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“Essere sempre tra i primi e sapere, ecco ciò che conta”
Non solo news dal mondo Vittoria ma storie di branding, marketing e comunicazione online e offline.

wired.it - 1 ora 16 min fa

Erano tantissimi gli spettatori della prima serata di concerti del Wired Next Fest 2018 di Milano. Sul palco del festival di Wired si sono succeduti diversi artisti della scena musicale italiana e internazionale, da nomi del mondo underground fino a musicisti che stanno in questi ultimi tempi attirando sempre più l’attenzione del pubblico. Ecco tutte le foto della serata, scattate con la funzionalità notturna di Hauwei P20 Pro.

A inaugurare la serie di set musicali ci ha pensato Abstract, resident dj e direttore artistico di Dude Club a Milano, che ha scaldato la folla con la sua elettronica dalle influenze jazz-soul. A seguire si sono esibiti i Calibro 35, una delle band italiane più durature nell’ambito indie, che proprio a febbraio hanno pubblicato Decade: anche al Wired Next Fest hanno proposto i più grandi successi della loro carriera decennale.

Fondatore di Elita e dj di livello internazionale, si è poi esibito Lele Sacchi: durante il suo dj set sono stati liberati ai Giardini Indro Montanelli anche dei coloratissimi palloni. A concludere in bellezza i Jungle: il collettivo musicale inglese dalle sonorità funk e soul han terminato la serata con uno dei loro consueti, ipnotici live. Ma la musica del Wired Next Fest continua anche nelle giornate di sabato e domenica.

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wired.it - 4 ore 11 min fa
 Getty)Nate Moore è il vicepresidente di Marvel Studios (foto: Getty)

Dire che i film dedicati ai supereroi della Marvel stiano vivendo un’epoca d’oro è quasi un eufemismo. L’ultimo titolo, Avengers: Infinity War, è divenuto in poche settimane il quinto film più visto della storia, mentre ancora prima Black Panther, nelle sale dallo scorso febbraio, ha superato i 1,3 miliardi di dollari guadagnati nel mondo piazzandosi alla nona posizione dei più visti in assoluto. E la sua popolarità è destinata ad aumentare grazie all’uscita in blu-ray, dvd e formati digitali il prossimo 30 maggio, in una versione arricchita di contenuti speciali e scene inedite.

Approfittando dell’occasione, abbiamo parlato con Nate Moore, il vicepresidente di Marvel Studios dedicato allo sviluppo e alla produzione di nuovi film, che appunto è stato uno dei produttori esecutivi di Black Panther (e prima aveva lavorato a Captain American: The Winter Soldier e Captain America: Civil War). Moore ci ha raccontato le ragioni di successo di quest’ultimo film ma anche del futuro del Marvel Cinematic Universe, accennando fra le altre cose a Black Panther 2 e a “un foglio bianco da riempire” in seguito ad Avengers 4.

Vi aspettavate che Black Panther fosse questo successo fenomenale in tutto il mondo? 

“È stato del tutto inaspettato. Sapevamo che, dopo averlo visto in Civil War, la gente era molto interessata al personaggio e dopo essere stati al Comicon lo scorso anno avvertivamo che c’era un’energia particolare attorno a questo progetto. Ma non potevamo immaginare assolutamente il modo in cui il film è stato accolto”.

Come ve lo spiegate?

“Credo che abbia colpito molto il fatto che i personaggi fossero qualcosa di diverso da quello che avevamo fatto finora. Introdurre le persone al mondo di Wakanda, che è così originale e specifico in ogni suo dettaglio, e poi presentare un cast così diversificato, soprattutto per i personaggi femminili come Okoye, Shuri e Nakia da cui la gente è stata molto colpita; e ancora raccontare una storia così tematicamente rilevante. E infine il clima generale che vive il mondo oggi sembra riflettere ciò di cui parla il film, ovvero il desiderio di inclusione e poi i confini e la percezione dell’altro: tutte queste cose assieme hanno messo in comunicazione il film con persone dai background più diversi. E non bisogna sottovalutare le scene d’azione e poi la tecnologia, un po’ la ciliegina sulla torta che in molti hanno adorato. È un film molto denso, interessante ma anche molto divertente”.

Con Black Panther il Marvel Cinematic Universe ha fatto un deciso passo avanti nella descrizione della diversità, qualcuno si domanda anche come mai ci avete messo così tanto. Sentivate che fosse arrivato il momento giusto?

