelata dal puro dialogo, proprio dell’impatto della malattia nella comunità intellettuale di New York (fu pubblicato nel 1986 dal New Yorker, con una certa eco). Criticata aspramente dalla comunità Lgbt per aver rivelato la propria omosessualità solo negli anni 2000, la Sontag in questo nuovo volume attraversa non solo i primi (relativi) successi delle sue pubblicazioni, ma anche le esplorazioni più corporali che vennero però macchiate anche dal cancro al seno diagnosticato nel 1975. Sono diari molto frammentari, aforistici, ma spesso taglienti, composti spesso attraverso liste (ad esempio: liste di caratteristiche che una persona della quali ci si invaghisce dovrebbe avere), di illusioni e disillusioni amorose (“l’elaborazione di perdite amorose” è una delle parti principali del volume), miste a riflessioni anche crude sulla maternità e al rapporto col figlio, che è il curatore al quale la madre morente affidò il faldone segreto. Un grande senso di solitudine fiera e spezzata, e a tratti crudele, circonda questo secondo volume – “Paura che l’altro se ne vada: paura dell’abbandono”, si legge in una delle sue annotazioni – una fragilità che si ritrova anche nel racconto sopramenzionato sull’Aids, piuttosto che nel suo saggio tutto “protetto” da un’algida profondità da filosofa.

Forse quella freddezza che – nonostante il racconto del New Yorker descrivesse una “utopia dell’amicizia” tra le persone colpite dalla malattia di un amico morente, proprio come nel romanzo della Makkai – gli è stata rimproverata dalla comunità gay, la quale si è invece ritrovata pienamente nei romanzi parzialmente autobiografici dell’altro Titano della critica americana, Edmund White. L’editore Playground in Italia ha ripubblicato in questi anni due volumi della sua tetralogia: Un giovane americano, La bella stanza è vuota e nel 2019 è uscito La sinfonia degli addii, un romanzo che parte dall’orrore di una New York distrutta dalla malattia, ma che sapeva anche donare con vitalità la gioia degli anni Settanta e Ottanta dove centinaia di giovani, spesso provenienti dalla provincia, venuti in città per sperimentare la loro sessualità in modo a tratti ingordo ma spesso spensierato, cercando a volte l’amore eterno o una nuova frontiera del proprio corpo. Il libro, che non è solo affresco ma anche commiato a un epoca (il riferimento alla Sinfonia di Haydin è per quello) parte però dalla famosa rivolta gay di Stonewall di fine anni Sessanta, come violento e profondo atto liberatorio di un decennio che si risolverà però nella tragedia, un decennio in cui il sesso era “un appetito” che doveva “essere sfamato ogni giorno”, e in cui il narratore ci racconta di decine di amanti e personaggi, ballerini, attori, poeti, buffi e nevrotici che piano piano poi si ammaleranno – tragica e comica a un tempo la frase ad inizio del libro: “In questo periodo mi ritrovo a scopare soprattutto con i morti…” ma da lì li richiamerà sontuosamente uno a uno in vita, con un stile che potremmo definire ipersensuale.

