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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 5 giorni 14 ore fa
(Foto: Belova59 da Pixabay)

Maschi nella stragrande maggioranza dei casi, e giovani. La maggior parte delle nuove infezioni da hiv registrate per il 2018 in Italia ha riguardato in effetti molto più la popolazione maschile e i giovani, con le incidenze maggiori registrate nella fascia d’età tra i 25 e i 39 anni.

hiv italia(Foto: Notiziario Istisan/2019)

Si è trattato per lo più di infezioni dovute a rapporti non protetti (oltre l’80%), per un totale di 2847 nuovi casi registrati in Italia. In diminuzione rispetto all’anno precedente, quando erano circa 3500. Ma così come le nuove diagnosi registrate negli ultimi anni, anche quelle per il 2018 in maggioranza sono diagnosi tardive (soprattutto per gli eterosessuali).

hiv(Foto: Notiziario Istisan/2019)

Gli ultimi dati sull’epidemiologia dell’hiv arrivano dall’Istituto di sanità e come di consueto permettono, ma solo in parte, di capire come sta evolvendo nel nostro paese l’epidemia da hiv a ridosso della Giornata mondiale contro l’Aids, quest’anno dedicata alle communities, dalle associazioni di pazienti, agli attivisti,agli educatori, agli assistenti sanitari. Perché che si tratti ancora di un’epidemia è certo: allargando lo sguardo ai dati globali, quelli messi a disposizione da Unaids, sono 37,9 milioni le persone che a oggi convivono con il virus, 1,7 milioni le nuove infezioni per il 2018, in continua e graduale diminuzione (anche se in alcune regioni, come l’Europa Orientale, il Medio Oriente, il Nord Africa e l’America Latina le infezioni sono aumentate). Ma, ricorda l’Organizzazione mondiale della sanità, si stima che solo il 79% di questi abbia ricevuto una diagnosi a livello globale. Ovvero, circa 8 milioni di persone non sanno di avere l’hiv e non sono in trattamento.

(Foto: Notiziario Istisan/2019)

Malgrado i passi avanti compiuti negli ultimi anni e l’aumento della disponibilità e dell’accesso ai test per l’hiv, molto rimane da fare. Un messaggio che risuona spesso quando si parla di hiv e che non riguarda solo la ricerca di una cura o l’accesso alle terapie. Riguarda anche l’offerta e l’opportunità di accedere ai test per la diagnosi dell’infezione, il primo passo per l’accesso alle terapie antiretrovirali che permettono di tenere a bada il virus, dal punto di vista terapeutico e preventivo.

È per questo che l’Organizzazione mondiale della sanità ha appena rilasciato una nuove e aggiornate raccomandazioni per migliorare la diffusione e l’accesso ai servizi di testing. Sui quali, ricorda la stessa Oms, devono continuare a valere le regole sancite dalle 5C. Un test per l’hiv ovvero deve poter contare sul Consenso informato, un appropriato Couselling, essere Confidenziale, fare affidamento su risultati Corretti, e garantire un’adeguata Connessione, ovvero quel linkage to care che consente l’accesso ai trattamenti e ai benefici derivanti dalla somministrazione delle terapie antiretrovirali.

Le raccomandazioni dell’Oms

Le raccomandazioni che arrivano dall’Oms non riguardano solo le strategie per raggiungere il cosiddetto sommerso, ovvero il bacino di infetti che non sanno ancora di esserlo, e che contribuisce ad alimentare l’infezione da hiv. Parliamo in questo caso soprattutto, ma non solo, di popolazioni ad alto rischio, come i giovani in contesti dove l’hiv ha un forte impatto, quali l’Africa meridionale, o transgender, uomini che fanno sesso con uomini, detenuti, persone che fanno uso di droghe per via endovenosa, popolazioni ad alto rischio ovunque nel mondo. Le linee guida aggiornate dell’Oms contengono anche indicazioni che mirano a ottimizzare anche le procedure, le tecniche e i tempi stessi con cui vengono effettuati i test, con strategie diverse a seconda dei contesti in cui ci si muove (dove lo spartiacque è in genere determinato dall’incidenza e dal rischio o meno alto delle infezioni da hiv, sia per condizioni e contesti sociali che personali).

Le raccomandazioni, come primo punto, mirano a suggerire strategie per incrementare la domanda di acceso ai test, per sensibilizzare e invitare la popolazione a farlo. Come? Non sembrano funzionare messaggi personali e lettere d’invito, meglio pubblicità brevi, digitali, motivazionali, centrati sul servizio di testing offerto.