“Per certi versi il momento giusto per noi è arrivato perché avevamo trovato finalmente una storia avvincente. Non è un segreto che avevamo in progetto di fare un film su Black Panther da moltissimo tempo, ma la verità è che molte delle sceneggiature iniziali erano buone ma, facendo noi due o tre film all’anno, ciò che arriva in sala deve essere davvero eccezionale. Ci abbiamo messo molto più di quanto avremmo voluto ma il risultato è stato davvero ottimo perché abbiamo trovato il regista giusto in Ryan Coogler, il protagonista giusto in Chadwick Boseman. È stato un allineamento di tutte queste cose”.

In effetti il pubblico di tutto il mondo si sta interessando a questo stato africano e a questa cultura così connotata: avete lavorato specificatamente per questo?

“Molto del merito va sicuramente a Ryan Coogler: una delle cose che ci hanno più impressionato quando l’abbiamo coinvolto nel progetto è che lui aveva questo forte interesse nel parlare espressamente di Wakanda e del percorso che portava T’Challa a diventare il legittimo sovrano. La sua attenzione per ogni dettaglio e l’insistenza sull’autenticità di certe scelte invece di altre che potevano essere più popolari credo abbiano ancorato il film a una dimensione avvertita come più reale. Le immagini dell’Africa che si vedono di solito al cinema sono legate al controllo delle risorse, alla povertà o comunque alle varie difficoltà di quel continente: quello che non vediamo è la celebrazione di una cultura che magari esiste da secoli. In qualche modo Ryan voleva celebrare l’unicità di un continente o comunque alcune delle sue particolarità che non si vedono spesso. E infatti quando abbiamo iniziato a parlare del sequel la nostra intenzione è quella di continuare a esplorare questo patrimonio culturale africano”.

A proposito di sequel, chi ha visto Avengers: Infinity War sa qual è il destino di Black Panther nella scene finali: come farete dunque a proseguire la sua storia?

“In realtà volevo dire che ci sono ancora molte storie da raccontare nel mondo di Wakanda. Se ci pensiamo bene, Black Panther è un titolo che può passare di mano in mano, quindi ci sono molti modi dal punto narrativo in cui possiamo affrontare la questione. Di sicuro vogliamo continuare con delle storie ambientate in questo mondo straordinario che sembra piacere così tanto agli spettatori”.

Un altro passo in avanti nella rappresentazione della diversità sarà il film su Captain Marvel: cosa ci può dire a riguardo?

“Il progetto è davvero straordinario e tutti stanno facendo un lavoro pazzesco per girare il film anche ora mentre stiamo parlando. È interessante vedere questo personaggio di Carol Danvers che, anche senza i suoi poteri, può tranquillamente tenere testa a Tony Stark o Steve Rogers. In effetti è desolante che non ci siano abbastanza rappresentazioni di donne forti e al potere nei media, la nostra speranza è che questo film, esattamente com’è successo con Iron Man o Black Panther, appassioni le persone. La buona notizia è che Brie Larson ha un talento così straordinario e la sua performance è così brillante e suggestiva che questo film ha tutte le carte in regola per essere rivoluzionario”.

È dunque corretto dire che Captain Marvel è un film fondamentale per traghettare il Marvel Cinematic Universe in una nuova fase?

“Certo, fra Black Panther e Captain Marvel stiamo vedendo quello che, spero, è solo l’inizio di una spinta a raccontare un nuovo tipo di storie. E non perché avvertiamo pressioni esterne ma perché questo tipo di storie sono davvero avvincenti e soddisfacenti da un punto di vista creativo. Mentre ci avviamo verso Avengers 4 e oltre, il nostro obiettivo è quello di introdurre nuovi eroi e eroine che magari non sono come ce li immaginavamo ma sono ugualmente d’ispirazione”.

Anche Avengers: Infinity War sta avendo un successo incredibile ovunque nel mondo: quindi non esiste quello “sfinimento da Avengers” di cui hanno parlato alcuni?

“Credo che ci sarà uno sfinimento quando non ci impegneremo a spingere sempre un po’ più in là il tipo di storie che raccontiamo. Già Infinity War ha un mood totalmente diverso da Age of Ultron o ancora di più dal primo Avengers. Quello che facciamo è provare a raccontare delle storie tramite generi e toni sempre nuovi così che la gente non si stanchi, perché diamo sempre qualcosa di nuovo e inaspettato. Facendo tre film all’anno cerchiamo di farli uno diverso dall’altro. Già il concetto di cinecomics può essere limitante: è vero che sono tratti da fumetti, ma possiamo farli di qualsiasi genere cinematografico vogliamo. Finché continuiamo a lavorare su personaggi divertenti, appassionanti e intriganti forse non corriamo pericoli”.

