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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
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wired.it - 22 ore 31 min fa
 Carlos Gil/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)(foto: Carlos Gil/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Le parole più chiare le ha dette un vescovo, Nunzio Galantino segretario della Cei, che ha spiegato come gli sembri strano “che si parli di immigrati all’interno del decreto sicurezza”. Questo perché, a suo avviso, inserire il tema “lì dentro significa giudicare già l’immigrato per una sua condizione” e considerarlo “già un pericolo pubblico per il suo essere immigrato e non per i comportamenti che può avere”. Questo è il primo punto caldo del decretone immigrazione-sicurezza al vaglio del Consiglio dei ministri di oggi fra diversi dubbi del Colle. E non solo.

Si tratta anche del punto essenziale che priva del carattere emergenziale il decreto voluto da Matteo Salvini: i decreti-legge servono appunto ad affrontare situazioni d’urgenza. In Italia non esiste “un’emergenza immigrazione” ma il provvedimento capitalizza mesi di avvelenamento e dunque sembrerebbe proprio averlo, quel carattere. Dopo molto tempo di battage quotidiano, di lavoro scalmanato nella criminalizzazione dell’immigrato in quanto tale, arriva il passaggio che chiude il conto e alza il livello dello scontro. Passa ai fatti: “la pacchia è finita”. E gran parte dell’opinione pubblica, c’è da scommetterci, non aspettava altro. Ve li ricordate, no, i taxi del Mediterraneo? Il desiderio, non solo leghista, è stato esaudito: “Bene che non ci siamo più ong nel Mediterraneo” ha detto nei giorni scorsi l’altro vicepremier Luigi Di Maio. Tutto si tiene.

Ma il carattere di emergenza verrà giustificato, per così dire, anzitutto con l’obiettivo di “rafforzare i dispositivi a garanzia della sicurezza pubblica, con particolare riferimento alla minaccia del terrorismo”. Poi con lo scopo di “scongiurare il ricorso strumentale alla domanda di protezione internazionale” (ma si tratta di un’emergenza?) e di “garantire l’effettività dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione” (non dipende da un decreto-legge ma dagli accordi fra stati) e infine di “adottare norme in materia di revoca dello status di protezione internazionale in conseguenza dell’accertamento della commissione di gravi reati” (di nuovo, non un’emergenza).

Fuori dalla strategia generale i punti più scivolosi sono tre:
1) la soppressione della protezione umanitaria;
2) la sospensione della domanda d’asilo e la revoca dello status di rifugiato quando si viene condannati per certi reati;
3) la revoca della cittadinanza “per gli stranieri considerati una minaccia per la sicurezza nazionale”.

Sono tre passaggi deboli e rischiosi in termini di tenuta democratica e costituzionale. Il primo, per esempio, riduce eccessivamente le fattispecie per cui si può ottenere il permesso di soggiorno pur non vedendosi accettata la richiesta d’asilo: rimangono solo gravi motivi sanitari, sfruttamento lavorativo, calamità naturali ed episodi di alto valore civico. Ma in questo modo si chiude il principale canale di “regolarizzazione” degli stranieri già ristretto dopo una circolare d’inizio luglio a prefetti e commissioni territoriali di valutazione.

La protezione umanitaria viene al momento attivata per quelle persone che non hanno diritto allo status di rifugiato o alla protezione sussidiaria ma si ritiene abbiano appunto comunque diritto a una forma di tutela in virtù di condizioni specifiche di fragilità o legate al Paese d’origine: per avere un’idea, l’anno scorso in Italia sono state presentate 130mila domande di protezione internazionale. Di queste il 52% è stato respinto. Quanto a quelle approvate, nel 25% dei casi si è trattato di protezione umanitaria, nell’8% dello status di rifugiato, per un altro 8% di protezione sussidiaria e il restante 7% altri tipi di protezione.

La domanda parte da un presupposto: queste persone, cioè quel 25% a cui veniva riconosciuta protezione umanitaria, arriveranno comunque nel nostro Paese. Ponendo che solo una piccola parte di essi possano trovare tutela nelle nuove, strettissime maglie, che fine faranno gli altri? Rimpatriati, rinchiusi nei centri di identificazione regionali o cosa? Non basta una legge per cancellare il dato di realtà.