Se ci muoviamo invece nell’ambito latino-americano rispetto all’anglosassone, parrebbe che il problema sia stato solo tangente la produzione letteraria, ma solo in parte è vero. Grandi scrittori come il cubano Reinaldo Arenas (morto il 7 dicembre 1990) sono scomparsi ad esempio durante l’epidemia newyorkese. Citiamo solo due autori, l’uno vivente l’altro a nostro avviso da riscoprire e ripubblicare in Italia. Il primo è il messicano Mario Bellatin, autore raffinato nei confronti del quale è presente un vero e proprio culto non troppo seguito in Italia. Salone di bellezza è un suo romanzo breve uscito nel 2011 per La Nuova Frontiera e andrebbe riletto assieme al suo autore. “Alcuni anni fa la passione per gli acquari mi portò a decorare il mio salone di bellezza con pesci di diversi colori. Ora che il salone è diventato un lazzaretto dove passa i suoi ultimi giorni chi non sa dove altro farlo, mi rattrista vedere che i pesci poco alla volta sono spariti”: parte così, con una nota quasi cinica, il romanzo di Bellatin. A parlare è il proprietario di un salone di bellezza – il quale si divide tra l’attività del proprio salone en travesti e le notti alla ricerca di uomini per strade infestate da squadracce di “pestafroci” – un salone che diviene rifugio di uomini malati di un’epidemia senza nome che è facile chiamare Aids. All’inizio, il narratore pare intenzionato a salvarli, in questa sua comunità precaria e fraterna dove cercano aiuto quelli rifiutati da famigliari e parenti, ma ben presto, lui stesso malato tra i malati, coglie una sorta di splendida bellezza pietosa nelle loro morti solitarie. “Il male diventa uguale per tutti soltanto nello stadio finale. Allora diventa una sorta di letargo, e il malato non chiede e non dà più niente”, si legge in un testo che all’erotismo e al libertinaggio di White dosa anch’esso il senso di un congedarsi necessario.

Sempre in area latino-americana, ma con la vertigine di un autore che si è espresso pressoché sempre in francese, sarebbe da riportare in Italia il geniale Copì, scrittore e drammaturgo nato a Buenos Aires, però sicuramente più famoso in Francia, e morto per Aids a Parigi nel 1987. Dissacrante e grottesco quanto e più di Bellatin, l’argentino addirittura mise in scena sé stesso prima di morire come un malato visitato dalla Morte, nel dramma Una visita inopportuna. Il suo romanzo forse più famoso è il satirico romanzo petroniano Il ballo delle checche del 1977, un romanzo in cui l’autore, prestando il proprio nome al protagonista, racconta l’amore violento e grottesco con Pierre, un uomo privo di qualità ma verso il quale è masochisticamente attratto. E sarà un vero e proprio manifesto pirotecnico di quello che l’autore stesso definisce un “masochismo militante” questo racconto pieno di humor nerissimo, che viaggia fino alla nostra New York, dove Pierre tradisce Copi con una donna che imita Marylin e entrambi si prostituiscono, in un susseguirsi di colpi di scena surreali, nonsense e violenze gratuite, che con sarcasmo ci svela tuttavia l’autodistruzione e il masochismo dell’amore omosessuale, un po’ drag e un po’ fetish, descritto da Copi.

Dalle nostre parti, giusto quest’anno il dibattito sul tema delicatissimo è riemerso grazie ad un giovane esordiente, Jonathan Bazzi che ha pubblicato il suo primo romanzo memoir Febbre per Fandango. La storia, alternando il presente al passato dell’infanzia difficile di Jonathan nell’estrema periferia milanese di Rozzano, è quella della scoperta della sieropositività che avviene nel 2016. Ma l’aspetto originale di questo romanzo è la quasi liberazione da quella che era stata pensata come una malattia terminale manifestatasi in una febbre permanente, e che nel protagonista rappresenta quasi il riscatto dagli anni passati, specie da bambino. “Vengo ricondotto a una comunità, a una storia, una casistica. Il virus dell’Hiv conferma che sei gay e che hai fatto sesso” e quindi per la prima volta non subisci un’etichetta impostati dall’esterno. La sieropositività non come primo passo verso l’Aids ma come forma di identificazione e quasi di giustizia – per una volta non come giudizio, condanna quasi teologica! – appunto come accesso a una comunità più giusta, se si è vissuto un passato ai margini o anche marginalizzato e bullizzato negli stessi margini di una società spietata, intossicata da una mascolinità perniciosa.

E vorremmo chiudere, sempre rimanendo in Italia, con una segnalazione all’apparenza più gioiosa che è anche un consiglio di lettura particolare. Perché oggi queste storie sull’Aids debbono essere relazionate pur sempre con una liberazione sessuale che ha imparato, attraverso la catastrofe, ad essere consapevole. Di recente è nata in Italia Ossì, una fanzine di racconti e testi pornografici colti: “In ogni numero, un racconto zozzo da mondi che speriamo esistano davvero e le foto sexy scattate da qualcuno che vorresti ti conoscesse…” si legge nelle loro pagine. Nell’ultimo uscito, hanno scritto un racconto erotico a quattro mani Francesco Pacifico e Francesca Mancini. In tempi in cui ancora l’Aids aleggia tra di noi (sebbene non nelle notizie), anche il desiderio del lettore nei confronti di prodotti ben fatti è una forma di resistenza all’epidemia e all’isolamento.

