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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 17 ore 4 min fa
Presentazione di progetti sul 5G (Getty Images)Presentazione di progetti sul 5G (Getty Images)

Il 5G, la rete mobile di quinta generazione, muove tecnologie e progetti. Anche fra le startup. Lo raccontano due iniziative che si sono chiuse di recente portando il dote il proprio carico di idee pionieristiche per l’uso delle più rapide e potenti reti del futuro. Anzi, del presente.

Il primo fronte è l’ottava edizione del Programma Ego, il concorso promosso da Ericsson Italia e dalla Fondazione Lars Magnus Ericsson dedicato alle startup del settore Ict. Il tema di quest’anno non poteva che essere 5G Pioneers.

Ego, lanciato in Italia nel 2004 e svolto negli anni con la collaborazione di diversi atenei italiani, dalla Luiss Guido Carli alla Sant’Anna di Pisa, ha incoronato quest’anno Nm2 – Networking Made Easy, uno spinoff dell’università Federico II di Napoli che si occupa di prodotti e servizi ad elevato contenuto tecnologico in ambito informatica e telecomunicazioni. In quindici anni, dunque non proprio una startup dell’ultima ondata, Nm2 ha sviluppato una piattaforma che consente di comprendere a fondo quello che accade all’interno di una rete: quali applicazioni si stanno usando, che prestazioni si ottengono e se ci sono anomalie o problemi di sicurezza. L’approccio completamente software, possibile in virtù di algoritmi proprietari, permette di lavorare anche su reti a 100Gbps. Nonostante sia un’azienda molto giovane, Nm2 annovera già tra i suoi clienti alcuni dei più grandi player internazionali del mercato delle telco.

Ericsson porterà Nm2 al Mobile World Congress in partenza fra dieci giorni a Barcellona. Le altre tre startup selezionate dal colosso svedese delle comunicazioni sono UniquID, Agricolus e Scuter. La prima è una startup mezza italiana e mezza californiana che ha realizzato un sistema di Enterprise identity access management basato sulla blockchain: collega, e identifica univocamente, dispositivi IoT, quindi oggetti connessi in genere, e servizi cloud. Un modello universale, semplice e decentralizzato per la collaborazione e scambio di informazioni tra i miliardi di oggetti connessi che usiamo e useremo sempre di più ogni giorno.

Agricolus, invece, lavora nell’agricoltura di precisione con l’obiettivo è supportare coltivatori, agronomi e altri esperti e addetti ai lavori del mondo agricolo nell’ottimizzazione delle pratiche agronomiche, integrando competenze e le tecnologie di analisi dei dati. In questo caso ha sviluppato un’interfaccia aperta plug and play per guidare le decisioni di questi operatori sul campo. Scuter, invece, è già nota da tempo: ha sviluppato un veicolo elettrico a tre ruote, leggero e sicuro, e un’infrastruttura anche in questo caso basata sulla blockchain per lanciare e gestire il servizio di Scuter nella propria città.

Come  ha spiegato Cesare Avenia, presidente della Fondazione Lars Magnus Ericsson, obiettivo dell’iniziativa è di “accelerare la diffusione di cultura e servizi digitali a livello nazionale  poter testare in anteprima le immense potenzialità delle reti mobili di nuova generazione offrirà a queste giovani realtà imprenditoriali il vantaggio competitivo di agire da pionieri del 5G”.

Intanto, mentre Ericsson ha lanciato il programma 5G for Italy con Tim e completato la piattaforma per gli operatori, che sarà disponibile entro il 2018, anche Vodafone fa le sue mosse per lo sviluppo della rete mobile di quinta generazione e, pur in questo caso, sta lavorando a stretto contatto con università, fornitori e partner industriali nazionali e internazionali. Dopo aver annunciato la copertura 5G di tre grandi città italiane entro il 2020 ed essersi aggiudicata lo scorso agosto l’autorizzazione per la sperimentazione del 5G a Milano (90 milioni di euro d’investimento per coprire l’80% della popolazione entro l’anno) Vodafone sta lavorando con 28 partner e 10 endorser per mettere in campo 41 progetti negli ambiti più diversi, dalla salute alla sicurezza, dalla formazione alla mobilità.

Il mese scorso ha lanciato Action for 5G, il primo bando dedicato a startup, pmi e imprese sociali che vogliono contribuire con i loro progetti innovativi allo sviluppo del 5G nel nostro Paese. A disposizione 2,5 milioni di euro di finanziamento per 4 anni, per un totale di 10 milioni di euro. Le candidature sono aperte fino al 31 marzo.

Vodafone ha già coinvolto quattro startup nelle sperimentazioni 5G. La prima è Intellitronika, che fornisce soluzioni tecnologiche avanzate per le forze dell’ordine e per la sicurezza civile e militare. La soluzione ideata si chiama C.o.de. ed è un sistema integrato per accedere a banche dati in mobilità, scambiarsi messaggi con la centrale operativa, usare mappe, inviare e ricevere foto e video fra dispositivi diversi. Inutile dire che il 5G metterà il turbo a queste tecnologie, con ricadute anche in termini di sicurezza.

La seconda è L.i.f.e., che produce smart clothes e sistemi di analisi di dati fisiologici ad alta accuratezza, un fronte sterminato per la sanità e il benessere. Ha sviluppato una maglia con sensori integrati in grado di rilevare in tempo reale misure come Ecg e bioritmi. Il 5G abiliterà il dispositivo a interagire in tempo reale con chi la indossa, inviando avvisi diretti (ad esempio tramite una leggera vibrazione) e aiutandolo in questo modo a migliorare le proprie abitudini.

Terza società al fianco di Vodafone e-novia, “enterprises factory” milanese che promuove, costituisce e sviluppa società innovative. In due anni ha fatto sbarcare sul mercato 14 imprese. In questo caso ha presentato Yape, un veicolo elettrico ultraleggero e semiautonomo per la consegna di breve distanza. Grazie al 5G sarà in grado di raggiungere la piena autonomia e un livello di servizio superiore e, in futuro, di interagire con altri veicoli e sensori al pari delle auto a guida autonoma. 

Chiude il dipartimento di Elettronica, informazione e bioingegneria del Politecnico di Milano che ha presentato un sistema di apprendimento immersivo attraverso la “mixed reality“. Il 5G permetterà un’esperienza di apprendimento ricca di informazione dinamica e fluida con un elevato numero di dispositivi in mobilità. 