1180w-600h_020818_MCU-10-year-anniversary-780x440La foto di gruppo di tutti gli attori per i 10 anni dei film Marvel

A proposito di personaggi, la fusione fra Disney e Fox potrebbe aprire la porta a personaggi di cui finora non avevate i diritti…

“Il fan che è in me non potrebbe essere più contento per queste possibilità, il produttore che è in me però sa benissimo che non possiamo fare nulla finché la fusione non diverrà ufficiale. Finché non ci danno il via, al nostro interno sappiamo che abbiamo personaggi e storie da raccontare per 5, 10 o 15 anni. Ma se la fusione avvenisse sarebbe ovviamente fantastico aggiungere gli X-Men o i Fantastici quattro, i cui mondi sono estremamente ricchi dal punto di vista tematico e visivo. La verità è che casi come Guardiani della galassia, Ant-Man o gli stessi Black Panther o Captain Marvel, ci dimostrano che possiamo anche continuare a esplorare tanti altri personaggi considerati minori e i cui diritti possediamo già ora, quindi saremmo fortunati in entrambi i casi”.

Si parla anche dell’introduzione di una nuova franchise legata agli Eterni.

“Come ha già dichiarato Kevin Feige [il presidente dei Marvel Studios, ndr] sono un gruppo di personaggi su cui ci siamo già confrontati parecchio, fanno appunto parte di quel gruppo di figure su cui stiamo elaborando grandi idee. Sono in realtà alcuni dei tantissimi personaggi e dei tantissimi progetti su cui stiamo riflettendo. Dopo Avengers 4 veramente ci sarà una specie di foglio bianco che avremo la fortuna di riempire. Amiamo gli Eterni e tutte le cose che ha fatto Jack Kirby sono interessanti, quindi speriamo di riuscire a farne qualcosa, altrimenti ci saranno altri personaggi che sicuramente faremo conoscere alle persone”.

E semplicemente da un punto di vista personale, c’è un personaggio che vorrebbe portare sullo schermo?

“Uno dei miei personaggi preferiti in assoluto è sempre stato Moon Knight, che ha avuto diverse incarnazioni ma penso in particolare a Marc Spector e alla sua collaborazione col dio egizio Konshu. Non so se finirà mai in un film, ma per ora mi basta dichiarare che lo adoro”.

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wired.it - 4 ore 21 min fa

Disincanto è il nuovo progetto di Matt Groening dopo I Simpsons e Futurama, una serie tv animata da dieci episodi, già rinnovata per la seconda stagione, che prenderà in giro i temi del fantasy e, ovviamente, i nostri tic, le nostre ossessioni e la realtà di tutti i giorni.

Per adesso le informazioni che abbiamo sulla serie sono abbastanza scarse, per adesso si conoscono i nomi solo di tre personaggi: Luci un demone, Elfo (che si chiama elfo anche in inglese ed è… un elfo) e Bean, una giovane principessa. Il cast di doppiatori è ricco nomi che hanno già lavorato su Futurama come la voce di Bender, John DiMaggio, e quella di Fry, Billy West.

Senza dubbio il ritorno di Groening all’animazione in qualcosa che non sono i Simpson è un evento interessante, soprattutto perché Netflix potrebbe essere la piattaforma giusta per sviluppare una storia diversa, lontana dai classici network televisivi e ancora più graffiante del solito. Disenchantment arriverà ad agosto e ovviamente non vediamo l’ora di vederla, nell’attesa abbiamo riassunto qua sotto dubbi e speranze per questa nuova serie.

1. Ridere del nerdismo

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Se c’è una categoria che ha senza dubbio bisogno di ridere un po’ di sé sono senza dubbio i geek ultra appassionati di fantasy. Da quelli che sanno a memoria il Silmarillion fino a chi si ricorda tutti i nomi dell’albero genealogico dei Tarly in Game of Thrones. Purtroppo la cultura nerd e l’autironia non sono mai andate molto d’accordo (è inevitabile, il nerdismo prevede di prendere sul serio TUTTO) ma questa serie potrebbe essere l’occasione per ridere dei cliché del fantasy e dei suoi sostenitori, così come Futurama rideva di Star Trek.