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wired.it - 5 giorni 23 ore fa

https://www.youtube.com/watch?v=IP4mNWJoKq4
Tradizionalmente la Disney è considerata un unico grande inno all’equilibrio, alla conservazione e allo status quo. Ed è vero. Negli anni lo studio fondato da Walt Disney ha riflettuto e promosso i valori della società di cui era parte. Ma è altrettanto vero che al suo interno è stata capace di contenere prima voci dissonanti e poi di rappresentare i cambiamenti in atto nella società con straordinaria reattività.

Frozen 2 è uscito questa settimana in sala e segue una delle rivoluzioni più potenti per la Disney. Dopo decenni in cui ha messo in scena storie di principi e principesse, in cui i primi salvano le seconde e quindi le seconde hanno bisogno dei primi per essere tali, questa è una storia di sorelle (entrambe principesse) che si salvano da sole, mentre gli uomini stanno a guardare. Una lezione di indipendenza femminile dallo stesso studio che 60 anni fa usava le donne come motore immobile (addirittura addormentate per quasi un intero film) o come villain.

Ripassando bene la storia dei classici d’animazione Disney è però evidente che i germi di anarchia, ribellione, vite fuori dal normale viste come modelli positivi non sono pochi. Anzi. A vincere è tradizionalmente l’equilibrio consueto, ma più di una volta i veri protagonisti del film sono i meno allineati.

10. Pinocchio

Non fa niente di quello che gli viene detto, anche se ne subisce sempre le conseguenze. Questo film Disney rimarca come l’atteggiamento di Pinocchio sia sbagliato in primis per lui, non gli porti mai una convenienza ma anzi ne frustri i desideri. Eppure Pinocchio rimane un simbolo di ribellione, il discolo per antonomasia che non risponde all’autorità.

9. Nick Wilde

In un mondo in cui vige la legge dell’apparenza e ognuno è categorizzato in base al proprio “gender animale” (cioè il comportamento che tradizionalmente è associato alla propria razza), una volpe è costretta a essere una volpe. Così Nick Wilde di Zootropolis decide che sarà davvero un selvaggio furbo, un truffatore, un ladruncolo, uno che non si piega alle leggi fatte per impedirgli di essere ciò che vuole.
https://www.youtube.com/watch?v=RD8h66fYF3s

8. Romeo

Grandissimo viveur delle strade, scapolo insofferente a ogni forma di legame. Negli anni ’60 degli Aristogatti, un personaggio come Romeo non poteva che rientrare negli schemi famigliari alla fine. Eppure, per gran parte del film, è un modello positivo di vita autonoma molto lontana dai canoni dell’epoca.
https://www.youtube.com/watch?v=jizMMBKCP3U

7. Rapunzel

Quando Rapunzel arriva nelle sale è la prima volta che una storia Disney segue temi e problemi da donna. Il rapporto malatissimo che la protagonista ha con la madre sfocia in una vera ribellione sofferta (poi si scoprirà che non è davvero la mamma, ma la protagonista – quando si ribella – non lo sa ancora).
https://www.youtube.com/watch?v=QVT9MQP57PE

6. Ariel

A un certo punto, la Disney decise di puntare davvero sulle principesse. Fino a La Sirenetta erano state figurine, simboli intorno a cui girare una storia, ma non vere protagoniste. Negli anni del Rinascimento, invece, sono loro il centro dell’azione e hanno sempre dei conflitti famigliari, si vogliono ribellare ai genitori, scoprire altri mondi lontani, non seguire ciò che è previsto per loro dai padri. Ariel è stata la prima, quella che ha mostrato che si trattava di una strada percorribile.
https://www.youtube.com/watch?v=ONxZm51506o