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wired.it - 19 ore 27 min fa
 Getty Images)(foto: Getty Images)

Che sia in palestra, in piscina o all’aria aperta, c’è un gadget che oggi non può mai mancare nell’armamentario di un vero sportivo: le cuffie. La musica aiuta a isolarci dal caos circostante, a dimenticare la fatica e concentrarci sugli esercizi che stiamo effettuando. E con la giusta canzone, sembra anche in grado di portare le nostre performance al livello successivo. Questa almeno è l’opinione di molti sportivi, amatoriali o professionisti che siano. Non ultimi gli atleti impegnati nelle olimpiadi invernali coreane: in particolare gli snowboarder, che come ricorda un articolo del New York Times si lanciano dall’halfpipe rigorosamente armati di cuffie, ascoltando di tutto, da Eminem a Lady Gaga, passando per Bob Marley e gli Acqua. Ma cosa dice la scienza? La musica è realmente in grado di migliorare le performance sportive?

Doping sonoro
C’è un nome che è impossibile non citare se si parla di musica e sport: Costas Karageorghis, esperto di Sport, Health & Excercise Sciences della Brunel University di Londra che da anni studia gli effetti della musica sulle performance fisiche degli atleti. E con quasi un decennio di ricerche nel campo, Karageorghis si è fatto un’opinione precisa: la musica può migliorare nettamente i risultati di uno sportivo, con effetti addirittura paragonabili a quella di farmaci e altre sostanze dopanti. E ovviamente in modo completamente legale. In un’ampia metanalisi delle ricerche effettuate nel campo pubblicata qualche anno fa, Karageorghis elenca diversi benefici della musica, suddivisi tra due differenti modalità d’ascolto: pre-esercizio, dove la musica può aiutare a seguire con più precisione il riscaldamento e la routine pre-gara e può motivare e mettere nel giusto stato d’animo, diminuendo anche del 10% la percezione della fatica (ma solo in caso di esercizi anaerobici); e durante l’esercizio, quando la musica si trasforma in un metodo per aumentare la concentrazione, potenziare la performance e scacciare la fatica.

La playlist perfetta
Diversi programmi e app di allenamento forniscono l’opzione di personalizzare la propria playlist musicale in base all’esercizio che si intende effettuare. Basandosi sulle sue ricerche Karageorghis si è spinto anche più in là: playlist scientifiche, che scelgono le canzoni per ogni fase dell’allenamento in base alle esigenze dell’organismo e agli effetti della musica. In un’intervista rilasciata alla Bbc nel 2014 l’esperto chiarisce il suo metodo, con tanto di esempi. Prima degli esercizi è il momento di musica lenta, che non consumi energie mentali con ritmi troppo incalzanti (deve rimanere tra i 70 e i 100 bpm, o battiti per minuto, una misura equivalente a quella riportata dai metronomi), ma che al contempo sia in grado di ispirare l’atleta, con i testi, la composizione, o altro. I tre pezzi che consiglia come esempio sono:

Search for the Hero degli M People – 100 bpm

Gonna Fly Now (dal film Rocky) – bpm 97

Chariots of Fire dei Vangelis – bpm 70

Giunti all’inizio dell’allenamento vero e proprio, è tempo di cambiare musica: le canzoni in questa fase sono pensate per restare sullo sfondo, senza attirare l’attenzione dell’atleta sul tempo del pezzo, che andrebbe sincronizzato non con la velocità di esecuzione dell’esercizio (come vedremo più avanti) ma con la frequenza cardiaca (fino ad un massimo di 140 bpm, oltre il quale l’efficacia defaticante della musica inizia a scemare). Le canzoni proposte sono:

Mercy di Duffy – bpm 127

Don’t Stop the Music di Rhianna – bpm 123

Put Your Hands Up for Detroit di Fedde Le Grande – bpm 129

Entrati nel vivo dell’esercizio aerobico, la musica diventa un modo importante per regolare lo sforzo e mantenere costante il ritmo dell’esercizio. L’opzione migliore sarebbe quella di filmarsi durante una seduta di allenamento, o una corsa, e poi trovare il tempo su cui studiare la playlist. In mancanza di questa informazione, vanno scelte canzoni relativamente veloci, ma soprattutto con un ritmo costante. Ecco gli esempi dell’esperto:

Pump It Up di Danzel – bpm 128

I See You Baby dei Groove Armada – bpm 128

Don’t Stop Moving degli S Club 7 – bpm 117

Il meccanismo cerebrale
Fino a qui abbiamo parlato dei possibili effetti della musica sullo sport. Ma da dove arrivano? La risposta ce la da il lavoro più recente di Karageorghis e del suo team di ricercatori della Brunel University: un esperimento descritto sulle pagine della rivista Psychology of Sport and Exercise, in cui hanno fatto indossare un elettroencefalografo portatile a 24 volontari per misurare l’attività del loro cervello durante l’attività fisica, e misurare i cambiamenti indotti dall’ascolto della musica. Camminando lungo un percorso di 400 metri all’aperto, alcuni partecipanti si sono trovati ad ascoltare la canzone Happy di Pharrell Williams, altri la voce di uno speaker radiofonico, mentre un terzo gruppo ha svolto l’esercizio senza musica nelle cuffie.

Analizzando quindi i risultati sono emerse diverse differenze: la musica ha dimostrato di aumentare le energie dei partecipanti e di migliorarne l’umore, al prezzo di una leggera perdita di concentrazione, mentre la voce dello speaker radiofonico si è dimostrata in grado di far apprezzare maggiormente la passeggiata, rispetto al gruppo che non ha ascoltato nulla dalle cuffie. E guardando i tracciati registrati dell’elettroencefalogramma, i ricercatori ritengono di aver identificato l’origine di queste differenze. Tutto merito delle onde beta, che in presenza della musica sono risultate più potenti, specialmente nelle aree frontali e centrali della corteccia cerebrale.

Non tutte le ricerche concordano
Se fino a qui la musica può essere sembrata la risposta perfetta per migliorare le vostre sessioni di allenamento, è bene ricordare che non tutti gli indizi raccolti dalla scienza vanno nella stessa direzione. Uno dei più recenti arriva ad esempio da due ricercatori tedeschi, Paul Elvers, del Max Planck Institute for Empirical Aesthetics di Francofore e Jochen Steffens della Technische Universität di Berlino. Il loro lavoro, pubblicato su Frontiers in Psychology, ha coinvolto 150 persone invitate dai ricercatori a partecipare a un gioco a premi: una gara il cui scopo era lanciare una palla all’interno di un canestro, e in cui si veniva ricompensati con una somma di denaro calcolata in base alla distanza da cui si decideva di effettuare il lancio. Perché coinvolgere anche il denaro? Perché lo scopo dei ricercatori era duplice: valutare l’effetto della musica sulla performance sportiva e anche sulla propensione al rischio (lanciando la palla da più lontano aumentava il rischio di fallire il tiro, ma cresceva anche la potenziale vincita in denaro).