Sugli altri punti, pare esserci stata una parziale limatura. All’inizio la bozza prevedeva che la revoca del permesso di rifugiato potesse avvenire anche solo per i denunciati per reati come la violenza sessuale, lo spaccio di droga, la violenza a pubblico ufficiale che si articola in resistenza e oltraggio. Adesso pare che a chiudere ogni pratica ed espellere preventivamente lo straniero occorrerà una condanna, anche in secondo grado. Un modo molto parziale di rispettare il principio della presunzione d’innocenza, sempre meglio del disegno iniziale che non avrebbe mai varcato la soglia del Quirinale. Ancora meno sensata è l’ipotesi di revocare la richiesta o lo status già accordato anche in caso di condanne dei parenti. La responsabilità penale è personale e da questo genere di passaggi esce chiaramente lo schema colpevolista di fondo.

Rimane infine un forte dubbio sul progetto di revocare la cittadinanzaagli stranieri considerati una minaccia per la sicurezza nazionale”. E di farlo in modo automatico. Peccato che anzitutto occorrerebbe analizzare caso per caso e poi che la cittadinanza non possa mai essere revocata per ragioni politiche. Si può revocare, secondo la legge n.91 del 1992, quando si accetta un impiego pubblico o una carica pubblica da uno Stato o un ente pubblico estero o un ente internazionale non partecipato dall’Italia, prestando servizio militare per uno Stato estero o durante uno stato di guerra in certi casi specifici.

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brand-news.it - 22 ore 39 min fa

Porta la firma di Giorgio Testi il nuovo spot per il lancio del film Venom, il nuovo titolo Sony Pictures distribuito da Warner Bros. Entertainment Italia, il film in uscita in Italia il 4 ottobre, con protagonista l’eroe della Marvel di Sony interpretato da Tom Hardy. Lo spot, ideato dall’agenzia Fonderia, vede come protagonisti alcuni...

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wired.it - 22 ore 42 min fa
pastapasta

L’accordo di libero scambio commerciale tra Europa e Canada, Ceta (acronimo per Comprehensive economic and trade agreement) continua a suscitare polemiche anche nei giorni in cui si festeggia il suo primo anniversario. Il trattato, al momento in vigore in fase provvisoria, è stato firmato il 21 settembre 2017, ma dipende dalla ratifica di tutti i paesi membri dell’Unione per entrare in funzione in modo definitivo. Ed è proprio questo uno dei punti dolenti, perché non tutti sono convinti dei suoi effetti positivi.

L’accordo ha eliminato i dazi sul 98% dei prodotti che l’Unione europea esporta in Canada e, secondo le ultime stime, si pensa che quando tutte le riduzioni tariffarie saranno effettive il risparmio complessivo sui dazi sarà di circa 590 miliardi di euro ogni anno. Inoltre, le imprese dell’Unione avranno sempre maggiori opportunità per partecipare a gare d’appalto pubbliche in Canada, non solo a livello federale ma anche provinciale e municipale.

“Mi fa molto piacere constatare i progressi finora conseguiti dall’accordo commerciale Ue-Canada, in vigore ormai da un anno. Nel complesso l’export è ripartito e molti settori hanno registrato un incremento considerevole”, afferma Cecilia Malmström, commissaria Ue responsabile per il Commercio, che i prossimi 26 e il 27 settembre incontrerà i suoi omologhi canadesi per stilare un bilancio dei progressi raggiunti fin qui.