5. Lilo

Mostro alieno tenerissimo che sembra avere come unico fine il caos. Ovviamente, nel corso del film Lilo & Stitch troverà un cuore, ma il suo atteggiamento è al tempo stesso desiderabile, divertente e terribilmente cool. Non rispetta niente se non ciò che si guadagna il suo rispetto o ciò che gli conviene.
https://www.youtube.com/watch?v=XUfYv8ORc8I

4. Robin Hood

Nasce ribelle la figura di Robin Hood e rimane tale nel film che ne sottolinea fin da subito la natura scanzonata. L’autorità nei panni dello sceriffo di Nottingham e del principe Giovanni non sono nemmeno da considerare, perché usurpatrici e Robin Hood stabilisce le sue regole. Perché se non concordi con il mondo intorno a te, non devi rispettarlo ma combatterlo.
https://www.youtube.com/watch?v=-hPes1uwnco

3. Baloo

La cosa più vicina a un anarchico che sia mai stata disegnata in un cartone Disney, ovvero Il libro della giunga, con intenti positivi. Baloo ha una filosofia di vita, una delle molte a cui viene esposto Mowgli, ed è che non bisogna pensare al futuro né essere partecipi di alcuna società. Esiste solo l’edonismo passeggero, non si aiuta nessuno, non si fa niente per gli altri.
https://www.youtube.com/watch?v=mjKA3JiS2DY

2. Merida

L’unica principessa concepita fin dall’inizio del film, e cioè Ribelle – The Brave, proprio intorno all’idea di ribellione. Anche il suo character design è pensato per quello. I capelli indomabili rossi sono tenuti a bada a fatica negli eventi ufficiali; quando poi la misura è colma e decide di fare di testa propria, esplodono incontenibili.
https://www.youtube.com/watch?v=sWbxhKTbTkA

1. Merlino

Nonostante il suo ruolo sia quello di un istitutore, è lui il vero ribelle non solo ne La spada nella roccia, ma di tutta casa Disney. Innanzitutto impone se stesso al giovane Semola, perché sa chi diventerà; inoltre gli insegna la disobbedienza civile. Il mondo intorno, gli adulti, i tutori e anche le persone che conosce rispondono a un codice fatto di cavalleria, scudieri, ecc… Per Merlino non è detto che Semola debba rispettare ciò che gli viene insegnato, che è la cosa più sovversiva possibile: non obbedire all’autorità. Quegli stessi adulti non hanno per forza ragione.
È così ribelle, che a un certo punto decide di dimostrare con i fatti i suoi principi a Semola rischiando apposta di morire contro Maga Magò: nel combattimento non si trasforma mai in un animale predatore ma solo in preda, per dimostrare che si vince con l’intelligenza. “Ma avresti potuto morire!”, gli dice Semola sconvolto alla fine dello scontro. “Se è servito a insegnarti qualcosa, allora ne è valsa la pena”.
https://www.youtube.com/watch?v=FQ29aJB76tk

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wired.it - 6 giorni 2 min fa
2001, protesta contro l’esecuzione di Juan Garza (Photo by David McNew/Getty Images)

Il 30 novembre di ogni anno si celebra la giornata delle Città per la vita, città contro la pena di morte. Promossa in Italia dalla comunità di Sant’Egidio, dal 2002 invita tutte le città del mondo ad aderire e a farlo sapere, per esempio illuminando uno dei propri monumenti. La data del 30 novembre non è casuale, né è casuale che l’iniziativa sia partita dall’Italia. In questo giorno, nel 1786, il Gran ducato di Toscana abolì per legge la pena di morte per qualunque reato. Questa riforma era in parte figlia del pensiero di Cesare Beccaria, che aveva scritto contro tortura e pena di morte nel suo pamphlet Dei delitti e delle pene (1764).