Ovviamente, durante i lanci ai partecipanti veniva fatta ascoltare una playlist di canzoni (che comprendeva pezzi di genere molto diverso, dai Queen a David Guetta) studiate proprio per motivare i partecipanti e migliorarne le performance agonistiche (cosiddette motivational music). E stando ai risultati, la musica non ha mostrato gli effetti sperati: ascoltare canzoni motivazionali infatti non ha migliorato in alcun modo la percentuale di successo dei partecipanti. Al contempo, dallo studio è emerso un effetto collaterale inaspettato: una maggiore propensione a correre dei rischi quando di ascolta la musica. Visto che al termine dell’esperimento i partecipanti che avevano scelto di correre più rischi avevano guadagnato, in media, anche una cifra maggiore, difficilmente si può parlare però di un effetto negativo.

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wired.it - 19 ore 29 min fa

Fare un film brutto non è difficile, fare il più brutto di sempre è complicatissimo. Occorre una tempesta perfetta di attori poco capaci che non vengono diretti, una sceneggiatura insalvabile e poi accidenti sul set che costringano le riprese ad andare anche peggio di come sarebbe accaduto, fino ad un produttore sconsiderato che voglia comunque distribuire il risultato di questa serie di catastrofi.

È stato quel che è capitato a The Room, film prodotto, scritto, diretto e interpretato da Tommy Wiseau, vero delirio narcisistico, di qualcuno che non aveva idea di come potesse funzionare un film e non voleva ascoltare nessuno se non se stesso. The Disaster Artist, arrivato questa settimana in sala, racconta la storia incredibile dietro questo che da poco è considerato il peggior film di sempre. In realtà non lo è, è solo molto brutto, ma è paradossalmente godibile, involontariamente comico e non noioso. I veri brutti film sono altri.

Per dimostrarlo abbiamo radunato diverse tipologie di pessimi film, i campioni di ogni categoria e li abbiamo messi insieme nella classifica delle classifiche del peggio mai uscito in sala.

10. Robot Monster
Un robot dalla Luna viene a sgominare la razza umana sulla Terra. Ci riuscirà, ma forse anche no o ancora alla fine magari lo farà il suo capo. In mezzo ci sarà anche margine per un momento “la bella e la bestia” con lui che si innamora di una delle sopravvissute. Realizzato nel 1953 con fondi indipendenti è un disastro già a partire dalla concezione e dai costumi, senza ritmo, idee e senza senso del cinema. Noioso dopo 5 secondi.

9. Santa Claus Conquers The Martians
La sola idea di un film di fantascienza con protagonista Babbo Natale gli apre le porte di questa classifica, il fatto poi che sia girato con mezzi da George Melies e senza alcun ritegno nel non dissimulare le sue difficoltà di budget confermano le pessime intenzioni. Qui non c’è nessuno che sappia fare il suo lavoro.

8. Cattive ragazze
Il debutto (e l’unico film) da regista di Marina Ripa Di Meana è un prodotto sconclusionato frutto di chi non solo non ha chiaro come funzioni la narrazione, ma ha anche visto pochi film in vita propria. Storia di donne, violenza e femminismo che compie tutti gli errori possibili. Un campionario di cattivi esempi. Protagonista: Eva Grimaldi.

7. Frankenstein Island
Arrivati per caso su un’isola sperduta i due protagonisti si trovano di fronte ad un misto di zombie e Frankenstein. Una nipote del barone Frankenstein continua gli esperimenti del nonno con i naufraghi arrivati sull’isola ed ha creato un’armata di creature. Se una creatura fatta male, con pessimo trucco è terribile, un esercito è allucinante. Poi la trovata della nipote del barone Frankenstein è proprio il segno tangibile del nessun impegno profuso.

6. Disaster Movie
In tutta la pessima filmografia di Friedberg e Seltzer Disaster Movie è la punta di diamante. Per anni hanno realizzato regolarmente parodie senza nessuna idea di tutto, dai film agli eventi di cronaca, ma qui si sono superati. I loro sono dei non film, di fatto sketch televisivi che ripetono le medesime idee e come in uno spettacolo da villaggio vacanze, scelgono la soluzione comica più semplice regolarmente.

5. La croce dalle 7 pietre
Pura mitologia. Film che nel 1987 cavalcava la moda dei licantropi lanciata da Un lupo mannaro americano a Londra con un film su un impiegato di banca a cui rubano una pietra che gli impedisce di trasformarsi in uomo lupo. Il tocco di genio è che si dovrà confrontare inspiegabilmente contro la camorra. Tutto è stupendo qui, dalla trasformazione, alle scene d’azione inspiegabilmente lente come in un film degli anni ‘30.

4. Box Office 3D
Su un gradino più alto degli altri in virtù della sua irresistibile cialtroneria e della struttura folle. Un collage di parodie di Ezio Greggio di film nemmeno di attualità (Il gladiatore), pensato con un umorismo di 30 anni fa comunque sfiatato, televisivissimo ma ansioso di professare a viva voce il proprio amore per il cinema, in un finale folle in cui Ezio Greggio nei panni di se stesso sfila con Gina Lollobrigida nei panni di se stessa, e afferma il proprio amore per il cinema tra gli applausi di non si sa bene chi. Presentato al Festival di Venezia nell’imbarazzo generale (fu inventata apposta la pre-apertura una serata prima di tutto) in anni di centrodestra al governo.

3. Alex l’ariete
Passato alla storia per l’essere il film d’azione italiano con Alberto Tomba, girato inspiegabilmente da Damiano Damiani senza che si riconosca anche solo l’ombra di qualcuno che conosca la macchina del cinema, è un film povero da tutti i punti di vista.

La recitazione è la parte che soffre di più (paradossalmente la sceneggiatura non è nemmeno troppo scema) ma la coppia Hunziker/Tomba è così esilarante, l’apporto musicale è così controintuitivo e l’ingenuità è così diffusa da far impallidire le peggiori fiction pomeridiane Rai.

2. Plan 9 From Outer Space
Extra terrestri e umani in una lotta che coinvolge le armi di distruzione nucleare. Ed Wood è stato considerato per tantissimo tempo il peggior regista di sempre, con una filmografia foltissima e densa di disastri (spiccano anche Glen or Glenda e Jail Bait), Tim Burton gli ha dedicato un film. Plan 9 è il più noto tra i suoi disastri, il massimo del “buona la prima”, denso di errori, problemi di messa in scena, buone regole ignorate e un generale senso di disordine nella narrazione come nelle singole scene da renderlo effettivamente un trionfo del fatto male. Una bandiera del genere.

1. Troll 2
Brutto come possono essere brutti tutti i film di questa classifica, pretestuoso, denso di errori, scombiccherato, mal recitato e raccontato con una goffagine quasi dolorosa, Troll 2 ha anche il problema di essere stato realizzato tra America e Italia con troupe mista e grossi problemi di comprensione. Gli italiani che stavano lì sostanzialmente non si capivano con gli inglesi e non c’era molta gente a poter fare da interprete. Il risultato è un piccolo salto avanti nel disastro che già scrittura, costumi, trucco e recitazione stavano contribuendo a garantire.