Viene poi ribadita l’importanza della ripetizione dei test, ovvero di un secondo (meglio se terzo) test in caso di positività, prima che vengano avviate le terapie antiretrovirali, che a oggi vanno considerate a vita perché non in grado di eradicare il virus. La raccomandazione di due o tre test consecutivi dipende, rispettivamente, della prevalenza alta o bassa dei casi di hiv nel paese (la probabilità di una diagnosi corretta, ricordano dall’Oms, dipende dal numero di persone che a livello di popolazione si sottopongono al test per l’hiv e ricevono una diagnosi positiva). Le raccomandazioni sono di considerare il passaggio di routine a tre test, man mano che il sommerso emerge e venga avviato a terapie.

Nelle nuove linee guida si fa riferimento anche alla ripetizione del test in uno stretto intervallo temporale intesa come strategia di monitoraggio per le persone a rischio. Raccomandato la ripetizione dei test così per esempio per le persone a rischio, intesi sia come persone sessualmente attive in un contesto ad alta incidenza, sia come persone con diagnosi di malattie sessualmente trasmesse o epatiti virali o presunta o confermata diagnosi di tubercolosi, o ancora in donne incinte in contesti con alta incidenza di hiv e soggetti che assumono la PrEP (terapia antiretrovirale assunta come profilassi, al fine di scongiurare l’infezione).

E ancora, meglio preferire test rapidi e immunoenzimatici per la diagnosi di hiv rispetto a test più laboriosi (come il western blotting, considerato un gold standard delle diagnosi di infezioni). Nell’offerta dei test – che deve essere incoraggiata con messaggi brevi, volti a sottolineare i benefici della prevenzione e del trattamento – raccomandato è anche l’uso del test fai da te, una novità disponibile da pochi anni in farmacia, per permettere di intercettare anche chi sfugge agli ambulatori, laboratori od ospedali. Raccomandato è anche l’uso di strategie di test che tengano conto delle reti sociali di persone con infezione da hiv, come possibile bacino dove portare alla luce parte del sommerso.

Lo scopo è e rimane sempre lo stesso: indirizzare il prima possibile le persone con diagnosi di hiv al trattamento con terapie antiretrovirali (che oggi arrivano a circa 25 milioni delle persone che convivono con il virus). Per la quale, continuano dall’Oms, rimangono essenziali anche i messaggi di counselling post-test, che ricordino quali sono i motivi centrali per cui oggi la cura dell’hiv passa da queste terapie. I trattamenti antiretrovirali hanno infatti rivoluzionato la vita dei pazienti con hiv. Oggi, anche con una sola compressa al giorno, è possibile tenere sotto controllo l’infezione, al punto che una persona ben curata smette anche di trasmettere il virus. L’indirizzamento precoce alla terapia antiretrovirale però non prescinde dal ribadire un messaggio tanto vecchio quanto efficace: la lotta all’hiv passa sempre, prima di tutto, dalla prevenzione.

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wired.it - 5 giorni 14 ore fa
Il padiglione Huawei allo Smart city World Expo di Barcellona

Il fulcro delle smart city non sono le infrastrutture – pure necessarie – ma le loro applicazioni, cioè i servizi che permettono di offrire ai cittadini. La pensa così Huawei, che in questo campo sta investendo massicciamente e che al recente Smart City Expo World Congress di Barcellona ha illustrato i suoi progetti per l’implementazione delle tecnologie in grado di portare a compimento la transizione delle città da ‘digitali’ a ‘intelligenti’.

Il progetto dell’azienda cinese non è una novità, ma sta avanzando rapidamente. Sotto il cappello di un nome evocativo, Horizon@City, è già pronta una estesa gamma di applicazioni urbane in chiave smart, in diversi settori: istruzione, sanità, pubblica amministrazione. Senza trascurare la collaborazione strategica siglata con il comune di Barcellona, a cui Huawei fornirà le risorse tecnologiche per facilitare lo sviluppo delle attività di innovazione Ict.

Al servizio dei cittadini

Sono molti gli esempi concreti di servizi che saranno possibili quando queste tecnologie saranno a regime, come ha spiegato il Chief Digital Transformation Officer dell’azienda, Edwin Diender: a partite dall’ottimizzazione del traffico e della gestione dei mezzi pubblici nelle città, o dall’identificazione di problemi da risolvere (come ad esempio le perdite o i semafori guasti).

Ma c’è anche la possibilità, per i ragazzi che vivono in zone isolate, di frequentare le lezioni a distanza e accedere a un’offerta formativa di qualità più elevata. O quella, per tutti i residenti in aree rurali, di avere un’assistenza sanitaria specialistica senza dover effettuare lunghi spostamenti. Tutte questioni, ha detto Diender, “che non riguardano solo poche zone isolate o di paesi lontani, ma sono più comuni di quanto pensiamo, anche vicino a noi”.