Nei giorni in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ufficialmente dato avvio a nuovi dazi “punitivi” per oltre 200 miliardi di dollari di import dalla Cina, il Ceta fa registrare quindi alcuni passi in avanti. Secondo i dati della Ue, le esportazioni comunitarie verso il Canada sono aumentate del 7% durante questo primo anno di accordo. Alcuni settori specifici hanno beneficiato in modo molto sensibile delle condizioni commerciali favorevoli. Tra questi, si registra un incremento superiore all’8% nel comparto macchine, apparecchi e congegni meccanici, un aumento del 10% per i medicinali, di un altro 10% per quanto riguarda il mobilio, 11% in profumi e cosmetici, l’8% nelle calzature e un altro 11% nell’abbigliamento. Si registrano inoltre dati incoraggianti per le esportazioni di prodotti agricoli come frutta fresca e a guscio (+29%), cioccolato (+34%), spumante (+11%) e whisky (+5%).

Ma è proprio quello dell’agroalimentare il settore dove, dall’Italia, si fanno sentire i dubbi più grandi all’efficacia dell’accordo. L’Unione riporta che le esportazioni di prodotti agricoli italiani in Canada hanno visto un incremento del 7,4% in un anno. In virtù dell’accordo, inoltre, 143 prodotti contrassegnati da “indicazione geografica” possono essere ora venduti in Canada con la propria denominazione e sono protetti da imitazioni.

È proprio su quest’ultimo punto però che Coldiretti, e i numerosi agricoltori italiani che rappresenta, si sono schierati contro il Ceta fin dall’inizio, perché, fa sapere l’associazione in un comunicato recente, “il Canada festeggia con la produzione di ben 5,6 milioni di chili di falso Parmigiano Reggiano (Parmesan), di 4,5 milioni di ricotta locale, di 1,9 milioni di chili di Provolone taroccato ai quali si aggiungono addirittura 72 milioni di chili di mozzarella e ben 364 mila chili di un non ben identificato formaggio Friulano, che certamente non ha nulla a che vedere con la Regione più a Nord est d’Italia”.

Secondo i dati dell’associazione, la distribuzione del falso made in Italy è salito del 70% in dieci anni, consolidando un mercato che vale 100 miliardi di euro nel solo settore agroalimentare.

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brand-news.it - 22 ore 45 min fa

Amy Lanzi, Samrat Sengupta e Jonathan Lewis-Jones alla guida rispettivamente di Americas, Apac, Emea Publicis Media ha annunciato le nomine dei regional lead per la Practice Commerce: Amy Lanzi per l’area Americas, Samrat Sengupta in Apac e Jonathan Lewis-Jones in Emea. Lanzi, Sengupta e Lewis-Jones avranno la responsabilità della Practice Commerce di Publicis Media nelle...

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wired.it - 22 ore 55 min fa

Sabato 29 e domenica 30 settembre 2018 le sale di Palazzo Vecchio a Firenze ospiteranno la terza edizione toscana del Wired Next Fest. I palchi su cui si alterneranno i relatori saranno tre: il Salone dei Cinquecento, la Sala D’Arme e la Sala Macconi, ribattezzata per l’occasione Bnl Explorer.

Il palco Bnl Explorer, in particolare, nel corso delle due giornate del festival sarà teatro di una serie di workshop, incontri e interviste che avranno come protagoniste le migliori startup italiane e le aziende che si stanno distinguendo per il loro carattere hi-tech e innovativo, ma soprattutto per la loro attenzione al tema della sostenibilità.

Insieme ai partner e agli ospiti di Bnl, nella giornata di sabato si parlerà delle nuove generazioni, del loro rapporto con il mondo del lavoro e dell’importanza dei progetti innovativi per accompagnare l’Italia nel futuro. Riciclo, economia circolare, creatività, imprenditoria under 35 e inclusione sociale saranno argomenti trasversali, per raccontare come un’azienda etica e sostenibile sia anche capace di attirare nuovi talenti.

Tra i temi protagonisti della discussione sulle città a civiltà aumentata ci saranno la mobilità elettrica, la produzione di energia sostenibile, le smart city, la gestione intelligente degli immobili e i segreti delle comunità a impatto zero. Sullo stesso palco si parlerà anche del passato, del presente e del futuro del microcredito italiano e delle storie imprenditoriali che vengono sostenute ogni giorno, nel segno dell’inclusione sociale e finanziaria.