Ovviamente il film non ha niente a che vedere con Troll (fu una trovata di marketing il titolo). Lo ha diretto Claudio Fragasso ed è un’eccellenza italiana conosciuta anche all’estero.

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wired.it - 19 ore 39 min fa
e-payment(Foto: NurPhoto/Getty Images)

Pagamento di un bene o di un servizio effettuato per via elettronica, ossia telematica o tramite internet. L’e-p. comprende tutte le operazioni finanziarie in cui si fa uso di dispositivi elettronici, dai computer agli smartphone, dai tablet agli smartwatch, fino a qualunque Point Of Sale (Pos), in modalità contactless o meno. I pagamenti possono avvenire con vari metodi, tra cui carte di debito, di credito (reali o virtuali), bonifici bancari, carte prepagate, portafogli virtuali e ogni altro sistema di gestione elettronica del denaro.

Affinché sussistano sufficienti garanzie di affidabilità, un e-p. deve soddisfare una serie di requisiti, tra cui la riservatezza della transazione, l’autenticazione dei soggetti coinvolti e la verifica della correttezza dei dati trasmessi. Ciò richiede, fra gli altri accorgimenti, l’impiego di un sistema di crittografia – a chiave pubblica o privata – e di certificati digitali. Gli e-p. rappresentano un’alternativa semplice, veloce e sicura rispetto ai metodi di pagamento tradizionali, come contanti e assegni, e sono efficaci soprattutto per i pagamenti a distanza o internazionali, anche quando è necessario includere un cambio di valuta.

Dal 15 al 18 marzo, Milano è #MilanoDigitalWeek: quattro giorni di eventi dedicati alla cultura dell’innovazione. I temi? Scoprili con il Dizionario Digitale, raccolta di parole chiave raccontate da Wired Italia.

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wired.it - 19 ore 41 min fa

o-2014-OSCARS-facebook

Dovremo aspettare ancora qualche giorno (la notte del 4 marzo, per l’esattezza) per scoprire chi quest’anno si porterà a casa la statuetta degli Oscar più ambita, quella al miglior film.

A differenza dell’anno scorso, dove La La Land si presentava da super favorito – anche se poi è stato superato, non senza polemiche, da Moonlight –, quest’anno il toto scommesse è ancora in gran fermento e tra li vincitori più probabili ci sono sia La forma dell’acqua che Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, senza dimenticare Lady Bird, unico film diretto da una donna tra quelli candidati.

Oltre a questi tre, in lizza ci sono però altri sei film (tra cui anche il nostro Chiamami col tuo nome), per un totale di nove pellicole che non faranno dormire sonni tranquilli ai membri dell’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, personalità per lo più statunitensi che si sono distinte per la loro carriera nel cinema, cui spetterà l’arduo compito delle votazioni agli Oscar.

Prima di trascorrere la notte insonne, scopriamo insieme tutto quel che c’è da sapere sui nove candidati all’Oscar più ambito, quello per Best Picture.

1. La forma dell’acqua

Regia di Guillermo Del Toro
Con: Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Octavia Spencer.

Vincitore del Leone d’oro al Miglior Film alla settantaquattresima edizione del Festival del Cinema di Venezia, La forma dell’acqua ha conquistato ben 13 nomination (una in meno rispetto a La La Land e Titanic, che detengono il record). Oltre a miglior film, gareggerà per: miglior attrice (Selly Hawkins), miglior attore non protagonista (Richard Jenkins), miglior attrice non protagonista (Octavia Spencer), miglior regia (Guillermo del Toro), miglior fotografia (Dan Laustsen), miglior colonna sonora (Alexander Despota), miglior montaggio, miglior montaggio sonoro, miglior sonoro, miglior scenografia, migliori costumi.

La trama: 1962, piena guerra fredda. Elisa (Hawkins) è una ragazza muta che lavora come addetta alle pulizie di un laboratorio governativo, dove si svolgono strani esperimenti Top Secret. Un giorno, assieme a una collega (Spencer), scopre che nel laboratorio è nascosta una strana creatura, metà uomo e metà pesce. Spinta dalla curiosità e dalla solitudine, Elisa svilupperà con l’essere un rapporto d’amicizia e deciderà di tentare l’impossibile pur di trarlo in salvo.

Curiosità: Per definire l’aspetto della creatura (interpretata da un irriconoscibile Doug Jones) ci sono voluti ben 9 mesi. Ma il regista ha sempre tenuto molto alle sue creature, al punto che premiato sia a Venezia che ai Golden Globes, Del Toro ha voluto ringraziare in entrambe le occasioni i mostri e i diversi, personaggi atipici che lui ha sempre voluto raccontare e che ora gli stanno dando il successo tanto sperato.

2. Dunkirk

Di Christopher Nolan
Con Tom Hardy, Cillian Murphy, Kenneth Branagh, Mark Rylance

Adorato dalla critica e apprezzato dagli spettatori (su Rotten Tomatoes ha un punteggio di gradimento del 93%) probabilmente non vincerà, ma Dunkirk è secondo molti il miglior film de 2017, capace di aver riportato il cinema alla sua qualità originaria: quella di essere un’esperienza immersiva, e di aver sottolineato la sostanziale differenza tra il cinema e la televisione. È candidato a ben 8 premi Oscar: miglior film, miglior regista (Christopher Nolan), migliore fotografia (Hoyte Van Hoytema), miglior montaggio (Lee Smith), miglior scenografia, miglior colonna sonora (Hans Zimmer), miglior sonoro, miglior montaggio sonoro.

La trama: nel maggio del 1940 l’esercita britannico è bloccato sulla spiaggia di Dunkerque: alle spalle l’esercito tedesco che avanza, davanti il mare. Ordinata da Churchill prende il via quella che passerà poi alla storia come Operazione Dinamo, cioè il tentativo (miracolosamente riuscito) di portare in salvo quanti più soldati possibili mobilitando un altissimo numero di imbarcazioni civili.

Curiosità: si tratta della sceneggiatura più breve mai scritta da Nolan (e del film più corto, solo un’ora e 47 minuti), ma il regista aveva in mente di raccontare questa storia da ben 25 anni. Per rendere la complessità della situazione e la pluralità degli sguardi il regista ha creato 3 linee narrative che corrispondono ad altrettante linee temporali: la storia dei soldati sul molo che si svolge nell’arco di una settimana, quella di un’imbarcazione di civili che si svolge in un giorno e quella di un aereo dell’aviazione inglese, un’ora. Il film segna anche il debutto cinematografico di Henry Styles, ex cantate della boy band inglese One Direction.

3. Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Di Martin McDonagh
Con Frances McDormand, Sam Rockwell, Woody Harrelson

Con 4 Golden Globes vinti (su 6 candidature), tra cui quello a miglior film drammatico, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri si presenta alla serata degli Oscar da super favorito, e con ben 7 nomination: miglior film, migliore attrice protagonista (Frances McDormand), 2 candidati come migliore attore non protagonista (Woody Harrelson e Sam Rockwell), miglior sceneggiatura originale (Martin McDonagh), miglior montaggio e migliore colonna sonora.