La piattaforma Horizon

Per offrire questi servizi, ha spiegato ancora il manager, occorre un’infrastruttura complessa come quella realizzata da Huawei, Horizon (da cui il nome dato al progetto). “Non si tratta solo di un sistema tecnico”, ha detto Diender, “ma di un ‘principio’, del modo di funzionamento di una piattaforma che mette assieme e integra diversi programmi e iniziative che aiuteranno le città e le regioni ad avanzare lungo la catena del valore. Le applicazioni tecniche sono inserite in questa piattaforma, e disponibili per chi vorrà utilizzarle: potere di calcolo, storage, internet delle cose, intelligenza artificiale, big data e analytics”.

Questa sarà la base da cui ricavare i dati – che devono essere condivisi e utilizzabili in diversi contesti – su cui sviluppare, grazie all’Intelligent Operation Center, un ‘centro di controllo’ a disposizione delle città, applicazioni e servizi modulabili in base ai diversi bisogni. E che vengono gestiti, visualizzati e interpretati grazie a mappe interattive che illustrano in tempo reale la situazione della città intelligente.

Non è dunque un caso che nel mondo le metropoli che stanno mettendo a punto soluzioni per diventare smart siano oltre mille – da Tel Aviv a Londra, da Shenzen a Parigi – e che più di duecento, tra cui Amsterdam, lavorino assieme a Huawei. Che collabora come partner anche a progetti nel nostro paese, come lo Smart Campus di Roma e il Joint Innovation Center di Cagliari, realizzato in collaborazione con la regione Sardegna e dedicato proprio alle smart cities.

Il ruolo dei governi

A margine del congresso di Barcellona, durante il workshop E-China City Forum, organizzato dalla Direzione per le politiche regionali della Commissione UE, l’azienda cinese ha presentato lo Smart City Development and Governance Standpoints Paper, un documento “che ha l’obiettivo di stimolare i governi locali ad adottare un approccio sistematico nei confronti della digitalizzazione e al tempo stesso ottenere un vantaggio economico dallo sviluppo delle città intelligenti”.

Per favorire la transizione verso le città intelligenti, i suggerimenti del documento sono quattro: apertura al mercato, capacità di adattamento alle nuove tendenze, pianificazione sistematica e appoggio delle autorità locali.

Lo sviluppo di una città smart deve considerare sia i fattori tecnici che umani, e dev’essere fatto esso stesso in modo intelligente”, ha detto il vicepresidente di Huawei Enterprise Business Group, Sun Fuyou: “Una piattaforma digitale integrata può aiutare ciascun partner dell’ecosistema a pianificare e gestire uno sviluppo sostenuto e flessibile, calibrato sulle esigenze di ogni singola città”.

Ma l’implementazione di queste tecnologie, ha concluso il manager, “è un’iniziativa che deve essere guidata dai governi, e richiede un processo di sviluppo continuo a lungo termine. L’innovazione, la sperimentazione e l’iterazione costante sono fondamentali“: di diventare più intelligenti, insomma, non bisogna smettere mai.

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wired.it - 5 giorni 14 ore fa

L’inquinamento ambientale non deriva solamente dai mezzi di trasporto aereo, ma anche da quello via mare. Il trasporto marittimo è essenziale per l’economia mondiale, poiché oltre il 90% degli scambi mondiali è effettuato via mare. Lo scorso giugno i porti di Genova e Savona hanno movimentato in totale 241.466 teu, il volume di container più alto mai registrato in un solo mese. Con l’aumento del volume di trasporti, a lungo termine, è facile predire un aumento delle emissioni di gas serra. E, non bastasse, i carburanti per spedizioni in uso nelle navi contengono fino a 3.500 volte in più di zolfo di quelli utilizzati dal trasporto su strada in Europa.

Gli studi parlano di circa 400mila morti premature all’anno in tutto il mondo dovute all’inquinamento generato dai porti e dall’inquinamento dei mezzi navali, soprattutto per le persone che abitano negli agglomerati urbani prossimi a queste infrastrutture.

Dal 2020, le norme dell’Organizzazione marittima internazionale (Imo) vieteranno alle navi di utilizzare carburanti con un contenuto di zolfo superiore allo 0,5 per cento. Tuttavia questo limite copre solo le emissioni di zolfo, non menzionando i livelli di ossidi di azoto o gas serra. Sebbene l’Imo abbia annunciato questa decisione nel 2008, molti stakeholder del settore non si sono ancora conformati, incoraggiati anche dal fatto che l’Imo avesse inizialmente tenuto aperta l’opzione di ritardare l’attuazione di questa nuova regola al 2025.