La domenica si discuterà invece di come costruire un sistema di valori che vada oltre l’approccio puramente economico, in cui l’ecologia, l’etica e il rispetto dei diritti dei lavoratori siano criteri fondamentali. Declinato nel mondo delle banche, ciò significa definire i parametri per valutare e concedere i finanziamenti, sospendere il credito alle aziende che operano in settori ritenuti poco edificanti, e puntare alla realizzazione di un modello di finanza sostenibile.

Al workshop che apre il palinsesto per la giornata di sabato, incentrato sul tema dell’ecodesign e della moda sostenibile, faranno seguito gli interventi sul palco di imprenditori, ingegneri, scienziati, ricercatori, programmatori, economisti, designer, scrittori, autori, pionieri degli ambienti virtuali, architetti e artisti, scelti da Wired e Bnl per raccontare i luoghi e i trend dell’innovazione italiana.

Ecco i dettagli del workshop, accessibile solo su registrazione:
Sabato 29 settembre a partire dalle 10:30 si lavora sulla produzione di oggetti utilizzando materiali eco sostenibili con Andrea Nardi e Sabrina Fichi (cliccate qui per prenotare i posti).

Nei due pomeriggi, e nella mattina di domenica, il palco diventerà teatro di presentazioni in diretta di dispositivi wearable, di dibattiti sulla dicotomia tra complessità e semplicità, di dimostrazioni delle nuove potenzialità hi-tech dell’apicoltura e del racconto di spedizioni scientifiche estreme e sostenibili. E, allo stesso tempo, si darà spazio a soluzioni tecniche e scientifiche pronte a cambiare il mondo dell’e-commercedel turismo attivo, delle esperienze di viaggio e del commercio orto-frutticolo, o a portare contributi innovativi in ambiti quali la smart mobility, l’intelligenza artificiale e lo sviluppo del tessuto imprenditoriale del territorio.

bnl_explorer_wired_next_fest_2018(Foto: Bloomberg/Getty Images)

La sostenibilità, il tema portante del palinsesto di questa edizione al Bnl Explorer, sarà discussa soprattutto come elemento culturale. In questo senso la sostenibilità è il principio guida della finanza etica, il motore dell’imprenditoria giovanile, il valore aggiunto della mobilità elettrica e l’idea di fondo che può portare piccole startup – realtà che si potrebbero definire artigianali – a diventare aziende capaci di distinguersi nel mercato nazionale e mondiale. Verranno raccontati, ad esempio, i percorsi scanditi dall’attenzione all’ambiente che hanno portato a nuovi modi per condividere le attrezzature sportive, o di come si possa combattere lo spreco alimentare e dare più valore al cibo.

Allo stesso modo la sostenibilità diventerà anche la chiave per capire come la tecnologia possa rendere il commercio elettronico sempre più etico, per parlare di come il digitale possa semplificare e arricchire le nostre esperienze quotidiane, sia quando si vuole fare una telefonata sia quando si tratta di trasporti, dai veicoli che si guidano da soli fino ai droni per le consegne autonome.

Nelle due intense giornate di incontri la Sala Macconi – Bnl Explorer (qui il programma completo) sarà uno spazio aperto alla conversazione e alla condivisione, mantenendo come filo conduttore il mondo delle aziende e delle startup, ma toccando i temi più vari. Dalle nuove frontiere della user experience si spazierà fino alle nuove generazioni di imprenditori e ai percorsi per la crescita di imprese ad alto contenuto tecnologico. Dalla ricerca scientifica sul riscaldamento globale condotta direttamente ai poli si arriverà a parlare anche di animali, e in particolare di come la tecnologia possa creare un’allenza tra api e digitale senza precedenti.

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brand-news.it - 22 ore 55 min fa

Non dovrebbe partecipare al pitch l’incumbent Omd. Il Italia il budget supera i 2 milioni di euro

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wired.it - 23 ore 1 min fa
 YesOjo)(Foto: YesOjo)

Uno degli aspetti che hanno decretato il successo della console Nintendo Switch è il fatto che l’aggeggio dispone di un display incorporato che permette di portarsi in giro l’intera macchina da gioco e svagarsi in movimento con gli stessi titoli disponibili quando il gadget è tranquillamente poggiato sul mobile del salotto e collegato in tv. Presto però i giocatori più girovaghi avranno modo di godere in viaggio della compagnia della console giapponese in modo molto più coinvolgente: il produttore di accessori YesOjo ha annunciato infatti di avere in cantiere uno speaker bluetooth da agganciare al display di Nintendo Switch e capace di diffondere un potente suono stereo quando l’aggeggio è in modalità da viaggio.