La trama: una madre (McDormand) in cerca di giustizia decide di dichiarare guerra agli incompetenti poliziotti della sua città. Lo fa affittando gli spazi pubblicitari di tre cartelloni appena fuori Ebbing, in Missouri. Con tono retorico e polemico si rivolge direttamente al capo della polizia, lo stimato sceriffo Willoughby (Harrelson), che tra i suoi uomini conta il razzista omofono e xenofobo Dixon (Rockwell). Sarà lui a dare inizio a una guerra senza esclusione di colpi.

Curiosità: il film è stato scritto e diretto da Martin McDonagh, acclamato autore teatrale (e già regista di tre film prima di questo) quando aveva soli 27 anni ben 4 dei suoi spettacoli furono rappresentati simultaneamente nei teatri di Londra, un’impresa del genere prima di allora era riuscita solo a un altro celebre drammaturgo… William Shakespeare.

4. L’ora più buia

Di Joe Wright
Con Gary Oldman, Lily James, Kristin Scott Thomas

A quanto pare è arrivata l’ora per Gary Oldman di portare a casa la tanto ambita statuetta dorata, impresa che non gli era riuscita nel 2012 quando era stato candidato per la sua interpretazione ne La Talpa (quell’anno vinse Jean Dujardine / The Artist). Potessimo decretare noi il vincitore il suo nome sarebbe già inciso sull’Oscar, la sua interpretazione – e trasformazione – nei panni di Winston Churchill ha dello straordinario. Ma L’ora più buia è in gara anche per vincere (oltre che come miglior film): migliore fotografia (Bruno Delbonnel), migliore scenografia, miglior trucco e migliori costumi, per un totale di 6 nomination.

La trama: È il 1940 e Wiston Churchill è stato eletto primo ministro dopo le dimissioni di Neville Chamberlain. Appena insediato si troverà a davanti a una decisione destinata a cambiare per sempre la storia della Gran Bretagna: negoziare la pace con la Germania nazista di Hitler o continuare la guerra.

Curiosità: gran parte del film mostra dal punto di vista del primo ministro gli stessi eventi che Christopher Nolan mette in scena in Dunkirk, cioè l’Operazione Dinamo. Per prepararsi al ruolo l’attore Gary Oldman ha studiato un anno intero, informandosi sui libri di storia, ascoltando i nastri dei discorsi e copiando, grazie ai video dell’epoca, le movenze di Churchill. Nonostante tutta questa preparazione in un’intervista alla Bbc ha però detto che interpretare il primo ministro è stata più una creazione che una personificazione, e nel creare il personaggio ha cercato più di ogni altra cosa di non assomigliare agli altri attori che l’hanno portato sul grande o piccolo schermo, primi fra tutti Robert Hardy e Albert Finney.

5. Il filo nascosto

Di Paul Thomas Anderson
Con Daniel Day‑Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville

Scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, è candidato a 6 premi Oscar: miglior film, miglior regista, miglior attore (Danuel DayLewis), miglior attrice non protagonista (Lesley Manville), migliori costumi (Mark Bridges), migliore colonna sonora.

La trama: Londra, anni Cinquanta. Reynolds Woodcock (Day-Lewis) dirige con sua sorella (Manville) la casa di moda Woodcock, icona di stile e bellezza adorata in tutto il mondo. Scapolo incallito gli equilibri che si era costruito a fatica verranno messo in crisi dalla giovane Alma (Krieps), ragazza forte e ambiziosa.

Curiosità: Paul Thomas Anderson ha raccontato che per i suoi film sceglie sempre protagoniste femminili semi sconosciute perché vuole che il pubblico la scopra assieme al film. Nel caso specifico poi, dato che il personaggio di Day-Lewis è avvolto dal mistero, avere un’attrice poco nota avrebbe aumentato l’illusione e aiutato la finzione. Parlando dell’attore protagonista, invece, questo sarà l’ultimo film di Daniel Day-Lewis, che qualche mese fa ha annunciato di ritirarsi e in un’intervista a W Magazine ha spiegato: “Devo credere in quello che faccio, il lavoro deve sembrarmi vitale. Un tempo mi bastava che il pubblico mi trovasse credibile, ora non più. L’impulso a smettere si è radicato in profondità, è diventata una scelta compulsiva. Lo dovevo fare. Mi sento meglio? Non ancora, sono molto triste. Sarebbe strano se non lo fossi, recito da quando ho 12 anni, per me era una questione di salvezza. Ora posso esplorare il mondo in un modo diverso“. L’unico nella storia dell’Academy ad aver vinto ben 3 Oscar come miglior attore, s’era già ritirato dalle scene in più d’una occasione: tra il 1997 e il 2001 si era trasferito a Firenze a lavorare come apprendista calazio in una bottega.

6. Lady bird

Di Greta Gerwig
Con Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Timothée Chalamet

Dopo le polemiche per la mancata candidatura a Greta Gerwig come miglior regista agli scorsi Golden Globes, Lady Bird si è rifatto con le candidature agli Oscar, che sono state 5: miglior film, miglior attrice protagonista (Saoirse Ronan), miglior attrice non protagonista (Laurie Metcalf), migliore regista (Greta Gerwig) e miglior sceneggiatura originale (sempre alla Gerwig).

La trama: ambientato nel 2002, a solo un anno dall’attento alle torri gemelle, racconta l’ultimo anno di liceo di Christine McPherson, studentessa che ha scelto per se stessa il nomignolo di Lady Bird. Membro di una famiglia in crisi economica, costretta a vivere nella brutta periferia di Sacramento, Christine passa le giornate tra i corsi di teatro, la migliore amica Julie e i battibecchi con la mamma, con cui ha un rapporto molto complesso. Decisa ad essere accettata nelle migliori università del paese la ragazza metterà tutta se stessa nel conseguimento di quell’obiettivo.

Curiosità: dopo aver ottenuto il 100% delle recensioni professionali (cioè quelle dei critici e non degli utenti) su Rotten Tomatoes, il film ha stabilito il record del più alto numero di recensioni completamente positive, un primato detenuto prima solo da Toy Story 2. Nel dicembre scorso però il primato è stato perso, causa una recensione negativa che ha fatto abbassare la percentuale di gradimento al 99%. Il film segna il debutto dei Greta Gerwig (attrice molto apprezzata) alla regia di un lungometraggio, ma non alla sceneggiatura. A differenza dei suoi precedenti lavori però, la prima stesura dello script era di 350 pagine, che equivarrebbero più o meno a un film di sei ore.