Una delle soluzioni adottate negli ultimi anni è stata quella dello slow steaming, la pratica di ridurre deliberatamente la velocità di una nave per ridurre i costi del carburante e delle emissioni. La danese Maersk, la più grande compagnia di trasporto di container al mondo, ha adottato  questa linea, sebbene non tutti i tipi di imbarcazione o rotte siano ugualmente possano  utilizzare questa pratica.

L’eliminazione graduale dell’uso dei combustibili fossili è la chiave per risolvere i cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico anche in questo settore. Quando si tratta di alternative ecocompatibili al petrolio, il gas naturale liquido (Gnl) è ritenuto l’unico combustibile scalabile ed economico attualmente disponibile per la grande maggioranza della navigazione.

Poiché il costo di una conversione delle navi e dei motori sarebbe troppo ingente, la maggior parte delle navi alimentate a gas naturale deve giocoforza essere di nuova costruzione. “Richiederà una trasformazione totale per l’intera tecnologia utilizzata nel sistema di spedizione” ci ha detto John Kornerup Band, il responsabile della sostenibilità di Maersk. “Per cambiare completamente il ciclo di produzione delle navi ci vogliono 25 anni, tutto deve essere brevettato e costruito” ha continuato.

Tuttavia, il Gnl fornisce solo una riduzione del 20-25% delle emissioni di CO2 rispetto al diesel. Inoltre questo gas è tipicamente composto per il 95% da metano, in grado di intrappolare le radiazioni alimentando il riscaldamento globale. Senza contare che l’adozione diffusa del Gnl come combustibile per bunker aumenterebbe inoltre la domanda di questo gas naturale, aumentandone il prezzo.

Questi dati stanno portando alcune società a promuovere il Gnl come una sorta di combustibile di transizione per il trasporto marittimo, sostenendo che nel medio termine saranno necessarie nuove soluzioni.

Ma se cambiano le navi, dovranno necessariamente cambiare anche le risorse e la gestione dei porti, diventando più intelligenti. I porti smart sono un concetto che implica sistemi di alimentazione e automazione altamente integrati e comprende il ciclo completo di  operazioni portuali. Le priorità legate alla diminuzione della responsabilità climatica si ricollegano ai problemi principali che i porti stessi hanno da gestire: la qualità dell’aria, il consumo di energia, l’inquinamento acustico, la qualità dell’acqua e la gestione dei rifiuti sia delle navi che delle infrastrutture a terra. La necessità primaria diviene quindi creare degli standard green per l’infrastruttura di alimentazione di porti e navi, per ridurre al minimo il consumo di energia e aumentare la produttività.

Lo scopo prioritario del porto di Genova, ad esempio, il primo porto nazionale per bunkeraggio in termine di volume, è quello di ridurre le emissioni del particolato e della CO2. “Nel nuovo piano regolatore di Genova tutto ciò è presente” dice a Wired Giuseppe di Luca, responsabile ambientale del porto di Genova, parlando del progetto Gainn, un network di iniziative volte a rendere più sostenibile l’industria navale iniziato nel 2015. La necessità è quella di attrezzare il porto con adeguati impianti di bunkeraggio e nuove modalità di rifornimento per mezzi navali e veicoli terrestri.

Al di là dell’utilizzo di Gnl, si guarda principalmente allo sviluppo di fonti energetiche alternative come la propulsione elettrica a batteria, la propulsione eolica, e l’idrogeno. Il mercato della mobilità elettrica sta crescendo molto rapidamente per quanto riguarda veicoli da terra, ma l’ibridazione e l’elettrificazione possono divenire realtà anche nel settore navale.

Un esempio è l’Ampere della norvegese Norled, un traghetto utilizzato in Norvegia e in grado di trasportare 120 veicoli e 360 passeggeri. Le sue batterie agli ioni di litio hanno una capacità totale di 1.000 kWh che equivalgono a circa 1.600 batterie standard per auto.
Si stima che la locomozione elettrica possa ridurre le emissioni del 95% e i costi dell’80% rispetto alle controparti alimentate a carburante.

