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wired.it - 19 min 25 sec fa

COMAÈ successo in Francia: un uomo di 35 anni, in stato vegetativo da 15 anni per le conseguenze di un grave incidente stradale, si è risvegliato dal coma dopo essere stato sottoposto a un trattamento sperimentale che stimola con l’elettricità il cervello attraverso il nervo vago. I medici sostengono che il paziente abbia recuperato uno stato di minima coscienza: risponde ad alcuni stimoli e segue le persone con lo sguardo, anche se è assai improbabile che ritorni a parlare o a mangiare da solo.

Il caso
Da più di un decennio, l’uomo si trovava stabilmente in stato vegetativo, una condizione di veglia non responsiva in cui si possono verificare movimenti involontari, ma non si rilevano segni di consapevolezza di sé o dell’ambiente circostante. A Angela Sirigu e alla sua squadra del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica di Bron, il giovane è dunque sembrato il paziente ideale per sperimentare un electric zap, una nuova tecnica che stimola in modo continuativo il nervo vago per arrivare a eccitare le regioni cerebrali che si pensa siano direttamente coinvolte nei meccanismi del risveglio e della veglia.

Il vago, infatti, innerva molti distretti corporei, modulando per esempio la frequenza cardiaca e la respirazione, e raggiunge diverse aree del cervello, alcune delle quali sono ritenute importanti nei meccanismi che regolano lo stato di veglia e il processo del risveglio: il talamo, l’anticamera del cervello che smista gran parte degli impulsi nervosi, l’amigdala, la sede delle emozioni, l’ippocampo, coinvolto nell’immagazzinamento dei ricordi, e il locus ceruleus, l’area coinvolta direttamente nel risveglio e nella veglia.

Lo studio
Come illustrano i ricercatori nel loro articolo, appena pubblicato su Current Biology, il trattamento sperimentato sul paziente in Francia ha previsto l’impianto di elettrodi attorno al nervo vago nella zona del collo. Dopo l’intervento il paziente è stato monitorato per un mese prima di procedere con la stimolazione elettrica del nervo. Una volta iniziato, il protocollo è proseguito in modo continuativo per 6 mesi, alternando 30 secondi di stimolazione (trasmettendo impulsi crescenti dagli iniziali 0,25 fino ai finali 1,5 milliAmpere) e 5 minuti di riposo.

Fin da subito qualcosa è cambiato: l’uomo sembrava aprire più spesso gli occhi. Poi, dopo un mese dall’inizio del trattamento, i medici hanno constatato che cominciava a seguire con lo sguardo i movimenti delle persone nella stanza, fino a riuscire a rispondere a semplici richieste come voltare la testa da un lato o dall’altro.

Un miglioramento effettivo, secondo i ricercatori, che per tutto il tempo hanno controllato le reazioni dell’uomo, registrandone i cambiamenti comportamentali ma anche l’elettroencefalogramma e l’attività cerebrale attraverso la pet (tomografia a emissione positronica): gli esiti degli esami confermavano una maggiore attività del cervello, soprattutto delle aree raggiunte dall’innervazione vagale e della corteccia parietale, che controlla la coscienza.

I punteggi raggiunti dal paziente nei test hanno permesso agli esperti di rivedere il suo stato nella scala di recupero dal coma, passando dunque da stato vegetativo a quello di minima coscienza.

I dubbi, gli sviluppi
Per quanto valido, lo studio di Sirigu non è rimasto esente da critiche: c’è chi sostiene, per esempio, che non siano stati rispettati appieno i protocolli per definire le condizioni iniziali del paziente.

Di sicuro, come affermano gli stessi autori della ricerca, bisogna prestare molta attenzione all’interpretazione dei risultati, che non vanno generalizzati: ogni paziente ha la sua storia clinica e il trattamento con stimolazione del nervo Vago non è indicato in ogni caso e potrebbe non funzionare sempre.

In futuro sarà necessario effettuare trial clinici controllati e randomizzati, che prevedano cioè la sperimentazione su un più ampio numero di pazienti.