7. Chiamami col tuo nome

Di Luca Guadagnino
Con Timothée Chalamet, Armie Hammer, Michael Stuhlbarg

Era da 19 anni che un film italiano non concorreva con quelli statunitensi nella categoria più prestigiosa degli Oscar, quella a miglior film. A riuscire nell’impresa è stata però l’opera di Luca Guadagnino, in lizza anche per le statuette a: miglior attore protagonista (Timothée Chalamet), migliore sceneggiatura non originale (James Ivory) e miglior canzone (Sufjan Stevens con la sua Mystery of Love).

La trama: è l’estate del 1983 e Elio (Chalamet) trascorre le vacanze nella villa di famiglia, tra musica letture e amici d’infanzia. La sua routine sarà però sconvolta dall’arrivo di Oliver (Hammer), studente americano che il padre di Elio, eminente professore, ospita per aiutare con la tesi di dottorato. Senza averlo previsto Elio si troverà a vivere una passione che gli cambierà la vita.

Curiosità: il regista ha affermato che Chiamami col tuo nome chiude la trilogia dei film sul desiderio, iniziata con Io sono l’amore e proseguita con A Bigger Splash. Mentre nei film precedenti il desiderio spingeva al possesso, al rimpianto e persino al disprezzo, in Chiamami col tuo nome è strettamente legato all’idillio della giovinezza. Tratto dall’acclamato romanzo omonimo di André Aciman, il film ha collezionato critiche positive in tutto il mondo, ma non è riuscito a scansare qualche polemica: qualcuno ha infatti aspramente criticato la differenza d’età dei protagonisti (in realtà non così elevata: hanno 17 e 24 anni), sottolineando che essendo Elio un minorenne la relazione sarebbe molto vicina alla pedofilia. 

8. Scappa – The Get Out

Di  Jordan Peele
Con Daniel Kaluuya, Allison Williams, Chaterine Keener

Altra grande sorpresa di questa edizione degli Oscar è stato l’horror satirico Get Out, scritto e diretto da Jordan Peele, alla sua prima prova da regista. Il film è stato candidato a quattro Oscar: miglior film, miglior attore (Daniel Kaluuya), miglior regista (Jordan Peele) e miglior sceneggiatura originale (sempre a Jordan Peele).

La trama: per Chris (Kaluuya), fotografo afroamericano, è arrivato il momento di conoscere i genitori della compagna Rose (Allison Williams), ricca ragazza bianca. Arrivati alla tenuta di famiglia, dove trascorreranno il week-end, i familiari della giovane si dimostrano fin troppo gentili, che il colore della pelle sia un problema? Con il passare del tempo le stranezze e le perplessità aumentano fino a che Chris farà una scoperta che lo metterà in serio pericolo.

Curiosità: Grande successo di critica e pubblico, Get Out è stato definito il più grande successo horror degli ultimi dieci anni. Costato solo 4,5milioni di dollari il film ne ha incassati nel mondo ben 255milioni, cosa che ha fatto entrare il regista nella storia: è il primo sceneggiatore e regista afroamericano a incassare più di 100milioni di dollari con il suo film d’esordio. Peele ha dichiarato di aver scritto il film durante il primo periodo della presidenza Obama, quando in molti credevano che il razzismo fosse ormai una questione passata e convinto per questo che non avrebbe interessato nessun produttore. Purtroppo con il passare del tempo e con l’aumentare delle discussioni riguardanti la violenza contro gli afroamericani i temi del suo film sono tornati d’attualità e ha capito che era arrivato il momento di girarlo.

9. The Post

Di Steven Spielberg
Con Tom Hanks, Meryl Streep, Sarah Paulson

Tra le polemiche che sono seguite alle candidature di quest’anno non possiamo non citare quella per The Post, il film ha infatti ricevuto nomination per miglior film e migliore attrice protagonista (Meryl Streep), lasciando quindi fuori dalla cinquina il regista Steven Spielberg, a detta di molti più meritevole di almeno un paio dei candidati (Greta Gerwig e Jordan Peele).

La trama: Nel 1971 il Washington Post, allora un giornale locale che stava per quotarsi in borsa, decise di pubblicare una relazione top secret che rivelava le bugie relative alla guerra del Vietnam e raccontate agli americani da ben 5 Presidenti. La decisione di pubblicare, una rivendicazione del diritto di cronaca e della libertà d’informazione, mise a rischio non solo il giornale ma anche le personalità direttamente coinvolte nella vicenda, tra cui il direttore del giornale Ben Bradlee (Hanks) e l’editrice Katherine Graham (Steep), che dalla morte del marito s’era trovata a combattere in un ambiente fortemente sessista. 

Curiosità: dopo Lincoln e Il ponte delle spie Spielberg torna a raccontare la storia americana. Lo fa mettendo in scena i fatti veri dello scandalo dei cosiddetti Pentagon Papers, i Quaderni del Pentagono, che aprirono la porta a un altro scandalo, quello del Watergate (The Post finisce dove inizia il bellissimo Tutti gli uomini del Presidente). Meryl Streep con la sua interpretazione porta a casa la ventunesima nomination, entrando nel Guiness dei Primati come attrice più nominata in quella categoria (dopo di lei c’è Katharine Hepburn che si fermò a quota 12). L’attrice e Spielberg non avevano mai collaborato prima d’ora e Streep ha raccontato di essere rimasta sconvolta nello scoprire che il regista non prova mai le scene con gli attori prima del ciak ufficiale.

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wired.it - 19 ore 49 min fa
Un dipinto satirico sulla Tulipomania di Jan Brueghel il Giovane (Pubblico dominio, via Wikimedia Commons)Un dipinto satirico sulla Tulipomania di Jan Brueghel il Giovane (Pubblico dominio, via Wikimedia Commons)

L’andamento del prezzo dei bitcoin, e delle criptovalute in genere, secondo alcuni è paragobabile a una bolla speculativa, nelle quali il prezzo di un bene diventa molto superiore al suo valore intrinseco. Questo andamento non è sostenibile e prima o poi la bolla scoppia, facendo precipitare il prezzo. Quando si parla dei bitcoin in questo senso, quasi sempre viene rievocata la cosiddetta Tulipomania che in Olanda avrebbe dato vita alla prima bolla speculativa della storia.

Che i bitcoin siano o non siano una bolla è oggetto di dibattito, ma una cosa è certa: la storia della bolla dei tulipani che troviamo sui giornali e nei manuali di finanza è in gran parte mitologica.

Come ha spiegato la storica Anne Goldgar nel suo libro Tulipmania: Money, Honor and Knowledge in the Dutch Golden Age (University of Chicago Press, 2007), nessuno mette in dubbio che intorno al 1630 in Olanda ci fu la cosiddetta Tulipomania, durante la quale i bulbi di tulipano erano scambiati attraverso strumenti finanziari. Ma da questo seme di verità sono nate leggende e fattoidi che ancora oggi danno una visione distorta di quello che è successo realmente.