2. Un punto di vista unico

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Groening è un autore decisamente particolare, geniale, ironico, dotato di una vena creativa estremamente cupa, cinica e sarcastica che gli anni anno attenuato, ma non cancellato. Tanto per capirsi, la sua descrizione sulla serie è “Sarà una storia di vita, morte, amore e sesso e come continuare a ridere in un mondo pieno di sofferenza e idioti, a dispetto di ciò che ti dicono anziani, maghi e altri stronzi”. La sua capacità di sorridere in maniera amara potrebbe portare a uno show fantastico che sappia raccogliere lo scettro di Terry Pratchett.

3. Nel posto giusto

 Netflix

Netflix e in generale questo tipo di network televisivo potrebbe essere il posto ideale per una serie di questo tipo, essendo Groening un autore estremamente geloso delle sue idee (così geloso che i Simpsons nascono come proposta improvvisata per paura che il network modificasse troppo ciò che voleva proporre). Senza i vincoli di un canale televisivo classico e totalmente slegato dalla logica degli ascolti l’autore potrebbe dar vita a qualcosa di molto interessante. Le serie tv animate sono tra i prodotti migliori di Netflix, sono anche tra i prodotti che hanno osato di più in termini di temi e linguaggi, la speranza è che Disincanto continui questa tradizione.

4. Un loop che si ripete

 Netflix

Ovviamente dal punto di vista visivo Disincanto è coerente con lo stile del suo autore, il che da una parte è garanzia di continuità e facilità di lettura per il suo fan medio, che ormai ha una certa età e guai a cambiargli le carte in tavola, dall’altra rischia di far scendere su tutto la patina del già visto in passato. Questo riguarda anche le dinamiche tra i protagonisti. In fondo anche Futurama riproponeva alcuni schemi dei Simpson con personaggi prigri e indolenti che si opponevano a quelli ligi al dovere. La speranza è che stavolta ci si trovi di fronte a qualcosa di veramente nuovo e un un’eroina che sia Leela con la spada con dei comprimari che sembrino Fry o Homer.

5. Fuori tempo massimo?

 Netflix

Uno dei rischi di Disincanto che arrivi tardi. L’ironia dissacrante e la parodia sono ormai il metro con cui giudichiamo tutto. Le serie animate hanno fatto passi da gigante sia nelle soluzioni artistiche che di scrittura delle storie (pensate a Bojack Horseman) e ormai esistono parodie di qualunque cosa. C’è il rischio, sottile, ma c’è, che la serie tv di Groening risulti datata ancora prima di uscire e ricca di idee e concetti già visti, di risate che abbiamo già fatto e di prese in giro del fantasy che abbiamo già assaporato in altre parodie in questi anni.

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wired.it - 4 ore 24 min fa


Ci sono gli alieni e gli alieni di Star Wars, che vivono non solo in una galassia a parte ma proprio in una categoria a parte dell’immaginario. Nascono come pupazzoni, in certi casi parenti di quelli del Muppet Show, e si evolvono con maggiore serietà. Alle volte sono stati ricalibrati in digitale, per poi tornare analogici con il passare degli anni e delle mode. Hanno sparato per secondi oppure niente, sono mafiosi, stereotipi razziali insostenibili, in certi casi i peggiori personaggi mai creati in altri icone memorabili. Di fatto popolano la galassia più degli umani e sono la spina dorsale della saga, anche solo da come sono trattati e presentati è possibile capire se un capitolo di Guerre Stellari è buono o meno.

Solo: A Star Wars Story, lo spin-off dedicato al giovane Han Solo, non introduce alieni significativi ma crea tutta una backstory (tra le poche che non erano state ancora create) al rapporto tra Solo e Chewbacca, che tra gli alieni forse è il più presente in assoluto, di certo uno dei più iconici tra i non parlanti (o meglio tra i parlanti lingue sconosciute al pubblico).

Abbiamo colto l’occasione per mettere in fila (tra le molte) le razze aliene di Star Wars che più hanno segnato l’immaginario, quelle memorabili, che hanno avuto successo, spin-off propri o soltanto menzioni onorevoli. Tutte in rigoroso ordine di epicità.