E soprattutto, sarà necessario capire davvero se e perchè il trattamento ha funzionato. Perché per ora ci sono solo ipotesi, benché fondate.

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wired.it - 33 min 21 sec fa
 Getty ImageFoto: Getty Images

Nelle ultime ore WhatsApp in Cina ha cominciato a subire disfunzioni e rallentamenti, fino a cessare di funzionare. Secondo il New York Times, Pechino si sta preparando al Congresso nazionale del Partito Comunista che inizierà il prossimo 18 ottobre. WhatsApp non ha mai avuto vita facile in Cina, con il progressivo impedimento a inviare file multimediali, possibilità fatta tramontare del tutto dalle autorità nei mesi passati. Ora però il rubinetto è stato chiuso del tutto e non è più possibile nemmeno inviare i classici messaggi di testo.

Non è solo la censura, sempre meno selettiva, applicata da Pechino a essere messa in evidenza. A farne le spese è ancora una volta l’universo di Mark Zuckerberg, con Facebook bloccato dal 2009, Instagram dal 2014 e WhatsApp che, al di là degli sviluppi futuri, non è mai stato visto di buon occhio dalle autorità locali. Il parere di Nadim Kobeissi, esperto di crittografia contattato dal New York Times, è che Pechino ha sviluppato un sistema capace di interferire e ammutolire WhatsApp.

La popolazione connessa cinese è di circa 750 milioni di persone, abituate a sottostare ai principi governativi che pretendono massima trasparenza e facilità di intercettazione. Motivi per cui né Google né Facebook (e i suoi parenti più stretti, come Instagram e WhatsApp appunto) hanno vita facile, al contrario del motore di ricerca Baidu e l’applicazione di messaggistica istantanea WeChat, entrambe molto disponibili quando le autorità chiedono di accedere ai dati degli utenti. Proprio WeChat è ora sotto accusa di aver condiviso con il governo dati sensibili sui suoi utenti: non solo nome, numero di telefono e indirizzo email, ma anche informazioni sulla carta di credito, l’ID e altri dati a disposizione della piattaforma come la posizione esatta, i dati del registro delle chat e altri ancora.

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wired.it - 59 min 11 sec fa
 pixabay)(Immagine: pixabay)

Twitter ha annunciato che rivedrà le proprie linee comportamentali riguardo ai tweet minacciosi o violenti. Per applicare i principi di censura verrà soprattutto valutato il loro scopo pubblico e informativo, il riferimento è anche indirizzato ai cinguettii del presidente Donald Trump.

La politica di Twitter, come quella di Facebook, è sempre più stringente in merito alla diffusione di messaggi minacciosi e d’odio. “Le nostre regole proibiscono chiaramente tali forme di molestie. Questi comportamenti non sono accettabili e la società li condanna nella maniera più assoluta“, spiegava, dalle pagine de La Stampa, Sinead McSweeney, VP of Public Policy and Communications di Twitter per l’area Europa, Medio Oriente e Africa.

Ma allora, si sono chiesti gli utenti, come mai Twitter non cancella alcuni cinguettii minacciosi di Trump? L’ultima polemica è stata innescata proprio da uno dei messaggi che il presidente degli Stati Uniti è solito rivolgere ai vertici governativi della Corea del Nord.

THREAD: Some of you have been asking why we haven’t taken down the Tweet mentioned here: https://t.co/CecwG0qHmq 1/6

— Twitter PublicPolicy (@Policy) 25 settembre 2017

Dal microblogging hanno spiegato che si tratta di tweet di “interesse pubblico”, la missione di Twitter è infatti “mantenere le persone informate rispetto a ciò che accade nel mondo“.

This has long been internal policy and we’ll soon update our public-facing rules to reflect it. We need to do better on this, and will 4/6

— Twitter PublicPolicy (@Policy) 25 settembre 2017

Ciononostante, le linee guida verranno presto aggiornate: in che modo, e se coinvolgeranno anche i tweet del presidente americano, non è stato detto.

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