Sempre in Norvegia, Roger Schjerva, presidente del porto di Oslo, ha dichiarato di voler far diventare il porto della capitale il primo porto a zero emissioni. “Nel porto di Oslo è in pieno svolgimento la transizione ecologica e abbiamo iniziato a introdurre soluzioni più verdi’, ha dichiarato. Il piano è in linea con la posizione del governo nazionale, che col suo Green shipping si prefigge di ridurre le emissioni derivanti dal commercio navale e della pesca entro il 2030.  L’efficientamento energetico e la mobilità elettrica su terreno per trasportare merci e passeggeri sono infatti soluzioni già attuabili. In più, lo smistamento di rifiuti generati dalle navi e dai porti potrebbe essere facilitato includendo una riduzione della produzione di rifiuti.
La tecnologia più gettonata ad oggi è quella del shore-to-ship power (S2sp) proposta da Abb, ovvero passare dalla generazione di energia a bordo all’erogazione di energia elettrica direttamente dalla banchina. Questa tecnologia consente alle navi di collegarsi a una rete elettrica durante l’ormeggio a qualche chilometro di distanza dal porto, diminuendo così anche le problematiche dovute all’inquinamento acustico. Una nave che utilizza il sistema S2sp al posto dei motori diesel a bordo genera il 50% di anidride carbonica in meno.

Per fare ciò, i porti dovrebbero compiere dei veri e propri restyling dei loro siti, convertendo o apportando cambiamenti strutturali nei loro poli.

L’integrazione di energie rinnovabili per le navi lancerebbe quindi i porti in una nuova era verde dove l’elettrificazione la farà da padrona. Tuttavia la paura del settore è relativa ai costi elevati di conversione, il basso ritorno sugli investimenti e la mancanza di condizioni di parità nelle normative internazionali. I porti non sono infatti tutti uguali ed è necessario una collaborazione e sinergia a livello globale per l’implementazione e l’adozione di alternative comuni.

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brand-news.it - 5 giorni 22 ore fa

La finanziaria della famiglia Agnelli tratta l’acquisto del gruppo editoriale che pubblica i quotidiani la Repubblica e la Stampa. Lunedì 2 dicembre il cda Cir, la finanziaria della famiglia De Benedetti, è in trattativa con Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, per vendere la quota di controllo di Gedi, il gruppo che edita Repubblica, Espresso...

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wired.it - 6 giorni 3 ore fa
incontri(Foto: Getty Images)

Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze di Tinder. Nel 2037 infatti metà dei bambini sarà figlio di coppie nate da incontri online, almeno per quel che riguarda gli inglesi. Questo racconta un report dal titolo The future of dating redatto dalla Business School dell’Imperial College di Londra per il sito di appuntamenti eHarmony. La ricerca è stata fatta a partire dai dati raccolti dal sito sui propri utenti, incrociati con proiezioni demografiche e dell’andamento della popolazione. Se negli ultimi vent’anni – stimano i ricercatori – sono già nati quasi 3 milioni di bambini da coppie incontratesi online, possiamo aspettarci che il fenomeno si estenda (come i profitti di chi fornisce le piattaforme di dating, peraltro).

Secondo il report, le relazioni nate dagli incontri online a partire dall’anno 2000 fino ad oggi si sono dimostrate parecchio prolifiche. Il 35% di queste ha avuto un figlio addirittura entro un anno dopo l’incontro e il 18% ha dato alla luce due figli. Il totale è di 2,8 milioni di nuovi nati.

Dunque i ricercatori hanno proseguito le indagini su un campione di circa 4mila inglesi. Ne è risultato che negli ultimi anni il fenomeno degli incontri online è largamente aumentato, con un terzo delle persone che raccontano di essersi prima conosciute online (benché non solo su app di appuntamenti). Se, a detta del report, questo riguardava il 19% delle relazioni nate tra il 2005 e il 2014, l’incontro online è diventato l’inizio del 32% delle coppie sorte tra il 2015 e oggi, con una crescita del 68%.

A trascinare verso l’alto la tendenza sono i giovani tra i 18 e i 35 anni. Tra questi la prima conoscenza online è l’inizio più diffuso della relazione: 23%, contro il 20% di chi si è conosciuto al lavoro, il 19% tramite amici in comune e il 17% al bar o in un pub. Già, il caro vecchio pub che tra i britannici non è più ostello di amori come lo era a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando una coppia su cinque si conosceva tra una pinta e l’altra. Oggi soltanto una su quattordici.

Proiettando questi andamenti verso il futuro, ne risulta che nel 2030 4 bambini su 10 saranno nati da coppie conosciutesi online. Bisognerà aspettare il 2037 perché siano la metà. E agli inglesi, dopotutto, non sembra dar fastidio: quasi metà degli intervistati, il 46%, sosteneva in effetti sia più facile trovare qualcuno di compatibile attraverso l’online dating e il 47% concordava nel dire che internet facilita l’incontro di un partner per i più introversi.