Il declino della pena di morte nel mondo

In Italia la pena di morte è stata abolita l’ultima volta con la Costituzione del ’48; nel codice penale militare di guerra è rimasta fino al 1994. Nella Città del Vaticano è rimasta in vigore fino al 1969 per gli attentati al papa. San Marino invece la abbandonò più di 150 anni fa, nel 1865.

Nel mondo la situazione varia, ma da tempo si osserva una tendenza a ridimensionare la pena di morte (per esempio restringendola ad alcuni tipi di reati) e verso la totale abolizione, sia essa de jure (cioè codificata nelle leggi) o de facto (non adottata nella pratica). La geografia della pena di morte è anche stata cambiata dai trattati internazionali. Per esempio la Russia, pur non avendola abolita, ha rinunciato con una moratoria a giustiziare i detenuti dal 1996 in quanto membro del consiglio d’Europa (non si contano qui le esecuzioni extragiudiziali). In Europa la pena capitale rimane, nella legge e nella pratica, solo in Bielorussia. Si registra anche una generale tendenza alla riduzione delle condanne a morte, ma rimane il fatto che ancora nel 2019, 54 paesi ne fanno uso. Fra questi ci sono anche diversi paesi considerati molto avanzati e democratici, come gli Usa e il Giappone, a cui ora si chiede almeno una moratoria che copra i giochi olimpici. Numericamente la maggior parte delle uccisioni (960 nel 2018) avvengono invece in Asia e Medio Oriente. Secondo Amnesty i primi cinque paesi sono Cina, Iran, Arabia Saudita, Vietnam e Iraq. Si pensa però che la Cina da sola uccida più di tutti gli altri stati messi assieme: solo una piccola parte delle esecuzioni sono di dominio pubblico, e le associazioni denunciano centinaia o migliaia di esecuzioni annuali.

Non esiste una pena di morte umana

Nella storia sono stati sperimentati decine di metodi per infliggere la pena di morte, uno più cruento dell’altro: dalle esecuzioni tramite animali a quelle con i cannoni.  Ma a volte si è cercato di renderla più umana, ovvero di eliminare la tortura aggiuntiva inflitta dal metodo di esecuzione stesso. Per esempio la decapitazione (da cui pena capitale) è più efficiente in questo senso se si usa un’asettica macchina, invece di una spada o una scure. Monsieur Guillotin, che nonostante il nome non ha inventato la ghigliottina né è stato giustiziato con essa, era un oppositore della pena di morte, ma anche lui pensava che, se proprio dobbiamo uccidere qualcuno, una macchina per decapitare fosse preferibile.

In realtà, per quanto sia efficiente il mezzo, non si può certo eliminare la tortura psicologica, e in tempi recenti la ricerca di punizioni più umane ha invece portato a situazioni paradossali e drammatiche. L’iniezione letale per esempio è il metodo favorito negli Usa e usato anche in Cina. Tra tutti i metodi correnti (impiccagione, sedia elettrica, plotone d’esecuzione ecc…) ci sembra quella in cui il condannato soffre di meno. Sono iniettati in sequenza tre farmaci: un anestetico, un rilassante muscolare che blocca la respirazione, e il veleno vero e proprio per fermare il cuore. Si eliminano così sangue, odori e rumori degli altri metodi, ma è più a beneficio degli spettatori che della vittima. L’esperienza insegna che molte cose possono andare storte nella procedura. Prima bisogna trovare le vene adatte, non sempre è facile e il personale non sempre è preparato. In alcuni casi sono passate ore prima di trovare la vena, a volte il detenuto stesso ha aiutato. Oppure gli aghi sono usciti, rendendo necessario ricominciare. È anche capitato di iniettare i farmaci tra i tessuti, invece che nella vena, con effetti disastrosi: il detenuto può rimanere cosciente e morire in agonia. Ma questo può succedere anche quanto tutto sembra essere andato come previsto, come hanno rivelato le autopsie dei detenuti. Il punto è che la fase anestetica dell’iniezione letale fallisce fin troppo facilmente, per imperizia, dosaggi e farmaci non adeguati, e altre incognite. Questo però non significa che il metodo sia perfettibile. Si è provato usare un solo farmaco, usato per l’eutanasia degli animali: la procedura è più semplice, ma i problemi di somministrazione rimangono. Inoltre oggi le aziende non vogliono essere associate alla pena di morte e si rifiutano di vendere i loro farmaci con questo scopo. Così i boia si rivolgono alle compounding pharmacies, che però sono scarsamente regolate. La rivista medica The Lancet, e diverse associazioni di categoria, hanno poi preso posizione scoraggiando (non proibendo) la partecipazione dei medici: la pena di morte non si può aggiustare aggiungendo le competenze dei medici, ma è da abolire. Su questo però si continua a discutere.