Tulipani come case
Paghereste un tulipano quanto una casa? Naturalmente no, eppure quei pazzi degli olandesi avevano fatto crescere il prezzo dei bulbi a livello di quelli delle abitazioni. Incredibile, certo, ma quello che si dimentica di dire è che la stragrande maggioranza dei bulbi che passavano di mano durante la Tulipomania non avevano assolutamente prezzi così così alti. Come ha recentemente ricordato la storica su The Conversation, i bulbi più costosi in assoluto costavano all’epoca 5mila fiorini, un prezzo simile a quello di una bella casa. Ma dai registri consultati solo 37 vendite superavano i 300 fiorini. Si tratta di prezzi senz’altro molto alti, ma sarebbe sbagliato liquidare il comportamento degli olandesi come irrazionale. I bulbi di tulipano, specialmente le rare varietà screziate dovute a un particolare virus, erano a tutti gli effetti un bene di lusso, e il mercato per quel tipo di raffinatezze era in espansione.

Suicidi nei canali
Ma, si dice, a causa del precipitare dei prezzi nel febbraio del 1637 vennero bruciate fortune dal giorno alla note. Tutta la popolazione olandese era inebriata dalla prospettiva di guadagnare facilmente fortune, e anche gli spazzacamini mettevano da parte i loro risparmi per poi andare a giocarseli in tulipani. O meglio, nei loro certificati di proprietà. L’esplosione della bolla mandò i commercianti in bancarotta, ma mise letteralmente al ginocchio anche i piccoli risparmiatori risparmiatori di allora. Per questo qualcuno decise addirittura di annegarsi nei canali olandesi…

La realtà non potrebbe essere più diversa: la Tulipomania è stata quasi esclusivamente un gioco da professionisti, gli affari si facevano nelle taverne, generalmente tra persone note. Le conseguenze per l’economia Olandese furono nulle, e dai registri nessuno finì in bancarotta. Le persone più colpite furono quelle che avevano venduto sulla carta i tulipani, che in quel momento erano ancora sottoterra. Grazie a una nuova legge olandese, chi comprava non era infatti obbligato a saldare prima di avere in mano il vero e proprio tulipano, ma chi aveva previsto di vendere poteva reggere il colpo. Nessuna fonte, comunque, parla di suicidi nei canali.

Fake news d’epoca
Un’altra storia comune è quella del marinaio che per sbaglio si cucinò e mangiò un costosissimo tulipano, scambiandolo per una cipolla. Il legittimo proprietario non la prese bene, e fece imprigionare l’uomo. Un bel racconto, come tutti quelli sulla bolla dei tulipani, ma difficilmente veritiero. I bulbi non hanno un sapore particolarmente gradevole e contengono composti tossici, a meno di una carestia difficilmente sarebbero consumati.

Questi aneddoti, assieme alla descrizione canonica della Tulipomania, si trovano nel libro del 1841 Extraordinary Popular Delusions and the Madness of Crowds. Scritto dal giornalista scozzese Charles Mackay, parla di come gruppi di persone possano illudersi e comportarsi in maniera del tutto irrazionale: assieme alla caccia alle streghe e alla crociate, nel libro si parla anche delle bolle speculative, tra cui quella dei tulipani olandesi. Mackay aveva una tesi da dimostrare, ma non era uno storico. Non si fece scrupoli quindi a plagiare Storia delle invenzioni (Beiträge zur Geschichte der Erfindungen) un’opera di fine ‘700 scritta da Johann Beckmann, autore tedesco passato alla storia come inventore della parola tecnologia. Neanche Beckmann, però, era uno storico e per la Tulipomania (presumibilmente in buona fede) si era basato sui pamphlet satirici che circolavano in Olanda dopo l’esplosione della bolla.

La storia della Tulipomania descritta da Beckamann e scopiazzata da MacKay era troppo buona per non diffondersi, basta pensare che persino Phineas Taylor Barnum (quello del Circo) a propria volta plagiò Mackay nel suo Humbugs of the world, contribuendo a diffondere la leggenda. Senza dimenticare il contributo di opere di finzione come Il Tulipano nero di Dumas.

Solo negli anni ’80 del secolo scorso si è cominciato a mettere in dubbio questa narrazione, ma il mito rimane. Nelle parole di Goldgar

La Tulipomania è citata di continuo, per ricordare agli investitori di non comportarsi da stupidi, o di stare lontani da quello che secondo altri è un buon investimento. Ma la Tulipomania è stata un evento storico in contesto storico, e qualunque cosa sia i Bitcoin non sono la Tulipomania 2.0.

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wired.it - 19 ore 55 min fa
 Barton Gellman/Getty Images)(Foto: Barton Gellman/Getty Images)

Sono passati ormai 5 anni da quando Edward Snowden, ex agente dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana, rivelò come l’Nsa potesse indistintamente intercettare chiunque nel mondo senza bisogno di autorizzazioni e mandati.

Con gli articoli nati dalle sue rivelazioni il Guardian e il Washington Post hanno vinto un Pulitzer, e sono stati realizzati un documentario, Citizen Four di Laura Poitras, e un film diretto da Oliver Stone. Non si può certo dire che la notizia non sia circolata in tutto il mondo, dai giornali alla radio, alla tv, creando una scia di polemiche e indignazione.

Eppure, dopo qualche anno, nel cuore dell’Europa, in Olanda, il 14 febbraio 2017 passava alla Camera una legge che permetteva la sorveglianza indiscriminata. Legge che, confermata al Senato l’11 luglio 2017, è entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno nell’indifferenza quasi generale.

In Olanda varata una legge sulla sorveglianza di massa

Cosa dice la legge
La riforma permetterebbe di aggiornare la vecchia normativa sulle intercettazioni, considerata ormai obsoleta visto che le comunicazioni avvengono principalmente via fibra ottica. “Il monitoraggio e le intercettazioni mirate non sono più considerate adeguate” per difendere la nazione dalle minacce del terrorismo, si dice nell’informativa del governo.

Nelle FAQ (le risposte alle domande frequenti) del governo si dice che “non è escluso che i dati di civili innocenti possano essere raccolti durante un’indagine. Tuttavia, non appena si scopre che questi dati non sono rilevanti, vengono immediatamente distrutti. Ciò riguarda dal 95 al 98 percento dei dati. […] I dati che rimangono devono essere scartati entro e non oltre tre anni, a meno che non siano rilevanti per lo studio“.

Per quanto riguarda la condivisione di questi dati con le autorità di altri Paesi, ci sono alcuni criteri che vengono considerati prima di spedire questi dati fuori dal territorio nazionale, come il rispetto dei diritti umani. Tuttavia, quando è necessaria la condivisione con Paesi diciamo non di serie A nel fornire garanzie, il Ministro della Difesa o dell’Interno devono dare l’autorizzazione. Peccato che questi facciano parte dell’esecutivo e non siano dei giudici, che darebbero maggiori garanzie di indipendenza.