Più a nord, tuttavia, dall’Università di scienze e tecnologia della Norvegia, è arrivata una ricerca su un piccolo campione che suggerisce forse un futuro diverso. L’obiettivo dello studio, apparso sulle pagine su Evolutionary Psychological Science, era di indagare l’efficacia di una delle app di incontri più famosa al mondo, Tinder, intervistando 269 studenti che lo utilizzavano. Ne è risultato che in media, nel periodo di utilizzo, gli intervistati avevano fatto 100 matches, compatibilità, con altre persone. Se il 25% era alla cerca di una lunga relazione e il 20% di una notte soltanto, alla fine però soltanto il 50% aveva incontrato fisicamente un partner. Insomma, l’app secondo Trond Viggo Grøntvedt, che ha condotto lo studio, non sarebbe abbastanza efficace per incontrare qualcuno di davvero compatibile – quantomeno per farci un figlio. “Ma questo riguarda la Norvegia”, ha dichiarato cautamente, “e abbiamo bisogno di vedere più studi interculturali”.

Insomma, è presto per dire che i costumi della perfida Albione interesseranno noi tutti. Di certo è un fenomeno sociale che fa gola non soltanto ai più timidi British ma anche chi investe nelle diverse piattaforme per questi primi scambi. Vale la pena ricordare che lo stesso sito eHarmony, che ha fornito dati e promosso la ricerca dell’Imperial College, tiene così tanto alla propria efficacia di Cupido, da essersi pubblicizzata con l’annuncio “Fatti da parte, fede. È tempo che la scienza provi ad amare”, suggerendo che il loro “sistema di compatibilità scientificamente provato” offra migliori possibilità di trovare l’amore. Ma non c’è amore senza dolore: la pubblicità, racconta il Guardian, è stata bandita dalla Advertising Standard Autority perché ingannevole.

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wired.it - 6 giorni 4 ore fa
black panther

Anche se in questi mesi non ci sono state nuove uscite vere e proprie, il Marvel Cinematic Universe continua a sfornare progetti su progetti, che si svilupperanno nei prossimi anni. Uno dei più attesi è sicuramente Black Panther 2, il seguito dell’acclamato film che ha portato per la prima volta sul grande schermo un supereroe africano. Il sequel sarà sempre diretto da Ryan Coogler e vedrà nuovamente Chadwick Boseman nei panni del re di Wakanda.
Se è forse troppo presto per avere dettagli precisi sulla trama, in queste ore cominciano a circolare indiscrezioni sul ruolo dell’antagonista.

Secondo quanto riportato dal sito Murphy’s Multiverse, poi ripreso da diverse testate americane, alcune fonti affidabili indicherebbero come villain del nuovo capitolo filmico il Dottor Destino. In base a queste notizie – ovviamente non ancora confermate dalla Marvel -, la storia riguarderebbe le mire espansionistiche di Victor Von Doom, il signore mascherato della fittizia nazione est-europea di Latveria, che adesso starebbe conquistando parti dell’Africa e sarebbe pronto persino a minacciare i confini di Wakanda.
Anche se associato prevalentemente ai Fantastici 4 e a Spider-Man, nei fumetti il Dottor Destino si è scontrato spesso anche con gli Avengers e soprattutto con la stessa Pantera Nera: nel ciclo del 2010 Black Panther: Doomwar ha invaso proprio Wakanda per impossessarsi delle sue preziose riserve di vibranio.

È interessante notare come i diritti cinematografici del Dottor Destino, sulle orme di quelli della saga dei Fantastici 4 in cui compare più spesso, fossero in passato detenuti dalla Fox per poi rientrare,  dopo la recente acquisizione, nell’alveo Disney-Marvel.
Un tentativo di portare questo cattivo al cinema era già stato fatto da Noah Hawley (Fargo, Legion) a cavallo fra 2018 e 2019, ma proprio la fusione l’aveva messo in stallo.
Black Panther 2, previsto in uscita il 6 maggio 2022, sarebbe dunque un primo tentativo di incorporare i personaggi ex-Fox all’interno del Marvel Cinematic Universe, nel cui  futuro c’è un film (già annunciato) sui Fantastici 4, dopo i fallimentari tentativi del passato.

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wired.it - 6 giorni 4 ore fa
I vincitori del Premio Nazionale Innovazione 2019. I vincitori del Premio Nazionale Innovazione 2019.

È Specto la startup vincitrice assoluta del Premio nazionale innovazione 2019 assegnato venerdì 29 novembre a Catania, una sorta di Coppa dei campioni tra i primi classificati delle StartCup regionali organizzato da Pni Cube. L’azienda milanese ha superato le altre finaliste nella splendida cornice del Monastero dei Benedettini, dove trovano sede alcune facoltà dell’ateneo cittadino.