Non è un deterrente

Sulla carta l’obiettivo della pena di morte non è la vendetta. È una pena che, per forza di cose, non può riabilitare, ma è altrettanto evidente che la sentenza impedisce la ripetizione del reato. Ancor più importante dovrebbe essere il suo ruolo di deterrente, cioè la sua capacità di scoraggiare i reati che punisce. È vero tutto questo? Di opinioni ce ne sono tante e molto forti, ma se si fa riferimento agli studi pubblicati emerge un consenso molto forte in direzione opposta. Per esempio un recente studio ha osservato che dopo l’abolizione della pena di morte i crimini capitali nel mondo non sono saliti: sono scesi dappertutto, con l’eccezione della Georgia, ma poi hanno cominciato a scendere anche lì. Un andamento simile è stato osservato anche dove, pur mantenendo la pena di morte, si giustiziavano meno detenuti. Oppure al contrario più uccisioni non hanno fatto fatto cambiare il tasso di omicidi.

Sono ovviamente misure indirette, perché è impossibile, ed eticamente inaccettabile, fare un esperimento controllato sulla deterrenza della pena di morte. Però si può chiedere ai criminologi cosa ne pensano. Secondo uno studio americano del 2009, l’88% di loro, selezionati tra i più influenti, rifiuta l’idea che la pena di morte sia un deterrente, più un 6% circa di non sicuri. Un analogo sondaggio nel 1996 aveva dato un risultato lievemente più basso, 83%. Quindi è da decenni che gli specialisti non riconoscono l’efficacia della pena di morte.

Errori irreparabili: Innocence project 

Nei giorni scorsi in USA sono stati liberati dopo 36 anni di ergastolo Alfred Chestnut, Ransom Watkins e Andrew Stewart, giusto in tempo per il Ringraziamento. Un giudice ha detto loro“Da parte del sistema penale, e sono sicuro che per voi significa molto poco signori, vi chiedo scusa”

Un altro argomento contro la pena di morte è appunto che l’errore giudiziario è del tutto irreparabile e più frequente di quanto si creda. Le cosiddette scienze forensi devono infatti ancora disfarsi di un grosso bagaglio di procedure pseudoscientifiche. Alcune prove considerate in passato molto forti per collegare una persona al delitto (capelli, fibre, e persino le impronte digitali) si sono rivelate del tutto inadeguate, nonostante le serie Tv. Per non parlare delle prove classiche, come i racconti dei testimoni e le stesse confessioni dei sospettati, che possono essere manipolate o estorte. Questi sono problemi generali del sistema, ma in caso di pena capitale si deve accettare non solo l’uccisione di un essere umano, ma anche di un eventuale essere umano innocente.

Negli Stati Uniti l’Innocence project è il più famoso gruppo che si occupa di casi di malagiustizia. Riesaminando le prove e grazie al test del Dna, dal 1992 a oggi è riuscito a liberare 367 persone, tra cui Chestnut, Watkins e Stewart.  Di queste 21 erano nel braccio della morte, e 41 avevano confessato. Ma non sempre Innocence project è riuscito ad arrivare in tempo, cioè sono già state giustiziate persone la cui colpevolezza era molto in dubbio. Al momento il gruppo, mentre cerca di ritardare l’esecuzione di un altro possibile innocente, Rodney Reed, sta cercando per la prima volta di provare col DNA l’innocenza di una persona uccisa nel 2006, Sedley Alley. Ma il giudice si oppone.