10. Twi’lek – Episodio VI
Compaiono per la prima volta nel rifugio di Jabba The Hutt all’inizio di Il ritorno dello jedi, sono servitrici e danzatrici. Hanno la pelle di colori differenti e sono ben riconoscibili per i lunghi tentacoli al posto dei capelli. Più avanti, nella nuova trilogia, una Twi’lek comparirà tra i ranghi dei maestri jedi. Di certo sono tra i più rappresentati (per quanto sullo sfondo) di tutta la saga.

9. Jawa – Episodio IV
Detti anche detti “utinni” per il suono che fa la loro lingua ad orecchie umane, sono una specie che nessuno ha mai visto in faccia ma solo coperta da cappucci che adombrano il volto non fosse per i due occhi brillanti. Vivono sul pianeta Tatooine, si muovono in gruppi e depredano. Sono parodiati in Balle spaziali e sono forse la prima specie aliena che si vede in tutta la saga.

8. Zabrak – Episodio I
Resi famosi da Darth Maul, gli Zabrak sono una delle specie più simili agli umani, a differenziarli è il colore della pelle (e la fantasia di questi colori) oltre che alla presenza di corni sulla testa.

7. Porg – Episodio VIII
Di recentissima presentazione i Porg abitano il pianeta in cui Luke Skywalker si è andato a rifugiare e sono il classico espediente tenero di marketing. Pensati per essere inseriti in un trailer e fare da alleggerimento comico (ma del resto il 50% degli alieni nella trilogia classica aveva questo fine) i Porg sembrano pinguini con gli occhi giganti e senza paura si infilano ovunque.

6. Mon Calamari – Episodio VI
È una trappola!” è la catchphrase dell’ammiraglio Ackbar che ha reso famosa la razza dei Mon Calamari, la cui origine del nome è superflua vista la somiglianza tra la faccia di questa razza e gli omonimi molluschi marini.

5. Togruta – Episodio II
Anche qui parliamo di una razza che è prima comparsa in un episodio brevemente e poi si è scavata tutta una sua nicchia verso la celebrità. Dopo la comparsa poco rilevante in Episodio II infatti il personaggio Togruta chiamato Ahsoka è diventato uno dei più importanti in assoluto nella serie animata The Clone Wars (che non a caso proprio da Episodio II prende le mosse).

4. Hutt – Episodio IV
Jabba è il più famoso ma non l’unico. In Solo viene menzionato come siano una razza di mafiosi, gangster della galassia per quanto di poco conto e del resto Jabba, lo sappiamo, non ha un gran rapporto con Han, che gli deve non pochi soldi in Una nuova speranza, finendo per causare il rapimento dell’inizio di Il ritorno dello jedi.

3. Ewok – Episodio VI
La specie aliena che ha fatto la felicità del marketing ai tempi di Il ritorno dello jedi. Il terzo film della trilogia originale è infatti quello che più ha mostrato specie diverse, ma se solitamente si trovano in grandi assembramenti eterogenei, per gli Ewok non vale la stessa regola. Abitano il pianeta del grande scontro finale e quindi possono duettare indisturbati con i protagonisti, fino ad essersi guadagnati un loro show. Nascono dal design dei Wookie ma ne costituiscono una versione, oltre che più piccola e orsacchiottosa, anche più primitiva, perfetto simbolo della rivolta nei confronti dell’impero condotta con lance di legno.

2. Wookie – Episodio IV
Chewbacca, l’unico alieno autorizzato a far parte della banda degli eroi. Non ha purtroppo diritto di parola, o diritto a dire cose che possano essere comprese, tuttavia i versi della sua lingua (che in Solo sentiamo parlare anche ad Han) sono diventati famosissimi. Grandissimo, fortissimo e misterioso, scopriamo ora aver avuto dei legami e delle sue ragioni per combattere l’impero.

1. Yoda – Episodio V
L’alieno degli alieni in Guerre stellari. Da nessuna parte, nemmeno nelle pubblicazioni parallele, nell’universo espanso, nei romanzi o negli spin-off è precisata la sua razza. L’unico altro alieno simile che si vede è Yaddle, nella nuova trilogia, il che conferma che Yoda non sia un unicum ma parte di una specie più grande, una che non padroneggia bene le lingue (nonostante la sua età ancora non parla bene quella degli umani) ma dalle grandi doti di temperanza e saggezza.
Il design era ispirato ad Albert Einstein.

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wired.it - 4 ore 40 min fa

Ci risiamo. Una delle graphic novel più amate di tutti i tempi sta per tornare con un nuovo adattamento, a qualche anno di distanza dal film girato da Zack Snyder nel 2009. Parliamo di Watchmen, opera massima dello sceneggiatore britannico Alan Moore e del disegnatore Dave Gibbons, portato questa volta sul piccolo schermo da Damon Lindelof, già sceneggiatore di Lost.