Specto utilizza la spettroscopia Brillouin per diagnosticare patologie in maniera non invasiva. Una tecnologia che esiste da tempo, ma che i fondatori, tra i maggiori esperti a livello mondiale con anni di ricerca accademica alle spalle, hanno profondamente migliorato. “Abbiamo rimosso tutte le parti meccaniche e le abbiamo rimpiazzate con chip ultracompatti, in maniera da renderla user friendly”, racconta l’amministratore delegato Giuseppe Antonacci. Specto è in grado di misurare le proprietà rilevanti della materia a fini medici e industriali utilizzando solo un fascio di luce.  “Siamo orgogliosi di portare la ricerca nella vita tangibile di tutti i giorni”, commenta a caldo il ceo. La startup è nata solo da un mese, ma il team, composto da quattro persone, ha già ottenuto il Seal of Excellence dalla Commissione Europea. “All’estero è quasi la norma fare ricerca con il fine di portare qualcosa di concreto sul mercato. In Italia – ammette a Wired il manager – c’è ancora un pregiudizio al riguardo”. Specto ha vinto anche uno dei premi speciali, nella categoria “Industrial”.

Pni 2019: i vincitori dei premi speciali

Gli altri tre sono andati a Ht Materials Science, Clearbox e BacFarm. La pugliese Ht Materials produce Maxwell 2020, liquido refrigerante basato su nanoparticelle che “aumentano significativamente la capacità di scambio termico e l’efficienza degli impianti di climatizzazione”, spiega Francesco Micali, responsabile R&D and product development. “Si ottiene in questo modo un risparmio del 32% in termini di consumi per gli impianti di raffreddamento industriale e, ovviamente, una riduzione dell’impatto climatico”. Il prodotto capitalizza 15 anni di ricerca dell’università del Salento. La startup ha già raccolto la fiducia di un importante investitore americano, che l’ha sostenuta con un milione di euro consentendole di realizzare un prototipo. Un mercato stimato in 75 milioni di euro che comprende ospedali, enti pubblici e data center, veri e propri mostri di consumo elettrico che divorano energia per raffreddare i server.

Si occupa di intelligenza artificiale la piemontese Clearbox Ai, nata pochi mesi fa ma già operativa e vincitrice del premio speciale categoria Ict. “L’intelligenza artificiale è una blackbox – spiega l’ad Shalini Kurapati -. Oggi la richiesta di un mutuo, per esempio,  viene valutata da un software che, però, non dice nulla all’utente sulle ragioni di un eventuale rifiuto. Noi riusciamo a spiegarle ai clienti con un meccanismo che testa l’algoritmo utilizzato, senza violarne il segreto”.  I settori bersaglio sono il bancario, l’assicurativo e la sanità.

Grandi applausi, infine, e il premio speciale categoria Life Sciences per la startup sarda BacFarm, che utilizza i batteri come fonte alternativa per estrarre in maniera selettiva i carotenoidi, biomolecole che il corpo umano e animale non sono in grado di produrre, e vanno necessariamente assunte con la dieta. L’obiettivo è contrastare il progresso di malattie precancerose e neurodegenerative.

Il Sud: ricerca al top, ma manca il business

Ha vinto un’azienda del nord ma è stata un’edizione caratterizzata dalle proposte innovative provenienti dal Mezzogiorno. Dalla Sardegna, come appena detto, alla Calabria, dove a Cosenza un gioiello come 2Smartest (spinoff di Unical) “corre in aiuto” addirittura del Cern di Ginevra grazie a un innovativo sistema di giunzione dei tubi. A Catanzaro, invece, Natpsor vuole rivoluzionare la cura della psoriasi con una mascherina dotata di microchip.

Le nostre eccellenze sono distribuite su tutto il territorio nazionale – riflette Giovanni Perrone, presidente uscente di Pni Cube e professore ordinario di Ingegneria all’università degli Studi di Palermo -. Abbiamo atenei in grado di esprimere competenze di altissimo livello in tutta Italia: la capacità di metterle a rete espressa nel contesto  di questo premio dovrebbe, forse, essere presa ad esempio anche da altri enti. Al Sud c’è un gap tra le idee imprenditoriali innovative e chi può finanziarle, ma è anche grazie a progetti del genere che ci stiamo muovendo per avvicinare gli investitori ai nostri incubatori. Il divario esiste, però, e va colmato”.