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wired.it - 6 giorni 9 min fa

In un’epoca di smartwatch sempre più complessi e costosi, gli activity tracker – o  braccialetti smart – da polso sono riusciti a ritagliarsi e in alcuni casi confermare una discreta fetta di pubblico. Nonostante alcuni limiti in termini di display e fruibilità, questi dispositivi possono assolvere degnamente ai loro compiti forti di un prezzo sempre più accessibile (con il passare del tempo) e di una notevole ergonomia.

Dalle notifiche smart ai battiti cardiaci, passando per la rilevazione di passi e calorie o l’utilizzo durante l’attività sportiva, proprio la varietà delle funzioni rappresentano per questi strumenti un valore aggiunto.

È un perfetto esempio di questa tendenza il Band 5 (29,90 euro) di Honor, dotato di uno schermo touchscreen Amoled Full Colour da 0,95″ con una risoluzione di 240×120 pixel a 282 PPI.
L’autonomia dichiarata con una singola carica è di 14 giorni, realisticamente qualcuno meno, poco più di una settimana nella nostra prova, se il modello è utilizzato per applicazioni sportive.

Tante le attività supportate, oltre ai classici running (outdoor o sul tapis roulant) e ciclismo, anche allenamento funzionale, camminata, bici ellittica, vogatore e persino equitazione. Il modello può essere impiegato anche in vasca (impermeabile fino a 50 mt.) per il nuoto è previsto il calcolo di: intervalli, calorie bruciate e media swolf (un parametro legato all’efficienza della nuotata).

 

Il Band 5 si distingue anche per la rilevazione avanzata della frequenza cardiaca e del sonno, è dotato della tecnologia Huawei TruSeen 3.0 per un monitoraggio continuo dei battiti in tempo reale, oltre ad avvisi tramite vibrazione e luce lampeggiante quanto sono superate le soglie pre-impostate dall’utente. Presente anche un sistema di monitoraggio della saturazione dell’ossigeno nel sangue (SpO2).
TruSleep è pensato invece per una rilevamento del sonno e valutazione della qualità nelle tre diverse fasi (leggero, profondo e rem) e consigli personalizzati.

Considerato il tipo di prodotto abbiamo apprezzato la precisione nella rilevazione delle informazioni durante lo sport, per quanto riguarda distanze e ritmi, ma anche riguardo ai battiti cardiaci. Il pubblico di riferimento è comunque uno sportivo occasionale più che l’impallinato.

L’interfaccia del tracker è invece da migliorare, sia dal punto di vista dell’interazione sia per la visibilità e lettura dei dati, uno schermo leggermente più grande (come quello del concorrente di riferimento per i tracker, con costi però più elevati) sarebbe stato perfetto oltre ad una maggiore sensibilità dello schermo touch. Buona l’interazione con le notifiche smart, nel complesso, impossibile non considerare il fatto che è un modello da poche decine di euro, in grado di svolgere il suo lavoro senza particolari problemi, in maniera più che discreta e a cui piccoli miglioramenti gioverebbero parecchio.

Voto: 8

Wired: ergonomia, rilevazione dei dati

Tired: reattività dello schermo

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wired.it - 6 giorni 38 min fa

Cosa c’è di meglio degli sconti del Black Friday? Semplice: i fumetti gratis del Free Comic Books Day, che quest’anno ricorre sabato 30 novembre. Come è ormai tradizione, cinque tra le principali case editrici italiane (Panini Comics, Star Comics, Sergio Bonelli Editore, Saldapress e Bao Publishing) sfoggiano le loro migliori proposte editoriali, mettendo a disposizione 14 albi gratuiti in una folta schiera di fumetterie in tutta Italia.

Si tratta per lo più di assaggi di nuove serie, anteprime di ciò che ci aspetta nelle prossime settimane o all’inizio del 2020, pensati appositamente per ingolosire i fan e attrarre nuovi lettori. Ma, come si suol dire, a caval donato… Ecco allora, nella gallery in alto, una rassegna degli albi che potete portarvi a casa nel Free Comic Book Day.

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