 YesOjo)(Foto: YesOjo)

L’accessorio si chiama Ojo Speaker, ma non è un semplice set di altoparlanti boombox come ce ne sono già in giro. Il gadget offre a Switch un alloggiamento a incastro e il suo spessore fornisce alla console una base d’appoggio più stabile rispetto al piedistallo standard, mentre un sistema di raffreddamento incorporato tiene il processore al fresco anche quando le partite si fanno particolarmente lunghe. A bordo di Ojo Speaker in effetti alloggia anche una batteria extra che otlre a far funzionare gli altoparlanti consentirà di tenere Switch operativa per ben 12 ore. In realtà è difficile che una singola sessione di gioco possa durare tanto, motivo per cui la batteria si potrà utilizzare anche per ricaricare eventuali gadget aggiuntivi, come smartphone e tablet.

Per metterci le mani sopra purtroppo occorrerà attendere l’anno prossimo. Ojo Speaker sarà protagonista di una campagna di crowdfunding su Indiegogo a inizio 2019, durante la quale si potrà comprare a un prezzo scontato. Conoscere l’entità di quest’ultimo sarà fondamentale per valutare un eventuale acquisto.

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wired.it - 23 ore 13 min fa

Jimmy BennettÈ questo il bilancio di quello che di fatto è stato certamente il colpaccio di Massimo Giletti: Jimmy Bennett, l’accusatore di Asia Argento, ospite in esclusiva internazionale alla prima puntata di Non è l’Arena.

Certo, i numeri daranno ragione a Giletti: dalle 22.38, quando Jimmy Bennett è apparso al fianco del conduttore, le conversazioni sui social si sono concentrate su di lui, complice anche il fatto che su Rai Uno si era conclusa quella che doveva essere l’altra forte (dal punto di vista degli ascolti) intervista della serata con protagonista Francesco Totti. Ma bastano dei buoni dati d’ascolto a confermare che si è trattato di un momento di alta qualità televisiva? Decisamente no, anzi, quello che è andato in onda è stato un teatrino dell’ovvio e una fiera della banalità.

Partiamo innanzitutto dai presenti, o meglio dagli assenti. Nessuno si aspettava che Asia Argento prendesse parte alla trasmissione (anche se Giletti ancora spera di fare il bis domenica prossima, visto che ogni 10 minuti invitava Asia ad andare ospite del suo programma), ma che quantomeno fosse presente un contraddittorio. Invece Bennett si è trovato di fronte unicamente Giletti, che certamente non ha messo in difficoltà il ragazzo.

Basti pensare a come il conduttore ha introdotto l’intervista: la verità di Jimmy Bennett. La verità? No, un giornalista in una situazione così controversa non può parlare di verità, ma di versione. Quella raccontata ieri sera è la versione di Jimmy Bennett, poi, eventualmente, sarà un tribunale a stabilire qual è la verità.

Giletti ha deciso di introdurre l’intervista partendo dai due grandi scoop del New York Times, quello dell’ottobre 2017, in cui il produttore Harvey Weinstein veniva accusato di molestie e violenze, e quello più recente relativo alle accuse di Bennett all’Argento. Peccato che per far ciò sembrava essersi portato da casa una presentazione in Power Point fatta da un bambino delle medie, con tanto di titoloni e soprattutto effetti sonori di dubbio gusto. Eppure, questa introduzione già ci doveva far capire quale corda Giletti aveva deciso di toccare: il sensazionalismo.