Giovani di valore

Pochi hanno vinto, ma aggirandosi tra i padiglioni colpiscono due cose: il livello qualitativo medio delle proposte, frutto di una selezione regionale che evidentemente ha funzionato, e l’età dei ragazzi, che spesso hanno meno di 30 anni e appaiono molto lontani dallo stereotipo di chi cerca facili successi. Conoscono, piuttosto, le imprese e il sacrificio richiesto a chi vuole lanciare un prodotto. Come Valentino Grossi di Allbora, marketplace dedicato alle pmi che aspira a mettere in contatto fornitori e clienti sulla base delle reali esigenze di produzione. Quelle che lui ha appreso lavorando dentro i capannoni fianco a fianco con gli imprenditori.  “Creare un’azienda? – dice  -. Non significa fare surf e staccare 3 settimane ad agosto”. Magari per postare foto su Instagram.

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wired.it - 6 giorni 4 ore fa

Il servizio streaming Amazon Prime Video chiude il 2019 in bellezza con un tris di novità seriali: a dicembre, oltre alla produzione tratta dai Dc Comics Swamp Things, arrivano la terza stagione della premiatissima Marvelous Mrs. Maisel e la quarta di The Expanse. Sul fronte cinematografico: la prima visione in esclusiva di The Aeronauts e il documentario tratto dalla docuserie automobilistica Grand Tour.

Swamp Thing – miniserie, stagione unica dal 2 dicembre

https://www.youtube.com/watch?v=xVnHZ5SF1Jg

Tratta dai personaggi della Dc Comics e pensata originariamente per la piattaforma americana Dc Universe, Swamp Thing segue le vicende della dottoressa Abby Arcane (Crystal Reed)che indaga su un virus mortale proveniente da una palude della Louisiana. Dalla stessa palude emergerà una misteriosa creatura che metterà tutti di fronte a un universo di personaggi (e pericoli) tossici.

The Marvelous Mrs. Maisel – serie, terza stagione dal 6 dicembre

https://www.youtube.com/watch?v=osNTNQxzsuI

Torna l’acclamata serie comica di Amy Sherman-Palladino, che negli anni scorsi ha fatto incetta di premi. Nei nuovi episodi Midge (Rachel Borsnahan) e Susie (Daniel Palladino) scoprono che la vita in tour con Shy non è così affascinante come pensavano. Nel frattempo i problemi con Joel continuano, così come i progetti personali dei genitori Abe e Rose.

The Expanse – serie, quarta stagione dal 13 dicembre

https://www.youtube.com/watch?v=TFdzpVt5rbk

Dopo la cancellazione da parte del canale americano Syfy, la serie fantascientifica The Expanse continua come produzione esclusiva Amazon. In questa quarta stagione, la squadra della Rocinante si avventura in missione per le Nazioni Unite alla scoperta di nuovi mondi al di fuori del Ring Gate: nuovi portali aprono l’accesso a pianeti simili alla Terra, ma la corsa alle risorse naturali riaprirà in forme inedite la rivalità fra gli abitanti dalla Terra, di Marte e dalla Fascia.

The Grand Tour presents: Seamen – speciale dal 13 dicembre

https://www.youtube.com/watch?v=s8AwizkBarM

Prima dei nuovi episodi, i veterani di The Grand Tour Jeremy Clarkson, Richard Hammond e James May tornano, ma abbandonano le auto. Nello speciale lungometraggio si mettono, infatti, al timone di alcune barche, in un’avventura che li porta fino al delta del Mekong.

The Aeronauts – film dal 20 dicembre

https://www.youtube.com/watch?v=Rm4VnwCtQO8

Atterra su Amazon Prime Video un film in prima visione esclusiva: The Aeronauts. I protagonisti: Felicity Jones e Eddie Redmayne, nei panni rispettivamente della temeraria pilota di mongolfiere Amelia Wrene e del pioniere della meteorologia James Glaisher. Nella seconda metà dell’Ottocento, la sfida per affinare la conoscenza del meteo li porterà a volare sempre più in alto e a infrangere nuovi record.

I Medici – serie, terza stagione dal 25 dicembre

https://www.youtube.com/watch?v=3d1dZN2HAjo

La nuova stagione della produzione internazionale dedicata ai signori di Firenze debutta su Rai1 a partire dal 2 dicembre, ma gli episodi (oltre che su RaiPlay) saranno disponibili anche su Amazon Prime Video a partire da Natale. Che cosa accadrà: Lorenzo il Magnifico (Daniel Sharman), sopravvissuto alla congiura dei Pazzi, vede il suo potere scricchiolare; intanto si affacciano nuovi avversari, come il frate dissidente Girolamo Savonarola, interpretato da Francesco Montanari.

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