Sino a poco fa il progetto era ancora immerso nel mistero, ma Lindelof ha, in parte, vuotato il sacco in una lunga lettera aperta ai fan pubblicata via Instagram. Dai toni apologetici, il messaggio sembra un vero e proprio tentativo di “mettere le mani avanti”, ben sapendo che un progetto del genere non solo non può accontentare tutti, ma rischia di far infuriare che ritiene l’opera originale come un vero e proprio Vangelo (a partire dal creatore Alan Moore, da sempre contrario a qualsiasi variazione o adattamento dei suoi fumetti).

Lindelof lo dice a chiare lettere: non aspettatevi una trasposizione fedele. Anzi, non aspettatevi neanche la stessa storia dell’originale. La serie tv di Watchmen sarà qualcosa di completamente diverso.

Ecco che cosa ci aspettiamo sulla base delle rivelazioni lindeloffiane.

1. Qualche volto familiare, qualche volto nuovo

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Lindelof ha dichiarato che la serie non sarà ambientata negli anni ’80, ma sarà una sorta di “sequel” alternativo di Watchmen, basato ai giorni nostri, a decenni di distanza dalle vicende della graphic novel. Alcuni dei vecchi personaggi del fumetto saranno già morti; altri saranno cambiati in modo profondo. Potrebbe essere l’occasione perfetta per vedere una nuova generazione di eroi e vigilante, magari in un mondo che è tornato ad accettarne l’operato o forse ancora in contrasto con l’operato delle forze dell’ordine, in quella che sarebbe una nuova versione dei Minutemen – l’equivalente della Justice League nel distopico mondo di Watchmen. In fondo, uno dei perni centrali del fumetto era la distanza fra gli eroi passati, vecchie leve ormai defunte o in pensione, e i pochi ancora disposti a tornare in attività per indagare sulla morte del comico.

2. Un sacco di flashback

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Anche i muri sanno che al buon vecchio Lindelof piacciono molto i flashback. Una serie tv di Watchmen ambientata dopo gli eventi del fumetto si presterebbe perfettamente a una struttura simile a quella di Lost. D’altro canto, come far appassionare gli spettatori – o semplicemente, come spiegare a chi non ha letto il fumetto che cosa hanno combinato Alexander Voidt, il Dr. Manhattan, Rorschach e compagnia bella per risollevare il mondo dal baratro della guerra nucleare? Saremmo sorpresi se la narrazione della serie tv fosse anche solo in parte lineare.

3. Un approccio piantato con i piedi per terra

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Watchmen è solo sulla carta un fumetto di supereroi. Non ci sono sfoggi di superpoteri, mutanti artigliati o alieni che sfrecciano in cielo (beh, più o meno). L’unico, vero superessere era il Dr. Manhattan, e la sua presenza è stata sufficiente ad alterare il corso della storia. Ci aspettiamo quindi una serie tv piantata con i piedi per terra, che faccia saggio uso dei personaggi e dell’ambientazione (apparentemente, una terra parallela post-distopica) per avvincere gli spettatori, più che sulla prospettiva di combattimenti a colpi di raggi laser ed esplosioni.

4. Un giallo condito da elementi politici

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La graphic novel di Alan Moore inizia come il più classico dei “whodunnit?”, i gialli in cui un protagonista indaga su un omicidio per cercare di scoprire il colpevole, solo per scoprire trame molto più ampie. Questo approccio simil-giallo potrebbe essere l’inizio ideale per permettere a Lindelof di costruire una trama originale, pur omaggiando le origini del fumetto. Il tutto però andrebbe condito necessariamente con gli elementi politici e le riflessioni sulle tendenze autodistruttive dell’umanità tipici delle opere di Moore, da Watchmen a V per Vendetta.