È pur vero che il tipo di dati acquisiti non sarebbero tanto il contenuto dei messaggi, ormai criptati dalla maggior parte dei servizi di messaggistica online, ma dati sul traffico e metadati. I metadati sono informazioni sulle comunicazioni come il mittente, il destinatario, l’ora e il luogo di spedizione di un messaggio, lo strumento utilizzato. Per quanto possano sembrare innocui, i metadati possono dire tantissimo, specialmente se ad analizzarli e a metterli in relazione sono le macchine. Possono fare un quadro perfetto delle abitudini dei cittadini, della loro cerchia di amicizie, il tipo di lavoro che fanno, solo analizzando l’indirizzo mail.

Secondo il governo ci sarebbero sufficienti tutele a scongiurare una violazione  indiscriminata della privacy dei cittadini, come un comitato di esperti indipendente, il CTIVD, che valuta le scelte dei servizi di sicurezza durante tutto il procedimento.

Nonostante queste cautele molti dubbi furono sollevati dai cittadini e dalla società civile nella consultazione pubblica indetta dopo la pubblicazione della prima bozza. Dubbi che come effetto portarono solamente a qualche cambiamento minore della proposta di legge.

Il referendum
Al momento, per fermare la legge, sono state raccolte più di 380.000 firme per un referendum che si terrà in Olanda il 21 marzo, spinto anche dal Partito dei Pirati. Il referendum in realtà è solo consultivo e, per avere effetto, deve votare almeno il 30% della base elettorale. Sarà dunque molto importante che la partecipazione e il risultato siano forti per poter avere un risultato significativo.

We are campaigning to prevent Dutch secret services using a #dragnet surveillance and a #DNA database. We need a better law, so join us in a vote against this law per referendum on March 21st! pic.twitter.com/sMh2TTT0Hm

— Piratenpartij (@Piratenpartij) February 1, 2018

Perché interessa anche l’Italia
Per capire la portata di questa legge sul panorama europeo abbiamo chiesto qualche delucidazione a David Korteweg di Bits of Freedom, ong che si occupa della difesa dei diritti digitali nei Paesi Bassi.

Come mai c’è una legge di questo tipo in Olanda, dove lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani sono più tutelati che in altri paesi occidentali?
“Nei Paesi Bassi c’erano già segnali che il governo volesse aggiornare la legge per i servizi di intelligence e sicurezza e introdurre poteri di sorveglianza di massa. Dopo le rivelazioni di Snowden, questi piani sono stati sospesi, ma nel 2015 una prima bozza del disegno di legge è stata resa pubblica per una consultazione. Nonostante le molte critiche da parte di cittadini, aziende, ong e ricercatori, il disegno di legge è stato modificato solo su alcune piccole parti, ma il controverso potere di intercettazione della rete è rimasto inalterato”.

La legge è frutto dell’ansia derivata dagli attacchi terroristici in Europa?
“In parte sì. Più in generale, sembra che ci sia spesso un doppio standard quando le persone giudicano i poteri e le attività di sorveglianza di servizi di intelligence e sicurezza stranieri e quando simili poteri e attività sono esercitati dai propri servizi segreti nazionali”.

Il governo però dice che ci sono buone tutele e che il 98% dei dati che ottengono sono cancellati subito dopo. Perché pensate non sia sufficiente?
“Prima di tutto, il solo fatto che il 98% dei dati sia cancellato, non significa che il restante 2% non possa contenere dati su molte persone. Quel numero, il 98%, si riferisce principalmente alla cancellazione di contenuti pesanti come quelli dei servizi di streaming come Youtube, Netflix e Spotify. Gli agenti invece sono principalmente interessati a intercettare i dati sul traffico, che in termini di volume di dati non è tanto paragonato al contenuto. Tuttavia, i dati sul traffico possono essere altrettanto invadenti o addirittura più intrusivi dei contenuti effettivi, poiché possono fornire una visione molto intima della vita privata di qualcuno. In secondo luogo, il CTIVD svolge un lavoro importante, ma le loro decisioni e raccomandazioni non sono vincolanti. Resta alla fine una scelta politica per il ministro rispettarle o meno”.

Perché questo referendum, e la legge che vuole abolire, dovrebbero interessare anche l’Italia e l’Unione Europea in generale?
“Sebbene il referendum sia una questione nazionale, è indicativo dell’ampia opposizione di molti cittadini interessati, nei Paesi Bassi e in altri Stati membri dell’UE, alla tendenza in atto dei governi nazionali di introdurre ed estendere i poteri di sorveglianza collettiva. Questi poteri spesso consentono una raccolta di dati generale e indiscriminata su vasta scala e toccano, in particolare per le comunicazioni online, anche i cittadini degli altri Stati membri dell’UE. Sebbene le misure di sicurezza nazionali che consentono l’intercettazione di massa delle nostre comunicazioni online rientrino nella competenza degli Stati membri, tali misure devono, come minimo, rispettare le norme sui diritti umani della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Data l’accresciuta cooperazione internazionale e la condivisione dell’intelligence tra le agenzie di sicurezza e di intelligence nazionali all’interno e all’esterno dell’UE, la necessità di maggiore trasparenza e salvaguardia diventa ancora più pressante”.

Cosa possono fare i cittadini degli altri Paesi per aiutare il referendum?
“Potrebbero discutere della questione con amici e familiari residenti nei Paesi Bassi che possono votare al referendum. Inoltre, questo referendum nei Paesi Bassi può ispirare i cittadini di altri Stati membri ad avere iniziative simili e un ampio dibattito pubblico sulla tendenza in corso di introdurre ed estendere i poteri di sorveglianza di massa (online) delle agenzie di intelligence”.

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wired.it - 20 ore 7 min fa

Usagi Yojimbo, storica serie a fumetti made in Usa dedicata alle avventure di un coniglio ronin antropomorfo nel Giappone feudale, sta per diventare una serie animata a opera della casa di produzione francese Gaumont.

Da oltre 30 anni, le avventure di Usagi scritte e illustrate dall’autore nippo-americano Stan Sakai, rappresentano uno dei capisaldi dei comics americani, caratterizzato da una qualità costantemente elevata di ogni singolo episodio, con pochissime sbavature. Negli Stati Uniti la serie è tuttora in corso di pubblicazione presso Dark Horse Comics, mentre in Italia, dopo diverse vicissitudini editoriali, le avventure del coniglio ronin sono raccolte in volumi da Renoir Comics.

Se non avete ancora sentito parlare di Usagi, o se avete sempre pensato che le apparenze da bianconiglio nascondessero un fumetto per i più giovani, correte a scoprire nella gallery qui in alto le 10 ragioni per cui vi appassionerete alle vicende di un coniglio ronin.

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