Dopo aver visto, anni fa, fuggire dal suo studio Berlusconi, probabilmente Giletti temeva che accadesse lo stesso con Bennett e quindi ha cercato di mettere a suo agio l’ospite. Fin troppo a suo agio, a tal punto che nel ritratto che ne è stato fatto (un giovane e brillante attore, una stella nascente del cinema americano cresciuto sui set con Harrison Ford ed Eddie Murphy), Giletti si è completamente dimenticato di menzionare le accuse di molestie che gli rivolge l’ex fidanzata.

Ma probabilmente il pensiero di Giletti era concentrato su ben altre cose, come ad esempio dimostrare che lui l’intervista l’avrebbe potuta fare completamente in inglese, ma che si era piegato all’italiano per facilitare il pubblico. “Come ti senti? Confusion inside?” È evidente che l’inglese di Giletti fosse un chiaro omaggio a quello di Fantozzi.

Non è l'arena - Jimmy Bennett Massimo Giletti Asia Argento

L’intervista si è poi concentrata sull’incontro tra Asia Argento e Jimmy Bennett. Giletti, con fare certosino, è andato a ricercare sui social tutti i post e le foto pubblicate dai due protagonisti della vicenda nel giorno del loro incontro. Se l’intenzione era quella di mostrare una buona pagina di giornalismo investigativo, il risultato è stato invece un accanimento morboso su ogni dettaglio dell’incontro. Vista la piega che aveva preso l’intervista, non mi sarei stupita se avessero portato in studio un plastico della camera d’albergo corredato da bambolotti per mimare l’atto sessuale.

Atto sessuale completo, come ha tenuto a chiarire Giletti, soffermandosi per svariati minuti sulla questione per fare chiarezza su quanto avvenuto sotto le lenzuola. Il conduttore si è poi fatto portavoce, come spesso accade, delle più banali credenze popolari, prima fra tutte la questione che un uomo non può essere violentato da una donna poiché ha un ruolo attivo nell’atto sessuale. La violenza psicologica, le pressioni e le promesse sono concetti estranei a Giletti, a tal punto che è lo stesso avvocato Sattro a rimproverare il conduttore sostenendo che certe considerazioni non le dovrebbe fare un giornalista, ma un esperto. Insomma Giletti, dopo aver assecondato tutte le parole di Jimmy Bennett, ha pensato bene di controbattere riguardo l’unico argomento su cui invece non c’era nulla da dire. Eppure, questa mossa, non era certo buttata lì a caso, ma messa lì ad arte per assecondare le curiosità più sordide di un pubblico voyeurista.

L’apice della banalità è stato raggiunto con l’annosa questione della selfie tra Asia Argento e Jimmy Bennett. Secondo il giornalista, infatti, se dopo aver subito una violenza ti scatti una foto con il molestatore allora significa che non c’è stata violenza. Bene, considerando che la maggior parte delle accusatrici di Weinstein ha una foto insieme a lui, allora il produttore è innocente? Giletti è riuscito nella surreale impresa di riabilitare Weinstein, neanche i suoi avvocati erano riusciti a fare tanto.

Ciò che colpisce sono i tanti commenti a margine dell’intervista, non solo quelli nel salotto televisivo di Giletti (l’ex parlamentare Nunzia De Girolamo, la ricercatrice Giorgia Serughetti e la psicoterapeuta dell’adolescenza Stefania Andreoli hanno discusso sulle parole di Bennett, peccato non fossero presenti durante l’intervista), ma soprattutto quelli online.

Il sentimento diffuso sul web si può racchiudere in una frase: Jimmy Bennett è brutto, quindi non solo non può essere stato vittima di violenza, ma nel caso in cui lo fosse stato dovrebbe essere grato che una bella donna come Asia Argento sia stata con lui. Ecco, quando parliamo di parità di genere, di diritti e di uguaglianza, ricordiamoci anche di questi episodi. Perché se al posto di Jimmy Bennett ci fosse stata una ragazza e qualcuno avesse detto una cosa del genere su di lei, giustamente tutti saremmo saltati dalla sedia e ci saremmo ribellati. La parità dei diritti passa anche da questo: se noi donne vogliamo il rispetto, ci dobbiamo ricordare di darlo e lottare affinché tutti siano rispettati.

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