5. Un bel cesto di uova di Pasqua

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I cultori di Watchmen lo sanno bene: ogni pagina del capolavoro di Alan Moore è infarcita di riferimenti nascosti, anticipazioni a ciò che accadrà in futuro, simbologie occulte e strane simmetrie tra presente e passato. Questo fa sì che chiunque rilegga l’opera di Moore più e più volte continuerà, sempre, a trovarci qualcosa di nuovo, a scoprire dei dettagli che dapprima parevano insignificanti. E questa è la sfida principale per Lindelof, che dovrà inserire altrettanti dettagli nascosti nella serie tv. Dal creatore di Lost, inoltre, non ci aspettiamo nulla di meno che una bella quantità di easter egg, con riferimenti interni o esterni alla graphic novel: da una copia del fumetto del Vascello Nero nella libreria di qualche personaggio a una quantità incredibile di smile insanguinati e orologi che segnano -5 a mezzanotte; dalla combinazione 4-8-15-16-23-42 (nota ai fan di Lost) a, chissà, qualche riferimento scherzoso a Star Trek (del cui recente film Into the Darkness Lindelof è stato co-sceneggiatore).

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wired.it - 4 ore 50 min fa
 AHMAD GHARABLI/AFP/Getty Images)Giugno 2015, Gerusalemme – Un palestinese decora il suo negozio vicino alla moschea di Al-Aqsa in attesa dell’annuncio di inizio del Ramadan. (Foto: AHMAD GHARABLI/AFP/Getty Images)

La scorsa settimana è cominciato il Ramadan, nono mese del calendario islamico. Durante questo periodo i fedeli musulmani celebrano la prima rivelazione di Maometto osservando un digiuno fisico e spirituale. Non si beve né si mangia dall’alba al tramonto, e ci si astiene da rapporti sessuali, fumo e da tutti i comportamenti deprecati dal Corano che vanificherebbero il periodo di raccoglimento. È uno dei cosiddetti 5 pilastri dell’Islam eppure, con 2,6 milioni di musulmani in Italia, questa pratica spesso è vista come un’incredibile stranezza.

In realtà una volta capito che, ovviamente, le persone non digiunano per un intero mese perché il digiuno è interrotto al tramonto, e che sono previste eccezioni che sollevano alcuni fedeli dall’obbligo (per esempio chi è malato), il Ramadan non è poi così diverso dagli altri periodi di penitenza che le religioni hanno escogitato per intrattenere i propri fedeli. Un aspetto piuttosto singolare del Ramadan è invece la controversia sul modo di stabilire il suo inizio: la verità scientifica, per quanto pratica, può non essere sufficiente per le esigenze della fede.

Non è come la Pasqua
Il Ramadan del 2016 in Italia è iniziato il 6 giugno. Nel 2017 è cominciato il 27 maggio. Quest’anno il 17 maggio. Si potrebbe pensare che la data cambi in modo simile alla Pasqua, e in effetti sia la Pasqua che il Ramadan dipendono dalle fasi lunari. La Pasqua cade la domenica dopo la prima Luna piena di primavera; il Ramadan comincia con la Luna nuova. Il problema è che, secondo il Corano, la Luna nuova deve essere vista perché gli imam possano dare il via al Ramadan. Quindi, nonostante ci basti Google per vedere che il prossimo Ramadan comincerà il 5 maggio, quella data è in realtà molto teorica, perché ogni comunità deve aspettare l’annuncio ufficiale dalle autorità religiose di riferimento.

Oggi però le comunità islamiche sono diffuse in tutto in modo, e un meccanismo così soggettivo fa sì che, tra l’una e l’altra, possano esserci uno sfasamento nell’inizio del digiuno anche di giorni. Ma è anche possibile che nello stesso territorio non ci sia ogni anno una data condivisa, con ovvi problemi nella banale organizzazione delle giornate. Ma è necessario che sia sempre così?

Ramadan 2.0?
Stefano Bigliardi
, professore di filosofia alla Al Akhawayn University di Ifrane, Marocco, ha descritto il dibattito in merito nel suo libro La mezzaluna
e la Luna dimezzata – Islam, pseudoscienza e paranormale (Cicap, 2018). Come specifica Bigliardi, in questo caso non ci troviamo nell’ambito pseudoscientifico, ma è presente la familiare zona grigia degli scontri tra fede e ragione che vale la pena approfondire. In linea di principio, potremmo calcolare l’inizio del Ramadan per i prossimi secoli, come facciamo con la Pasqua. Questo perché l’astronomia, a cui tra l’altro i paesi islamici hanno storicamente contribuito, ci permette di prevedere ogni novilunio. Molti imam, però, ritengono che il Corano non ammetta scorciatoie, e che la Luna debba essere vista, da cui i problemi.

Secondo l’astrofisico algerino Nidhal Guessoum questo però non dovrebbe impedire ai fedeli di godere dei vantaggi della scienza. La visibilità della falce di Luna dipende molto dalle condizioni atmosferiche in cui si trova l’osservatore, ma su un’area limitata come quella di un paese potrebbe essere anch’essa prevista con un’ottima precisione. A questo scopo lo scienziato ha sviluppato un progetto internazionale che, anche con l’aiuto di software e app, permetterebbe alle autorità religiose di avere informazioni dettagliate su tutti gli eventi astronomici rilevanti per l’Islam, Ramadan incluso, su scala locale. In linea di principio non sarebbe quindi difficile stabilire una data certa universale per tutti i paesi, o almeno unificarla per ampie regioni geografiche. Sapendo quando dovrebbe cominciare a essere visibile la Luna e basandosi su osservatori strategicamente distribuiti, il Ramadan potrebbe essere annunciato ogni anno seguendo le leggi astronomiche e allo stesso tempo rispettando le scritture, semplificando la vita di molti fedeli.

Acqua e olio
Il problema è che mentre la scienza spiega come funziona il mondo naturale, la teologia si occupa di altro. Non si tratta di stabilire il novilunio, ma dell’annuncio del Ramadan: l’infallibile orologio della volta celeste non è determinante. Come racconta Bigliardi la procedura tradizionale è piuttosto elaborata e coinvolge diverse persone, sia civili che religiose. Esistono dei comitati di avvistamento, ma sono utilizzati anche osservazioni da persone fuori dai comitati, purché musulmane e adulte. Quando qualcuno riesce a vedere la Luna, l’avvistamento deve essere confermato da altri, ma nemmeno questo è sufficiente per l’annuncio. Le informazioni dalle varie località arrivano alle autorità religiose, che di volta in volta decidono se si può fare l’annuncio. Questa decisione è tanto teologica quanto politica, cioè risente anche di una serie di variabili (per esempio la rivalità tra diversi gruppi) che non hanno nulla a che vedere con la realtà astronomica. È addirittura capitato che l’inizio del Ramadan, in alcune regioni, venisse annunciato quando non era possibile che la Luna fosse già visibile, ma quel Ramadan non ha avuto certo meno valore. Religione e scienza, insomma, sembrano ancora una volta come acqua e olio. Certo, sarebbe molto pratico per un mondo globalizzato un Ramadan programmabile e quasi-universale, ma di fatto bisognerebbe convincere i religiosi a cui si rivolgono 1,6 miliardi di persone a rinunciare a un po’ di suspense.

http://gallery.media.inaf.it/main.php/f/32486-7/specola-imam.mp4

Ma se astronomia e Corano non si possono mescolare, si può almeno tentare una specie di emulsione. Con lo stesso spirito di Guessoum, l’Imam di Trieste Nader Akkad, ingegnere, ha cominciato a lavorare a questo obiettivo e anche quest’anno ha portato i suoi colleghi alla Specola di Padova per incontrare gli scienziati dell’Inaf e osservare (tempo permettendo) la Luna. Ma sarà possibile convergere, almeno a livello nazionale, su una data per il Ramadan informata da dati scientifici senza rubare la scena al rito?

Come osserva Bigliardi, le resistenze di alcuni religiosi alla comodità della previsione scientifica, sono del tutto coerenti:

“Le autorità religiose, oltre a sentirsi minacciate da un criterio che esclude dalla catena decisionale il loro tipo di competenza a favore esclusivo di quello degli scienziati, osservano che l’idea di ‘comodità’ è a sua volta extra-scientifica, e che se la si comincia ad applicare alle prescrizioni religiose allora tutto diventa discutibile: anche il digiuno diurno per un mese di fila, infatti, è in un certo senso ‘scomodo’

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wired.it - 5 ore 4 min fa

Se non riusciamo ad arrivare alla prova costume come vorremo, è sempre colpa sua. Dagli una scossa! Riattivalo! Acceleralo!, leggiamo qua e là, quasi si trattasse di un motore arrugginito. Eppure quando si parla di metabolismo, la questione è ben più complessa di così. E nella selva di integratori, frullati e diete per stimolarlo ci sarebbe molto da investigare.

Ma prima di tutto: abbiamo chiaro di cosa parliamo quando parliamo di metabolismo? Conosciamo le leve che lo “muovono”? Sappiamo com’è coinvolto nel nostro aumentare o calare di peso?

Testa subito le tue conoscenze in proposito col nostro quiz. E, naturalmente, facci subito sapere il risultato.

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